Visualizzazione post con etichetta i think. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta i think. Mostra tutti i post

venerdì 14 aprile 2017

L'intrattenimento


Non vi è nulla di male a leggere per mero intrattenimento. Utilizzando un libro come uno strumento che ammazzi il tempo, che colmi il vuoto di un'attesa, di una notte d'insonnia, che plachi uno stato di agitazione. Ciascuno può riporre in un'esperienza di lettura quello che al momento gli aggrada.
Non condivido però il parere di quelle persone che, dietro una certa aria sofisticata da intellettuali, decretano poi il valore di un libro non solo sulla sfera personale del proprio gusto, ma sulla sua capacità di intrattenimento, utilizzando, come unico parametro/diktat estetico e artistico di una certa opera, il fatto che questa sia in grado o meno di ammazzare il suo tempo, di ricolmare il vuoto di una sua attesa, o sua notte d'insonnia, come di placare un suo stato di agitazione, senza esaminare o contemplare altre possibilità e sfumature, se non quelle più effimere e – perdonatemi – elementari, legate alla sensazione diffusa di noia per qualcosa di ostico o pesante o, al contrario, all'esaltazione immediata per qualche cosa di avvincente, leggero o divertente gli sia accaduta in quella data esperienza. 
Possibile che ciascuno di noi sarà intrattenuto e catturato da cose più vicine alla propria sensibilità,  che non saranno sempre e solo le più facili o distensive. Potrebbe quindi capitare che qualcosa di troppo leggero non intrattenga a dovere il lato esigente di un certo lettore, ma lo infastidisca. L'intrattenimento sarà sempre legato alla singola dimensione qualitativa esperienziale di quel trascorrere e discorrere di un certo tempo, che rimarrà assolutamente personale, per cui sarà molto diverso per quanto diversi saranno i gradi di fruizione di un certo lettore, i suoi trascorsi, la sua indole, la sua cultura, fino al suo stato d'animo di quell'istante. Ma oltre a una certa relatività del solo e semplice intrattenere, non credo che questa del gradimento immediato e superficiale sia una componente da considerare come cruciale per decretare il valore di una certa scrittura, ma soprattutto per bollarla e accantonarla dopo poche pagine, nel caso non infervori subito l'animo così come si vorrebbe. Non credo che sia la sua spettacolarizzazione dell'istante il parametro più affidabile su cui misurare questo valore e progredire nella sua esplorazione. Io immagino molto altro.
L'intrattenimento in sé, per concludere, non sarà certo il male assoluto, ma lo diventa, ahimè, considerandolo a priori e con troppa leggerezza, è il caso di dirlo, come quell'unico elemento o viatico per decretare il possibile bene più o meno assoluto di un'esperienza di nutrimento – e quindi non di solo consumo – oltre l'ampiezza e la complessità di ogni possibile altro spettro. 




sabato 21 gennaio 2017

L'architettura della tensione e il tocco sulla vita


Nell'abbandono alla stesura di lavori lunghi di narrativa, soprattutto quando mi decido a considerare chiuso l'impianto, esistono sempre degli attriti che vengono fuori a distanza e che mi tormentano, a volte come lo sfregamento di un'unghia sul vetro di una finestra. Fra quelli principali l'ostacolo a una certa fluidità di linguaggio, del mio linguaggio, alla tensione e all'uniformità di una certa rispettiva tensione, che preservi il lavoro da picchi improvvisi come dalla melma delle sabbie mobili. Una sorta di compromesso politico-storico tra gli eccessi. La scrittura è sempre un'attività che si muove nel bilico e nelle tenebre più fitte; la viscosità delle sabbie mobili è sempre in agguato, per quello che ho avuto modo di constatare nelle mie verifiche post-revisione. L'esigenza di una certa tensione da preservare nell'architettura e nella forma di un progetto, la avverto in relazione alla necessità di armonizzare i vari strati dell'opera in un certo magma pulsante, ma che abbia sempre una sua pronuncia occulta e coerente nell'espansione, nei suoi accenti che ritornano, nella scelta dei suoi incroci, nelle sue diramazioni dinamiche, come nelle sue stasi più feeriche o meditative. Un senso di chiarezza che nasce da tanti elementi correlati in un'ortodossia, che hanno a che fare con il ritmo, ma anche con il respiro, con la scelta dei silenzi, insomma con tutte le coordinate emozionali e sintattiche che in qualche modo devono comunicare e interrelarsi in una composizione. Un pendolo interno, che scandisca senza imprigionare il tempo più o meno immaginario di quella vita, ma che sancisca delle regole severe di base, pur nella personalizzazione e nello spazio misterioso di un proprio universo creativo, allo stesso modo dei rintocchi delle ore di un giorno da un campanile di un piccolo centro. Credo che la più grande libertà nell'esprimersi sia farlo nell'identificazione di un proprio assetto formale, nella ricerca accurata di una limitazione congegnata a restringere, a rispettare determinati confini, per poter diversificare non solo la grandezza delle distanze, ma soprattutto la qualità fondamentale di un orizzonte. 
L'abisso più spaventoso, quando mi immergo con tutto me stesso in un lavoro di scrittura, è preservare l'autenticità dell'intento con una struttura armoniosa, che abbia un'impalcatura stabile e non casuale, con dentro dei diktat ben precisi, orientati però a dare luce e a ventilare le mie stanze, e mai a soffocarle. Esiste sempre un demonio matematico in ogni passaggio, anche nel più inconsapevole è necessario un sostrato con una sua stabilità. Credo che dalla ricerca accurata di una tessitura, si possa realizzare un senso di scrittura, ma anche delineare uno scrittore per quelle che sono le sue responsabilità principali, il suo valore e le sue caratteristiche. Lo scrivere a caso, per esempio – cosa ben diversa dall'abbandonarsi ai misteri di una narrazione senza sapere quello che accadrà: questa è una delle cose più affascinanti quando si scrive – è quell'atteggiamento di superficialità nei confronti delle proprie scelte, dei propri passaggi, che denota una mancanza di riflessione e di sensibilità. Anche uno studente di pianoforte dei primi anni conoscerà le regole fondamentali della tecnica, avrà e starà esercitando la lettura delle note, la conoscenza degli accordi fondamentali, delle forme musicali, la magia del tocco, nei suoi primi o secondi passi. Quegli esercizi noiosi e quotidiani, saranno il concime per il respiro futuro delle sue esecuzioni, dove ci si augura che lo studente non pesterà mai sui tasti a caso, ma si muoverà in una determinata traiettoria. Perché lo scrivere, a volte, lo si considera come un universo a parte, regolato spesso dalla sola ispirazione, dal sentimentalismo di un momento fortunato, incoraggiati dal fatto di aver scritto sempre dei bei temi alle medie, ignorando che vigono le stesse regole che lo studente di pianoforte deve affrontare e patire, prima di trovare la sua libertà, il suo cuore, il giusto respiro dell'esecuzione? Lo scrittore che esegue senza respiro, spesso è un pianista che pesta, che strilla e che non lega bene i suoni. Scrivere bene è come per un pianista cercare il suo legato, il suo tocco sulla vita segreta dei suoni, che è una delle cose più difficili per uno strumento a corde percosse. Anche la scrittura è uno strumento a corde percosse. Anche la scrittura ha i suoi precipizi, i suoi ostacoli, i suoi tasti neri e le sue regole tonali. Anche la scrittura necessita di un certo tocco sulla vita.
Il pericolo, quando scrivendo non si affronta ancora il quadro d'insieme nella sua ampiezza e ariosità, è quello di attorcigliarsi in fermenti linguistici che distanziano dall'uniformità, quindi da quella certa tensione o ritmica che sottende un'unità formale definita, al compimento di un oggetto estetico, che contempli a suo modo una sua idea di ordine, pur nelle stravaganze del regime apparente di puro caos. Le sabbie mobili a volte consistono nell'utilizzare dei vezzi, delle particolari progressioni, avvertendole parti vitali di una certa espressività astratta, senza accorgersi che in diversi casi scompaginano e affossano l'equilibrio di una certa sezione e quindi di un insieme, rendendo più muto e più sterile degli altri quel pezzo di paradiso emozionale nel quale ci si credeva graziati da chissà quale rivelazione. Il controllo consapevole del gesto, dello slancio, avviene sempre a una certa distanza temporale dal primo o dai primi getti, e con un occhiale più attento ma anche più freddo, che spesso denota quanto la parsimonia e la semplicità, nella scelta e nella ricerca di una singola parola, apportino molta più energia, nutrimento sensibile ed equilibrio, di tanti apparenti slanci di lirismo o di spianate baroccheggianti, che a volte, senza una linea di condotta, potrebbero rappresentare davvero l'inizio della fine. Il gorgoglio viscoso delle sabbie mobili. Quest'analisi è frutto di alcune mie personalissime osservazioni individuate durante la mia pratica di scrittura, dove la viscosità di solito è sorta da un desiderio di alzare la voce per sentirmi più vivo e vibrante nella narrazione, per arrivare prima, o per forzare l'illuminazione del momento narrante e del mio ambiente creativo, dimenticando una differenza sostanziale che è quella che si frappone tra il volume e l'intensità. Qualcosa di elementare, che a volte potrebbe sfuggire, ma che come tutte le piccole cose ha il suo grande peso. Come lo ha quell'inafferabile legato, per il nostro giovane pianista di poco fa e per il suo tocco sulla vita:





































sabato 31 dicembre 2016

Qualcosa di cui non si è mai veramente capaci


Peter Bichsel


DOMANDA Ma come è diventato scrittore? Come ha scoperto questo suo interesse?

BICHSEL  Ho avuto la sfortuna di essere un cattivo calciatore.
E qualcosa bisogna pur fare nella vita: io scrivevo già poesie, e in tal modo ho familiarizzato con lo scrivere: poi ho continuato. Ebbi la fortuna che il mio primo libro fu un successo: e in questo modo si diventa scrittori. A dieci anni avrei dato moltissimo per essere un buon calciatore, o per eccellere nel salto in alto. Io credo, in generale, che la vita non sia determinata da quello che si sa fare: la nostra biografia non viene decisa dalle nostre capacità, ma dalle nostre incapacità. In realtà ci decidiamo per un mestiere perché non sappiamo fare altre cose.

DOMANDA Si tratta di un confronto con la vita, con noi stessi.

BICHSEL  Certo, è il bello del mestiere di scrivere è proprio che è una cosa di cui non si è capaci. Il calciatore sa giocare a calcio, il saltatore sa saltare in alto, mentre di scrivere non si è mai veramente capaci. Questa è la cosa piacevole: un mestiere in cui non si diventa mai professionisti, in cui si rimane sempre dei dilettanti.

Estratto dall'intervista allo scrittore Peter Bichsel, realizzata per la Televisione della Svizzera Italiana.





















domenica 18 dicembre 2016

Romanzo


Vorrei irrompere con le mie parole
dove non sono mai stato;
e una volta arrivato
imparare la strada
per non ritornare.



























lunedì 12 dicembre 2016

Da una pagina del Danubio


Aprendo lo splendido volume di Claudio Magris, "Danubio", da un'edizione comprata pochi giorni fa e creduta nuova, dopo averla liberata dalla plastica, scorgo sulla prima pagina bianca una dedica, scritta a penna: "
"Cercami tra le righe di questo libro. Ci sarò. Baci". Senza firma. Un corsivo femminile e lievemente obliquo, introdotto da una data piuttosto lontana, di circa undici anni fa del mese di agosto.
Se non fosse per quella dedica, il libro non lo avrei mai immaginato usato. Le pagine sono intatte, pare che non siano state nemmeno aperte del tutto, lo stesso si evince dalle condizioni del dorso, eppure potrei davvero essere in possesso di un regalo d'amore di un'estate lontana di cui qualcuno si è disfatto, primo o ultimo di una serie indefinita di regali e attenzioni dimenticati nel tempo, libro che semmai non sarà stato nemmeno aperto o è possibile che il destinatario che lo avrà ricevuto non sarà andato oltre quel breve messaggio, misterioso  lampeggio da una pagina bianca e non avrà mai cercato qualcosa di lei in nessuna parola, in nessuna persona e in nessun treno o altro luogo al mondo oltre l'istante dell'apertura, – semmai fatta in profonda solitudine, senza testimoni, così come è successo a me o alla stessa persona che avrà scritto quella dedica senza firmarla. Intanto mi fa effetto sapere che tra le parole di questo libro vi sia qualcosa di qualcuno da scorgere, oltre al mondo di un grande scrittore, al suo talento, al suo immaginario, come ai suoi paesaggi mitteleuropei solcati dal mistero e dalla forza di un fiume. Qualcosa che esiste e resiste in una sua costante filigrana, ma che forse non scorgerò mai, o chissà. Qualcuno che adesso potrebbe essere ovunque, lontano o anche vicinissimo o non esserci nemmeno più. Intanto questa traccia è rimasta e ha resistito al tempo attraverso il caso, per incontrare come ultimo destinatario me e nessun altro al di fuori di me. Un segno di speranza, forse, inatteso e lievemente amaro nella sua verità. Ecco, a volte, dove e quanto lontano possono portare le parole.















giovedì 13 ottobre 2016

Nel silenzio puro degli abeti



Tacere significa ascoltare e anche ascoltarsi. E crea intorno un'idea di spazio, difficile da esprimere. Uno spazio ideale, non classificabile. Quello a cui penso a volte riguardo alla mia ricerca creativa, ha un altro sapore, un altro tempo, rispetto agli spazi previsti e a volte ambiti per condividere i frutti di un percorso. Un tempo dove esserci con il mio tacere, senza spingere, pressare o fare ombra, quindi senza troppa voce. L'ombra più bella è quella degli alberi, degli abeti, quando ci si raccoglie nella scrittura, che sia il mattino presto o l'imbrunire o la notte fonda, non cambia. Vorrei che le mie parole riuscissero a esprimerlo. È quello il mio obiettivo, la mia idea interna di spazio, non una piattaforma di lancio.
Uno spazio deve aprire non circoscrivere. Non penso alle radici della mia scrittura come a quelle di un bonsai. Lo spazio ideale dove inserire una mia idea, che avrei considerato condivisibile, non andrebbe mai misurato nel termine dei riscontri numerici e quindi della sua vastità in materia di piattaforme, che in fondo non fanno altro che circoscrivere le mie condizioni creative per i diktat di un mondo astratto e distratto da troppa offerta, trascinando me e la mia immaginazione, dalla fiancata di un monte al vasetto di un bonsai. La vastità deve essere interna al mondo misterioso di uno scritto e non esterna. Non ho mai pensato a misurare le mie idee creative in relazione ai tipi di spazi e nello stesso modo non credo che misurerò mai gli spazi in base a criteri quantitativi, che spesso si muovono in direzioni oscure, imprevedibili. Da cui un non incentrarmi sulla strategia, come appendice naturale dello scrivere, come occupazione essenziale, rispetto alla quale le parole diventerebbero solo l'orpello, il pretesto per raggiungere numero, consensi, pubblico: l'unica strategia che mi riguarda è allineata alla qualità della mia idea, o meglio a quello che al momento avverto come fattore qualitativo da sviluppare al massimo per recuperare l'intensità dell'impulso, restituendolo a tutta la densità con cui premeva quando era ancora al buio di me.
E già questo richiede un impegno considerevole, per fronteggiare tutti i contrasti e le cose che non tornano. Quella certa fluidità del discorso, per esempio, come mi è successo giusto questa mattina, rileggendo alcune pagine di un mio romanzo piuttosto  lungo, dove non riconoscevo tutto quello che della sua struttura mi rassicurava in estate, quindi un paio di mesetti fa. Gli stessi passaggi sembravano oppressi da un peso aggiunto, che a metà luglio era del tutto inesistente, almeno per i miei occhi e per le mie spalle di allora. Potrebbe dipendere dall'autunno, dalla qualità della luce, possibile, ma questo è solo per dire che non riuscirò mai a concentrarmi su quali siano gli spazi adeguati – se non prestigiosi – di condivisione di un mio testo, dal momento che lo spazio reale del mio testo è tutto quello che vi ho concentrato al suo interno, e che mi rimane al momento con tutta la sua vastità di penombra e di mistero; con i suoi demoni, le sue trappole, le sue strettoie improvvise e i suoi stafilococchi. Anche prendere la stessa curva che credevo facile, qualche mese prima, nello stesso identico punto, risulta in seguito, a distanza di poco, molto più arduo. Considerando che potrebbe aver piovuto forte, nel frattempo e che la presa degli pneumatici non potrebbe rispondere nell'aderenza allo stesso modo di come avveniva prima, ad asfalto asciutto e soleggiato. Il tutto che si legge e si riscrive e che poi si rilegge muta in continuazione, dentro e attraverso di me, come mutano le cose del mondo, di continuo, nella stessa inestinguibile impermanenza. Lo stesso avverrà negli occhi degli altri, degli ipotetici destinatari e quel controllo, che io mi illudo di poter ancora esercitare su di uno scritto lungo, nello studio di una sua traiettoria, non sarà quasi mai attuabile e non vedrà mai uno stadio di appagamento, perché le sensazioni continueranno a modulare da ambo le prospettive, quelle dei miei occhi, che sono convinti di muoversi e di sentire come si muovono e come sentono gli occhi degli altri, quando nella realtà non è mai così. Sono sempre in ottima fede e in ottima forma quando comincio. Il mondo sembra in attesa del mio primo tocco. La pagina bianca, pulita e luminosa, attende di essere riempita con la dovuta pazienza, dove stavolta farò tesoro di tutto quello che non ha funzionato prima, che non è andato perché non suonava come avrebbe dovuto. Prima, mi dico scorrendo tra le frasi ancora fresche, ero all'oscuro di questi elementi di ingombro, adesso sono consapevole di quello che devo fare perché ho maturato diversi aspetti importanti. E quindi procedo, convinto che quando avverrà il controllo a distanza, questo testo apparirà più organico. E invece puntualmente, anche se ho sistemato alcuni aspetti, le distanze con l'ideale di assetto del momento in cui io confronto, sono sempre abissali. C'è sempre qualcosa da fare, da riassestare – la migliore sarebbe davvero lasciar perdere o dare tutto alle fiamme, liberandomi dall'incubo. Ecco che cosa è la scrittura. Un mondo infernale, dove le preoccupazioni le concentro solo all'interno di queste dinamiche, di questi assestamenti infiniti, per qualcosa che potrebbe non trovare mai la sua forma ideale.
La creatività rimane un processo doloroso e illusorio. È tutto questo il suo fascino: la bellezza del dolore che interessa il percorso. Un esercizio dove la frustrazione e l'esaltazione sono vicinissime; spesso si alternano a distanze impercettibili e chi scrive non sa più chi sia e dove si trovi e neanche che senso abbia questa fatica e questo ardore profusi nel nulla, con tutti gli elementi contrari, a partire dalle stesse parole, che a distanza di poco sembrano essersi spostate come insetti e non essere più quelle che sembravano prima. E anche per chi legge: quasi sempre è certo che in quello scritto vi sia davvero quello che conta e che in fondo cercava e già conosceva, il tutto con un fare tiepido, di accondiscendenza a un lavoretto ben fatto, prevedibile e rassicurante, ma fino a quando non accade qualcosa di inatteso, che cambia tutto. Un imprevisto. In questo imprevisto, che lo scrittore non ha calcolato coscientemente, e che il lettore allo stesso modo non immaginava, inizia la sintonia. L'intesa con tutto il suo divenire. Se non avviene nemmeno per un istante un imprevisto, in relazione a quello che si credeva di sentire e che ci si aspettava, la relazione sarà fallita per sempre. In partenza. Fa parte del gioco. Nessuno spazio o mercato di sorta preserverà mai nessuno dall'imprevisto che l'alchimia di un certo linguaggio possa creare alle spalle dello scrittore come del lettore. Entrambi vittime di altri equilibri, che tramano un loro delirio alle loro spalle.
La consapevolezza di un valore è un processo infinito, che richiede tutta la mia anima. È importante rimanere in contatto con la profonda sostanza di questa esperienza, senza disperdersi con i meccanismi di marketing, con la fame di presenziare, di partecipare al banchetto cercando la migliore luce, che non spari ma che non mostri nemmeno le rughe. La luce di chi scrive è nel suo buio. Oggi scrivono tutti e quindi non scrive nessuno. Difficile incontrare qualcuno che non sia convinto di avere delle inclinazioni spiccate per la scrittura e che non voglia provarci sul serio. Non voglia buttarsi nella scrittura, non dico  nelle sue fiamme, ma nella possibilità che la scrittura possa offrire, per quanto sia un mezzo espressivo piuttosto immediato e innocuo, alla portata di tutti, almeno rispetto a un Bösendorfer. Fingiamo che io scriva narrativa non di genere. Una narrativa quindi molto contemporanea, per esempio. In alcuni momenti la contemporaneità della mia scrittura si svincola dal mio tempo e lo trascende, in una sorta di metacontemporanietà piuttosto sfrenata e refrattaria a una categoria che ogni prodotto che si rispetti dovrebbe contemplare per sopravvivere. Individuare un mercato preciso, un ascolto per qualcosa di così indefinito o comunque pieno di tante categorie e sottocategorie infinite è come giocare ai bussolotti, signori. Né più né meno. Una sorta di azzardo, di salto nel vuoto. Non ho mai pensato all'estensione di un mio pensiero in uno spazio rassicurante di consensi, ma alla comunicazione relata e profonda con quella che è la mia storia, con tutti i miei trascorsi e le mie condizioni del momento che mi hanno trascinato in questa follia, forse contro la mia volontà. Ma non mi sognerò mai di dedicarmi all'esplorazione di un territorio di mercato partendo da me, dal mio posto di questo istante, dal momento che questi elementi non sarò mai io a influenzarli, ma strade del tutto imprevedibili, incontri, circostanze, che non hanno nulla a che vedere con quel mio testo e con quella mia esperienza, che rimane qualcosa di vivo, poco intrappolabile in una vetrina. Nella mia scrittura la creazione e la soppressione si alternano.  Il flusso è terrificante. Come potrei dedicarmi ad altro se non a trovare un minimo di equilibrio in questi contrasti? Non mi interessano i numeri, grandi o piccoli. Non mi interessa la mia persona da nutrire con questo esercizio, ma solo il risucchio della sostanza creativa quando entra in contatto con l'aria, con la contemporaneità che la mia narrativa insegue, ma dalla quale è sempre preceduta, quindi combattuta e collassata. Il mio tempo esploso surclassa l'immaginazione. Ma allo stesso tempo la mia immaginazione trascende il vincolo della contemporaneità della mia narrativa e quindi i dettami rigidi di una sua collocazione, che forse non ci sarà mai. Non credo che la contemporaneità di un mio pensiero, di una mia frase, possa essere inquadrata in una dimensione stabile. Ma rimane fluttuante, vaga, forse avvertirò da solo da dove proviene quel certo pensiero. Forse da una ruota panoramica, che gira e rigira in un luna park o da un cassonetto di rifiuti, dove una donna che mi è di spalle e ben vestita sta raspando il suo dolore. Questi scenari non mi vincolano a un certo luogo, ma mi costringono a rievocarne risonanze e mistero, senza rete.
Quale spazio ideale potrei mai auspicarmi all'interno di un processo così oscuro? Chi sarò mai io per pretendere e chiedere attenzione, ascolto e quindi spazio, se non sarò del tutto sprofondato nelle ombre fitte del mio linguaggio, dimenticandomi di tutto il resto, del superfluo ma soprattutto dell'illusoria stabilità con cui immagino ancora tutto il resto? Dovrei dimenticare di esistere, ma rimanere avvinghiato nel labirinto del telaio e mutare di continuo con lui. Questo deve essere il mio primo pensiero. Il resto sarà secondario, non dico trascurabile, ma secondario. Lo spazio della mia narrativa, o presunta tale, con tutte le possibili contraddizioni della sua contemporaneità, non riguarda il presente della mia apnea. Trattasi di un'altra aria, respirata in altri fondali, dove le anime avranno la meglio sui numeri, sui calcoli, sulle strategie, a favore della bellezza di quel solo istante, dove ti accorgi di essere arrivato, senza prove o attestati di questo traguardo interno. Anche in un luogo vicinissimo, ma a una profondità che ti rimette al mondo e che è la stessa da cui attingo e cerco di attingere il materiale per dare spazio e vigore ai miei pensieri per caldeggiare il mio inferno. Per renderli vivi nella loro immateriale funzione di rimettermi al mondo, in ogni istante una regione nuova e inesplorata, dove respirare fuoco ma anche aria fiammata di mare, perché no. Aria di uragani, ma comunque di speranza e di mare. Non altro che sprofondare in questa nuova aria, dove fraseggio la tempesta della mia libertà ma senza volere cambiare un solo attimo della sensazione di purezza che una frase ben scritta potrà mai regalarmi. È questo lo spazio della mia scrittura. Incondizionato e fatto di aria. È tutto quello che ho. La mia casa bianca e immersa in una luce di neve e di mare. Nel silenzio puro degli abeti.











mercoledì 12 ottobre 2016

Appetibilità e nutrimento



Appetibilità e nutrimento. Potrebbero coesistere in un'opera letteraria, ma anche essere distanti.
Certo, almeno in questi ultimi tempi, avverto una predisposizione marcata all'appetibilità. Il fattore cruciale, che a volte è considerato più importante ancora del nutrimento anche perché ci si nutre di cose o di opere appetibili. Senza l'appetibilità non vi sarebbe contatto e quindi non avverrebbe mai il processo vitale successivo all'annusamento, all'assaggio, che porterebbe poi alla suzione. L'appetibilità per molti è il nucleo per resistere ed esistere, come fibra linguistica. Essere appetibili non solo come linguaggio, ma anche come sistema e contesto all'interno del quale il linguaggio dovrebbe muoversi. Le sue coordinate dovrebbero rispettare alcuni codici precisi. Il palato non dovrà mai incontrare ostacoli. Il profumo del linguaggio dovrà anticipare ma anche favorire il contatto e quindi l'espansione successiva alla degustazione e relativa suzione incondizionata. Anche quella è una crescita e un nutrimento. Ciò che piace e che consola sarà di per sé un fattore di sviluppo, di appagamento. E l'appagamento in qualche modo soddisfa e intrattiene e quindi nutre. Perché l'appagamento di una certa appetibilità non dovrebbe nutrire e non essere considerato quindi un valore intrinseco? 
Ma se tutto questo ci predisponesse invece a un linguaggio sterile, appettibile ma vuoto, per niente nutriente? In quel caso il problema non sussisterebbe, dal momento che il gusto e le sensazioni prime di contatto, sopperirebbero ugualmente al nutrimento di un'opera. Potrebbe non essere dimostrabile il fattore nutrimento, non quanto è dimostrabile il contatto, la sintonia con la fragranza, con la fascia superficiale  più seduttiva – o glassa di contorno. La fragranza e quindi il buon esito di questo contatto, contro l'immediata repulsione dello stesso, possono essere dei fattori tangibili, quindi evidenti e quindi attributi indiscussi di un certo valore interno. Un'opera che di primo acchito attrae ed è appetibile, ha già di per sé una qualità di fondo, una sua predisposizione a comunicare, ad attrarre e a convincere. Senza questo primo fattore seduttivo la porta rimane chiusa e l'eventuale valore non sarà dimostrabile. Ma se poi avvenga o meno un processo di trasformazione e di crescita attraverso questo linguaggio che definiamo appetibile, questo pare non interessare a molti e tra l'altro non essere così dimostrabile. Tra l'altro un linguaggio nutriente, come una medicina amara dal sapore insopportabile, non resisterà a lungo, se non come risonanza sinistra, che avrà molto più potere in negativo rispetto al suo possibile effetto balsamico. Nel caso di un linguaggio dal sapore amaro ma assolutamente necessario per via delle sue sostanze, come una medicina, in quel caso lo si frequenterà solo in casi estremi, preferendovi sempre e comunque qualcosa di più immediato e gustoso, che soddisfi e che semmai guarisca attraverso questa soddisfazione o seduzione istantanea, che faccia dimenticare il resto e il futuro, ma incameri alla sensazione e all'appetibilità del presente l'unico riscontro di verità, che vede il più delle volte in perfetto stato di salute i presunti convalescenti presenti, con appena un rigo di febbricola, al panorama dell'arte e della cultura.

















sabato 8 ottobre 2016

L'ascolto e la parola


Parlando senza un ascolto.
Che cosa si forma nel linguaggio quando la voce è isolata? È libera nella sua vibrazione, ma incontra il vuoto? La formazione del pensiero che poi si fa parola, quindi forma più o meno compiuta, potrà mai essenziarsi di questo vuoto con cui dovrà fare i conti? Di questa mancanza che la corona? La mancanza potrebbe essenziarsi del paesaggio di una parola, come di quella successiva, anche la prima frase, un'altra, più lunga, ma adesso sarà quasi un periodo, un paragrafo, un intero capitolo, siamo a ventinove pagine, quasi a trenta, immolate nel vuoto! È come parlare, ma senza essere ascoltati.
Quando questo avviene, incontrando qualcuno un po' distratto, o nelle consuetudini di una relazione, di quelle quotidiane, quando non si è ascoltati lo si vede, e spesso lo si dice: "Mi stai ascoltando?", come se fosse riconosciuto come diritto, il diritto che ogni parola di quel momento, in quell'istante e con quella persona necessiti di attenzione, del dovere dell'attenzione. In quel caso vi sono occhi, corpi che si confrontano, che si scrutano. La parola scritta, quando non è diretta e funzionale a un compito, a una certa meccanica di una relazione, non ha il diritto di ascolto, ma contempla quello di esistere. Io posso scrivere, ma non posso chiedere un ascolto, quando la mia scrittura non è impiantata in una qualsiasi minima relazione con il mio interlocutore. 
In metropolitana, qualche settimana fa, ero con un amico quando un signore sconosciuto cominciò a parlarci. Prima a entrambi, poi si rivolgeva solo al mio amico: così le sue parole, e il suo sguardo, senza un nesso, un senso compiuto. Bastò poco a capire che quella persona non stava bene. Non ci conosceva. Non trattava argomenti logici, connessi a una loro precisa funzione, relativa alla nostra presenza occasionale di interlocutori passivi e sconosciuti. In quel momento la parola della persona non perfettamente normale, violava un duplice territorio: 1) quello del parlare di punto in bianco con persone che non si conoscono, 2) e anche del parlare di cose assurde. 
Ma intanto lo si ascoltava lo stesso. Per una forma di rispetto, perché forse la nostra fermata era vicina, o anche non essendo facile dirgli di tacere, a qualcuno che forse era infelice e che poteva sentirsi meno giù attraverso le sue parole valorizzate da un ascolto. Quando qualcuno ti parla, con interesse, anche chi ascolta si sente ascoltato. È come se fosse stato scelto, iniziato a una comunicazione, non logica e funzionale, ma in ogni caso con del nutrimento dentro. Una volta scesi alla nostra fermata, le parole del tipo stravagante sono sfumate nel nulla, come tantissime altre che avranno avuto anche una minima funzione, una reale utilità, – anche quelle, purtroppo, sfumano nel nulla.
Le parole non resistono mai da sole. Sia quelle dette che quelle scritte hanno bisogno in ogni caso di una familiarità di intenti, di un territorio dove il diritto di parola coniughi una fonte stimolante che in qualche modo la ravvivi e la responsabilizzi nell'esercitarsi. Il tutto, molte volte, può davvero confondersi con il parlarsi addosso, il parlare da soli mentre si parla agli altri – cosa molto comune – o con il confondere il proprio diritto di esprimersi con il dovere di avere un ascolto.
Anche la parola scritta potrebbe diventare una voce impazzita in metropolitana, o quella nenia ricorrente di un familiare, che si ascolta senza sentirla, che diventa a volte vibrazione, senza forma. Dove sarà allora la differenza? La colpa sarà della parola imprecisa dell'avente diritto o dell'ascolto inadeguato del non avente dovere, ma avente nello stesso tempo il diritto di non ascoltare, di non leggere?
Quanto conta allora questo esercizio assurdo di volontà? – se non anche di voluttà, esercitando a oltranza il diritto di parola confondendolo con un dovere di ascolto?
Credo che conti quel fattore che ho accennato prima, quando raccontavo dell'espisodio in metropolitana. Ossia: il far sentire ascoltato chi ascolta, quindi letto chi legge. Coinvolgere, in una cooperazione di intenti creativa, quella persona che incontra la mia voce. Renderla assolutamente indispensabile, in quel momento e anche oltre, quanto le parole dette da quella voce, se non di più. Farla parte esclusiva del moto espressivo e questo passaggio, in diversi casi, comporta un vero e proprio balzo quantico in un linguaggio, davvero un salto in un abisso.
Quando ascolto o leggo e mi sento così, quella possibilità di ascolto diventa un privilegio allo stesso modo di come lo sarebbe stato se la stessi esercitando dall'altra parte, da quella di chi scrive, di chi dedica la propria voce, se non la propria vita in quella voce.
Questo esercizio avverà sempre al buio, nell'ignoto. Ma necessita di questa caratteristica, a mio parere essenziale: l'annullamento di una rigida giurisdizione tra scrittore-lettore e la fusione in un'incantevole anarchia, dove i ruoli si infrangono e le parole diventano di entrambi. Credo:













mercoledì 5 ottobre 2016

Infrazioni evolutive


Il teologo laico Vito Mancuso

Pur se analizzando una dimensione legata alla vita spirituale e alla rivelazione storica delle Scritture, Vito Mancuso utilizza un interessante confronto tra grammatica e letteratura, che non ho potuto fare a meno di introdurre in questo mio spazio, per quanto lo avverta vicino a diverse argomentazioni già affrontate, ma che ho comunque molto a cuore come tipo di approccio a una visione aperta della letteratura e della vita:

"È ridicolo pretendere di ridurre il vasto mare della letteratura e della lingua viva alla grammatica; è la grammatica piuttosto a essere in funzione della letteratura e della lingua viva (la quale evolve solo grazie alle infrazioni nei confronti della grammatica, che poi si adatta evolvendo essa stessa)".

Estratto da "Io e Dio" di Vito Mancuso- Garzanti.



























lunedì 3 ottobre 2016

Scrivere e diventare la notte


Quello che sgomenta è il senso alterato del tempo, la velocità con cui una persona che scrive deve condividere, sempre, a tutti i costi e prima degli altri.  Nella luce e nella velocità della luce. Abbagli e spasmi di libertà, dove fermarsi è un delitto, è uno spreco al rispetto sacro di questo spazio concesso e sterminato  – pur nella sua spaventosa densità–, di questa vita che va riempita di nuove parole, nuovi segni e potenza di dominio su chi tace e ancora non ascolta! Lo scrittore post-moderno, in questo clima vertiginoso di rapide piroette continuate, non potrà sedimentare, maturare un proposito, serbarlo, perché nello stesso momento in cui pensa di fermarsi, ci saranno centinaia di scritti e di scrittori che faranno prima di lui e questo allora vuol dire morire o impazzire. Si tratta di quelli che avranno già sedimentato, maturato, serbato e adesso sono pronti a scoccarsi come frecce nel cuore stanco del mondo. O che sono pronti a scoccarsi senza aver necessariamente già sedimentato, maturato, serbato. Nella velocità il linguaggio deve farsi lucido, performante, tenace, così il messaggio, lo stile. Seduttivo, fasciato di nudo e di grandi profumi francesi, che lasciano la scia per chilometri. Telegrafico e diretto, un linguaggio astuto, che socializzi e aggreghi l'istinto tribale delle condivisioni, dei diktat che infuriano da ogni dove, come degli adoratori del vuoto che incensano pensieri scritti non più per il loro interno, ma per il mondo di chi li produce. Quel negozio ha i biscotti scaduti, ma io ci vado lo stesso a comprare, per gli occhi azzurri della commessa. Più o meno. E ancora: non conviene più intrattenersi su punti troppo delicati, che non saranno mai approfonditi da chi li leggerà, semmai tra pochi istanti. Anche perché, in questa offerta lampeggiante di cose da dire, di spazi da occupare e di classifiche da scalare, anche i lettori avranno la stessa smania di entrare e di ingurgitare tutto lo scibile e il possibile nella frazione più piccola, senza aver sedimentato, maturato e serbato il contenuto di quello che è stato letto, ma collezionando impulsi. Il tempo di fruizione e la velocità con cui tutto sia così reperibile e fruibile, potrebbe o già ha potuto condizionare le dinamiche dell'incontro dello scrittore con il lettore in corsa come lui. Una sorta di cocktail o di aperitivo e non più un lungo banchetto di degustazioni, con l'anima profonda del convivio a giustificarne il senso, e non solo l'esito. In un territorio ampio e nuovo di spazi, convulsi da una sassaiola di pensieri scritti, sempre più taglienti nella loro velocità e nella loro veste, come se fossero locuste, il rapporto tra lo scrittore e il lettore passerà dal riserbo di una passeggiata serale, fatta nel silenzio e nella timidezza, al consumarsi di una trattativa convulsa, compressa in pasti veloci, spesso in luoghi scomodi e trafficati, che ti riportano a casa con le briciole ancora addosso, ma di un qualcosa che nemmeno riconosci nella genesi del suo intero, e di cui nemmeno ricordi il sapore. Frammenti di pensieri, esplosi nella velocità delle montagne russe, per paura che qualcuno pensi prima di te quella stessa cosa o la pensi meglio, prima che precipiti nel vuoto della dimenticanza. Tutto arriva presto ma sfuma prima di essere recepito. Pensieri e idee profonde sulla vita, sul mondo, sulla morte, sulla cultura, sulla letteratura, vengono esplosi nel vuoto con la velocità di un coito tra passeracei. Il lampo e poi lo stacco. Un colpo d'ali, appena percepibile e poi sfumare. Lontano, nella dimenticanza. Senza un ricordo, un'emozione, ma solo un tassello aggiunto a una frequentazione spicciola, superficiale, fatta di codici, stelline e diavolerie simili. 
Un ricordo di quella certa luce sulla pagina. Di quella voce che ti chiama per la cena, mentre il paragrafo si gonfia e ti travolge e che porterà dentro per sempre quel momento della tua vita che lo ha interrotto, adesso dove sarà?  Dell'unicità che si ripone in una certa esperienza, ma che non abbia la fobia del tempo, ma la sua armonia? Il suo tono sobrio e antico, di scansione e celebrazione della vita nella sua ineluttabile morte costante. L'avvicendarsi e sgomitarsi nel chiasso di questi clacson, conduce a una condizione fobica di isolamento non appena non ci si avverte raggiunti, richiesti, ascoltati, molto diversa dalla solitudine di chi scrive da solo, in una stanza fredda, mentre fuori scende la sera e le sue ombre diventano parole, mentre anche le sue parole diventano ombre, che forse nessuno leggerà mai, ma che si incrociano ugualmente nell'imbrunire come una gabbia di rami. Eppure quel vento che mi ha preso il braccio, prima che alzassi la testa alla campagna a al primo buio che vi calava, avrà qualcosa di indimenticabile, nella sua lentezza e staticità. Nel suo fuori tempo il suo tono e accento pieno nell'accordo è puro.
Dentro questo scenario di luci e di combustioni costanti, scrivere adesso per me è ritornare nella notte alta. Quando ormai è già tardi, tardissimo per tutto. In certi istanti è diventare la notte. Rimanere indietro, ma incollato alla sensazione profonda anche di quella sola parola, che avresti potuto perdere per sempre, ma che invece è qui, con te, che ha preso vita attraverso di te, accanto alla candela, riflessa nel vetro appannato, dove avverti che è tutto chiuso e che un altro giorno è finito. Senza possibilità di scambi, di trattative o di rimedi. E grazie a questa parola, almeno per questa notte, è possibile che non ci sarà nulla di cui preoccuparsi.










martedì 27 settembre 2016

Riflessioni sparse sul senso della pubblicazione, dell'autopubblicazione e della non pubblicazione (Parte VI)



Edgar Allan Poe
Proseguendo nella nostra lunga analisi, adesso ci ritroviamo un quadro piuttosto complesso, nel quale mi sentirei di fare alcune particolari considerazioni, ma stavolta non più come portavoce delle inquietudini del signor X, ma esprimendo in piccolo il mio parere. I punti che ho cercato di condividere nelle precedenti riflessioni, mi hanno dato idea che il pubblicare non sia un passaggio automatico e un affare tra due interlocutori sconosciuti che contrattano, ma parte di un processo molto ampio, in cui la pubblicazione sarà una tappa di una serie di altri ponteggi o fraseggi più o meno laboriosi quanto personali, ma che non sempre possono inquadrarsi in un sistema diretto o verticale di condotta, ma più sinusoidale se non labirintico, fatto quindi di una serie di passaggi intermedi e paralleli non sempre pianificabili. Un po' come la vita. I percorsi che riguardano gli incontri, quella serie di elementi che messi insieme ci hanno consentito di trovarci in questo momento con questa persona anziché con un'altra, di frequentare questo luogo, di mangiare in questo ristorante, anche di leggere questo libro, proprio questo e non un altro e spulciare in questo blog dai post chilometrici, per esempio. 
Detto questo consideriamo adesso che ogni scrittore matura nel tempo una sua particolare espansione di condotta in relazione alla sua parte creativa, con una sua  visione di gioco, che lo orienterà verso i suoi territori più interni,  con i confini, le inclinazioni e le suggestioni entro cui sente e non solo deve necessariamente muoversi. Il tutto tenendo conto del suo obiettivo ma anche del suo livello formativo per perseguirlo, così come degli spazi specifici che intenderà (o spererà) di occupare con il suo meticoloso lavoro, il che comporta il considerare nelle sue aspettative e dinamiche, anche il tipo di progetto di cui si occupa e quindi il relativo mercato di appartenenza dello stesso. Il genere della sua scrittura, con tutto il mondo che prevede e che nasconde.  
Credo che sia fondamentale inquadrare subito questi elementi, dal momento che ciascuna espressione, all'interno dell'alveo specifico di un sistema editoriale, contemplerà mondi, risposte e attenzioni differenti, ma molto relati alla cerchia di amatori fedeli se non accaniti di quello stesso mondo e che l'editore, grande, medio o piccolo che sia, dovrebbe riconoscere e studiare a fondo, in modo da orientare con lucidità la sua scelta sugli autori da seguire. (Di solito anche in base al loro magnetismo, come alle modalità, alla personalità e sensibilità con cui questi generi vengono trattati e proposti dagli stessi creatori e aspiranti puledri di scuderia).
Il genere sentito, (ma possibilmente non scelto per strategia) o anche i generi affini che si muovono in un certo tipo di orbita, rappresenteranno dei fattori molto importanti per valutare i tipi di passaggi e i comportamenti successivi, quindi l'impostazione di una certa specifica progettualità in un percorso editoriale. L'aspettativa editoriale di fronte al reperto di un manoscritto fresco, appena inviato, si scontra spesso con una sorta di terrificante maelstrom: di solito più vi è l'ardore di partecipare e di condividere, più prevale quell'impulso selvatico portato a stupire, tipico di racconti o di romanzi imprigionati dai loro spasmi di libertà, con una combustione di idee, di sentimenti deliranti, come di voli pindarici verso orizzonti nuovi e spesso poco definibili e accecanti, specie se smossi del solo amore per l'esercizio della scrittura, e spesso avulsi da una precisa logica di classificazione, per un'ottica di profitto e per una loro collocazione di mercato, pur nell'alveo o nel cratere di un certo genere. 
Il marasma sentimenale e la fibrillazione di un testo appena sfornato dall'officina incantata del nostro scrittore X, in diversi casi non ha quasi mai l'abito della domenica per le convenzioni che una certa editoria prevede per inquadrarlo e valorizzarlo. Di solito una voce di scrittura, pur desiderosa di una pubblicazione, trasmette delle priorità e degli ideali  diversi da quelli editoriali e di mercato, ma conformi a logiche di altre economie, forse più spirituali che commerciali, dal momento che lo scrittore ha perseguito, ancora prima del desiderio di condivisione, il diktat della sua storia, con le suggestioni e le convenzioni di quel suo territorio magico e oscuro, con le sue particolarissime normative. D'altra parte un atto creativo deve muoversi in un certo modo, non può calcolare e limitarsi durante la sua faticosa fioritura. Ma è quindi abbastanza difficile che le regole e la natura più intima e spirituale di quel lavoro includano anche la strumentazione di bordo per fargli prendere il largo. Questo largo, tra l'altro, per un editore potrebbe essere di certe profondità e latitudini, per uno scrittore di altre, semmai anche molto diverse da quelle che immaginava e nelle quali credeva durante la stesura della sua opera. Un largo forse più mistico, quello dello scrittore, se non abissale. 
Ma accade anche l'opposto. Da una parte il maelstrom creativo, dall'altra il controllo strategico a oltranza, dal primo all'ultimo passo: con molta malinconia vedo in giro la tendenza a dedicare fin troppo spazio al fattore strategico, al controllo, alla misura del proprio spazio espressivo, ai suoi bordi perché si predispongano al giusto incastro, il tutto vissuto in alcuni casi come elemento prioritario in un processo creativo. Scrivere per adattarsi a uno standard precostituito di una corte di lettori al quale adeguarsi in tutti i modi, dando all'appetibilità e alla forma di una certa idea, la precedenza sul proprio mood, impopolare o stravagante che sia, ma che è l'unica traccia della nostra unicità. Riscontriamo quindi la monarchia di taluni, contro l'anarchia di altri. Puntare troppo alla direzione, all'educazione rigida alla meta e non al sentimento, fa dimenticare spesso la profondità e la completezza del percorso, anche solo del primo passo, quando è fresco, sentito e ben fatto.  Prevale in molti la smania di captare lettori e di informarsi su come captare e migliorare questa sensibilità magnetica, non solo quando l'opera è ormai completa, ma anche sezionando le fasi più intime, quelle più oscure e solitarie di scrittura, con informazioni di strategia già interne alla formazione della loro tessitura in atto, come se per ogni passo si debba già utilizzare quella carta moschicida adeguata, per beccare lettori come mosche (possibilmente vivi, naturalmente. L'esempio  era legato alla modalità di presa e ci sorrido!) Come fare per: come affinare un passaggio per: come affrontare una curva per: muovere questo paragrafo per: utilizzare  questo tempo per: questa trama per: questa forma verbale per: questo stile per: Questo sistema di pensiero e di controllo di un marketing che invade la penombra e la fragilità della zona creativa e solitaria (a questo punto non più) di uno scrittore, in ogni piccola intercapedine del suo tragitto (quasi a voler trovare un modo di scrittura adatto per pubblicare, per vendere o per rimorchiare lettori) personalmente mi crea un forte disagio perché mi toglie aria e atmosfera, solitudine e angoscia, elementi preziosi e nutrienti, dal momento che durante l'abbandono all'ispirazione e alla fase creativa, se mi impiglio nei "per" e nei "come" distruggo un intero mondo, forse il momento più bello, profondo e poetico che posso concedermi, dove il mio unico "per" sarà invece concentrato nel mistero di quel mio gesto, nella sua possibile inutilità che però mi trasforma, mi completa e mi dà un senso anche nell'incompletezza. (Questo è uno dei motivi per cui sarei molto propenso a fomentare la scuola della non pubblicazione, per ritrovare il giusto contatto con lo spirito dell'intento, il fattore primigenio, la profondità delle incertezze e del non avere idee, sistemi, pensieri, certezze. Almeno pensare seriamente a un'astinenza, quanto meno periodica, all'impulso o genio strategico del "come", per abbandonarsi a un nostro "dove", che non abbia più luoghi e si riappropri di una sua austerità).
Troppo marketing nell'aria, poca poetica e abbandono. Almeno il cantuccio incantato dell'officina deve essere un luogo di silenzio, di studio e di ricerca, ma anche di pudore, di riserbo, di mistero e di sogno, ma possibilmente non di elenchi o vademecum per non fallire. Non credo che le regole valgano per tutti, poi. Un sistema potrebbe funzionare perfettamente per una sensibilità e risultare disastroso per un'altra. Quelli che ho appena tentato di analizzare sono i due eccessi opposti. Ma dovendo scegliere tra i due mali, ben venga il maelstrom di Poe – non a caso maestro indiscusso dell'oscurità letteraria. Tra i due litorali del controllo contro il vortice, per me non c'è gioco!
Per oggi mi fermo qui.













domenica 25 settembre 2016

Riflessioni sparse sul senso della pubblicazione, dell'autopubblicazione e della non pubblicazione (Parte V)


Umberto Eco
L'oggetto di questa quinta parte di riflessione la dedico tutta alla lettura di uno scambio epistolare, avvenuto tra Umberto Eco e uno scrittore esordiente, tale Simone Bartoletti. Questo articolo lo avevo reperito e condiviso fino a pochi anni fa attraverso il sito Golem. 
Adesso lo trovate qui.
Sarà uno spunto molto interessante di approfondimento, per quelli che sono i termini affrontati e sviluppati sulla nostra spinosa questione. 
Una buona domenica!