mercoledì 31 marzo 2010

Hi, Dorothy...

All alone...(Agosto 2009)

lunedì 29 marzo 2010

Notturna Matera (Da tre scatti ispirati di Daniela Fariello)

"Materna calma di Matera
addolorandomi in braci di baci 
insanguini delle tue luci
la mia ultima sera".
l.s.

Scrittori anestesisti.

Mi piace immaginare il ruolo di scrittore come quello di un anestesista sensibile, al quale un lettore-paziente si affidi, ancora nel primo torpore, senza domandarsi troppo su quello che gli accadrà, e legandosi con un dito a questo filo sottile di cotone azzurrato e notturno, dalle direzioni imperscrutabili, che forse li terrà uniti per sempre, anche dopo la magia del loro sogno.
l.s.

sabato 27 marzo 2010

La casa dai compleanni perduti

Entrando in una casa di una persona profondamente sola, mi fa molto più spavento e malinconia l'ordine scrupoloso e disperato delle sue cose, anziché la gioia esplosiva di un disordine adolescenziale. 
A volte mi piacerebbe vederla illuminata di baci e devastata da un compleanno dolce di ragazzi, dove stanno appena suonando un lento romantico e americano, di quelli che non dimentichi più - e soprattutto se non sei invitato.
A volte la sera o quando rientro sul tardi, chiudo gli occhi sulle scale e immagino ancora di quell' invito improvviso e da quello stesso solito interno, pur sapendo perfettamente che non arriverà mai...perché non ci sarà nessun compleanno lì dentro e nessuna musica americana.
È per questo che mi piace chiamarla "la casa dai compleanni perduti" e quella che forse porto più nel cuore perché dentro quel veleno di vuoti e di baci impossibili e mai accaduti, avrei abitato qualcosa di speciale anche io, che ora non saprò più.
l.s.

C'est de ma faute




Piccola dolce amica
o amore mio,
sei già come di sera
nel fuoco infantile della fretta tua

nemmeno un sorriso da lontanino
lungo la tua corsa da un tabarin
fino a questo Novembre vicino a me
in una fiammata dolce di tram
tra gli stivali bassi e una risata flamboyant
ma senza mai un tuo sereno vero
come se quasi non vi fosse più.
p.s.
scusami, ma nel caso non fossi tu...
c'est de ma faute.
l.s.

venerdì 26 marzo 2010

Claudia Mazzoni e la sua poesia scritta con una matita per gli occhi

Ho sempre pensato che una persona sola valga di più di qualsiasi poeta al mondo, e non è un pensiero logico, non è qualcosa di dimostrabile, ma perché penso che entrare in contatto con una sola persona qualsiasi nella propria vita e in qualsiasi modo, sia una delle cose più straordinarie, anche se il contatto non sia tra i più ortodossi, anche se non la vedi o la conosci per un momento e senza vederla più, anche se veste male e peggio degli altri che conosci meglio e ti diventa indimenticabile soltanto perché ha perso qualcosa o le si è aperto l'ombrello difettoso nella metropolitana e ti ha sorriso perché l'hai guardata in quell'attimo lì a dispetto di chi si è scostato e si è aggiustato l'impermeabile bianco. Non penso di aver mai provato meraviglia più grande nelle cose semplici e non meglio identificabili, ma pregne di una serie di informazioni profonde che non troveranno mai linguaggio adeguato che ne renda giustizia. Ed è in questo clima che mi va di raccontare di Claudia Mazzoni, una persona che fa poesia o che forse ne è imbevuta come un'alcolista e nemmeno lo sa. Credo che le poesie più belle tra quelle che ho letto, siano quelle legate a qualcosa, a qualcosa di vivo, di abitabile e non depositato sulla carta come un referto autoptico in un obitorio, di un qualcosa che parte come una freccia viva dal mistero degli stessi versi. E l'incontro con i versi così limpidi e distesi de "Una fata", l'unico suo testo che ho avuto il piacere e il dolore di leggere, grazie alla grande sensibilità di un'amica che è Sandra Mazzinghi -dico amica e non me ne vergogno, a dispetto di tutte le grandi amicizie di cui si parla oggi e di cui ci si riempie la bocca, io la sento amica, come una dei tempi delle medie, e non so nemmeno il perché e ne parlo così ai miei amici napoletani che ormai la considerano una di loro, come se la conoscessi da una vita- insomma grazie a Sandra incontro questa poesia, così strana ma affascinante nella sua insolita disposizione di organizzare il metro in una dilatazione sempre più ariosa e quasi a mangiarsi la carta e a cercarle un altro respiro ancora, come qualcuno che apre tutta la bocca davanti al mare e vede una pinna di squalo nella sua vita e ancora non le basta, e in questo commento scrivo la sola cosa che riesco a vedere e che è forse è quella che varchi meglio la soglia di quell'intimità del suo canto rappreso di un mondo sensibile e complesso che lascia una sua risonanza e cioè che Claudia avrebbe scritto questa poesia con una matita per gli occhi. Questo commento era sepolto in mezzo a altri undici o dodici, ma ieri pomeriggio Sandra mi ha scritto che le è arrivato, o che forse l'occhio si è fermato perché forse le ho detto qualcosa o meglio, le ho restituito il centro che ha fatto dentro di me, il centro di avermi lasciato una ventata come di un profumo ma non troppo forte ma nemmeno sfumato. Vorrei che adesso, con questo piccolo episodio, provaste a rileggere i suoi versi e poi a chiudere gli occhi e vedere o sentire la sua voce. La voce di una persona che non conosco ma che ha avuto l'attenzione e l'acume verso l'impercettibile ed il piccolo dei poeti veri, quelli che non lo dicono mai e che forse nemmeno lo sanno più.
Ciao, Claudia e grazie.
l.s.


Una fata

Ti bacerò le mani fautrice dei miei sogni

fata della mia anima

carisma della mia nascita

ambiguità irritante e misteriosa

controversie dello spirito

così avido da non temere nessuna paura

santa e ammirevole compassione

non ingannata dal tempo, che malgrado tutto cresce, e si rivolta contro

per l'arricchimento di notti incoscienti e spensierate

l'amore e l'allegria nelle braccia di chi, caricato dall'amaro degno

fu felice di accoglierti

non biasimando il passato, e le croci di antiche generazioni

ancora oggi incatenate da mani ansiose, folli

che inseguono folate di vento gelido come l'odio

indispettite, infreddolite

mentre aspettano un segno

un mondo, una via

qualcuno che le accompagni

e riconosca la grande valle dove nessuno e niente giace e si rinnega

di non aver mai dato amore.
Claudia Mazzoni

giovedì 25 marzo 2010

Anamnesi di opposti apparenti: Fanny e la compagna di classe

Nei processi di scrittura, mi interrogo diverse volte su quanto possono essere lontane certe atmosfere, anche se sviluppate da una radice comune - che in questo contesto corrisponderebbe al mio modo di scrivere e soprattutto di strutturare i personaggi delle mie storie. In occasione di questa recente pubblicazione di "Fanny Nostalgie", riflettevo su quanto fosse delicata e sensibile la sua risonanza nel tempo, anche in un racconto disegnato a matita o in tinta lontana di pastello ma anche così compatto e velato, come se Fanny l'avessi inquadrata per tutta la durata della sua azione attraverso dei vetri doppi e appena opachi di un piccolo refettorio di provincia, dove si cena ancora con la luce fuori e dove posso delinearne a tratti alternati un'espressione, l'accenno di un sorriso, un movimento impercettibile di una mano alzata e poi di un braccio sulla bocca o sugli occhi e poi come se li stringesse appena nel solco della mia direzione -per riconoscermi in sé o riconoscersi in me-, e dove tutto in apparenza non tradirebbe alcun particolare evento o dinamica di tensioni, e forse non lascerebbe mai pensare che in quella piccola stanza con la luce accesa, ci fosse stato un cuore umano di una ragazzina da trapiantare poche ore dopo e appena sfiorato da un bacio; e così mi chiedevo e mi chiedo ancora, nonostante la difficoltà e la delicatezza della tematica affrontata, come fosse compatibile tutto questo piccolo incanto di tenerezza  e di malinconia con l'oscurità esasperante e claustrofobica del racconto "La compagna di classe", forse una delle atmosfere più raggelanti  e spaventose in cui mi sia mai imbattuto fino a questo momento da autore e che ancora mi impaurisce quando ci ritorno anche  con il solo pensiero. Una stessa radice di pianta madre che ha prodotto dei getti così diversi, mi porta quindi ad analizzare il complesso meccanismo psicologico della creazione attraverso la scrittura di un mio linguaggio privato e ancora sconosciuto, dove interagiscono, in molti casi, degli aspetti imprevedibili, e in questi due casi specifici, l'esistenza di due figure opposte e lontanissime, o forse solo in apparenza, ma derivanti da una fonte irrazionale e comune di presagi e disagi esistenziali. Ciascuna storia, soprattutto durante un'incubazione di confronti con letture e pareri critici, svela un altro tratto di viso, quello che non era ancora chiaro e così si delineano nuovi percorsi e prospettive che, ripercorrendo la loro configurazione a ritroso, riportano allo stesso procedimento che dall'anamnesi riporta alla diagnosi. I personaggi, in alcuni frangenti particolari, possono diventare i miei sintomi, ciascuno con una sua fisionomia di sacrificio e forse anche la mia stessa cura o la strada più logica per impostarla. A volte ho trovato delle informazioni così preziose, che non mi sarei mai aspettato di incontrare così lucide o a volte spietate: il personaggio-sintomo avviene solo quando sorprendo un tema e una certa coerenza nelle sue trame che mi riconduce a un successivo  e preciso passaggio di consegne dalle scelte irrazionali del personaggio verso una regione remota e inesplorata del mio inconscio, riflesso caleidoscopico della memoria e mai al contrario. Si arriva così in un processo quasi naturale, al nucleo o alla ragione di vita di un evento e di un soggetto agente autonomo, sempre dopo la sua disgregazione e in molte cirocostante lo stesso scrittore è innocente e del tutto ignaro del composto chimico che l'ha causata. E allora l'ultima notte di Fanny e l'ansia esasperante della compagna di classe, potrebbero incontrarsi in un solo e più ampio e organico processo sintomatico di ricerca: scrittura e  malattia o senso disperato di perdita nel tentativo del recupero, in questo caso del sottile gioco di equilibri tra la parte nota e quella poco o meno chiara o troppo velata, ed è proprio in quel punto che l'affinarsi della tecnica narrativa deve battere e sensibilizzarsi al massimo per favorire con sempre maggiore maestria quel generoso ripiegamento alle dimensioni inspiegabili del sogno o dell'indimenticabile. Non è un  caso che Fanny si trovi inchiodata in un reparto di cardiochirurgia e incarni quella strana sensazione di bellezza dell'indefinibile e dell'irrecuperabile che cerco di indovinare nelle cose che vedo e che forse non mi svelo ancora e nelle persone che vivo e che amo o in tutto quello che ho perduto e non ho più trovato, anche quelle in apparenza più lontane, la rara bellezza delle figure che tendono a sbiadirsi e a sfuggirmi ancora, saranno allora delle caratteristiche profonde o anamnesi, che sto appena scoprendo e verificando, sulla dimensione dell'altro e sul senso dell'affettività giocata a volte nell'azzardo  delle situazioni più estreme, dove in moltissimi casi mi soffermo con occhio clinico, e quasi come spettatore o parte superiore e mutante della stessa assenza, in attesa che qualcosa in qualche modo si sblocchi, anche se vorrei quasi che si perpetuasse in eterno l'attesa (la compagna di classe), dove la bellezza e la complessità del personaggio diventano supreme proprio nel loro angoscioso confondersi e annebbiarsi nelle stesse ombre che forse saranno quelle mie, in un' attesa orgasmica e perdente che a volte vorrei protendere davvero fino allo stremo, e forse senza risolvere mai troppo l'accordo in una sola direzione ortodossa o definitiva. Sarebbe interessante svanire direttamente dentro il sintomo dell'assenza e dello sgretolarsi dello stesso io narrante in questo percorso di aggravamento come guarigione ( lo spavento di esistere) dove ormai Fanny e il personaggio della compagna di classe sono già perse e ritrovate, in una loro sotterranea e silente consonanza, operata addirittura alle mie spalle, un po' come tutti i processi del mio approccio alla componente più immaginifica della mia scrittura e della mia vita.
l.s.

martedì 23 marzo 2010

"Fanny nostalgie" di Luigi Salerno, inserito nella rassegna "Oltre l'ignoto. Raccontare le malattie rare"




Il mio racconto"Fanny nostalgie"è stato inserito all'interno della sezione narrativa del volume :"Il Volo di Pegaso. Raccontare le malattie rare: parole e immagini", con il codice S1/24. Questa è la prima versione di un lavoro che proprio di recente avevo ripreso.  Il  progetto è del Centro Nazionale Malattie Rare dell'Isitituto Superiore di Sanità a cura di Domenica Taruscio, Stefania Razeto e Paola De Castro.
Tra l'altro "Fanny nostalgie" è anche dedicato a una classe del Liceo Braucci, della III E, alla loro sensibilità verso esperienze e confronti di qualsiasi diversità, e alla loro speranza di testimoniare un'idea nuova di approccio nelle relazioni della loro vita.



Un ringraziamento anche alla professoressa Daniela Fariello e alla scrittrice Sandra Mazzinghi, perché entrambe hanno amato la storia di Fanny, come me, o forse ancora di più. A Paola che l'ha letto quest'estate, forse tra le prime, e un po' per caso un po' per Francesca che ebbe l'idea di passarle il manoscritto mentre io non c'ero, e anche al bellissimo commento di Celeste, che Paola mi disse a voce di pomeriggio verso la fine delle nostre vacanze. Alla III E del Braucci e al commento sulla "tenerezza infinita" di Adele. A Francesca. A Fanny...

Segue la premessa al volume del Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità Enrico Garaci

"Sono particolarmente lieto di presentare il libro che raccoglie le opere partecipanti al secondo concorso nazionale "Il Volo di Pègaso", dedicato alle malattie rare.
Questo volume, attraverso la narrativa, la poesia e l'arte visiva, intende contribuire a far sentire la voce, anche attraverso la creatività, del cittadino con malattia rara come membro del corpo sociale. La malattia viene spesso rimossa e relegata ad ambiti solo "privati", la nostra società vive come se la malattia non esistesse, e, cosa ancor più grave, come se milioni di persone con malattia rara non esistessero. Per questo il concorso "Il Volo di Pègaso" è così importante: per far luce su questo universo che vive e reclama visibilità e diritti.
Il nostro Istituto è da anni impegnato nella ricerca scientifica sulle malattie rare, ma mi preme precisare che assicurare il diritto alla salute significa garantire spazi di espressione e visibilità a chi è colpito dalla malattia. L'impegno dell'Istituto Superiore di Sanità va in questa duplice direzione e questo concorso ne è una prova concreta.
Il mio personale ringraziamento va perciò a tutti coloro che hanno partecipato con le proprie opere al "Volo di Pègaso" e che hanno così contribuito a far conoscere cosa significa convivere con una malattia rara.
Inoltre, come Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, desidero ringraziare la dottoressa Domenica Taruscio, direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, ideatrice de "Il Volo di Pegaso", e la dottoressa Paola De Castro, direttore del Settore Attività Editoriali, che hanno contribuito a rendere possibile la realizzazione di questo evento".
Enrico Garaci
Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità
l.s.

lunedì 22 marzo 2010

Nella definizione di poetico (dedicato al blog di Sandra e alle corse di Stefania sulla terrazza dell' hotel Palazzo)

Nella definizione di poetico, anche in campo narrativo o fotografico o cinematografico, è così difficile organizzare una definizione organica e definitiva, non penso che sia mai troppo esauriente, soprattutto per contrastare la tendenza al "poetichese" e alle sue spire così diffuse e voraci. Penso che sia tutta una questione di atmosfere, di piccoli cedimenti alternati, di cose dette e non dette, di assenze e di presenze nel linguaggio, ma nemmeno basta. Troppo teorico, se dovessi spiegarlo a chi non ha mai letto un rigo, a chi si sveglia presto o lavora di notte e non ha tempo per la poesia o per incontrarla o se forse gli è già successo e non lo sa, e se adesso qualcuno mi chiedesse su due piedi di dirgli o di scrivergli che cos'è per me la poesia, ma senza prepararmi un accidenti, come adesso che scrivo e non so neppure che cosa viene dopo, tra un attimo o ancora di meno e nel buio, eppure continuo lo stesso e senza sapere se questo sterco abbia un senso o sia solo una patina densa di ombre sul bianco -che paura: le parole mi sembrano cavalli da corsa appena infranti dalle gabbie e stringono di vento le mie mani, sento il loro fiato di luccichio sui dorsi, come se fossi un motociclista notturno senza i guanti - e allora solo un esempio,  anche uno piccolo, di due parole, ma deve essere istinitivo, "no, Luigi, ti prego: tu non lo devi neanche pensare: adesso lo stai pensando, scrivi e non pensare, altrimenti me ne vado. Senza pensare, altrimenti  lo chiedo a qualcun altro", e giusto per dargli un'idea, per una traccia che lo faccia orientare, anche se solo da una mia personale prospettiva che può essere anche l'ultima del mondo e ridicola, la più inconsistente, allora io gli risponderei così, con una sciocchezza simile che solo adesso che scrivo mi sento dentro, eccola, sta per arrivare, non so neppure da dove, ma guarda che strano: le parole mi scivolano senza che le sappia prima, (mi sento nella casa dei fantasmi a nove anni e con le mani sugli occhi ):
"è poetico qualcosa come... il tenere sulle ginocchia a sedici anni circa e forse per sempre, la più bruttina della classe, toglierle appena gli occhiali da vista e da miopia e scostarle un po' di capelli dal viso e vederla arrossire e girare un po' la testa, come se soffrisse. E scoprire di imparare a guardare lontano, per la prima volta nella mia vita, all'improvviso, e forse accorgermi anche di amarla...e nello stesso incavo di quella linea dolce di ombra e di ansia.
l.s. 

Training quotidiano e passivo

A dispetto di tutti i decaloghi, i consigli, le metodologie che imperversano sul mondo della scrittura, penso che qualche pomeriggio in compagnia di mio nipote di cinque anni, mi abbia dato delle informazioni preziose sui misteri della narrazione, sulle tensioni delle unità narrative, sulle tirate e le sospensioni di uno sviluppo, tutte quelle cose che un qualsiasi buono scrittore dovrebbe aver vissuto molto prima in forma passiva, ancora lontano dal suo tavolo e dalla sua penna e dalla volontà di scaraventarle in qualche modo in cartaceo. La scrittura secondo me ha molto poco a che fare con la carta, con i capricci e le raffinatezze di alcuni piccoli o medi o grandi editori, abituati a volte a storcere il naso e aggrottare la fronte a ogni minima virata o sperimentazione, e che vogliono -in alcuni casi - rispettare la classica situazione  dei  sette, otto o nove minuti limite, oltre i quali deve succedere qualcosa di assolutamente nuovo e sorprendente senza lasciare mai vuoti e che ormai regola gli ingranaggi serrati della fiction -e lì potrebbe anche starci - e anche di molto altro, come se il pubblico fosse costituito da salme o da eserciti di svenuti a cui inumidire le narici con pagine imbevute di solo aceto e salti mortali nel vuoto e senza rete. No, signori cari, a me tutto questo non interessa, a me interessa la vita e il mio modo di sentirla e di viverla con i miei occhi, senza il terrore che qualcuno possa non capirmi o fraintendermi. In tal caso pazienza; perché il mio linguaggio è il mio occhiale anche storto e deformato da una ruota, sulla mia idea della vita, il linguaggio di una mia esperienza profonda e non di quella di un altro o di un modello estraneo e assoluto su cui uniformare il mio percorso privato ed esperenziale. Se qualcuno non mi capisce perché forse io sono un idiota o un incapace sprovveduto o un matto grafomane -a questo punto dovrei dubitare molto anche sulle coraggiosissime scelte editoriali che hanno consentito a Josè Lezama Lima, a Carlo Emilio Gadda (Garzanti nel caso del romanzo di Gadda, era molto giovane all'epoca) di pubblicare rispettivamente  Paradiso e  Il pasticciaccio e- non c'è alcun problema: cercherò di far tesoro della mia idiozia sperando che qualcuno mi spieghi perché si continui a parlare dovunque di surrealismo senza avere la minima idea del contesto storico e delle origini- questo rimane ancora un mistero- e perché ancora si confondono Dylan Thomas con un giocatore di baseball e i crepuscolari con una setta satanica incappucciata che gira imperversando nei cimiteri di campagna, allora sarò davvero un idiota, forse è proprio così che stanno le cose.
Con mio nipote invece -tornando alle cose serie - sono sempre maledettamente  in mare aperto, in uno di quelli profondi di Conrad o di Melville, perché è ormai abituato a giocare con le storie che gli invento al momento e che tutte le volte che arrivo gli devo sfoderare e poi mimare i personaggi e dare dei ruoli precisi anche a lui che catturino al massimo la sua attenzione e che lo rapiscano con me nell'assurdo delle situazioni che devo mutare all'ultimo momento per spalancare ancora di stupore il suo sguardo, con un imprevisto, una grossa capriola di fuochi e incantesimi nella sua vita, che lui ricorda per giorni e me li descrive dopo tempo e io a volte non li ricordo neppure più,  e lungo il ritorno a casa si accendono quelle storie strane e fumanti anche nella mia vita, quando ritorno a tutto quel carburante speso che lo ha reso felice e ci ha dato un senso a entrambi, anche se per un pezzo anonimo di pomeriggio invernale. Comunque. Al di là di tutto il detto e il non detto, questa è la mia idea discutibile assurda o perversa di scrittura.
l.s.

domenica 21 marzo 2010

Dentizione decidua e la ricerca del mio linguaggio

Nel mio percorso di scrittura, cerco di ottemperare a una sorta di strano e originale processo naturale di dentizione decidua con gli elementi stilistici e morfologici del mio linguaggio, in modo tale da creare quella particolare situazione di "affondo" verso qualsiasi eventuale lettore, che si ponga sempre in quello strano alveo surreale, situato tra la dolcezza di un morso e la violenza  di un bacio rubato o fuori orario.
l.s.

sabato 20 marzo 2010

Ricambio generazionale, da un altro allievo del Braucci

Ricambio generazionale: evoluzione o regressione? 
di Britneyfan 94


Tutto scorre come un fiume, "Panta rei". Questo ciò che è stato affermato circa duemila anni fa dal filosofo Eraclito. Già duemila anni fa gli antichi Greci facevano fronte all'inesorabile scorrere del tempo, al mutamento e alla variazione. Sì, proprio di mutamento e variazione credo si parli quando si fa riferimento al modo di comunicare diffuso tra le nuove generazioni. Il 1° Gennaio 2001 è ufficialmente iniziato il III millennio, il secolo dell'elettronica, dell'informatica e soprattutto il secolo delle telecomunicazioni. La comunicazione attraverso dispositivi elettronici, quali cellulari e pc, è sempre più comune e abituale al punto da aver quasi completamente soppiantato quella "tradizionale". Ci stiamo forse allontanando dalle lunghe chiacchierate "da bar" dove si parlava di tutto e di niente? Volendo tralasciare abitudini e comportamenti soggetti a variazioni, il problema è piuttosto il regredire delle nuove generazioni che si "relazionano" attraverso questo nuovo modo di comunicare. L'uso continuo della messaggistica istantanea dovrebbe forbire e arricchire il vocabolario che al contrario si sta sempre più impoverendo. Il vero problema credo, quindi, sia dovuto all'evoluzione generazionale dove "il tutto e subito", il ridurre all'essenziale ed anche, perché no, l'assenza di fantasia ed inventiva siano diventate vere e proprie prerogative di vita. Da qui il sempre più frequente uso di abbreviazioni e di una "cerchia" sempre più ristretta di vocaboli. La generazione 20 parole appare come "annoiata" e nata stanca. Visto a cosa ha portato questo mutamento, l'evoluzione tecnologica è direttamente proporzionale alla regressione delle nuove generazioni?
Britneyfan94 III E




venerdì 19 marzo 2010

La sera e la mia casa di mai più.

La sera,
dopo un incubo notturno, ritornando nel giubbino nero da bandito che fende un vento di controcuore, attraverso le mie strade del ritorno, macchine ferme con uomini muti, senza dolori né risate. Un pensiero alle rispondenze o geometriche consonanze dei luoghi, delle figure umane a ciò che si avvicina all'umano o all'inumano, alle strutture architettoniche richiamanti  i carnevali violenti degli astri, e scoprire che anche il taglio sulla coscia altafrontale dei jeans di una donna, non celi e poi  riveli e consoli del vento di una moda soltanto, la notte o la carne chiara di un buon collant, ma anche un misterioso inespresso richiamo di un'altra forma parallela, simmetria a volte occulta o mimata di carni o di sogni satelliti e ingresso superiore in profundis dallo stesso brano azzurro del disagio scucito: se quella di un sorriso pensato e non ancora squarciato o della rima profonda di una bocca che canta di sera tardi o di un fendente torvo di terra, di un ventricolo in un flutter atriale, o dello stesso miracolo di mandorla vaginale nel taglio esatto del tuo occhio scuro scuro, opposto alla tua gamba. Adesso, se io non ti vedo.
l.s.


La mia casa nella tua nuca.
O dove cominciare l'inverno
in un giorno di neve che non ti vedo
e schiaccio ancora il naso a non respirarci
e il tuo buio dei capelli negli occhi
fino all'incendio di una tua corsa improvvisa
che mi brucia il mio ultimo luogo sicuro
con i libri  e i lunghi  abiti pesanti
oltre al telefono e le tele numerate
incenerite alla fonda distanza
di quanto io poi vorrei da te,
se ancora tu non lo sai,

che tu davvero non morissi mai...

l.s.

giovedì 18 marzo 2010

Almeno (omaggio moderno a un crepuscolare)

Me ne vorresti un po' di bene tu, musino,
almeno almeno di un pochino,
anche un soltanto di minutino
contro l'intero tempo del mondo,
almeno la grandezza di un soldino,
lo scatto d' occhi di un malandrino,
lo spazio ristretto del cecchino,
 il filo di luna di un arrotino?
l.s.

Non lo saprò mai.

Mi accorgevo giusto ieri mattina di come una svolta di percorso lungo una strada lasci nell'anonimo la possibilità del tratto alternativo e non arrivare mai a sapere davvero che cosa sarebbe avvenuto a un cambio di marciapiede, di verso, di traversa. Che cosa ne sarebbe stato, per esempio, dei miei pensieri di adesso incontrando altri volti, quelli che scendevano da via Scarlatti e non da Luca Giordano, delle mie parole di stasera, della mia volontà, del mio sonno, delle mie luci, dei miei baci, della mia voce, delle mie paure, del mio tempo? Sarebbe rimasto tutto così uguale e inalterato, anche per un solo viso diverso, forse più smarrito di me e incrociato nel sonno o nella sua fretta, rispetto a quelli che ho realmente vissuto, attraversato e dimenticato?
Non lo saprò mai.
l.s.

mercoledì 17 marzo 2010

Cinque schizzi randagi

Ho imparato a scrivere male.
Con il polso girato e scorretto.
Nessun insegnante è riuscito a riportarlo a galla.
Mi è rimasto così, storto e scolpito.
Come un vizio o una speranza...

A volte guardando
le stelle di notte
lo stesso spavento
e ribrezzo dei topi
bianchi nuotando.

Osservando la villa delle suore
la malinconia della vita
che si rapprende a quest'ora.
Calando quasi la sera
come un lontano fantasma di te.


Le parole decidono sulla vita.
La vita con i suoi eventi decide sulle parole.
Sono soltanto io che non posso.


Si avvicina
la sdrucciola stasi
della finale discesa.
Adesso è strano,
così attesa
come se per un gioco
non avessi più fiato.
E ci rido lo stesso.
Cala il buio, nel tanto.
l.s.

martedì 16 marzo 2010

Scienza e bellezza al decennale del Braucci e la risposta nei sorrisi della III E

Una mattinata dedicata a un compleanno di un liceo, i suoi primi dieci anni, senza candeline ma con l'incanto di un grosso corale di tenerezza e di entusiasmo, aperto con le note de l'An die Freude di Ludwig van Beethoven, per aprire di consonanza un' iniziativa così diversa da quelle che mi capita di incontrare e dove mi imbatto a volte per la curiosità di cercare sempre qualcosa di nuovo: scienza  e bellezza, esiste la bellezza nella scienza o l'arte è sempre rapportabile a un ideale di bellezza e si ragionava con grandissimi stimoli e suggerimenti - grazie alla lungimiranza del preside Silvano Striato- con l'astrofisico Massimo Capaccioli, dalle grandi capacità comunicative, che ha coinvolto e ha mantenuto ben desta l'attenzione dei ragazzi e del personale docente. E intanto ho incontrato finalmente i ragazzi della III E, e ho trovato proprio nella fila delle poltrone che mi erano davanti, un concetto vivo e imperscrutabile di bellezza, che forse non potrà incapsularsi in nessuna teoria, né rapportarsi a nessuna dicotomia sui rami della scienza e dell'arte ma che è assoluta così come è: la bellezza di trascrivere una domanda di J. D.Barrow su di un fazzolettino di carta, e ripassarsela a voce o quella di aver paura di chiedere prima che arrivasse il microfono dalla loro parte e di quella fame di  sapere e di ridere, o di chiedermi  quale fosse la risposta alla loro domanda, come se il professore l'avesse detto in ebraico aramaico. In fondo ciascuna forma umana ha le sue risposte profonde e interne di bellezza e sono diverse o a volte le stesse, quelle di un sorriso nel buio, o della fame di sapere ancora di più o di fingere di non essere capaci e di inventarsi un ruolo espressivo che forse ancora non si è scoperto, la bellezza di potersi perdere e ritrovare, di aver accettato una domanda da uno sconosciuto che non hanno mai visto e che è scappato senza nemmeno salutarli tutti; e allora mi accorgo che da un certo punto di vista le cose che si vedono anche da lontano non sono necessariamente più grandi di quelle che ci troviamo vicine a un passo, e non è ancora detto che una tempesta di stelle o il sangue esploso di una galassia scintillante di stelle più giovani, sia più bella dei loro sorrisi di questo mattino, della loro incertezza prima di chiedere o dell' impeccabilità delle loro domande, che hanno posto con la professionalità di uno speaker rai. Credo che le cose si scoprono e diventano di colpo- "Out of the blue"- di una bellezza incalcolabile e infinita per quanto si riesca a sentirsele preziose dentro, come forse può essere prezioso e sconfinato un mattino qualsiasi, una passeggiata, la preparazione di un racconto per un concorso letterario, un giorno di pioggia.
Tornavo in auto a casa e mi sentivo rinnovato da una strana speranza in più, come se quelle due ore mi avessero detto e dato qualcosa che prima non sapevo ancora e che forse mi avrebbe chiesto Fanny, guardando lo stesso cielo di Matteo, l'ultima notte prima di un trapianto di cuore.
l.s.

lunedì 15 marzo 2010

Secondo commento ""Gli autunni di Gürsern" (ex Kobilka) di Luigi Salerno



Questo che segue è il secondo commento, arrivatomi qualche giorno fa da un altro lettore del gruppo de iQuindici. Il secondo lettore insiste molto sull'apparato stilistico del testo e sulla possibilità e la necessità di sfoltirlo e snellirlo. In effetti il file che gli ho inviato era ancora denso di parti piuttosto ampollose, che, durante la stesura della revisione successiva, hanno risentito di alcuni sostanziali interventi di ridimensionamento e mutilazioni - almeno quando l'ho ritenuto necessario. Segue anche una mia risposta al commento con le dovute delucidazioni sulle caratteristiche stilistiche e sugli intenti primari del mio progetto. Da notare come sia possibile, su di uno stesso lavoro, cogliere tra due soli lettori competenti, abituati a numerosi manoscritti, prospettive e angolazioni particolari, e come uno stesso intento stilistico e narrativo, possa sdoppiarsi o triplicarsi in più unità parallele.
l.s.


Secondo commento dai Quindici:

Ciao Luigi,
sono Stefano e ho letto io, da parte de iQuindici, il tuo Kobilka. Quando ho aperto il file e ho visto quante pagine era lungo, ho cominciato a sfregarmi la testa pensando a quanto ci avrei messo a leggerlo. Invece devo dire che non è stato pesante. Ho una sola annotazione da farti. Snellisci la scrittura. Il tema e la trama non sono innovative in modo particolare, ma il testo è promettente e scorrevole. Sei riuscito, tra movimento narrativo e dialoghi ben articolati, ad alleggerire i capitoli, di per sé lunghi, e a rendere le altrettanto lunghe tirate delle unità narrative meno impegnative per chi legge. Questo è un grande punto a tuo favore, visto che solitamente è il punto debole della maggior parte dei lavori che mi capita di leggere. Anche la scrittura è sicuramente buona. Hai una proprietà di linguaggio invidiabile e un ritmo che dimostra tutto il tuo impegno e le capacità sviluppate scrivendo questo testo. Ora torniamo al tema di prima, però. Devi snellire la scrittura. Spesso, per creare un pathos narrativo particolare, finisci per essere un po' ampolloso. Forzi la tua scrittura con parole ricercate e costruzioni complesse quando invece, a mio parere, dovresti adattare la scrittura il più possibile al contesto narrativo. So che sembra di sminuire il tuo messaggio, ma al contrario lo chiarifichi agli occhi e alle  orecchie di chi legge. Concedimi il paragone, ma guarda con quale leggerezze Calvino tratta tutti i suoi argomenti, con parole semplici e frasi "velocissime", pur passando grandi concetti. A quel genere di scrittura, con le dovute proporzioni, dovresti provare ad accostarti. La trama, ripeto, è bella e con quell'ultimo tocco la storia avrebbe la sua marcia in più e il lettore divorerebbe molte pagine più pagine di quanto possa fare adesso...o almeno di quanto sia stato in grado di fare io. Per il resto, ben fatto Luigi. E si vede che durante la stesura di questo tuo lavoro sei maturato letterariamente verso la fine del romanzo rispetto all'avvio. Quindi in bocca al lupo per il futuro e, soprattutto, non smettere di scrivere.
Stefano


Risposta dell'autore:
Caro Stefano,
sono Luigi Salerno, il responsabile dei tuoi sfregamenti di testa -mi auguro solo iniziali. Ti scrivo per dirti un grazie sentito e non formale, perché questo tuo piccolo-grande sacrificio di perderti dento i miei azzardi e le mie fiammate anarchiche, mi è stato davvero molto utile per sciogliere diversi dubbi ancora presenti sul suo assetto definitivo. "Snellire"! Condivido in pieno: in effetti la versione del lavoro che hai ricevuto era precedente a una successiva, dove stavo già cercando di sgrossare le fasi di maggiore oscurità, la tendenza allo scriversi adosso e ad offuscare i tempi e le luci della storia. Il tema fondamentale riguardava la spaccatura tra il sapere e il sentire, detto proprio in soldoni. Volevo creare una situazione estrema o portarla ad esserlo, murando degli individui con storie diverse, in uno stesso ambiente e confrontarle ciascuna attraverso l'affettività e il loro personale bagaglio etico e cognitivo-esperienziale. In fondo niente di così nuovo, condivido, ma io stavo cercando qualcosa nella mia strumentazione di bordo, forse un equilibrio tra la ricerca di un linguaggio che mi appartenesse davvero e l'effetto notte di un'atmosfera precisa, che riuscisse ad arrivare al lettore senza troppe tortuosità e involuzioni -forse in alcune lettere di Lucrezia mi sono avvicinato di più a un certo equilibrio, chissà... Insomma, il romanzo come avrai capito è ancora aperto a modifiche, e i tuoi suggerimenti mi daranno la serenità giusta per procedere ancora, come stavo già facendo, a opportune e mirate mutilazioni e a una buona semplificazione dell'impianto narrativo. Nella versione più recente ho cambiato il titolo ("Gli autunni di Gürsern"), ho specificato meglio all'inizio la localizzazione geografica dove si svolge la storia, e ho scremato molte zone troppo ampollose o di brutta filosofia (la cena da Nicholas, la festa di Carnevale, molti dialoghi tra Teo e Otto, la stessa parte iniziale, e marcando maggiormente il dubbio sul mistero incestuoso tra i fratelli). Penso che sia un primo passo. Un'ultima cosa: gli estratti in tedesco, sono gli originali della Passione secondo Matteo di Bach, che tradotti in italiano hanno una certa attinenza con il ruolo e la figura di Teo nella storia. Sarebbe stato importante che avessi incluso nel testo le note adeguate di traduzione. Lo farò.
Ti ringrazio ancora, soprattutto per il tuo incoraggiamento a non smettere. Penso che sia una piccola cometa che mi rimarrà dentro, se un domani dovessi davverso stancarmi -anche se ne dubito.
Cordialità,
Luigi Salerno

Primo commento a "Gli autunni di Gürsern" (ex Kobilka) di Luigi Salerno



Questo commento al mio romanzo inedito "Gli autunni di Gürsern" -titolo modificato di recente, prima era "Kobilka"- è di un lettore del gruppo letterario "i Quindici, il primo dei due che ho ricevuto sull'inedito:

"Ciao Luigi,
ho letto con interesse il tuo romanzo “Kobilka” e ti mando qualche semplice impressione, da lettore qualunque, senza qualifica aggiunta, sperando solo che ti possano essere utili nei tempi a venire…
Non posso non iniziare che facendoti i complimenti per il tuo romanzo, mi è sembrato veramente ben scritto e si è rivelato una lettura interessante e stimolante, sotto vari punti di vista. Provo ad andare con ordine, anche se non è il mio forte…devo dire che sin dalla parte iniziale, dalla “cornice” che prepara lo sviluppo della storia, mi sono dovuto abituare un po’ al tuo periodare, in alcuni momenti incatenato in frasi brevi, rotte anche da una punteggiatura “pesante”, mentre in altri, soprattutto quando lasci andare i pensieri e le sensazioni dei tuoi personaggi, questo si trasforma in un flusso magmatico, vorticoso, di periodi lunghi, densi e concentrati di immagini e colori che fanno emergere la tua padronanza nello scrivere. Mi sembra che questa alternanza vada poi assottigliandosi con il procedere della storia, anche per la presenza più forte del discorso diretto, per riemergere soprattutto nelle lettere di Lucrezia e nelle dispute di Teo, siano esse con altri o semplicemente solo suoi pensieri. Quest’aspetto mi è parso positivo perché altrimenti avresti finito per rendere la storia troppo “carica” dal punto di vista stilistico, rischiando di offuscare la vicenda e la trama di questa. Invece mi sembra che tu abbia trovato un giusto equilibrio con il procedere, anche se tieni conto che un approccio così nei confronti di un romanzo può spaventare, sia per le citazioni alquanto difficili che emergono sin dalle prime pagine (Torelli,  Cristobal Halffter, Simone Martini, Mathäus Passion…) sia per la complessità filosofica di alcuni scambi tra i personaggi. Io mi sono lasciato andare alla lettura, cercando con curiosità alcuni personaggi che tu citi e che non conoscevo (per es. Cristobal Halffter appunto, Varése, ecc.) così come mi sono soffermato sui confronti, cercando di sviscerarli; se alcuni dualismi sono abbastanza chiari, vedi quello centrale material-idealista (per farla semplice) tra Otto e Teo, ho l’impressione in altri momenti di non essere riuscito a cogliere del tutto la profondità che probabilmente tu nascondi nel testo. Insomma, sii consapevole che se per alcuni un testo più complesso vuol dire curiosità, per altri può essere semplicemente una noia, tutto qua.
Per quanto riguarda la trama della storia, devo dire che l’hai gestita in maniera ottimale, riuscendo a creare strati sottili, uno sull’altro, in maniera sempre crescente fino all’esplosione del finale; e il finale lascia trapelare che la rivisitazione degli eventi da parte di Teo sia quasi continua, notte dopo notte, mentre la figura di Gyorgy diventa quasi un fantasma con cui confrontarsi. È solo un mio abbaglio?

Tutti i personaggi hanno un loro spessore molto consistente, cosa tutt’ altro che facile, sia i principali, ma anche quelli più secondari, vedi per esempio Justine, e durante l’arco della narrazione hanno una propria evoluzione molto riconoscibile. In alcuni momenti assumono quasi una maschera teatrale classica, sia perché è predominante la narrazione degli stati d’animo rispetto alle azioni eclatanti, sia perché ogni piccolo spostamento viene scavato, da Teo in particolare, quasi fino a sviscerarlo completamente. E credo sia proprio in questo continuo scavare nei personaggi, aggiungendo loro sempre un piccolo strato di pelle in più che sta uno degli aspetti più forti della tua narrazione. Degna di nota, in senso positivo ovviamente, è l’idea dell’occupazione di Teo, riformatore scolastico con cui credo che chiunque avrebbe voglia di avere a che fare…a proposito se senti davvero parlare di una scuola che baserà i propri programmi su Huxley, Dhammapada e Andersen, considerami iscritto!


Ultimo aspetto su cui mi soffermo e che mi ha colpito è l’ambientazione del romanzo, non tanto per i luoghi o per il tempo, i primi sempre nominati, il secondo scandito anche dalle date delle lettere, ma per una specie di filtro evanescente che sembra circondare la narrazione, come se si trattasse di un qualcosa di lontano ed irreale; ed anche se le macchine passano, in certi momenti sembra proprio di trovarsi in un piacevole luogo un po’ sospeso dal tempo. Al prossimo romanzo,
Federico".

Risposta dell'autore:
Gentilissimo Federico,
volevo davvero ringraziarti di cuore per questa tua bellissima analisi sul mio testo, che a dire il vero è la prima e la più autentica in assoluto che io abbia ricevuto. Questo, d'altra parte, è un inedito ancora molto aperto a eventuali o anche sostanziali modifiche: quello che mi interessava era la tenuta dell'impianto narrativo, le dinamiche psicologiche nello sviluppo dell'azione, e soprattutto il ritmo e la comunicazione emotiva, e le tue indicazioni le ritengo davvero preziose, rivelando una lettura approfondita e una spiccata sensibilità a situazioni che non pensavo potessero essere colte con tanta precisione da "un lettore qualunque, senza qualifica aggiunta", come tu preferisci definirti, che fra l'altro è anche il banco di prova più difficile, perché rappresenta la destinazione finale del progetto.(Anche se da come scrivi e come senti, tanto qualunque non lo sei).
Condivido pienamente su tutti gli aspetti che tu mi hai elencato: soprattutto su quella propensione a una certa "anarchia" della prima parte, di alcuni particolari ermetismi, dell'accanimento su citazioni a volte oscure, che potrebbero correre il rischio di scoraggiare. Riconosco che la sperimentazione di un certo stile, in diversi casi diverte molto di più chi scrive che chi legge, mentre dovrebbe essere giusto che anche il lettore venga coinvolto.
A volte mi lascio prendere dal valore che hanno certi richiami per la sensazione del momento o perché parte della mia vita, in alcuni casi della mia formazione: quelle musicali, soprattutto quelle dal testo tedesco della "Passione secondo Matteo", di J.S.Bach, avrebbero senso con la traduzione del testo corrispettivo italiano, richiamato semmai con un asterisco: dovrei valutarla come possibilità; infatti questi inserti li utilizzavo come contrappunto - forse piuttosto ambizioso, lo riconosco - tra gli elementi della storia e una visione universale del bene e del male e del sacrificio, scandita nel testo tedesco dal ruolo del coro. E poi ancora Yeats e la pittura -Simone Martini è anche il nome di una strada della mia città - e la musica classica e contemporanea.
Dopo la tua analisi non c'è molto da spiegare. Hai detto davvero tutto, hai colto particolari che pensavo potessero sfuggire, e questo mi conforta parecchio: davvero non lo pensavo. Mi sono sentito risollevato dal fatto che un lettore che non conosco e che non mi conosce, sia arrivato così oltre quanto io stesso potessi immaginare. Quando hai parlato di Justine, per esempio, vedo che hai colto in un personaggio in apparenza minore, delle rifiniture sostanziali che ho utilizzato per mantenere in piedi alcune tensioni sotterranee e anche sulla figura fantasmica del suo amico notturno Gyorgy, hai centrato in pieno!. In un eventuale lavoro approfondito di editing sul testo, il tuo commento al lavoro mi sarà davvero utilissimo, credimi.
Ti ringrazio ancora del tempo che mi hai dedicato -a volte mi sento in colpa per il tempo che con un mio scritto lungo possa rubare a qualcuno. Il confine tra lo scrittore e il ladro, in molti casi è labilissimo - e mi riserverò di aggiornarti sulle eventuali evoluzioni che il destino riserverà a questa mia prova.
Distinti saluti,
Luigi



domenica 14 marzo 2010

The good and the bad writer

The good writer plays and writes about the bad dreams.
The bad writer talks and dreams about the good writing.
l.s.

Interludio

sabato 13 marzo 2010

I think...

Penso che scrivere molto bene, intendo con la dovuta semplicità che svetti poi verso il profondo, sia difficile come per una donna rifarsi il trucco in un cucchiaio.
l.s.

venerdì 12 marzo 2010

Il racconto su Romolo e l'equilibrio sulle punte

Vi sono delle storie che ho amato, anche se semplici, forse per la loro strana volontà di dolore, in molti casi autonoma  da un mio preciso monitoraggio. Questa storia si è mossa con le sue mani, quasi alle mie spalle. Una metafora sull'equilibrio impercettibile che muove le cose più piccole come i grandi temporali di un'esistenza, a volte per un impulso trascurabile o una disattenzione. Eppure il personaggio di questo racconto di molto tempo fa, un po' mi inquieta e mi fa pensare alla vita di un uomo come alle punte in tensione di un'allieva ballerina. Lo sistemai in occasione di una rassegna sui sette peccati capitali alla quale il mio racconto  ebbe un libero ed "iroso" accesso - notizia per me davvero inattesa. Ogni tanto mi viene voglia di rispolverare scritti anche così lontani e provare a farli respirare ancora. Uno come questo:




Romolo aveva un nome buono
di Luigi Salerno

La sua calma la sentivi negli occhi perché ti parlava, e le cose che parlano senza la bocca non possono mai tradire. Camminava per la stessa strada e poi tagliava per la piccola traversa degli ulivi, dove c'era più sole e si faceva prima. Il calore e la luce gli davano ancora più leggerezza, e sembrava che quando lo incontravi non riusciva mai a stare fermo un momento e non si tratteneva dall'abbracciarti, grande e grosso com'era. Romolo aveva un nome buono, come i suoi occhi, la gioia dei suoi cani bianchi al suo ritorno, i suoi silenzi, le sue poesie sgrammaticate. Le scriveva di nascosto per la ragazza del viale degli oleandri, la liceale dagli occhi scuri, che non lo salutava mai senza un sorriso e aveva una bicicletta rossa.
Romolo parlava di più con i cani e non capiva dove arrivassero quei suoi sorrisi, quanto potessero dirgli di più, quando lo stoccavano nel centro esatto del suo grosso viso sudato.
“Ciao, Romolo. Visto che vento che c'è oggi?”.
“C'è vento solo lassù, qui è ancora caldo. Ma perché non ti fermi?”.
“Ho fatto tardi, ci si vede oggi. Mi accompagni?”.
“Non ho sentito bene, scusami”.
Elvira rallentò e cercò di gridare più forte.
“Devo fare un regalo. Mi accompagni?”.
“Vedremo, penso di sì”.
“Ci pensi o è già sì?”.
“Va bene, è già sì”.
“Allora alle cinque al cinema Fox”.
Adesso Elvira si era fermata.
Romolo la raggiunse a fatica. Era molto pesante nel passo e il sudore lo imbrigliava di movimenti impacciati e cedimenti di fiato.
“Fatti salutare, piccolina”.
Elvira gli porse la guancia con un piccolo sorriso.
“Ti voglio bene”, gli gridò quando ormai era già lontana; tanto da lì non l'avrebbe mai sentita Romolo, che viveva con una madre e una sorella ritardata e due cani bianco ghiaccio. Il padre era morto l'anno scorso. Era rimasto l'unico a lavorare e a prendersi cura delle sue donne. Quel pomeriggio finalmente l'avrebbe rivista. Sarebbero andati insieme al corso Mansfield, e forse a guardare le vetrine e avrebbero camminato ancora nelle loro parole della sera, che lui non riusciva mai a dirle senza sbagliarne qualcuna. Ma quel pomeriggio Romolo non raggiunse il cinema Fox. Elvira lo aspettò, lo aspettò ancora oltre le sei, ma Romolo non arrivò più. L'indomani anche la strada degli ulivi era piena di sole ma Romolo non c'era.
Elvira non lo vide mai più passare. Poi qualcuno le raccontò dell'amore che Romolo provava per lei.
“Ma che dici? Romolo è sempre stato soltanto un amico, e forse nemmeno quello”.
“È che forse non sai quello che è successo”.
“Qualcosa di brutto? Gli è capitato qualcosa di brutto?”.
Chiara e Riccardo si fecero più vicini, sul muretto della piazza. Elvira era del paese vicino.
“Aveva detto a tutti che ti avrebbe accompagnato, non parlava di altro. È vero che dovevate incontrarvi, Elvira?”.
“Certo che è vero, ma questo adesso cosa c'entra?”.
“Mi hanno raccontato, e io ci credo perché sono persone fidate...”.
Riccardo fece una pausa e prese una sigaretta dal taschino.
Sfregò il cerino sul muro, tenendo un occhio chiuso e guardando il primo cielo di vento sui loro visi un po' pallidi.
“Perché adesso non continui più?”.
“Non vedi che sto accendendo?”.
Tirò una boccata e la fissò ancora.
“Dovresti conoscerla Armida, è stata sempre un po' ritardata e quando poi ha sentito da tutti che Romolo aveva un appuntamento così importante, dopo tanto tempo, insomma ha avuto una specie di crisi. Era il suo terrore”.
“Quale terrore?”.
“Quello che qualcuna se lo portasse via a quel grassone lì, e che loro due rimanessero sole, pensa un po'”.
“Ma figurati...uno così grosso e solitario”.
Il vento si alzava e rigava di capelli il viso spaventato e smarrito di Elvira.
Elvira aspettò che Riccardo continuasse, tenendo una mano stretta a quella di Chiara, che le era più vicina e che forse già sapeva.
“Capisci quello stupido che pasticcio che ha combinato? A raccontare ad Armida che si era quasi fidanzato con te”.
“Che cosa?”.
“Quando poi ha visto la reazione della sorella, che ha cominciato a dare di matto, a chiudere la porta, a scalciare e a prendere la chiave e anche la mamma, che ormai con la testa non c'era più neanche lei, quando gli ha detto che Romolo non doveva uscire con te, e che doveva rimanere con Armida, allora si è sentito soffocare, e a volte anche le persone più buone...e intanto i vicini che sentivano tutto”.
Elvira lo guardava e allora respirava più forte. Riccardo tirò un'altra boccata e si voltò verso il panorama dei vecchi boschi, che adesso si perdevano nel fuoco del loro buio.
Stava calando la sera. Chiara si girò dall'altra parte e ritrasse la mano.
“Le ha spaccato la testa, in due parti. Ad Armida e anche alla madre. Lo avrà fatto per uno scatto d'ira. Quando sono entrati già non respiravano più. A lui invece se lo è ingoiato un infarto. Come un lupo. Adesso te l'ho detto, contenta?”.
Chiara le si avvicinò ancora. Elvira non aveva più sguardi né parole. Adesso fissava il vuoto di un dirupo. Tutti e tre che guardavano lo stesso punto oscuro.
“La prossima volta stai attenta quando parli con certe persone”.
“Ma...se non mi aveva neppure sentito, che poi c'era così tanto vento”.
Chiara la guardò ancora.
“Ma perché, ti senti in colpa, forse?”.
“Gli ho gridato qualcosa, ma qualcosa che adesso nemmeno ricordo più”.
* * *
I due amici si allontanarono. Elvira prese l'ultima corriera.
Quella notte salì una luna molto calma e profonda, che velava un chiarore come di neve sulle cascine.
Scesa dalla corriera la guardò fissa e lanciò un grido di soli occhi e di fumo, dentro l'orrore di quel vuoto: la ragazza del viale degli oleandri, la liceale dagli occhi neri, che non salutava mai senza un sorriso e aveva una bicicletta rossa, quasi come l'ira di Romolo. Romolo aveva un nome buono, come la gioia dei suoi cani bianchi al suo ritorno. La sua calma la sentivi negli occhi perché ti parlava, e le cose che parlano senza la bocca non possono mai tradire.
l.s.

Foto premiazione internazionale Lanciano 2008 e qualche scorcio




Al me insonne di quest'ora (01:15 a.m.)


"A ques'ora notturna il mio cuore 
è una colonia estiva di suore 
nel vento di una terrazza aperta, 
mentre l' albergo vicino 
scivola una festa da ballo".
l.s.

giovedì 11 marzo 2010

HOLD HARD, THESE ANCIENT MINUTES IN THE CUCKOO'S MONTH


Dal bellissimo testo di Dylan Thomas, la prima inesauribile strofa del "Tenete duro, o voi minuti antichi nel mese del cucù", uno dei miei grandi e disperati amori letterari, che  forse fanno parte della mia stessa condanna di  incomprensibilità e di tormento, ma ogni profondo innamoramento ha sempre i suoi bellissimi e inesauribili costi...Sono incontri lancinanti che ormai non puoi più dimenticare:

"Tenete duro, o voi minuti antichi nel mese del cucù,
Sotto la magra, quarta follia sulla collina di Glamorgan,
Quando i boccioli verdi urgono verso l'alto, alla spinta del tempo;
Il tempo, in un fantino di follia, simile a un provinciale
Sulla falcata delle corse col suo levriero alle calcagna,
Avanti spinge i miei uomini, i bimbi, dal pendulo sud".
 Dylan Thomas. Poesie Guanda 1954- Collezione La Fenice diretta da A. Bertolucci

mercoledì 10 marzo 2010

Napoli, 12 Gennaio, 1978: Compito in classe

Tema:
Anche per noi ragazzi non tutte le giornate sono liete...
  
  Svolgimento
Capita che a volte, nella nostra vita felice e spensierata, ci sia qualche brutta giornata. Non una volta sola ho trascorso delle giornate brutte. Narrerò come ho passato una di queste: qualche anno fa mia madre aspettava un bambino, un mio primo fratellino, perché io ero figlio unico ed ero contento di avere un fratellino o anche sorella che sia, un nuovo ed eterno membro della nostra famiglia. Quando mia madre fu ricoverata in clinica, io andai a dormire dai miei nonni materni, che avevano anch'essi la grande gioia di avere un nuovo nipotino. Non vedevo l'ora che questo bimbo nascesse e in quel periodo per me il  tempo era prezioso e sembrava non passare mai, ma finalmente un bel giorno verso le quattro del pomeriggio suonò il telefono, i nonni risposero e mi confermarono che era nato un bel maschietto. Io fui contentissimo della bellissima notizia, ma durò per pochi minuti, perché poco dopo risuonarono al telefono, rispose mio  nonno, il quale non parlava e dopo avere abbassato la cornetta, dal rosso vivo delle sue guance, diventò pallido e triste. Io e mia nonna che eravamo vicini, non riuscimmo a capire perché non parlava più e io insistetti per sapere quale notizia l'aveva rattristato così, ma lui non volle rispondermi e mi mise a cavalcioni sulle sue spalle, camminando per la casa e poi si fermò davanti allo specchio del salone grande. Eppure - pensavo io -un giorno dovrebbe aver avuto il coraggio di confermarmi l'accaduto. Stanco e seccato di essere implorato a quel modo dai miei occhi, disse a me e alla nonna che il bambino era vissuto per poco tempo, qualche minuto. Antonio  (era quello il suo nome) era morto e nato insieme. Dopo aver saputo quella notizia, è come se non capissi più nulla. Mi buttai su di una vecchia poltrona e mi misi a singhiozzare e a piangere lungamente. I nonni cercarono di consolarmi, ma non ci riuscirono. Il mio fratellino, che attendevo da tempo, non c'era già più. Il cuore della mia famiglia era straziato. Quando ancora oggi a dieci anni penso a quest'episodio, continuo a rattristarmi ancora. Il povero neonato non aveva avuto nemmeno il tempo di piangere. Quando ritornai nella mia casa pensavo che ora lì, nella culla, ci sarebbe stato il mio fratellino. Purtroppo io ho passato, con la mia famiglia, altre cose brutte, ma mai come questa. A denti stretti, la mia famiglia a poco a poco iniziò a non pensarci più o  pensarci di meno. Non può essere vero -pensavo - non può essere vero che una creatura così piccola possa perdere la vita. Eppure era la verità.
Infine io spero che la mia vita continui senza più dispiaceri del genere e così grandi. Ma è difficile, in fondo un giorno tutti  faranno la fine di tante altre persone che adesso riposano eternamente.
l.s.
Nella foto: Luigi in Irpinia.

martedì 9 marzo 2010

"La canzone" di Luigi Salerno tra i quattro vincitori ufficiali del Concorso Letterario sulla continuazione ideale dei Sillabari di Parise

"Soluzioni per completare i famosissimi Sillabari. Era questo l'obiettivo posto dal concorso letterario nazionale indetto per il secondo anno dal festival Libriamo (www.libriamo-vicenza.com), dedicato alla figura e all'opera del grande giornalista e scrittore vicentino Goffredo Parise negli 80 anni dalla nascita.
Al bando, lanciato la scorsa estate, hanno aderito più di 200 autori da tutta Italia, proponendo i loro racconti, caratterizzati da stili molto diversi. Duro il lavoro della giuria, che alla fine ha partorito la lista dei vincitori:


primo classificato: Il vaso di Ilaria Parutto- Rivignato (Udine)

secondo classificato: La canzone- Vetture e Veicoli di Luigi Salerno- Napoli


terzi ex aequo Viaggi senza vini di Giorgio Pirazzini- Lugo (Ravenna)
e Xmas time di Flavio Orciani- Vicenza.

Sono stati segnalati altri lavori che, pur non premiati, denotavano un livello qualitativo elevato o peculiarità stilistiche interessanti: Joue Rouge di Anita Orso, Lo scrittore di Vito Ferro, Passion 15 di Paolo Fortunato, Tesori di Luigi Brasili, Tranquillità di Susanna Contadin. Vermi di Daniela Piu.
[...]Le due opere vincitrici verranno lette e agli autori  premiati saranno consegnate alcune copie della pubblicazione.
Dall'articolo del 20 novembre 2009 apparso su "Il Giornale di Vicenza".

Clair de lune

lunedì 8 marzo 2010

"Il telegramma" di Luigi Salerno

Della mia cattiva grafia



Ecco di seguito il testo della prima pagina di questa rivista per grandi e per bambini, del 1973, a cui invai una piccola lettera che mi fu pubblicata. Il testo originale si può anche leggere cliccando sulla stessa immagine della rivista che ho pubblicato sul post.
Notare la scrittura tortuosa, di un bambino di quasi sei anni che usava la penna con il polso girato e che ormai non l'ha mai più corretto...
l.s.
"Questa è la prima lettera giunta ad Ambarabà dopo che era uscito in edicola il n.1, nel mese di aprile. È stata scritta da Luigi Salerno, un bambino che non ha ancora sei anni, che sa scrivere solo così, ma che sa molto bene pensare e giudicare per conto suo...Noi di Ambarabà lo vogliamo ringraziare, perché è stato molto gentile.
Secondo Luigi, Ambarabà è un giornalino "per i bambini e per i grandi". Era proprio quello che noi volevamo fare. Ci sono notizie come quelle che leggono i grandi sui loro giornali, solo che qui sono dette figure, che ai bambini piacciono più delle parole. E poi, se qualcosa sembra un po' difficile, è giusto che un bambino possa chiedere ai grandi le spiegazioni che occorrono. I grandi devono sempre parlare con i bambini...

sabato 6 marzo 2010

Se esistesse




"Se esistesse un luogo al mondo da raccontare e senza mai stancarmi e dove provare a perdermi e dimenticarmi, come in un' ellisse astrale, credo che per la mia vita si trovi in quella gondola invisibile che stacca da uno chignon alla curva di un collo, e che si allontana, sognando che forse in quel centro si nasconda un altro cuore ancora".
l.s.

venerdì 5 marzo 2010

L'Irpinia di Sandra Mazzinghi

"Mi ha sempre fatto impressione quel cartello, perchè indicava un niente ormai, appoggiato lì, al muro, in piedi, indicava solo il soffitto, il cielo, le anime".
Sandra Mazzinghi.
Così Sandra Mazzinghi riesce a sintetizzare, descrivendo un cartello stradale di S. Angelo dei Lombardi, appoggiato a una parete del suo garage, un mondo intero, fatto di cose dette, accadute, sentite, vissute, subite da una terra colpita nel buio e alla nuca. Le è bastato guardarlo e ripercorrerlo per cogliere in pieno il nucleo e la ferita di quei tempi in un grande e doloroso baleno. Questa è la scrittura: uno squarcio in un luogo anche più lontano da dove sei, nella perfetta alfabetizzazione di un dolore e di una profonda e selvatica empatia. Senza rete.
Grazie.
l.s.

Infanzia e violenza e amore

Ho sempre un grandissimo imbarazzo ad accostarmi al padre e al poeta padre. Tra l'altro non sono riuscito a fargli leggere una riga. Non ne ho avuto il tempo, ma ne sono intriso comunque, nel disordine e nell'incubo di una forma profonda e particolare di libertà vigilata, a tutto quello che avrei voluto chiedergli e che invece è già passato; così a volte cerco di riscoprirlo e sfiorarlo attraverso i suoi versi, forse per non essere riuscito a chiamarlo per pranzo, l'ultimo giorno della sua vita: avrei avuto tempo fino alle cinque, ma questo l'ho scoperto dopo, come la maledizione della scrittura che mi palpava il cuore e la gola chiusa con un guanto nero di pelle e ancora più di nascosto del suo imponente infarto improvviso, che l'ha incrociato mentre leggeva "I cosacchi" di Tolstoj -sono riuscito a scoprire anche il punto interrotto. E di padre in figlio o di poeta in scrittore sacrificale, si sciolgono i nastri e le carrozze di cavalli neri e i rimpianti e l'amore o l'odio involontario che si è versato e che ormai è scivolato dalle bocche al profondo dei cuori, e a volte perdersi dentro i suoi versi è come provare a morirgli accanto, come non sono riuscito a fare. Perché forse non c'ero, come quella sera alle cinque.
l.s.
Dalla raccolta "Gabbia di ansie" Forum/Quinta Generazione Forlì 1977: Infanzia, violenza e amore del poeta-padre Michelangelo:

Infanzia e violenza e amore
vibrano nel rapporto con mio padre
intreccio di colpi di cinghia e baci appassionati
tazze fumanti di latte azzurro
e perdute nenie popolari
che lui cantava con voce intonata.
Costruì anche questo padre della mia infanzia
un teatro di burattini di legno
con lampadine trasformatore
per passare dalla luce del giorno alla notte
all'alba a un altro giorno luminoso
e Pulcinella vinceva ogni battaglia
cantava una canzone e si abbracciava
la casta principessa innamorata.
Costruì anche una gabbia di ansie e negazioni
di doni e repressivi silenzi.
Io gli scrivevo lettere d'amore
dopo ogni lite per chiedergli perdono
e mi perdevo in un abbraccio caldo
che sapeva di tabacco e sapone.
Michelangelo Salerno
Qui l'elenco completo della sua opera, raccolta dall'Istituto Centrale Catalogo Unico Biblioteche italiane (ICCU)

giovedì 4 marzo 2010

Il Braucci e il grande cuore dei suoi giovani scrittori


Questo è l'articolo integrale trovato questo pomeriggio sul sito del Liceo Braucci di Caivano, che nel progetto Repubblica Scuola, risulta tra i licei maggiormente vivi e appassionati al discorso scrittura. Una speranza e anche un ringraziamento per avere avuto la sensibilità di ricordarsi del mio inserimento dei loro testi sul mio blog. Un gesto così piccolo con una risposta così viva e sentita, che mi ha davvero commosso e che non pensavo di meritare. Sappiate, ragazzi, che quello che state facendo per me è una grande lezione. Io leggendovi imparo e mi miglioro ancora, e lo dico perché lo sento, fidatevi!
Sono convinto che questo segnale sia molto importante: una scuola che si misura sui moduli espressivi e sulle capacità letterarie dei suoi ragazzi, è soprattutto una grande speranza e un ottimo esempio per tutti gli altri. Ringrazio ancora la professoressa e amica Daniela Fariello della bellissima III E, professoressa dalle straordinarie e talentuose capacità comunicative e letterarie -ho sempre sperato di scrivere qualcosa con lei a quattro mani, ma non sono ancora riuscito a convincerla- e le sue  colleghe, che non conosco direttamente ma di cui Daniela mi ha parlato, e che perseverano instancabili nella delicatezza e nell'importanza del progetto.
Un grazie grandissimo a tutti i ragazzi, anche a quelli che non ho avuto ancora modo di inserire.
l.s.

Effetto velato in nero

Uno dei grandi problemi della violenza
risiede nella sua viscosa appariscenza.
l.s.

mercoledì 3 marzo 2010

Il ritorno a Brema di Erich Fried

Vi sono alcuni testi che lasciano per giorni le loro luci nell'aria. È quello il momento in cui provi l'impulso più forte di condividerli:

Ritorno a Brema

Tardo autunno
la prima neve
le strade di notte
ghiacciate
ma verso te

Poi all'alba
la ferrovia
monotona
stancante
ma verso te

Attraverso il tuo paese
e attraverso
la mia vita
ma verso te

Verso la tua voce
verso il tuo essere
verso il tuo essere tu
verso te

Erich Fried da "È quel che è". Einaudi 1988

Simultanei

Qualsiasi prosatore dovrebbe sentirsi un poeta in vacanza,
quando scrive.
Qualsiasi poeta dovrebbe sentirsi un prosatore in vacanza,
quando scrive.
l.s.

martedì 2 marzo 2010

Il Mallarmé del Sonetto II nel finale di Bassani

Con l'inserimento dell'incipit del Sonetto II di Stéphane Mallarmé in chiusura del romanzo "Il giardino dei Finzi-Contini, Bassani mi ha intrigato e insieme sorpreso, forse perché era piuttosto vicino il mio interessamento all'oscuro poeta francese e a detta di alcuni critici il più impenetrabile e forse in apparente contrasto con il nitido e doloroso epilogo della storia, già mirabilmente anticipato nelle prime pagine. 
Tra l'altro l'inserimento è trascinato con tutta la forza originale del testo, come se sgorgato dalle ultime immagini vive di Micòl, o a quello che pensava, che ripeteva o preferiva insieme al passato: il caro, il dolce, il pio passato". Forse per il semplice turbamento da ultimo atto, dopo tante pagine così precise di grande malinconia e isolamento della perdita - e per qualcosa di mai veramente ottenuto -che ho recuperato una citazione sul verso del Thibaudet, dove il T. usa la definizione più vicina a quello che avrebbe potuto rappresentare per il Bassani quell'ultimo incastro: Definizione dell'oggi attraverso la somma degli attributi inerenti ai suoi tre epiteti; definizione del presente, della gioia essenziale di ogni mattino della vita". E tutto questo mi fa pensare. Ancora.
Le vierge, le vivace et le aujourd'hui: Il vergine, il vivace e il bell'oggi. 
l.s.

Scrivere

Scrivere per me è un po' come amare. Al buio.
l.s.