venerdì 30 dicembre 2011

Il disabitato su Omniabuk

Omniabuk.

Step 4: La petite mort: reading

step 4: sensazioni del presagio. L'uomo reagisce ai suoni e non solo agli eventi già manifesti nella loro coerenza e sonorità svelata o compiuta. Addentrati nella notte del racconto, da quando lo squillo fucile rintuona nella stanza, le supposizioni e i dubbi sulla sua origine più o meno oscura, saranno lo sfondo o pianta madre da cui dirameranno nuovi rami e radici. Il nostro personaggio non alza ancora il braccio verso la cornetta, ma aspetta che forse quel suono passi, così come sono passate le risate della coppia nella notte e gli altri scherzi acustici; come se non fosse mai arrivato, cercando di farsi un'idea attraverso la scorsa delle possibilità del possibile telefonista con il suo movente: urgenza di un amico, di un parente stretto, confidenza intima, scherzo, minaccia di morte, telefonata sconcia, dilatando il tutto nel pensiero e nell'ansia di pochi secondi. Tra i primi squilli che prendono un certo spazio introspettivo e retrospettivo, ricolmando la storia di quella sua febbricola insidiosa e già nota, ma per suoni che prima erano esterni alla stanza. La reazione a quello che ancora non si conosce, mette ancora più spavento di qualcosa di già manifesto, anche se di tragico. La psicologia del personaggio, si comporta come un animale poco selvatico ma anche poco domestico, dovendo accordare il suo istinto naturale alle sue convinzioni su quello che pensa possa essere successo. Invece di spezzare il dubbio dell'attesa con un semplice gesto del polso, si intrattiene nel buio, in balia di quello che potrebbe essere o essere stato o capitato, contro la semplicità di quello che sarà e che già è. Questo punto della storia, forse anche un tantino ambizioso, potrebbe aprire un'altra porta nella metafinzione, dove lo stesso respiro tra quello che non è avvenuto e che non si conosce, può condizionare il reale di quello che è già stato, che sarà e che non sarà, per il tempo riflesso e irreale che inquinerà lo spazio più semplice di una figura che si succede, contro le molteplici dimensioni che si realizzano nell'assenza del fatto, del suo fertile ignoto. In effetti è questo lo spazio ideale del fantasma, che sospende la sequenza temporale e logica delle figure reali, in questo caso anche nelle dinamiche lineari della narrazione, che lievita e si ferma, contro la rigidità dei pochi secondi concessi all'intervallo dei trilli.
Il link del racconto: La petite mort.

mercoledì 28 dicembre 2011

Step 3: La petite mort

step 3: proseguendo nella scorsa: adesso, da quando la voce narrante si accinge a narrare all'interno del già narrato, (sarà stato un caso, ma questa sorta di piccolo labirinto non mi dispiace). Dunque, il suo inizio pare stonare, perché non si concentra sul fatto, ma sulle rimembranze o sugli echi del possibile fatto. Quindi riprende la tessitura iniziale, poco scandita, una marcia turca di lumi e di suoni, che hanno qualcosa del Natale e qualcosa del sogno o della sublime solitudine di chi è solo in un giorno di festa; ché forse da soli si sente meglio o si vedono le cose sotto un'altra luce: questo sarà un percorso creativo del lettore, dipenderà dalle luci o dalle voci che avvertirà scendendo i gradini dello strano sviluppo. Il personaggio e voce narrante, ascolta dei rumori e non dei fatti. Questi rumori diventano immagini e queste immagini rievocano situazioni non definite ma appena accennate. Il tactus barocco di una nota appena accennata prima della reale esecuzione. La storia entra ed esce dal suo cuore, con la delicatezza di un fantasma, lasciando la stanza buia in balia di cavallucci a dondolo, che sbattono come dentiere dall'appartamento del piano di sopra, dove abitano la dattilografa con le mani da pianista e il marito, con i capelli tinti lucido da scarpa. E ancora: risate di una coppia — ancora suoni che rievocano immagini — la donna porterà un cilicio al confine col morso dell'autoreggente. L'uomo si pettina i capelli con l'acqua. Cosa c'entra tutto questo con l'accaduto o con il possibile narrato? È parte dell'attesa e dello stesso orgasmo del titolo. I messaggi poco chiari, appena luminescenti, saranno l'annuncio impalpabile che in quella notte qualcosa sta cambiando. Intorno a quei suoni e a quelle immagini, vi è già il dito di qualcuno che ruota nell'anello di un vecchio telefono. Credo che in questo blocco, vi sia l'anticamera del suono cuore della storia, che si fa spettro dei suoi spettri, tra volute grigie di erotismo e di spavento.
Il link per il racconto: "La petite mort".

lunedì 26 dicembre 2011

Step 2 (La petite mort):

Step 2: Dedico il secondo step di approfondimento, all'uso dei tempi. Cerco di non dilungarmi e lasciare solo qualche spunto di riflessione o stimolo. Il blocco introduttivo del racconto si mantiene sul particolare presente di un luogo che potrebbe non essere scenario attuale del fatto narrato, ma scenario passato. Stesso luogo, stessa data, ma vissuto come ambiente di rievocazione e non di azione pura e vissuta. Ma questo che cosa potrebbe cambiare? Se il luogo della stanza è lo stesso il presente illistra un passato? Lascio che la storia si sveli. I tempi dell'inizio, al presente, illustrano le sensazioni di quello che avviene o di quello che è avvenuto la notte della telefonata?" È molto tardi quando mi affonda un certo pensiero/gli occhi magici a quest’ora avvertono meglio e in modo più scandito il crepitio di tutto quello che avviene, o che freme e che non avviene ancora del tutto./ Alcuni miei pensieri si addensano ai pochi ricordi rimasti vivi,/ un pensiero come questo, che mi ha sfiorato in una smorfia svogliata di sonno": è chiaro che la voce narrante allude a un fatto che avviene, ma che potrebbe essere avvenuto o avvenire ancora in futuro: "Una telefonata oscura, nel cuore contrabbasso della mia notte – quelle mute e appena affannate, avrebbero lasciato insonni diversi individui per intere discendenze". Questa telefonata, che sarà il nucleo della storia, non è ancora specificata da un tempo di azione, ma da un'ipotesi delle sue conseguenze, che possono quindi associarla a un'esperienza subìta o anche passata, in quella stessa situazione ambientale ed emotiva. "C’è addirittura chi pensa che da una particolare telefonata anonima e zannata notturna, ti si possa spezzare qualcosa dentro e per sempre, nel fondo più insondabile del dirupo, senza alcuna possibilità di rimedi. Ho i brividi…Anche in una notte di veglia e di vigilia così solitaria e insulare, di cui mi accingo proprio adesso a narrarvi" continua ancora, la voce narrante, a parlare di un presente che ha già vissuto e che adesso dimostra di conoscere. La lente d'ingradimento sta dilatando le forme e i dettagli ancora oscuri. È un presente condizionato da una conoscenza dei fatti, quanto un fatto passato anche se oscuro, nel suo passato. E poi, all'improvviso "Ma quella notte del ventiquattro io risposi": questo è il primo punto rivelatore della prospettiva temporale, che fino a quel momento era rimasta sospesa in un presente molto sformato e probabilistico. Credo che sia importante ragionare sulle scelte temporali. I più certosini griderebbero allo scandalo, per il solo fatto di variare l'uso dei tempi in segmenti di narrato molto vicini, senza sapere che per raggiungere certi effetti, è necessario proiettarsi nelle mille possibilità offerte dal tempo psicologico, oltre a quelle del tempo cronologico. È tutto.

venerdì 23 dicembre 2011

La petite mort: step 1. Titolo e luci

Un cenno sul titolo, credo dissonante per i più se relato al tema del racconto, dico di quello commissionato e natalizio. I francesi hanno dipinto con questo breve disegno "petite mort" la sensazione surreale e sospesa dell'acme di un amplesso o del perdersi dentro un altro. Perché un titolo del genere alla mia storia? Due motivi, legati alle atmosfere interne e anche all'estetica che ho cercato di affinare: la sospensione o senso di sospensione costante che si avverte (livello della realtà e di tempo psicologico) e l'intimità – una mia antenata morta ragazza circa un secolo o più fa, che mi riappare dalla voce di una telefonata improvvisa e attraverso un lungo bacio. Il cuore del racconto attraversa lo spazio che precede, che vive e che segue lo squillo, ma forse lo squillo potrebbe cominciare dal primo rigo, essere ancora squillante attraverso le descrizioni delle fasi motorie e oscure che lo precedono, non essere mai avvenuto; così come nelle storie sui fantasmi, il soffio sulla candela o tra i capelli di una bambina che dorme, potrebbero averlo causato un'imposta difettosa, una feritoia in una vecchia porta, una corrente d'aria. Così come una voce all'orecchio, un sussurro prima di spegnere la luce o di addormentarsi potrebbe essere ricondotto al ricordo di un cattivo pensiero, all'inizio barcollante di un sogno. Il narrato di cui tratto, partirebbe anche da un altro Natale, diverso da quello della telefonata spettrale, simile a quello dello squillo, ma poi pare fondersi con quello evocato: "Anche in una notte di veglia e di vigilia così solitaria e insulare, di cui mi accingo proprio adesso a narrarvi:". E in effetti narra di una notte gemella a un'altra notte natalizia, come se fosse lo stesso clima a rievocare e poi a fondere e a confondere i momenti e i tempi del pensato passato, rievocato e accaduto. La luce della stanza è quella di una torcia, e anche tutte le cose che accadono e che non accadono hanno la stessa luce della torcia, sia nella notte in cui narro che nella notte del narrato accaduto: Dalla finestra appannata il rosaurora di un pianino che fischia dalle Americhe/ il rigo d’ombra di un piovasco sulle grondaie/ di una mano notturna che cuce [...]un palazzo moderno e ancora tutto acceso di lumiere/ i tacchi svelti di una donna dal cortile/l’indaco dei seni/ gli occhi lunari nella saliva lenta del sorso/ un cenone malinconico tra compagni di classe[...].

mercoledì 21 dicembre 2011

La petite mort: step 0:

Questi che trascrivo, sono gli step che ho scritto per commentare il racconto "La petite mort". In questo le motivazioni di questa scelta:
Giornata domenicale di pioggia fitta. Atmosfera ideale per leggere. Credo che scenderò più avanti, giusto per comprare il giornale e sentire il freddo negli occhi, il tempo di riappropiarmi del calore di una casa. Dunque, passo zero per precisare un paio di punti. Questi miei interventi non hanno alcuna pretesa di indicare come si faccia qualcosa, ma sono l'opportunità di intrattenermi ancora in un luogo che amo e che ho amato. Tutto qui. Non credo di sapere come sia giusto scrivere, soprattutto tra gli aderenti all'evento, — e lo dico con sincerità – credo di avere solo cose da imparare. E anche in caso vi fossero persone estranee alla passione per le parole che si aggiungeranno, non mi sognerai mai di passeggiare nelle certezze scientiste dello scrivere — oggi molto in voga. L'approccio scientista alla scrittura, al metodo è ancora molto diffuso anche tra generazioni di giovani talentuosi; è un brutto tarlo quello del "si fa così", che divora e che crea un'angolazione asfittica sul testo ma anche su tutta la vita che esiste attraverso e oltre il  testo e che non si vede. Lo immagino e lo sento un approccio esistenziale, quello di leggere e di scrivere con il grembiule stirato e ben abbottonato e le coccarde bene in vista. Quindi le mie opinioni in merito a questa piccola avventura, sono legate più all'amore per la lettura che alla scrittura e ai suoi difficili demòni. Credo che sia importante la magia della lettura e non lo scientismo su come si diventa magici quando si scrive.
 "La petite mort", è un racconto che nasce su commissione. Mi piace usare questo termine, anche se forse non sarà appropriatissimo, (mi capirà bene Aura), ma perché nell'invito diretto alla partecipazione alla rassegna dei racconti Natalizi, mi è stata commissionata la certezza di un luogo di ascolto e di pratica per la storia, e questo fattore può cambiare non poco il tipo di approccio creativo, almeno in parte, secondo me. Il sapere che c'è qualcuno che sta aspettando la fine delle tue parole, inserisce nel tuo modo di procedere e nel tuo mood di narrare, la sensibilità alla speranza di un ascolto vero, che di solito è la grande incognita di chi scrive: il non avere un luogo e un ascolto definiti e sicuri; il sapere che si sta girando a vuoto — anche se in quel caso una storia scritta, una buona storia, non sarà mai un giro nel vuoto e potrà esistere e sussistere nell'aria anche se non letta e mai letta, ma questa è una questione diversa e anche più complessa. Anche se in qualche modo si potrà sempre stabilire un certo incrocio dove poter condividere una storia, nella rete soprattutto, una richiesta diretta responsabilizza e affina il proprio spirito. Lo stesso che avviene nel prepararsi. sapendo di dover incontrare qualcuno, per un appuntamento importante, per esempio: muterà, anche in piccolo, dettagli e sfumature, rispetto ai ritocchi per un'uscita solitaria e senza una meta. A volte cambierà il modo di pettinarsi, di specchiarsi, di profumarsi. Si faranno più sciocchezze del solito, si cambieranno più camicie, facendo saltare più bottoni dai polsini; si urteranno più oggetti nella stanza, si starà meno tempo al telefono con chi ti chiama prima di scendere, si lasceranno più luci accese e più finestre aperte. Ma con questa tensione, quella dell'appuntamento, si potrà sfruttare al massimo la possibilità di un ascolto certo, sensibilizzandosi alla responsabilità e alla fifa di chi scrive o di chi tenta di farlo in un certo modo — non ho mai affrontato un rigo, nella mia vita, senza un filo di spavento.
Mi piace allora immaginare i passi succesivi di questo minuscolo evento narativo, come i dettagli  dei miei ultimi preparativi prima dell'appuntamento-commissione. Senza dettare regole, ma raccontando il privato e il celato del racconto finito; la quantità di profumo rovesciato in eccesso, o la sua ultima fragranza. Ho  appena concluso ed è uscito il sole:

lunedì 19 dicembre 2011

Sera di Aprile su Lieto Colle

Sera di Aprile, di Luigi Salerno

sabato 17 dicembre 2011

Supremazia del creativo

Non immagino quantificabile un qualsiasi spasmo creativo. In effetti il risultato di un lavoro creativo, sarà una lente o un oggetto di rifrazione su una certa parte di reale o di finzione di un reale, o anche di una realta finta o ibridata di finzioni che si esplora in un certo percorso e trascorso. In ogni modo non mi piace immaginarla troppo fisica da poter essere misurata, pur riconoscendo che un lavoro creativo che funzioni davvero sarà raro, frutto di fatica, intuizioni, circostanze oscure, incontri, scontri, resconti. Quanto più raro ed efficace, tanto più lontano da un'idea di supremazia del creativo sull'altro mal o peggio o anche ben creato. La scrittura e l'amore per la scrittura e per il creato, non sono cose con cui misurarci, ma forse con cui migliorarci. Scriviamo senza i grembiuli del liceo e senza i fucili da caccia, ma con il sole e la luna addosso.

giovedì 15 dicembre 2011

Vantaggi del formato ePub:

lunedì 12 dicembre 2011

La petite mort, il tempo e i piani della realtà

In ogni racconto, romanzo o in qualsiasi altra esperienza letteraria, imparo sempre qualcosa di nuovo. Ma soprattutto riparto da zero, senza grandi orizzonti e supporti esperienziali. Strano ma vero: per ogni nuova storia, ritorno vuoto e in bianco anche io, come la pagina  1. Da zero: intendo senza le certezze del giorno prima e nemmeno le angosce del giorno prima. Da zero: perché ogni scritto appartiene a un livello di tempo e di realtà unico, irripetibile, che non può attingere da altri contesti o sensazioni di contesti che mi avrebbero nutrito o addestrato. Non in questo caso, io dico; e nemmeno nel caso di domani e nemmeno di dopodomani. Non si scrive sempre allo stesso modo. Ogni storia avrà delle richieste, delle tendenze, dei compromessi diversi con lo scrittore, da rispettare e da considerare. 
Sono sempre lo stesso a scrivere, ma cambiano alcune coordinate per ogni lavoro e per ogni emozione che mi darà quel lavoro. Non riesco ad affrontare uno scritto senza il seme forte di una certa emozione singolare che lo ferisca al  cuore e lo caratterizzi. La cosa più importante è avvertire qualcosa che preme. che ti disturba e ti conduce, quando si parte.
Questo racconto, dal titolo così particolare, "La petite mort", nasce come richiesta dalla mia editrice per una rassegna natalizia di un gruppo chiuso di scrittori, che dovranno rendere la loro opera disponibile gratuitamente. La storia nella sua stesura mi ha insegnato moltissimo, perché mi ha messo di fronte a materiale linguistico a cavallo tra diversi piani di realtà e anche perché mi sono immerso dentro di lei, come se non avessi mai scritto altro nella mia vita, e come se non esistesse altro scritto a cui dedicarmi al di fuori di lei, de "La petite mort". Strano ma vero. 
La storia si svolge in una stanza chiusa, in una notte di vigilia, ma ripercorre attraverso la voce narrante, ambienti, luoghi e risonanze molto lontane, legate a livelli di tempo e di realtà sovrapposti e paralleli che ho dovuto snodare e articolare, con un uso di un linguaggio appropriato e sospeso, che mi consentisse di attraversare i vari piani senza infrangere alcun vetro separatore e senza rovesciare nessun vaso comunicante, cercando di non perdere quota nello sviluppo. Per ottenere questa sorta di impianto armonico, mi è stata utile l'immagine della situazione che ho descritto e di cui ho scritto. Avevo negli occhi la quantità esatta di luce, sia dell'ambiente interno alla stanza, sia delle varie rievocazioni dei luoghi esterni o di altri interni più o meno surreali o fantasmici. Così come avevo impressi nelle orecchie tutti i suoni, dal primo all'ultimo, che hanno attraversato il narrato. L'aspetto che mi ha sorpreso di più, in questo lavoro di ripristino e di disciplina tra le parti e i vari piani delle realtà simultanee, è l'intreccio tra il possibile o vero e la finzione, dove l'aspetto più irreale e impossibile, è quello scorporato e romanzato da un fatto veramente accaduto a una mia antenata, da ragazza. Per cui ho elaborato una finzione da un aspetto reale del passato, e ho anche avvicinato al reale, aspetti immaginifici. L'importante è la convivenza e la condotta tra le parti, come nelle fughe a due o più voci, e non smascherare mai troppo presto il fattore del possibile da quello dell'assurdo. Non credo, infatti, che i fattori dell'irrealtà, in una storia, debbano essere necessariamente separati o relegati, ma mischiati il più possibile ai più credibili. Sono convinto che nulla sia vero o falso in assoluto. Il seme del mio racconto, anche se avvenuto davvero, come fatto o accadimento, avrà degli aspetti di irrealtà e di realtà della stessa frequenza di un episodio o di una tensione narrativa mai avvenuta, o meglio: mai verificata come accaduta. Ed è questo il senso del raccontare. Lasciare dei varchi di possibile nell'impossibile, e viceversa.
Al momento l'unica versione disponibile della mia storia, —gratuita —, è quella del sito della casa editrice "Il Pavone", ma con l'editrice e il gruppo di scrittori coinvolti nel progetto, si sta già pensando a rendere disponibili le nostre storie natalizie, in una raccolta con un formato più comodo e meglio adattabile alle diverse esigenze dei lettori. Quest'articolo lo renderò disponbile anche sulla sezione "Disappunti" del mio nuovo sito web.

La petite mort, di Luigi Salerno

Il mio racconto La petite mort, in versione gratuita,  disponibile da questa mattina sul sito della Casa Editrice Il Pavone, in occasione della rassegna per i racconti di Natale.

venerdì 9 dicembre 2011

Nella scrittura:

Nella scrittura, pensando, avvengono cose probabili, naturali e miracolose, nello stesso tempo e spesso nello stesso piano di accadimento. Per esempio: quello che scrivo non lo vedo sul foglio e non lo vedo quasi mai in parole, prima di codificarlo nel mio linguaggio, e nemmeno come il nastro di un pensiero compiuto o quanto meno coerente. Il mio linguaggio sul trampolino, prima che il dito batta il tasto, è confuso tra vari stadi di realtà, più o meno ispirati o confusi tra immagini, bagliori, eruttazioni, schiocchi, graffi di vinile o di artigli di gatte su tappeti, sentieri folti e boschivi di pensieri non ancora pensati, ma non lettere. Non vedo quasi mai le lettere che dovrò scrivere e trasferire. Non ne vedo la forma: questo vorrà  dire che sarà già il pensiero dell'immagine a occuparsi di codificarle, alle mie spalle, naturalmente. E quanta fiducia potrò dare a chi articolerà questo codice frammentario, nell'oscuro? Che cosa o chi, si prenderà la briga di trasferire, tra un balzo o l'altro di pensiero-sentiero immaginario, quello che ne rimane? Il flusso fognario o il guano prezioso delle sue feci-voci narranti? Dovrei organizzare i piani costruttivi e creativi, con un rallentamento graduale, in modo da responsabilizzare i vari pistoni del  motore nello scoppio dell'azione reale. Ma soprattutto per non affliggermi, quando la fragilità di questo codice residuo, imperfetto e imperituro, risulterà acerbo o guasto, al destinatario ultimo, se in fondo non  sarà nemmeno così lontano, nella sua sostanza, da un intricato labirinto fognario.

mercoledì 7 dicembre 2011

Kobo eReader:

martedì 6 dicembre 2011

Più libri: tutte le informazioni


qui

lunedì 5 dicembre 2011

Cybook Odyssey: il video

domenica 4 dicembre 2011

Comprensione dell'immagine e della parola.

L'immagine si comprende? Quanto deve essere perfetta, chiara, per giungere alla sua simmetria, alla sua perfezione nel monitor obitorio? Sento e avverto, nell'aria, desiderio di comprensione e di controllo dell'appreso. Contro la grande libertà del rapprendersi con l'unto di un codice nuovo.
Nemmeno più chiarezza. Le maestrine cicale scrivono e cercano nettezza, limpidezza, massima coerenza. Una scrittura dimagrante, con le mutandine pulite, che arrivi giusto nel segno torvo del disegno, sotto il frontino che sorregge i capelli: ma che ingegno! 
Un sapere che non si sente e che si possiede, sarà una forma di vuoto, una mutilazione.
Esiste una sensitività nel segno contro questi deserti dessert. E così si cataloga il facile dal difficile; il giusto dallo sbagliato; l'onesto dal disonesto; l'azzurro dal turchese e dal turchino e dal celeste. Quanto conta questo luna park di autopsie se non ti portano a una maturazione di sensibilità alla parola, ma soltanto a uno sviluppo dei femorali nell'estro ginnico? Per certe voci così compostucce e raffinate, Sanguineti è incomprensibile, così Gadda, e Miller è  invece turpe, con i suoi turpi Tropici.  E la ginnastica  non risuona nella sbarra del linguaggio. Un linguaggio, credo, ha fame di risonanze e di lunghi echi. Ecco perché partivo dall'immagine. La parola che scende nella mia gola, che appanna i miei occhi e che raggela e disgela le mie caviglie, al mattino, prima di  nascere o di morire contro il polso, ha un'affinità tremenda con quello che vedo o che sogno di vedere, contro l'artefatto del saputo e del pensato e dell'imparato a memoria. Ma ancora una volta si cerca sempre la punta del chiodo e la sua ruggine, l'errore e verifica anche nell'immagine, le trame dei colori e la loro intonazione all'abito esatto del pomeriggio.
Adesso qualche verso di alba, da Alfonso Gatto dal cuore marittimo e gigantesco. Una forma dolce di esorcismo,  in una Domenica sera di poca pioggia:

Sorgeva l'alba, le finestre chiare
sulla neve notturna, e già la rosa
del vento nella luce apriva il mare
al tratteggio dei gessi, alla mimosa

del sole giallo come fune; [...]

da L'Alba di Alfonso Gatto

sabato 3 dicembre 2011

Lessico e semantica (Vocabolario)

Che cosa è il lessico e che cos' è la semantica?
Il lessico rappresenta un insieme di elementi che costituiscono una lingua, quindi l'insieme delle parole, dei vocaboli e delle locuzioni che ne formano il tessuto, la parte viva e circolatoria
La semantica, invece, non rappresenta un insieme o un complesso di elementi o di parole, ma un ramo o parte della linguistica, che analizza nei dettagli il significato dei singoli simboli e anche delle loro relazioni nel raggruppamento. Quindi l'approccio di approfondimento mirato a svelare il significato non solo della singola parola, ma anche delle sue possibili sequenze sintatticamente definite di senso compiuto, come le frasi e gli enunciati.

venerdì 2 dicembre 2011

Sull'obbligo di esprimersi

Se oggi mi fermo a pensare, dalla finestra sento e vedo la pioggia. La stessa che attraversa il mio desiderio di comunicare e di esprimermi attraverso le mie parole. Le mie parole sono le mie nuvole. A qualsiasi grado di profondità, di dottrina e di competenza, avverto il pericolo di essere annebbiato dall'illusione delle mie parole da dire a tutti i costi. Nel sentirmi obbligato da un fantasma lontano, a doverle mettere in riga e propinarle ad altrettanti fantasmi, che non sanno nemmeno quello che dico. Che non sanno, che non sentono, che non capiscono di quello che dico e che non dico. Che non vivono quello che dico.
Non voglio sentirmi lo scudiero di un discorso lungo e incompleto, e mettermi in una fila interminabile di matti, perché la nuvolaglia delle mie parole si faccia chiara con una saetta gialla, o con il rutto bovino di un tuono. Credo che non abbia senso quello che penso di desiderare, attraverso il mio linguaggio. Quello che penso di desiderare non è la stessa cosa del desiderio di un linguaggio. La costruzione di un linguaggio è il filo spinato di un'esistenza in perenne combustione e discussione, o anche l'accesso a un nuovo spazio di libertà, se si parte con il passo giusto. Credo di provare nausea per quello che ho desiderato fino a ieri, delle mie parole nuvole, senza lampi. Del loro valore relativo, e della relatività di tutti gli incidenti e le incidenze che potranno incontrare nel loro vapore. Optare per un cambio di gestalt. Oggi la comunicazione è un grande prato notturno, illuminato a giorno. Mi sento soffocare nella lana viola del gregge color neon. 
Desidero un nuovo silenzio. Una luce notturna. Temo che le parole a cui mi addestro e che sto truccando per renderle tollerabili e commestibili, mi allontanino dalla mia vita. Non ha senso esprimersi per rotte ortodosse. Credo che la nausea mi sta aumentando. La nausea del desiderio di scrittura per la scrittura, che è il più grande maleficio che possa abbattersi su una sensibilità creativa. Come chiavarsi una donna per le sue scarpe e la sua pettinatura, e non riconoscerla più, dopo due ore, dal cambio di calzatura o di parrucchiere.
Non credo che sia importante diventare bravi nell'uso delle parole. Nemmeno eccellenti. Conta invece lo sfondo: cerco l'urgenza di un grande teatro, attraversato da spire di vento dalle quinte, dove poter attorcigliare paragrafi ai brividi di una prima. Di un'eterna prima.
Non credo che la bravura mi mozzi la nausea che preme nella mia gola, dallo sterno. Ho l'urgenza di riconoscermi in quello che faccio, attraverso quello che sente il mio fare, e non per quello che il mio fare mi dice attraverso le rotte degli altri. Voglio scindere l'attività dello scrivere dallo scrigno angusto di una maratona, per ritrovarmi con la mano sepolta nel fianco e il fiato spezzato. Preferisco una corsa vera e viva.
Vorrei avere il coraggio di azzerare ogni traccia. Vorrei cominciare ad azzerare e non a creare. Quando avverto la nausea, vuol dire che le parole stanno marcendo dentro, e la scrittura putrefatta attira larve di mosca carnaia. Non voglio scrivere dentro i vermi. Ho bisogno di recuperare una purezza e una tenacia, che mi scalcino via il disgusto che preme. 
Mi auguro di rimanere sopreso dalla nausea e dall'inquietudine delle parole per le parole, e di non realizzarmi attraverso un linguaggio, se questo non accenderà camini o non spaccherà vetrate.
Ha smesso di piovere. 

martedì 29 novembre 2011

Verba Agrestia 2011: la raccolta

sabato 26 novembre 2011

Il silenzio:

Concorso di poesie: Il silenzio.
Scadenza 31 dicembre 2011.
Partecipazione gratuita.

venerdì 25 novembre 2011

Primi passi di un sito:

Ho cominciato a pensare a un sito personale. Non che la cosa sia così indispensabile, ma è stata un'idea leggera e come tutte le idee leggere, che non mi assediano di troppi  pesi e ritorsioni nel solo pensarle, ho cercato di favorirla, con il suo stesso tactus.
Ho mosso allora i primi passi, perdendo qualche pomeriggio, per sperimentare un po' la formula che faccia un po' il punto della situazione, per quanto riguarda la mia avventura dello scrivere, o come scrive Bufalino: il batticuore dell'avventura. Mi auguro di poter lasciare delle linee chiare e semplici del mio percorso. Credo che sia importante avere delle linee chiare e molto semplici, come in uno studio a matita, da cui tracciare il proprio cammino, le proprie pause, quando si intraprende un sentiero nel buio, niente di più. Ho impostato al momento pochi elementi, come piccole lanterne magiche nella notte:
il primo riguarda il percorso bioblibliografico, che al momento occupa l'ingresso del sito: la sua Home , per dirla in soldoni (o soldini) – e non so bene se rimarrà per sempre in apertura, ma mi serve per fissare i punti essenziali, che ancora non conosco in una strada così dissestata e misteriosa di scrittura, ma mi conviene fissarli e ogni tanto andarmeli a guardare, consentendo a chi fa una strada simile alla mia, di fare lo stesso. Pura condivisione, una scheda per tenere il punto, niente di più; quel punto che fino ad ora avevo abbozzato all'occorrenza, per invii del materiale agli editori e  che serpeggierà ancora su qualche scheda autore di alcuni miei lavori, ma non ancora in uno spazio personale e controllabile con aggiornamenti. 
A seguire: una pagina con gli aggiornamenti, che ho chiamato News, e in cui lascerò traccia delle ultime pubblicazioni, delle cose che sento di condividere, di quelle ancora fresche di stampa e di fatica, per intenderci. 
Un altro settore che mi andava di inserire, era quello degli audiopodcast, e allora l'ho fatto. Una zona in cui riflettere o sperimentare sull'importanza di raccontare anche con la voce, in alcuni casi sintetizzare con le immagini. Sarà la zona dove aggiornerò i miei file audio e gli eventuali trailer delle mie storie o qualsiasi altro fattore similare, che abbia a che fare con la medialità, con la possibilità di iscriversi ed essere aggiornati dalle nuove puntate.
L'ultimo scomparto del mio piccolo treno a vapore, l'ho chiamato "Disappunti". È un contenitore di scritti, pagine di taccuino in prosa o in versi,  e anche di link a questo blog, o anche ad altri elementi di approfondimento, (recensioni, concorsi, selezioni, bozze, taccuini, foto) che potrà favorire, per il lettore, una parte del quadro dell'autore che gli mancava, che forse non conosceva o non immaginava di incontrare  – questo nel bene e nel male, naturalmente.
Al momento mi sono fermato qui, sempre in riferimento alle poche linee semplici si cui voglio tracciare il mio percorso. Proverò a lasciare a questi vagoni lo spazio che richiedono, sperando che il mio strano cammino possa giustificare una testimonianza, anche minima, di sintesi e di analisi di un certo paesaggio, in sinergia con gli altri spazi che gestisco, come questo, che sto cercando di mandare avanti nel modo più semplice e naturale possibile.
È tutto qui: Luigi Salerno

mercoledì 23 novembre 2011

23 novembre 1980:

La mutilazione di un luogo diventa l' arto maschio monco,  
il torsolo vivo di mela cotogna, la dolce azzannata radice 
sfoca la tannica colpa di una Domenica mattina più felice.

martedì 22 novembre 2011

Sanguineti: Dante nel 1965

sabato 19 novembre 2011

Fuga dal Medrano: versione audio in mp3 Free


Versione audio del mio racconto "Fuga dal Medrano", selezionato tra i migliori dieci racconti, nel Concorso Libriamo 2010, dedicato alla figura di Giovanni Comisso.
Il concerto per pianoforte e orchestra in La minore di Edward Grieg, è utilizzato sotto questa licenza Creative Commons  da questo sito.

venerdì 18 novembre 2011

Sfida su Starbooks e racconto derivato: È così:

Ieri pomeriggio la redazione di Starbooks ha lanciato una simpatica sfida letteraria, con un canovaccio su cui lavorare con un intervento di editing e anche con eventuali modifiche, variazioni, parodie, miglioramenti. Tra i miei quattro contributi, il primo, anche trasgredendo lo spirito dell'operazione, è quello che reputo il più riuscito. C'è da dire che ho innestato, in zone diverse del racconto, le parti della piccola struttura di riferimento, che è ampiamente riconoscibile nelle varie zone della storia. 
 Ringrazio gli amici di Starbooks per la simpatica opportunità.
A voi il racconto:


                                                                     È così


“È così è morta”.
“È morta così…”.
“La stronza è morta”.
“Non si dice questo dei morti!”.
“Delle stronze morte sì”.
“Non mi piace che parli così di una persona appena morta; era ancora così bella, poi…”.
“Una bella stronza, allora”.
“Ancora, ma dimmi, Eugenio, lo fai apposta o cosa?”.
“Perché te la prendi tanto, adesso?”.
“Perché non è da te, e poi mi pare di vederla…sempre sola soletta, che ti voleva un bene, non è giusto parlare così”.
“Davvero? Non mi pare che mi voleva un gran bene”.
“Lo sai che te ne voleva, invece”.
“Sarà…”.
“Mi sembra di vederla, con i sacchetti della spesa e le bottiglie di vino e di liquori, che sbattevano tra di loro. Sempre un po’ curva. Che triste andarsene così, senza nessuno. Solo adesso i figli e i nipotini hanno riempito il giardino. Mai visti prima, ci hai fatto caso?”.
“Nella sua villetta non è venuto mai nessuno. Non aveva nessuno, tranne me e te e il fornitore di liquori”.
Lo vedi, lo vedi che allora non è giusto? Solo perché beveva?”.
“Non era stronza perché beveva!”.
“Se lo dici ancora una volta, Eugenio, giuro che mi metto a gridare. Nemmeno a una viva l’ho mai detto, e solo perché non prendevi dei buoni voti”.
“Non aveva simpatia per me quella bella…”.
“Per favore! Che cosa ti ho detto!”, guardandolo dietro gli occhiali doppi.
“D’accordo, una professoressa di filosofia, con la passione per Hegel, che fumava in classe e forse mi stimava e mi voleva un po’ di bene, sì, ma è stata troppo severa”.
“Io vorrei vederla, un’ultima volta”.
“Ma che diavolo dici, Anna! Se non c’è nessuno degli alunni, e poi mi ha anche bocciato”.
“Io vorrei vederla, che forse siamo ancora in tempo. Altrimenti finisce che mi brucia per tutta la vita”.
“Io non me la sento, e poi lo sai che a me viene il nervoso. Ai funerali non mi so comportare: l’odore dei fiori, le persone troppo serie, a volte mi fanno ridere e non mi so trattenere”
“Bello stronzo!”
“Allora l’hai detto!”.
“Sei vivo e te lo meriti tutto! Io adesso vado a salutarla, tu fai quello che ti pare. C’è ancora la porta aperta, guarda, ci sono anche Frasca e Di Renzi, li hai visti?”.
Anna si affrettò verso la villetta a schiera bianca, con il suo fazzoletto di giardino sul davanti, disseminato di palloni, biciclette e arnesi da giardino mezzo arrugginiti.
Salutò i due vecchi compagni di classe, e intanto si domandava su quegli affari in giardino, che non aveva mai notato prima, oltre alle buste con i vuoti del vetro, che la professoressa lasciava sempre accanto al cancello.
“Sono i nipoti con i loro figli, si sono già insediati nella casa”, le disse Frasca.
Anna si fece coraggio ed entrò dentro. Inciampò con una scarpa in un pedale di bici, coricata sull’erba, poi si riassestò.
Eugenio rimase imbarazzato. Poi si fece forza ed entrò nel giardino. Alzò una bicicletta, la inforcò e cominciò a girare all’impazzata, con le lacrime che gli rigavano il viso, fino al collo della camicia.

mercoledì 16 novembre 2011

Mi auguro

Identificarsi con le proprie parole, barricarsi in un regno fatto di sole parole, come in una villa isolata e piena di luce. Anche se perfette, armoniche,  funzionali agli intenti più alti e raffinati, queste parole saranno l'inizio di un incubo se non accompagnate da altro, che sia inscrivibile e impensabile. La soglia suprema per addentrarsi dentro un incubo.
Mi auguro che un processo di scrittura si snodi nel mistero e non nel misero di un solo luogo codificato e ambìto perfetto. Io scrivo parole perché queste parole siano perfette e mi rappresentino superiore e perfetto attraverso di loro. Benissimo:
scrivo per la mia idea di bellezza? Scrivo per la mia voglia di seminare bellezza? Credo di conoscere tanta bellezza da poterla condividere, o da dettare leggi in merito? 
La bellezza vera non ha luoghi definiti e va cercata e avvertita al di fuori dell'esercizio. Va vissuta. Quando si è storditi dal colpo di nuca della bellezza, dopo aver divorato spaghetti, luna park notturni nei lumi di carta, lunghe passeggiate solitarie senza una meta, e forse si avrà qualcosa da raccontare a qualcuno. La grammatica nel bello è dentro la scatola di Faulkner, dove dentro ci sono le stelle del cielo. Una scatola da tenere aperta e dove mettere la bocca e ingoiare lo sputo freddino del blu, prima di spegnere tutto e addormentarsi stremati in una notte dolce di temporali. La musica contemporanea e quella dei pastori, l'arte, i disegni incompleti dei bambini, le righe storte e l'odore forte del sipario di un teatro vuoto, il vento finto sulla scala mobile e quello stregato che sbatte nelle cosce grosse di un bosco, saranno il mio luogo di bellezza e di ignoranza davanti al bello, come di impotenza davanti a un fenomeno violento della natura. Il mio ricongiungimento tra reazione di eventi vissuti – senza volontà di registrarli – e relazione di conoscenze e congruenze.
Descrivere la luna dalla parte di un lupo e non più del poeta, è l'unica speranza per sentirsi moderni, senza fare i moderni. La più ardua, perché è preconcettuale ma ha poi bisogno di codifiche leggere. 
Lo scrittore non aspetta l'uccello sul ramo, con la macchina fotografica, ma diventa quel ramo, fino a spezzarsi, quando il volo del volatile succede allo sparo o alla fiondata di una sassaiola.
Mi auguro che non ci si senta vivi e pulsanti per quello o per quanto si è scritto. Se questo avvenisse, il mio sangue sarebbe nero e vestito a lutto. Non posso sentirmi vivo solo per quello o per quanto scrivo. Ma per come e per quanto vivo. Ancora troppo poco. La fame, la fame dovrebbe aumentare, nelle ginocchia, una fame di qualcosa di ignoto.
Uno scrittore non dovrà misurare la sua vita sulla quantità e sulla qualità delle sue parole scritte, ma sulla fame dell'esistere.
Non può sentirsi invisibile quando il foglio è bianco come la neve. La bellezza e la quantità delle sue parole, saranno la conseguenza di un regno privato e benefico, fatto di tanto altro, di cose imprecise, disordinate, erronnee e incompresibili, ma necessarie per dare un senso alla ricerca consapevole di un ascolto. Quando scrivo io mi ascolto, e allora mi basto. Il resto, intendo quello che accadrà, sarà sempre inferiore alla capacità di ascoltare il radar della mia esperienza autentica nell'atto di uno sviluppo. Il grosso rischio, che avverto, è cercare l'effetto e l'affetto di un'esperienza attraverso l'esercizio delle parole. Dare alle parole il contenitore e tutto il contenuto dell'esperienza. Sperimentarsi attraverso il luogo e l'esattezza logica delle parole e non dedicarsi anche al passaggio antiutilitaristico di una visione analfabeta e primitiva delle cose. Un nudo di donna negli occhi di un orco ubriaco, la coda di un cane o di una cometa davanti a una vecchia che fila la lana e prende sonno, il tutto come giallume sparso di un limoneto, da cui succhiare l'odore e bruciarsi gli occhi. E sentire tutto il possibile con fame, prima di dire del proprio morire di amore per quello che si vede e che ci sarà poi da dire, e non per come è bello quello che si scrive. Il pavone non conosce la sua ruota. La sua ruota conosce il pavone. 
Dire quello che avviene e non quello che conviene.
Mi auguro che tutti questi propositi, nel mio caso, non rimangano soltanto parole.

martedì 15 novembre 2011

Fuga dal Medrano, di Luigi Salerno, tra i migliori racconti del Concorso Letterario Nazionale Libriamo 2010


Ecco l'elenco dei migliori dieci racconti pubblicati in cartaceo, in occasione del Concorso Letterario Nazionale Libriamo 2010, dedicato a Giovanni Comisso. Giusto questo pomeriggio, ho ricevuto alcuni testi della pubblicazione in cartaceo: BESTIALE! LA MIA VITA CON GLI ANIMALI, testo curato dall'Associazione culturale ZOING! Bassano del Grappa –Vicenza.
Come sempre ringrazio di cuore la giuria e tutti gli organizzatori, per l' attenzione alla mia scrittura e per la bellissima opportunità di scambio umano e culturale.
Ecco i dieci testi presenti nella pubblicazione:

TRE ZANZARE  di Luigia Bencivegna

L'ORCO E LE API  di Daniele De Sillo

CICO IL CANE  di Rodolfo Vettorello

IL GATTO NERO di Franca Tamai

ANIMAL DOWNLOAD di Umberto Forlini

FUGA DAL MEDRANO di Luigi Salerno

IL GABBIANO E TOLOMEO di Alberto Cordaro

UNA VECCHIA VENDITA  di Bruno Bianco

POCO PELOSI  di Valeria Mancini

IL SORPASSO ANIMALE  di Marco Cattarulla

Se devo pensare a un buon climax. Lo scrittore cecchino:

Se devo pensare a un buon climax, di solito riesco solo a immaginare sensazioni, difficilmente costrutti troppo logici. Uno scrittore dovrebbe essere riuscito a creare un buon climax, quando il suo lettore si sentirà centrato nel mirino da una possibile pallonata, di passaggio per un giardino pubblico o per qualsiasi luogo dove si sta giocando. Il tiro del ragazzo non è ancora partito, ma il gioco è violento e non vi sono punti di riparo. Il passante-lettore, si trova esattamente in un bersaglio, in uno dei cerchi, senza riuscire a immaginare quando scatterà mai il piede del cecchino su quel pallone e quanto vicino, vicinissimo o nel pieno della sua vacillante posizione.

lunedì 14 novembre 2011

Parola per parola. Convegno Internazionale di poesia:


Parola per parola - Convegno Internazionale di poesia

“Anterem” invita gli appassionati di poesia, filosofia, teatro, musica
agli eventi conclusivi del convegno internazionale
 
PAROLA PER PAROLA
CONVEGNO INTERNAZIONALE DI POESIA
 
Biblioteca Civica di Verona
 

Sabato 19 novembre, ore 10.00
Incontro con Franco Rella
 
vincitore del Premio speciale della Giuria “Opere scelte” Lorenzo Montano.
Gli studenti del Liceo scientifico Fracastoro mettono in scena la sua pièce teatrale Vigilia rationis.
Intervento critico di Susanna Mati.
 
 
Sabato 19 novembre, ore 15.00
Poesia a teatro
 
Jana Balkan e Isabella Caserta del Teatro Scientifico leggono poesie di Ingeborg Bachmann, Yves Bonnefoy, Paul Celan, Edmond Jabès, Silvano Martini, Andrea Zanzotto, Osip Mandel’štam, Arthur Rimbaud, Marina Cvetaeva, Friedrich Hölderlin.
 
 
Sabato 19 novembre, ore 18.00
I vincitori del Premio Lorenzo Montano
 
Premiazione di Mariangela Guàtteri per “Raccolta inedita”;
Paolo Donini per “Opera edita”; Giovanni Infelìse per “Una poesia inedita”;
Tiziano Salari per “Una prosa inedita”.
 
 
Sabato 20 novembre, ore 11.00
Poesia in Concerto
 
Concerto a cura del Conservatorio “Bonporti” di Trento/Riva del Garda.
Musiche originali dei compositori Flavio Carlotti, Luca Borgonovi, Raffaele De Giacometti, Loris Sovernigo, Michele Callà, Fabio Conti, Damiano Simoncelli, Raul Masu, Valentina Massetti.
Per ulteriori informazioni su ogni singolo evento
e per prendere visione del programma completoche prevede altre importanti occasioni di incontro:
www.an

domenica 13 novembre 2011

Sull'arroganza e sul dire o gridare per il dire

Ricordo una passeggiata con mio padre, ricordo esattamente un punto di strada di questa passeggiata, eravamo in via Scarlatti, dove mi parlava. Ero ancora piccolo, e mi parlava della descrizione della Gita al faro della Woolf. Mi faceva rivivere, attraverso la sua voce calma, eravamo appena in salita, i dettagli di quella lettura, quelle luci e quelle trasparenze che non mi hanno più lasciato e che impregnarono di vita e di grandi schiarite gran parte di quel nostro pomeriggio solitario. E ancora, nel tempo, Petrarca, Tasso, Whitman, Dylan Thomas, Joyce, Mann, Gadda, Miller, Hölderlin, Cervantes, Proust, Bertolucci, Gatto, Melville, Conrad, sono appendici naturali di quel contatto, scoperte svelate nel tempo per sentieri più vari e oscuri, ma con quello stesso approccio di mistero iniziale di una passeggiata.
Ho imparato ad amare la letteratura con questi tempi, con la delicatezza di un regalo, e non come una forma di dominio. Purtroppo sento gridare, anche da persone che non hanno molto a che fare con la scrittura, ma che devono in qualche modo dire la loro, – tanto la rete è aperta –, e allora anche una sassata, che cosa importa. Anche una sassaiola di grida, che cosa cambierà! (Parlo soprattutto di Facebook, almeno per quello che ho avuto modo di esplorare).
E quindi mi accorgo che molti usano il dire, spesso violento e arrogante, per il gusto del dire, del gridare e del distruggere. Anche se i loro interessi saranno diversi, devono lanciare a vuoto il loro sasso. Il problema è che questo tipo di suono, non lascia lo spazio e nemmeno il tempo per capire e per trarne un beneficio o un insegnamento, dal momento che i sassi non hanno mai insegnato nulla, ma solo lapidato.
Io posso vantarmi di aver dato ascolto, a chiunque me lo abbia chiesto – ricordo ancora i testi di qualche anno fa, del progetto Repubblica, che mi furono sottoposti – con l'umiltà e con la voce bassa, ma senza aver mai lanciato una sassata a nessuna persona al mondo che scrive o che tenta di farlo. Ho sempre cercato di trovare del bene, e di non fare il matematico delle virgole, dei lemmi e dei sintagmi, perché non solo queste strade misurano l'intensità e la profondità di un testo, ma ancora tanto altro.
È tutto.
Mi auguro di  trovare in rete più musicalità e meno rumori. 
Mi auguro che chi farà anche commenti di poche righe, si ricordi che il dire e il parlare sono cose importanti e vive, come  strumenti da far vibrare, e non sassi muti o rutti da scagliare nel vuoto.
Un saluto Domenicale e intenso.

Sera in Aprile:


Cominciano a sera le prime chiare;
dal frontale rosa un filo di valico,
distese di vino tannico e bianco
le voci sono ricolme del mare.

La campagna notturna udrà lo stellarsi,
sul prato madido della Domenica: e pian piano-
da non sembrare una schiusa viva-, nemmeno
sbrinandone il passo a quello stonarsi

del tuo svogliato flou il terso canticchiare
che ti disvela, come un'asina dolce, insulare,
in quell'aria atroce e magica del ritornare.


giovedì 10 novembre 2011

Andrea Malabaila: Video di Montesilvano. Festival della narrazione:

mercoledì 9 novembre 2011

Little Brother Live:


Little Brother Live, coming to Custom Made Theatre from Pauline Luppert on Vimeo.

Lo spettro di visione

Credo allo spettro di visione in un processo di scrittura. Credo che sia il seme.
Mi guardo intorno e avverto altre priorità. Uno scrittore  deve maturare una capacità e uno spettro visivo, che giustifichi l'attenzione richiesta, il tempo di un lettore. Altrimenti la sua è una rapina.
Credo che vi sia un po' di confusione, tra efficacia, popolarità, comunicativa e riscontri immediati di questa comunicativa – tra l'altro si può essere comunicativi e scrivere male, ma questo non lo si dice mai. Venendo alle priorità, mi accorgo che la qualità e la grana di visione di uno scrittore, è dimenticata da molti, e spesso viene analizzata l'ortodossia o forma di culto della pagina, come spettro madre. La ricerca della perfezione a discapito della percezione. La forma e la regola della forma come condizione imprescindibile. Uno scrittore deve occuparsi anche di parole, ma esiste un intero mondo invisibile che deve percepire e trasmettere al di là delle lettere. Ed è qui che comincia il dramma.
 Il livello generale di chi si occupa di scrittura è piuttosto alto.  Scritture molto dirette, in rete ve ne sono diverse, ricche di consensi e di appariscenze. Io la chiamo la scrittura Sig Sauer, è una mia invenzione, un mio personale codice per evidenziare un certo approccio alla pagina. Per chi non lo sapesse, Sig Sauer è il nome di una pistola semiautomatica, una scrittura snella, tagliente, fumante, plastica. Credo che in diversi casi sia corretta allo spasmo, è fornita di un kit di editing e non sbava di una virgola. Ma in molti casi non vede.
Che cosa significa vedere o non vedere quando si scrive. Vuol dire splancare certi canali sensori e certi strati di osservazione nuovi in chi legge. Vuol dire dilatare uno spettro cognitivo e visivo, che attraverso la parola scritta, rivaluti e riqualifichi l'universo sensibile che ci fa vivi.
Lo spettro di visione è anche una ricerca faticata, che non ha niente a che vedere con la ginnastica ritmica dei paragrafi, ma con tutto l'impianto complesso e vibrante dell'immaginazione. Quando descrivo una ragazza in un certo luogo, posso disporre come scrittore di vari piani prospettici, di varie inquadrature, per ritrarla non solo nella fedeltà di chi in quel momento non mi è dentro o non mi è accanto, se sto descrivendo una cosa vista davvero, ma per incastonarla nella mia percezione di quell'attimo, che non sarà la stessa di ciascun testimone potrà attraversare quel punto di strada in quello stesso istante insieme a me. Quella ragazza verrà moltiplicata per tanti intrecci e incroci paralleli e individuali, diventandone cento o trecento in quello stesso istante, se consideriamo quanti altri ospiti indesiderati si insinueranno in quel frangente di osservazione.
L'obiettivo della mia descrizione, sarà quello di fotografarla da un mio piano e non da un suo. Di restituire la ragazza attraverso un mio occhio-occhiale privato, che riesca a distinguere le priorità e separare il mio intento dalla mera oggettività o visione comune o cronaca del fatto visivo.
Qualcosa che mi ha colpito molto e che in quell'istante poteva essere riduttivo o superfluo, ma che rappresentava e ancora rappresenta la chiave di accesso alla tensione del soggetto in espansione, rifrazione, coesione in quell'esatto frangente, con le mie dinamiche più oscure ed espanse, rifratte e coese del mio occhio. Quello naturale e non pensato.
Ribadisco che un'immagine da descrivere sarà scevra da un meccanismo di pensiero o di calcolo visivo, o bilancio. Non dovrò mai pensare a quello che vedo o a quello che conviene che veda, perché è quello che amano vedere gli altri – questo è uno dei più grandi difetti di molti giovani anche talentuosi. Devo vedere l'irrazionale, ma il primo lampo naturale che il mio spettro animale e selvatico di visione, in quell'istante preciso e non deciso, mi consente, senza legarlo a nessuna politica economica. Scegliere la visione che ameranno vedere gli altri, e vederla con gli occhi degli altri, vuol dire non vedere più e circondarmi di un branco di lettori ciechi come me.
Mi dispiace deludere i matematici della scrittura, ma in uno spettro di visione non esiste economia, non esiste utilità nel processo di combustione dell'immagine, ma esiste un colpo diretto, da prendere e da incassare, da subire e non da calcolare. Il suo livido da tradurre in qualcosa di comunicabile, quando passerà lo stordimento e avrò ritrovato pace. 
Quel particolare che mi sceglierà o che capterò tra tanti, sarà stata la radice del mio spettro di visione, e nessun particolare alternativo potrà restituirmi un' immagine di quella situazione più autentica, in grado di avvicinare anche il mio lettore al percorso intangibile e renderlo vivo con una sua nuova esplorazione parallela di quello stesso contatto o molestia visiva. In quel momento offrirò un'opportunità creativa. Con la dinamica di uno spettro creativo molto ampio e sensibile, lettore e scrittore saranno avvinghiati dallo stesso compito, inquinati dalla stessa presenza occulta o fenomeno visivo del soggetto ritratto o ripreso, senza che nessuno dei due dovrà compromettere l'equilibrio originario di visione, per accontentare l'attitudine di una visione popolare e di successo dell'oggetto-soggetto.
Non credo che sia importante quanto sia perfetta la fedeltà formale all'immagine. Il peso della ragazza, i suoi colori, i suoi collant o le sue ideologie. Conta il contrasto con la propria capacità di sogno e disegno, dove deve insinuarsi in controluce lo spunto per ritrovarsi nei sogni e nei disegni che potrebbe aver fatto chi mi legge se fosse stato al mio posto in quel momento. Tanto più bravo e sensibile sarà quello scrittore-medium, che riuscirà a rendere visibili cose che in quel momento non si sarebbero viste, facendo in modo che al prossimo impatto su di una figura simile, si varierà e si dilaterà anche il personale approccio o spettro di visione di  lettore-osservatore.
l.s.

lunedì 7 novembre 2011

Libri e lettori e scrittori. Scrittura e amore per la scrittura.

Molti libri si avvertono quando non ci sono, spesso molto di più di quando li stai leggendo e li hai davanti agli occhi e tra le mani. Questo non avviene spesso, ma quando avviene è il segno che è successo qualcosa di inspiegabile, che ti riporta verso quel luogo indefinito, impalpabile, creaturale, che è un linguaggio scritto.
La fase di attrazione può rivelarsi nel periodo della lettura, in momenti della giornata fra i più svariati, dove l'idea di ritornare alle pagine interrotte può significare un approdo, un appuntamento segreto con una propria parte lasciata in attesa, un'amante, una sala corse o di ballo, ricolma di fumo. Molte volte, il lettore e lo scrittore, durante la pausa e in tutto il resto del tempo in cui il luogo libro rimane chiuso, rimangono sospesi in un luogo terzo, che non è più il libro, ma nemmeno la vita reale, ma l'intercapedine tra i due stadi, dove avviene l'effetto o l'affetto di risonanza nella distanza, e dove si svincolano le stesse pulsioni creative di chi scrive. Anche il lettore in quel momento è toccato da quel magma che ha creato ma che continua a creare e a crearsi, attraverso la sua attenzione e tutti gli effetti successivi e imprevedibili di quelle parole nella sua vita. L'effetto della risonanza può avvenire anche a libro finito, per un certo particolare di richiamo, una consonanza, una coincidenza o stravaganza. Una sorta di esca naturale di finzione, che si avvinghia al proprio vissuto dopo un lancio maestro di surfcasting. Lo scrittore in quel caso ti ha toccato. Un grande libro è una mano addosso nel buio. Non ti dà il tempo di pensare di chi sia, anche nel balzo sei sorpreso, ferito ma preso.
In altri casi, lo stesso desiderio di ritornare nel luogo della lettura, è lo stesso a desiderare che quel momento si protragga il più possibile, non avendo la certezza che con una nuova esperienza di lettura, il richiamo possa ritornare con quella stessa forza ed efficacia, o con quello stesso fascino, tenerezza che sia. Per cui si è tentati di rallentare, di scanzonare e lasciar perdere, per amplificare l'effetto e sperare che quell'amico che ti sta aspettando non muoia mai. In effetti in un'esperienza profonda di lettura, si toccano e si vivono i passaggi fondamentali dell'attacco, del distacco e della perdita. 
Uno scrittore che riesce in questo, a conquistare un momento di un'altra vita, lo farà con strumenti invisibili, che quasi mai saranno connotati in sistemi o metodi precisi.  Più sarà incastonato in un mondo di simboli perfetti, scorporati da tutto quello che non si vede e che non si sente ancora del suo movente di espressione, e più si perderà l'inizio dello spettacolo, dove la torcia della maschera non arriverà. 
Scrivere con un certo stile, non garantirà di essere lancinanti in un momento della giornata, e per ciascun lettore al mondo, avverrà una diversa sensazione alla separazione momentanea dall'esperienza letteraria. E lo stesso impulso o desiderio di arrivare a qualcuno, sarà fallimentare, così come lo stesso lettore non avrà un metodo per riconoscere o trovare il libro e lo scrittore che lo attraggano nel vortice.
Credo che è nel circuito di questo sogno, che il leggere e lo scrivere devono nutrirsi e completarsi, nello stesso alveo creativo dove il pensiero narrato non è più possesso, diritto, territorio esclusivo, ma diventa ancora dell' altro. 
Le parole e le loro regole, giunte alla superficie cosciente, alla clausura del vocabolario, hanno già esaurito la carica vitale del primo sforzo imploso. Hanno già perso la testimonianza corporea del dolore di dire – adesso pensando al bellissimo convegno di Cistelecan, a cui ritorno spesso, forse nello stesso agguato. La regola dell'espressione è sempre dettata dall'ostacolo e dal dolore di dire e di dirsi, e non dalla codifica del dire giusto. E dal non detto, come certezza e cantus firmus di chi dice. Il contratto a vita con un certo tuo mai, che pensavi di svelare ma che ti rimane dentro. 
La scrittura è un processo di grande intimità con la vita, con il proprio approccio sensitivo alla vita, e alla necessità di tradurlo o di deformarlo in una particolare forma di linguaggio possibile e imprevedibile, quella che traumatizza l'atto creativo. Non credo che si possa sperare di essere felici in un'esperienza del genere. Personalmente ogni attacco a un testo, soprattutto in forma passiva, di rielaborazione e di processo organizzativo, è un trauma, una molestia, una maledizione. E se arrivi a dire davvero, non sarai mai capito. A volte come, o peggio, di una fila di ore alla posta, di una telefonata indesiderata, non appena varcata la soglia di casa.
Non credo di scrivere per amore della scrittura. Non posso amare la scrittura più di quanto possa amare la mia merda. Non credo al gesto romantico della passione. In fondo, al dunque, è un affare pieno di pericoli e di insidie, perché non è controllabile e ti spinge a dover dire quello che speravi volessi dire, e lasciare in un autobus di notte con la scritta deposito, tutto il tuo non detto, che darebbe il senso a tutto il sogno del viaggio. Non credo all'amore per le parole. Non posso amare le parole, le mie parole. Vanno amate le persone, i cani randagi e i paesaggi, ma non le proprie parole. Non ha senso amare le proprie parole. Devo partire da altro, dal mio trauma inespressivo, dove si può sperare di riprendere il contatto con il proprio linguaggio. Un affare molto interno e privato, che non c'entra con l'amore. 
Dove si è soli. 
Senza questo piccolo particolare, le parole non sono e non saranno nulla. Zampe di insetti. Per cui nessun sistema, assioma o corollario al mondo, potrà sperare di creare una speranza di richiamo, quando il libro è chiuso e si investiga solo sul codice dello strumento, e non sull'universo ferito dello strumentista.
Nell'intervista al regista Peter Weir, in relazione al suo film "Picnic at Hanging Rock",  si parlava dei personaggi femminili, quelli che poi si perderanno durante la gita, come creature capaci di vedere le fate. Fin dal primo mattino, quando si pettinavano e si allacciavano a vicenda i corsetti, avvertivano il presagio della perdita ma anche della bellezza. 
Non credo che vi sia esempio più calzante, per definire lo spettro di visione necessario per un affare creativo, e per una perdita...Dove non c'è e non ci sarà mai piede.
Scrivere è andare così dove non si tocca, e anche leggere. Sarà quello allora il luogo del richiamo? Quello dal quale sono partito? Una sala corse o di ballo, ricolma di fumo...

domenica 6 novembre 2011

Il camposanto di nevi

Una mia piccola prova, ospitata su Lieto Colle:

Congiunzioni e punteggiatura. Visione visiva e sonora.

I momenti riflessivi e anche quelli di crisi, costituiscono una fase di crescita. Non ne ho dubbi. Soprattutto quando si rileggono i propri scritti sotto un'altra luce, o dando importanza a fattori che semmai venivano messi in secondo piano. In effetti è proprio quando un testo comincia a ripulirsi e a farsi più arioso e comunicativo, che il peso dei particolari si avverte di più.
Vengo al punto:
punteggiatura (nel nostro caso virgole) che accompagnano una congiunzione o situazioni diverse.
Le regole.
La virgola segna la pausa più breve; essa può dividere nell'interno d'una frase una parola dall'altra, oppure, in un periodo, una proposizione dall'altra. Fra tutti i segni d'interpunzione la virgola è il più lieve e il più discreto, ma anche il più espressivo. (Battaglia- Pernicone: La Grammatica Italiana).
Dunque, abbiamo a che fare con materiale vivo, che non interessa solo l'aspetto più formale, ma va a interessare strati più vari e profondi. Ecco perché ragionarci, mi dico.
Nella scorsa classificatoria del suo impiego si citano: le enumerazioni di nomi, aggettivi, avverbi; un inciso nell'interno di un pensiero; quasi di norma anticipa una proposizione (per le relative la questione si fa più complessa, dal momento che la virgola andrebbe omessa quando il pronome relativo è legato al suo nome con valore determinante). Andando ancora avanti: collegamento di proposizioni coordinate; divisione del complemento e distinzione di subordinazione tra le proposizioni, in cui la virgola risulta indispensabile. Ma questo non è ancora un impiego espressivo della virgola. Non ancora, secondo me.
Mi accorgo che quando penso una frase, o a un flusso di frasi, queste vengono corredate da una punteggiatura interna e intrinseca, che ne svela le dinamiche di tensione, la tensione del dire e dello scrivere – l'indicibile e l'inscrivibile –, nella loro origine non pensata o non ancora cognitiva, come fossili della frase, accorpati nella stessa oscurità del loro abisso. In questi casi nascono i problemi, quando la punteggiatura diventa spasmo, flutter atriale della voce narrante o dialogante, e non più oggetto di ripristino o faro di emergenza – mi auguro non oggetto di culto, ci mancherebbe anche questo!
Si parlerà quindi della vivacità, del ritmo, di fattori popolari e di alcune particolari direzioni e dinamiche da imprimere al testo, che affideranno a questo piccolo segno, così discreto, la redine per frenare o per slanciare in un abisso una giumenta perduta.
In quei casi le regole possono cambiare, perché la visione diventa sonora, si ribalta verso un altro piano, quando nella scrittura si immagina la voce che dice. Il suono e le sue regole. Il testo non si legge solo con la  scorsa dell'occhio, ma anche con le orecchie, scorgendovi il filo di respiro o di bava di chi lo sta vivendo in quell'istante. Pause eccezionali, a volte arbitrarie e non necessarie o indispensabili, prenderanno a modulare una linea di condotta più interna, che non si occuperà delle proposizioni, ma delle immagini inquadrate nel testo e della loro gerarchia all'interno di una tessitura. La pausa perché l'occhio si fermi e si intrattenga. In certi casi anche tra soggetto e verbo, quando va sottolineato e marcato il senso di un  predicato verbale. 
C'è anche da dire che le forme stilistiche più moderne tendono a disseccare al massimo i segni d'interpunzione, così come certa poesia contemporanea.
Non contento, sono andato a esplorare quattro diversi mondi di scrittura, dove ho analizzato, da alcuni stralci, i vari usi della punteggiatura, per trovare forse pace...
Jerzy Kosinski, da L'uccello dipinto:
"Ricordavo i miei complicati tentativi, e come essi avessero sprigionato nel corpo della ragazza alcuni languori..." Era indispensabile questa virgola? Per una questione sonora sì. Per una questione visiva no.
"Quegli uomini sapevano che le loro mogli e le loro figlie desideravano Laba, e lo umiliavano..." Qui sembra una ripresa di fiato, meno soggetta a dubbi.
Ancora: " Laggiù, tuttavia, ero abbastanza sicuro dalle incursioni, e non troppo in vista".
Victor Hugo , da I miserabili:
"Ora mettiamo al riparo il suo cadavere, e che ognuno di noi difenda questo vecchio morto...", siamo nel cuore di un dialogo, con il cadavere di un vecchio, nei moti del giugno 1832. Lo scrittore deve centellinare ansia, scalpitio del cuore. La punteggiatura accompagna l'azione, tra l'altro senza la virgola avrei sentito un senso di piattezza. Nei dialoghi la punteggiatura è vitale.
"...il solo che non avesse abbandonato il suo posto, e fosse rimasto in osservazione", anche qui, Hugo adesso narra, ma è calato dentro l'azione. Le sue pause sono pause eccezionali o di scuola?
Javier Marías, da Domani nella battaglia pensa a me:
"C'è un grado d'irrealtà in quello che è capitato a me, e oltretutto non ancora concluso, o forse dovrei usare un altro tempo verbale, quello classico nella nostra lingua quando raccontiamo, e dire quello che..."
"...ma come avrei potuto telefonare al marito, che oltretutto era in viaggio, e nemmeno conoscevo il nome per intero".
"per il figlio vicino, che ignorava il mondo sotto lo stesso tetto, e per il padre lontano".
"l'odore, il reggiseno, il nastro, e sul nastro voci".
"tutto può essere ridicolo e tragico a seconda di chi lo racconta e di come si racconta, e di chi racconterà la mia morte...".
"Mi è venuta voglia di sedermi nella mia poltrona a fumare, e a leggere un bel libro".
Infine il Sanguineti di Rebus,  che apre un mondo di sfumature e di ritmi, dove rimane solo il sangue del cuore a decidere tempi, pause e cesure:
"il mio segreto, se ci tieni, è, in ogni tempo e congiuntura, questo: è la mia fedeltà"
"Un uomo, che porta un GE sopra una spalla destra, suda, per una sega".
Non credo nemmeno che si  debbano necessariamente separare le regole del poetare da quelle narranti. Il poetico è un fattore mobile e mutante, come il muco rosa o la mousse di una medusa, che può attecchire e bruciare in ogni luogo, dove ci sia lo spazio per avvertirlo o anche per ingoiarselo vivo, con tutti i rischi, gli azzardi e gli orgasmi che questo comporta.
Credo che sia necessario ragionare sulle proprie scelte di punteggiatura, esplorandone motivazioni di utilizzo nei relativi contesti. Quando si scrive è importante saper motivare all'occorrenza le proprie scelte, individuare i propri vizi o vezzi, ma sempre dopo essere passati per la visione sonora. Per me alcune riflessioni diventano motivo di grandi crisi, ma anche di grande divertimento, nello scorgere le possibilità infinite che si celano in un'avventura di scrittura!
È tutto.


venerdì 4 novembre 2011

Passaggio a livello su Starbooks Coffee:

giovedì 3 novembre 2011

Il blog di saRamandra e il suo mood ciclistico


Credo che la rete sia una fonte inesauribile di possibilità e di belle scoperte. Credo che lo sia, se vissuta però con lo spirito giusto. Non penso che sia un ingresso secondario o di servizio. La porta socchiusa con la buona musica, per attirare ragazze carine in un compleanno di quasi solo ragazzi. Basta visitare questo blog, che ho scoperto per caso, attraverso un link di Starbooks Coffee, per scoprire quanto vi sia di buono e di originale in giro. 
Di  solito mi imbatto in strane discussioni, con persone che separano la loro attenzione alla parola scritta, ai luoghi eletti di frequentazione e di consumazione della stessa. In effetti molte persone credono che esista la verità professionale – quasi sempre cartacea, naturalmente –, e poi la discarica del web, dove ogni tanto può affiorare qualcosa di buono, buttato via per caso. Io la penso in modo diverso. Un processo di scrittura, quando ha un suo mood,  si mantiene in piedi e si svincola dai possibili luoghi comuni, dalle definizioni e dai confini arbitrari che spesso diventano la sostanza, quando invece non lo sono. Perché li cancella. 
Per molti la scrittura in rete è uno sfogo, un gioco dilettantistico, una sorta di confidenza da diario intimo, nulla di più, o, in caso vi sia qualcosa di buono, è solo strumentalizzato ad attirare attenzioni su altri percorsi.  Questo anche perché è considerato un luogo accessibile, raggiungibile senza nessuna particolare prerogativa, rispetto a tutto il possibile resto, diciamo quello che richiede una certa selezione da parte degli addetti ai lavori.
Dobbiamo fermarci un momento. Sul blog in questione, quello con cui ho titolato il post di stamattina, emerge un bellissimo mood. Non conta per me un luogo fisico, quando avverto un particolare mood di scrittura, ma è certo che se questa scrittrice domani mattina pubblicasse una raccolta di racconti o un romanzo, andrei a comprarlo ad occhi chiusi. In effetti dobbiamo imparare a separare i contenitori dai contenuti, soprattutto in una fase di grandi transizioni e stravolgimenti. Quello che mi arriva da un solo paragrafo, o da una sola parola,  resisterà a qualsiasi collocazione o contenimento, cartaceo o digitale che sia, se avrà l'incanto di una sua sonorità.
È tutto. Mi auguro che il blog di saRamandra, abbia la fortuna che meriti, così la sua bella scrittura – mi sono sentito molto piccolo, dopo aver letto un suo racconto pubblicato sul suo blog. Mentre lo leggevo, avvertivo la leggerezza di una bicicletta di sera...
Buona giornata e a voi il link: La saRamandra

mercoledì 2 novembre 2011

Da uno dei "Due frammenti della vita di Pier Paolo Pasolini", di Attilio Bertolucci:

...così l'apprendista di filiologia romanza
ricorse alla lingua della madre
campì di smalti ladini pale d'altare e d'amore
ne ripeté a piè di pagina
in predelle a carattere minuto la dulcedo [...]

Attilio Bertolucci (Verso le sorgenti del Cinghio)

martedì 1 novembre 2011

Problematiche di scrittura

La problematica dello scrivere bene, è parte del grande fascino che esercita la scrittura, Il suo fattore problematico. La problematica dell'impalpabile. Quando tutto funziona, c'è sempre qualcosa da esplorare.  Il campo è profondo, in base alle ore del giorno, alle latitudini, ai venti, alla quantità di luce, cambia la mia voce e anche la mia foce, che darebbe vita alla parola pensata e quindi a quella scritta o appena descritta. 
La problematica è parte della ricerca. Vivo con semplicità la dimensione problematica dello scrivere. La credo essenza vitale del gesto e dell'impulso creativo. Non ha formule magiche, ma si rapprende della stessa simultanea complessità della vita non scritta, che è quella fondamentale. Anche la problematica della vita non scritta, che in molti casi diventa vita scritta, è fondamentale. La cosa bella, che prediligo nelle mie esperienze della vita non scritta o reale o di non finzione, è la possibilità di non sentire discorsi su come eliminare i fattori problematici del proprio movente creativo, o di come sia giusto creare. Nessuno mi ha mai incoraggiato a cambiare passo, mentre cammino, e nemmeno a cambiare la mano che impugna il coltello, quando mangio una pizza – quasi sempre devo tagliare con la destra, la stessa che impugna la forchetta, per cui sono costretto ad alternare le posate e le dinamiche in una stessa mano. Anche la mano che impugna la penna è tutta sbagliata, e in quel caso, nessuna maestra, fin dalle elementari, è riuscita a correggermi l'impugnatura, nonostante le continue insistenze.
La problematica dello scrivere, secondo me, è intrinseca e legata all'attività stessa dello scrivere, e non credo che sia sempre un peso, ma un ottimo fertilizzante, per fermarsi, respirare, riflettere, quando si è vivi e consapevoli di quello che accade nell'immersione di una session. Il metodo assoluto perché la scrittura sia libera da fattori problematici e sia perfetta, è la morte. La morte della vita scritta come quella  non scritta. La morte della creatività inglobata nel metodo, nella certezza della strada.
Un fattore problematico comporta strategie, moventi, possibilità di relazione, di corporazione, di reazione. È un fattore vitale. Ogni primo rigo o prima parola, sorgeranno problemi. Ogni passo di una vita reale o di finzione, sorgeranno ancora degli altri problemi. Ogni gesto, ne comporterà degli altri, sempre più complessi e problematici, così, quando si scrivono storie, le parole e i pensieri tradotti in parole, scateneranno tempeste, con reazioni a catena, fatti di cose scritte, e non scritte, pensate o non pensate. Lo scrittore non ha quasi mai l'ombrello, e a volte, come nel mio caso, si sente come Mr. Bean ad un torneo di Shangai.
Credo che sia naturale che la vita e i passi di un uomo e delle sue parole, siano intrisi di un fattore di insicurezza, o di ignoto. Quel tipo di fattore di rischio, pur problematico, potrebbe essere l'anima di tutto l'impianto. Non credo, quindi, alla possibilità di vivere un processo creativo come qualcosa di riuscito in partenza, né cerco soluzioni di soppiatto, nelle ultime pagine del libro. Né credo che essere bravi voglia dire non sbagliare, o arrivare prima degli altri o essere fortunati o fortunelli. 
Essere capaci in qualcosa, non vuol dire arrivarci necessariamente prima degli altri. Dove sta scritto! Non vuol dire riuscirci senza problematicità. Non esistono strade facili, ma nemmeno difficili. L'importante è avere la dignità del silenzio. Lasciare a ciascuno l'incanto intimo con il proprio problema e con il proprio affare creativo, che nella maggior parte dei casi si prenderà cura di lui. In entrambe le direzioni, c'è sempre un destino che gli eventi e le circostanze incoraggeranno, in un senso o in un altro. In molti casi la selezione naturale incoraggerebbe anche il caso. Un talento sarà attratto da altro, incoraggerà altro, nella sua vita, rispetto a chi talento non ne ha. Non è un merito avere talento, non è una colpa non averlo. La differenza è che un talento dovrebbe avere la sensibilità giusta per ottenere merito in un'attività che lo attrae e lo divora con violenza, e nel nascondere abilmente i suoi demeriti. Spesso bluffando, perché no? La differenza tra uno scrittore in gamba e uno che forse è di seconda classe, è quella di fare semmai le stesse sciocchezze quando scrivono, ma nel primo caso, quando lo scrittore ha una buona natura, quelle sciocchezze avranno un peso diverso: non si sentiranno come nell'altro, o non si vedranno, o saranno così ben mascherate da annullarsi, da confondersi o da creare anche del buono, vedi un po' la vita!
E spesso senza nemmeno saperlo. Non è quasi mai un atto di volontà, ma un meccanismo naturale, lo stesso che sensibilizza la fauna auotctona a nutrirsi di alcune erbe medicamentose, nei momenti di stress o di crisi, pur ignorandone la classificazione in botanica.
Concludo dicendo che quando scrivo, ho a che fare ogni giorno che passa, con una lingua straniera. Con una lingua misteriosa che non parlo, e che non è la stessa di quella che ho scritto e praticato ieri o ieri l'altro. Una lingua straniera ma problematica, per mia fortuna, perché è l'unica che riesce a sfiorarmi di una profonda intimità, con me stesso e con la mia vita, e al di là delle sue parole.

sabato 29 ottobre 2011

Passaggio a livello, prossimamente su Starbooks Coffee in versione definitiva:

Tra i prossimi titoli della libreria di Starbooks Coffee, sarà disponibile nel formato Pdf, il mio racconto "Passaggio a livello", in licenza Creative Commons.
La versione che Starbooks renderà disponibile gratuitamente, è alquanto diversa dalla precedente, che qualcuno potrebbe aver trovato sui recenti aggiornamenti di Scribd. La collaborazione con Starbooks, mi ha datto la possibilità di rettificare il mio lavoro, con un editing che credo gli abbia fatto un gran bene. In ogni caso, lascerò disponibile anche la vecchia versione del racconto, ancora sul sito di Scribd e con la stessa licenza, per consentire dei confronti o trarre spunto dalle modalità di approccio a un testo, per verificarne dinamiche, tensioni, sviluppi. 
Credo che nulla più della pratica viva, possa dare delle informazioni su una materia così complessa e misteriosa, come quella dello scrivere e dello strutturare finzioni.
Ogni volta che lavoro su di un testo, anche su di un solo rigo, ho la sensazione di una prima volta e questa è forse la forza e la bellezza di questa attività. Tra l'altro, più sono brevi le storie – come nel caso specifico – e più lo spazio si riduce, più si deve lavorare di fino, con economia, attenzione, equilibrio, lucidità, sensibilità. Su questo stesso spazio, terrò aggiornati i miei lettori più fedeli, sull'uscita del racconto in versione definitiva, invitandoli a commentarlo anche sul blog della Starbooks Coffee. Inoltre li invito a visitare anche le pagine di Marco Freccero, dal suo blog: Certi racconti sono un tiro mancino, molto interessante, soprattutto per quanto riguarda le analisi dei racconti che propone tra le sue letture, presi da varie angolazioni e con citazioni e spunti autorevoli e stimolanti. Marco Freccero è anche scrittore, oltre che blogger. Sul suo blog anche la possibilità di alcuni download dei suoi lavori che ha scelto di condividere.
È tutto.

venerdì 28 ottobre 2011

A volte:


...non so se perdermi con lo sguardo
nelle sparse stellate dell'Orsa,
o nella nuca dolce di un down,
per quanto mi falciano a volte di Dio,
e nello stesso lontano modo
di una ragazza dietro gli occhiali
con i capelli dentro un nodo.