martedì 23 dicembre 2014

"Promenade fatale" approda a Bangalore: Official Selection Access Code Short Film Festival






Un nuovo importante traguardo per "Promenade fatale". Da ieri pomeriggio il film risulta presente nella selezione ufficiale di un altro festival internazionale. Si tratta dell'"Access Code Short Film Festival", con sede a Bangalore, metropoli e capitale dello stato indiano del Karnataka.


lunedì 22 dicembre 2014

Riconoscersi


Mi capita spesso di non riconoscermi in pieno in quello che ho fatto, che ho scritto, che ho pensato. Anche a distanza di giorni, mi sembra di essere così lontano da quello che credevo mi esprimesse e mi delineasse, quanto meno nel giustificare questo mio fare. Come se le condizioni che mi avrebbero portato a convincermi ad agire o a scrivere in quel certo modo, nel momento in cui ho agito, fossero di colpo mutate. O forse potrebbe essere una questione di tempo, di mutamento di prospettive attraverso un certo passaggio di giorni, con dentro diverse esperienze più o meno fuorvianti. In ogni modo è sempre molto duro questo stadio di verifica, nel quale si prova vergogna e imbarazzo verso cose o scritti per i quali si andava fieri e orgogliosi fino a poco tempo prima.
Non credo esista un rimedio a questa situazione. Il non fare e quindi il non scrivere più nulla, potrebbe essere la soluzione più sicura, quella che tutelerebbe da ogni tipo di confronto e di possibile verifica. Ma anche in quel non fare si celerebbe comunque una scelta, che verificata più avanti ci darebbe un'immagine diversa di quello che si è stati, nel momento deciso dell'assenza, dell'invisibilità da ogni metro più o meno personale di giudizio. Anche in quel sottrarsi a ogni confronto, ci si è messi in qualche modo in gioco e quindi ci si è resi oggetto di misura e comparabili con una parte diversa di sé che potrebbe non starci più a genio.
Non mi rimane che adattarmi a quello che posso avvertire indigesto, cercando di non recriminare troppo le mie azioni e il mio operato, quando li sento diversi da come li sentivo o credevo di sentirli. In effetti il loro valore non sarà legato alle effimere sensazioni dei momenti, passati, presenti e futuri che siano e che mi riguardano, ma a una serie di altri fattori spesso poco verificabili e comparabili, oserei dire misteriosi, che rendono nello stesso tempo interessante questa ricerca di identità, molte volte labirintica e beffarda, alla quale il passaggio di tempo continua a condannarmi, ineluttabile. Lo spasmo a riconoscersi ancora felici, – o quasi – nonostante tutto, in questa divorante paternità di se stessi, per esempio?

lunedì 8 dicembre 2014

"Promenade fatale (Love letters)" nella selezione ufficiale dell'IMA International Film Festival 2014 (India)



Bellissima notizia per il nostro "Promenade fatale", che riesce a rientrare nella selezione ufficiale del festival internazionale IMA, con 45 paesi partecipanti.
Domani, 9 dicembre, la proiezione: (Kerala Sahitya Academy, Thrissur, Kerala, India).




lunedì 1 dicembre 2014

"Coffee Smuggler" di Dave Holman




Questo che segue è il video di presentazione dello scrittore indipendente Dave Holman, che decide di commentare il suo primo lavoro nei dettagli, così come ha fatto anche sul suo blog. Questo è un piccolo esempio di quanti scrittori in gamba, pur se non legati al mondo editoriale tradizionale e ufficiale, si organizzano e curano i diversi aspetti del loro prodotto. 
Oltre a cominciare a rettificare i continui pregiudizi sui formati elettronici rispetto alla carta, bisogna anche considerare che il mondo del self-publishing non è più solo un ricettacolo di scrittori modesti o falliti, che non trovando spazio decidono di fare da soli, giusto per stare nel mucchio – ripeto uno scrittore mediocre rimane mediocre sempre e comunque, in qualsiasi luogo e formato – ma un mondo molto più variegato e interessante di quello che si può immaginare, soprattutto se si guarda all'estero,  come sto facendo con molto interesse e scoprendo una serie di realtà molto ricche e stimolanti, senza mai giudicare nulla prima di aver approfondito a dovere le mie esplorazioni, – e ve ne sono ancora tante da fare prima di tirare le somme, credetemi!
E adesso vi lascio al simpatico video di Dave:

domenica 30 novembre 2014

Primo passo di una revisione


Con questo titolo, in questa bella domenica mattina, ho dato la prima severa stoccata al primo racconto della mia prossima raccolta "Il cane del maestro", raccolta che renderò disponibile quando sarà completa e rettificata a dovere nei formati elettronici più svariati, per incontrare quanti più nuovi lettori è possibile.
Dunque con "Lo zio August e Mattia", apro questa esplorazione di un mondo narrativo che sento molto nuovo e intricato dentro di me, ma anche molto controverso e alquanto distante dall'approccio che ho adottato in precedenza nei miei ultimi lavori. Più che un vero e proprio cambiamento, il mondo espressivo di questo primo racconto, come di tutti i seguenti, può definirsi un prolungamento di quelli che erano i miei moduli ancora inespressi, che adesso ho forse maturato e definito per articolarli in uno spazio diverso, forse più ermetico e frammentario, con delle componenti molto più teatrali e insieme immaginifiche al loro interno, ma anche con il costante desiderio di infrangere barriere e di sperimentare nuove zone e colori della mia voce. 
Nella revisione e nella scorsa attenta dei dettagli del primo racconto di questa raccolta, ho ascoltato con grande cura il suono della storia e ho avvertito la schiusa di altre sonorità e insieme di altre priorità, alle quali mi sento molto più sensibile rispetto a prima, dal momento che i piani di interesse nei racconti precedenti erano dedicati al nesso sequenziale degli avvenimenti più che alla loro singola anamnesi. Prevale adesso una certa verticalizzazione dell'accaduto, con l'impulso di intrattenermi nel frammento dell'azione più che nella sola coerenza o matematica del suo sviluppo. Nel singolo accordo più che nell'intera armonia. 
A volte parlare della luna, di una nuvola che cambia tinta sulla campagna, può già essere a suo modo una storia, un accadimento di cose che si vedono e che accadano e che accadono a chi le vede nel momento in cui le racconta o che si vedono a tratti e si nascondono. Raccontarsi attraverso e non verso, per esempio. Cogliere l'istante di chi vive il fatto e non più il fatto mentre è vissuto. Questi particolari si evincono molto da un certo uso dell'immagine che si addensa come una camicia bagnata al plot e lo conduce in territori simultanei e paralleli, quanto oscuri e abissali, che danno alla forma racconto una certa luce primitiva e insidiosa, che a volte si basta da sola, completando alcune parti del quadro davvero con pochi gesti, con una grande pietrosità dell'istante sospeso e spesso smarrito. Si tratta di aprire più porte in una stessa stanza e scorgere più luci e più condizioni da quante stanze saranno presenti in quella stanza madre, da cui ha origine e si compone e a volte decompone il tutto, quello che si vede e quello che si cela come intravisto, che in questo mio nuovo viaggio conta molto di più del visto, (forse ne "La donna della stanza diciannove" ho cominciato a muovermi in questa direzione). Questo primo breve racconto "Lo zio August e Mattia", che apre la mia nuova raccolta, sintetizza dentro di sé quello che si incontrerà, in modalità più o meno diverse, nelle altre storie che lo seguiranno, fino all'ultima, che pare ricollegarsi al senso più intimo e rarefatto della prima, in uno strano cerchio incantato e segreto, dove tutto sembra ritornare e non ritornare più, in un apparato ipnotico, vortice senza tempo e senza fondo (Nel racconto "La casa", si narra di questo baratro che costella un paesino di poche anime, dove forse si richiamano questi fattori che ho appena accennati).
Sono contento di condividere ogni tanto i passaggi di questa mia nuova revisione, che mi sta appassionando davvero moltissimo, insieme a quella del romanzo "Le braci nella pioggia" che continua anche lui la sua lunga strada.
Il prossimo racconto a cui dedicherò tutte le mie energie, il secondo della raccolta, ha come titolo "Il cane del maestro", col quale ho già deciso da tempo di intitolare il libro.

Nella pioggia o nella notte


Nella notte. Il solo passaggio di un suono, di un furgone che sbanda, di un uccello o di un pioviginnio, tutto resta dentro la sua fine. Nel suo sfumare, a quest'ora, si distingue l'eterno dall'effimero, la radice dallo stelo, il maschio dalla femmina, il diavolo da Dio, così come il passaggio del liquore da un ultimo bicchiere a una gola arsa. 
Ogni pensiero sbanda e prende la sua razione dal mistero dei suoni che avvolgono i rientri più tardivi del sabato notte. Così questa scrittura si stanca e si divora da sola, di quello che non dice ancora e che non sa ma che comprende, quando si sazia e si addensa di queste vibrazioni nel deserto e le tramuta nello spettro di altri segni, come di un furgone che sbanda, di un uccello o di un piovigginio, ove tutto resiste dentro la sua piccola fine e insieme dentro di me. Nello stesso secolo di cui si può impregnare un solo istante, per esempio, e diventare un inizio e poi non placarsi mai.
L'esprimersi è arricchirsi attraverso la possibilità di un ascolto che sia in primo luogo condivisione di uno stato dell'essere e non solo di un'efficienza, non più attraverso cose che possono dimostrarsi, ma solo avvenire e accadere a un altro essere mentre le si raccontano. A chi le raccoglie auguro sensazioni che sappiano di profondo, che investano il suo essere di uno stesso possibile intento di consegna, attraverso qualsiasi mezzo e possibilità, ma che si addensino a un suo sogno e non a un mio.
Non importa l'esistenza di lettori colti, approviggionati di mille concetti e di sfoggi, di erudizione, di troppi effimeri intenti e pregiudizi. Basta solo qualcuno che raccolga e che avverta in questo intento di consegna un regalo, consegnato a mano e al buio in bilico, proprio e unicamente a lui, al suo passaggio invisibile di suono e di primo sonno. Nella pioggia o nella notte.

mercoledì 26 novembre 2014

Mezzanotte di fuochi


Questa sera, ritornando a casa, pensavo che la gioia più grande nello scrivere è in fondo la possibilità del sogno, della sua durata e costante filigrana in qualsiasi momento della giornata. Un sottofondo di basso continuo, un secondo cuore che pulsa in un contrattempo e mi anticipa. Niente conta di più di questo sentimento costante del sogno, che porta ad affidare alle mie parole un territorio sconnesso e insieme sicuro, dove solo perdendomici ritrovo casa.
La scrittura rimane quella zona segreta da preservare in ogni caso, al di là dei confini, delle dinamiche, delle convenzioni. È quel tipo di colore che appare solo nei sogni e che cerca di valorizzare di una nuova cromia la tessitura della mia realtà, come uno strappo dell'arazzo nella luce infinita di un mezzogiorno o di una mezzanotte di fuochi. 

sabato 22 novembre 2014

La tremenda complessità del racconto breve





Credo che in linea generale sia sempre molto difficile fare bene qualcosa. Qualsiasi cosa. Anche qualcosa verso cui si è portati, rimane sempre difficile da fare molto bene. Nell' esaudire un proprio personale ideale di correttezza, di assetto, di rotondità. 
Un racconto pulito, armonico, completo, è qualcosa di tremendamente complesso. Anche se breve, io direi soprattutto se breve. Non conta scrivere tanto. Conta scrivere molto bene. E scrivere molto bene trovo che sia tra le cose più difficili e complesse al mondo, proprio perché alla portata di un bene o forse di un male all'apparenza potabile, che si può toccare con una certa facilità, all'inizio, molto più di una partitura di Brahms per pianoforte o di un testo di fisica quantistica.  Quando leggo non cerco la quantità ma la bellezza. La bellezza non l'ho mai cercata nei grandi numeri ma nelle sensazioni profonde organizzate tra le parole, nei concetti, nei suoni, nei silenzi che sono avvinghiati a quei suoni, alle loro insondabili circostanze. Cercare di dilatare all'infinito un processo di scrittura, sperando di trovarvi qualcosa di prezioso, solo per le probabilità statistiche che in un lungo flusso le percentuali di riuscita aumentino, credo che possa essere una trappola o comunque una primissima zona di approccio al rapporto fisico con il getto fiume della bozza uno. La zona più selvatica, quella che più avanti va educata e disciplinata in un certo modo, ciascuno con le sue regole, le sue abitudini, i suoi sistemi.
Un racconto è una forma di vita. È qualcosa che si forma con una sua componente creaturale, che di solito ha già un suo determinato carattere, fin dai primi palpiti. Mi piace immaginarlo già con un suo firmamento, se non già una sua parte astrale in perenne combustione. La condensazione di un certo messaggio psichico in uno spazio ristretto si avvicina di molto al processo poetico, alla difficile economia di versificazione. La precisione della parola, l'attenzione nella scelta del singolo vocabolo, della sua forza intrinseca più che estetica, oltre alla sua compostezza, non deve rispettare unicamente un certo assetto o coerenza formale, ma partecipare attivamente alla costituzione di un organismo vitale e mutante, che si strutturi e si dilati nel pieno delle sue funzioni, a volte anche mostruose, e cercando di sintonizzarsi con i suoi apparati ad altri costrutti sensibili riceventi, che daranno un senso e una direzione al suo articolarsi, al suo essere in vita, in un duplice messaggio creativo e simultaneo, dove scrittore e lettore si fondono in una misteriosa terza alchemica attività. 
La strada per concentrare un messaggio definito, intenso, ben congegnato in uno spazio delimitato, può richiedere la stessa maestria esercitata nella costruzione di un romanzo, così come anche una sola quartina di un sonetto può risultare più difficile e onerosa della buona scrittura di un intero film. Credo che la sfida del raccontare con poco, in uno spazio più o meno volontariamente limitato, richieda una grande sensibilità, oltre che una buona tecnica. Diffido dei sistemi assoluti e delle chiavi magiche e segrete per concentrare al meglio una narrazione in un definito numero di caratteri. La brevità della narrazione è in primo luogo una condizione dello spirito. Il tempo è lo spasmo di un racconto, quindi parte orgasmica del suo profondo, della sua anima quanto del suo tenebroso destino. Una lotta stremata con il suo infinito. Solo chi conosce il seme della storia, chi la patisce fin dal suo primo elemento vitale e nucleico, potrà avvertire, sperimentando, sbagliando, correggendo, distruggendo, ricominciando, il suo modulo necessario per organizzare al meglio il suo plesso nello spazio che la storia gli e si concede. 
Un racconto breve è un sistema, che deve in qualche modo costituirsi e armonizzarsi in una sua perfezione relativa e lasciare una sua particolare risonanza oltre le sue coordinate. Rimanere in qualche modo indimenticabile, anche per pochi secondi. La difficoltà, quindi, non la trovo tanto nella costituzione o confezione di un prodotto perfetto o perfettino, commestibile o gradevole, specie se ben disteso e sviluppato, scritto con una buona mano e un buon orecchio, come spesso ho sentito dire, ma immagino soprattutto nella densità della sua presa, nella sua corrente disordinata che ritorni in qualche modo a soffiare e a bruciare, così come ha soffiato e ha bruciato alle orecchie del suo autore, prima di esistere, al di là del suo tempo, della sua durata, della sua forma raffinata di nostalgia, quanto nella sua maledizione  La forza di un racconto e di uno scrittore è rappresentata dall'intensità della sua vita e della sua nostalgia. Della vita che infonde alle sue parole. È la vita che fa numero, sopra ogni cosa. O meglio: che fa parola, sopra ogni numero. 
È quello che penso.

sabato 15 novembre 2014

Luoghi di scrittura e dintorni.


Penso che la scrittura sia un processo insondabile, molto particolare e misterioso. Parlo naturalmente per me. Mi accorgo sempre di più che interessarmi a questo processo, alla sua possibile evoluzione, mi rende molto difficile avere dei pregiudizi suoi luoghi dove questo processo dovrà o potrebbe in qualche modo articolarsi, diffondersi, arenarsi. Certo che mi interessa che quello che scrivo in qualche modo abbia un destino, ma non attribuisco un valore assoluto a questo destinarsi, ma solo allo scorrere del processo, alla sua perpetua cascata, che si nutre e si basta da sé. Il resto è relativo, non valorizza il nucleo del processo.
Oggi ascolto e devo dire che gusto molto fragore intorno ai luoghi del pubblicare. Ai luoghi leciti, prestigiosi, illeciti, clandestini, troppo comodi e abbordabili, santificati, demonizzati, quindi ancora un accapigliarsi sulla carta e sul digitale, d'accordo. Non trovo dove sia il problema. Mentre scrivo questo post ho accanto a me un meraviglioso testo in cartaceo di Jerzy Kosinski "L'uccello dipinto". Romanzo in edizione integrale, incantevole, che credo rileggerò per la terza volta, appena concluso questo post. Per cui non mi schiero contro e per qualcosa, perché non sempre un cambiamento, una trasformazione debbano per forza infrangersi come un meteorite sul passato, ma mi oriento e tasto il terreno, annusando e non giudicando. Osservando quello che c'è di buono e di cattivo, come in ogni cosa, dal vino rosso al peperoncino, alla società amatoriale di atletica per mio nipote.
Siamo in piena fase di transizione, ma ormai avanzatissima, non credo che sia più una transizione. Il cambiamento ormai è avvenuto. Non si può ragionare come se nulla fosse successo. Il cambiamento ormai è irreversibile, buono o cattivo che esso sia, bisogna farci i conti, in qualche modo. Ogni tipo di evoluzione, più o meno traumatica o indolore, porta con sé una varietà di problematiche, ma quelli che sono o che saranno i miei progetti, la mia ricerca ma soprattutto il mio divertimento, non potranno che sghignazzare e prendere aria in questo cambiamento: in questo ristrutturarsi di nuovi parametri, equilibri, tensioni, la mia anima canta e fischietta sotto la pioggia e attraverso i campi, fino a tardi. È una grande fortuna trovarsi nel mezzo di questo terremoto. Una splendida opportunità di crescita, di sensibilità, di divertimento, di fallimenti irreversibili ma senza l'ombra della noia, per fortuna. È questo quello che conta: la varietà della vita, le sue dinamiche, contro ogni forma di cristallizazione e di monopolio della cultura o di una certa idea della cultura. Una qualsiasi evoluzione che crei maggiore spazio, farà sì venire fuori le miserie di chi quello spazio forse non lo meriterebbe, ma allo stesso tempo consentirà a tutti coloro o anche ai pochi ai quali uno spazio meritato è stato negato, una seconda opportunità, o anche una prova, un esperimento nuovo e irripetibile. E questa è una forma raffinata, anche se incompresa da molti intellettuali, di civiltà.
Uno scrittore che scrive bene non avrà nulla da temere. Non saranno i luoghi meno elettivi a togliergli quello che ha. Non saranno i luoghi più ambiti a dargli quello che non ha. Non saranno i marchi, le sigle, le persone che lo acclamano o quelle che lo disprezzano a decidere per il valore di quello che ha tentato di dire o che in qualche modo ha detto. Quel valore potrebbe non scoprirlo mai, a maggior ragione se crede che il valore sia solo in un luogo ufficiale, legato a una certa ortodossia, senza la quale il suo processo sarebbe insulso, o addiritura inutile. Il percorso di un artista deve rimanere selvatico ma assolutamente aperto nelle profondità del suo tempo, incline alla condivisione, soprattutto, di quello che uno scrittore ritiene valido, o quanto meno comunicabile. Uno scrittore deve divorare il mondo e le sue possibilità, senza essere troppo sospettoso e senza escludere nulla che non sia stato provato, sperimentato fino in fondo. Provare, stremarsi, logorarsi e poi semmai smettere o scegliere o dormirci su. Semmai contraddirsi, ma vivere senza precludersi un percorso solo per un pregiudizio di forma. Tutto qui.
Non conta il luogo delle mie parole, ma conta l'intensità del processo. L'amore e la dedizione di quel processo è l'unica cosa che conta. Il suo senso incompiuto, infinito. La vita farà il resto. Un pensiero, un'idea, non valgono il loro luogo. Un sonetto del Petrarca, se dovessi leggerlo stasera, tracciato con il gesso di fronte alla pizzeria della mia strada in salita, non perderebbe un solo battito, una sola emozione della mia bellissima edizione integrale dei Meridiani curata da Marco Santagata. Forse ne guadagnerebbe, specie se fosse stato dedicato a qualcuno, che da una finestra potrebbe scorgerlo e incantarsene.
"Il faut être absolument moderne"Così Rimbaud. Il resto non conta. In nessun caso, ormai. Secondo me è già tardi per parlarne.
E adesso posso raggiungere il mio Kosinski.

giovedì 13 novembre 2014

"La donna della stanza 19". Today Top 100 paid. Literature & Fiction in Italian




mercoledì 12 novembre 2014

Ai piedi d'una scala tesa verso la luna



Così Henry Miller apre il suo libro "Il sorriso ai piedi della scala," un libro meraviglioso e poco nominato, purtroppo, che mi è rimasto nel cuore, fin dalle sue prime parole:
"Nulla poteva offuscare lo splendore dello straordinario sorriso dipinto sul melanconico volto d'Augusto".
Che pace e quanta profondità e con quanto poco sforzo, in questo primo nastro di paragrafo, dove si avvicendano tramonti, linee e cerchi d'ombra, sentimenti, emozioni: tutti strumenti profondamente umani e divini insieme. Lontani ed esplosi dentro se stessi.
Ho amato molto questo piccolo libro (79 pagine), cominciato qualche tempo fa a notte fonda, a letto, con un piccolo lume accanto, che mi consentiva giusto quel filo di luce sullo spazio angusto della pagina. E da lì sono sprofondato nella celebrazione di una scrittura densa e sorridente, libera e armonica quanto stregata di una malinconia paludosa, che ci avvicina sempre di più ad Augusto, al suo slancio classico e ascetico. Dal suo viso verso luoghi, persone, animali, frammenti di campagna o di firmamento, nella magia di una congettura tersa e problematica che mi ridesta e mi consola: ai piedi d'una scala tesa verso la luna:

domenica 9 novembre 2014

100 cellos!


In ascolto del concerto: 100 violoncelli.
Schiocco legnoso del tornado.
Cantabilità pulita del sogno.
Libertà dell'attenzione.
Gli occhi dei ragazzi nella musica non hanno mai fine.
Le arcate scapigliano il fraseggio come maestrali. 
Il vento è molto alto sulle case.
100 violoncelli come 100 case.
La luna canta sopra le pietre.
Ogni strumento brilla di un vulcano.
La notte palpita l'ombra di ogni suono.
Modernità e consolazione nell'arte.
100 voci umane
nell'Inno alla gioia:
senza mai una fine.

venerdì 24 ottobre 2014

Montale: un mottetto




Quanta aria montaliana, nei primi freddi di Napoli, ma anche nella luce dei primi freddi, riprendendo ieri notte la bellissima edizione paterna de "Le occasioni": I poeti dello specchio di Mondadori del 1949.
Un poeta d'altra parte rimane sferzante come un primo freddo, una metamorfosi o mutamento atmosferico precoce.  Questo destare"a soprassalti", come dice Montale in questo mottetto, che smuore nella bellezza ombrosa di un vicolo, per continuare a vagare da solo, nell'aria sua e dei luoghi che raggiunge e che a volte contagia e corteggia di ansia come un ciclone, un lungo fischio nel buio.

Eccolo il mottetto, asciutto e intriso di una perfezione tersa e ariosa, che si agguerrisce e si slega nella libertà del suono e del suo nuovo:

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l'alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l'ombra nera, s'ostina in cielo un sole
freddoloso; e l'altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

Eugenio Montale: Mottetto da "Le occasioni" Lo specchio. Mondadori edizione 1949

giovedì 16 ottobre 2014

La somministrazione titanica: E. M. Cioran



Cioran rimane una struttura molecolare e farmacologica. Una somministrazione titanica per una terapia sovversiva dell'essere verso un'altra origine, di una regione insondabile ma vera: 

"Le tre del mattino. Percepisco questo secondo, e poi quest'altro, faccio il bilancio di ogni minuto.
Perché tutto questo? – Perché sono nato. [...]".

Nei momenti calmi del pomeriggio nei quali attraverso la sua galleria di aforisimi, mi sento ingoiato da un effetto di lungimiranza e dalla stessa densità di cui ha scritto egregiamente Guido Ceronetti nella sua prefazione a "Squartamento".
Ed è quella stessa densità, ineguagliabile e intonsa del pensiero e della scrittura di Cioran, che ho incontrato ne "L'inconveniente di essere nati", e che mentre avverti di divorare con gli occhi, ti divora e ti frantuma come vetro. La sua accoglienza tagliente ma sempre calda, dal tepore mefistotelico e insieme materno. Senza seni.

Due piccoli immensi esempi, dal capitolo X de "L'inconveniente di essere nati":

Le persone "distinte" non sono inventive in fatto di linguaggio. Lo sono, invece, in modo straordinario tutti coloro che improvvisano per ciarlataneria o sguazzano in una grossonalità venata di emozione. Sono forze della natura, vivono direttamente nelle parole. Il genio verbale sarebbe dunque appanaggio dei luoghi malfamati? In ogni caso esige un minimo di sporcaccioneria.

Bisognerebbe limitarsi a una sola lingua e approfondirne la conoscenza in ogni occasione. Per uno scrittore, chiacchierare con una portinaia è molto più proficuo che intrattenersi con uno scienziato in una lingua straniera.


venerdì 10 ottobre 2014

Dal sipario dell'oblio...



Da questa patina di oblio, che avvolge spesso la risonanza di un romanzo nel tempo, un estratto bellissimo di Kundera, dalla parte settima"Il romanzo, la memoria, l'oblio", della sua opera "Il sipario": 

"Chi legge un sonetto di Baudelaire non può saltare una sola parola. Se gli piace, lo leggerà più volte e, forse, ad alta voce. Se gli piace da impazzire, lo imparerà a memoria. La poesia lirica è la roccaforte della memoria.
Il romanzo, invece, è di fronte all'oblio un castello scarsamente fortificato. Se occorre un'ora per leggere venti pagine, un romanzo di quattrocento pagine richiederà venti ore, quindi, diciamo, una settimana. Raramente abbiamo un'intera settimana libera. È più probabile che tra una lettura e l'altra intervengano pause di parecchi giorni, durante i quali l'oblio allestisce subito il suo cantiere. Ma l'oblio non opera solo durante le pause, prende parte di continuo alla lettura, senza un attimo di tregua; mentre giro la pagina, già dimentico quello che ho letto; tengo a mente solo una specie di riassunto indispensabile per la comprensione di quello che verrà dopo, mentre tutti i dettagli, le minime osservazioni, le espressioni incomparabili sono già cancellate. Un giorno, dopo anni, mi verrà voglia di parlare di questo romanzo a un amico, entrambi allora prenderemo atto che le nostre memorie, avendo fissato solo pochi frammenti di quella lettura, hanno ricostruito due libri completamente diversi. Eppure il romanziere scrive il suo romanzo come se scrivesse un sonetto".

Estratto da "Il sipario" di Milan Kundera

giovedì 25 settembre 2014

Appunti sparsi su mare grosso. Da Klima a Bauman



Un punto che ho trovato, ma che ho soprattutto sentito, come straordinariamente interessante, rivelatomi giusto nelle ultime ore è questo, essenziale e fulmineo: "Sostiene Ivan Klima: poche cose si avvicinano alla morte quanto l'amore corrisposto".
Una vera e propria sassata nel buio. L'origine del pensiero di Klima è poi sviluppata con acume da Zygmunt Bauman (nella foto), che approfondisce ed esplora il punto citato parlando della comune caratteristica dei due eventi di "unicità e di relativa definitività", di quel qualcosa di simile a un'apparizione, che non ammette mai repliche, e poi continuando così, in riferimento ai due fattori, adesso considerati come "apparizioni": "Ciascuna di esse deve essere ed è un evento a sé stante. Ciascuna di esse nasce per la prima volta, o rinasce, ogni qual volta entra in scena, sempre spuntando dal nulla, dall'oscurità del non-essere, senza un passato né un futuro".
Trovo questo particolare reperto anatomico dell'amore corrisposto e della morte, disposti e predisposti in una loro eterna e armonica ineluttabilità, così come investigato da Bauman, un momento tragico e intatto di analisi e di scandalo, un qualcosa di incantevole e devastante, nel profondo dei suoi possibili o impossibili abissi di significati. Un centro ostinato e  ben fermo, dentro quel senso palpabile di vuoto e insieme di completezza, ove si diramano e si fondono cose pensate o ritenute logicamente lontane, addirittura opposte se non incompatibili, e intrecciate invece in un solo alveo, misterioso e irripetibile, quanto drammaticamente inconfutabile, che in fine e in principio spiccatamente eracliteo, poi Bauman così riconiuga: "Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore o la stessa morte...".


martedì 23 settembre 2014

Intervista al regista Adriano Valerio a Cannes


domenica 21 settembre 2014

Altra volta nel buio


In questi versi di Attilio Bertolucci, un tocco delicato di cinema, di pittura. In pochi segni, leggeri, l'intensità delle ombre nei colori, la sapienza ispirata dei contrasti luminosi, la loro elegante personificazione. Con un volume che non sente peso, ma solo sapienza e pazienza, l'una intessuta nell'altra, come la felicità insidiosa di un accordo lontano.

ALTRA VOLTA NEL  BUIO

Altra volta nel buio della stanza
ti vidi tingere, luce paziente,
l'orlo del davanzale di rosso.
Era l'estate dell'anno...
Calda l'aria di un giorno
perduto che l'amore
di te muoveva la pianura
e l'ombra lunga degli alberi.

Attilio Bertolucci (Verso le sorgenti del Cinghio. Teneri rifiuti)

sabato 20 settembre 2014

La neve sui monti è come il gesso


La parola precisa, incisiva, rimane sempre, per fortuna, l'inizio e la fine di un mistero. Come i monti bianchi di gesso di Hemingway, (assolutamente incantevoli!) in "Addio alle armi". Quanto basta per curare una linea pura e potente, mai discordante, asciutta, ma allo stesso tempo universale e varia di riflessi sgargianti di possibilità, pur nella densità semplice e ruvida della sua pasta di bianco-ghiaccio nell'azzurro. I colori, la luce, i suoni, gli odori, appartengono a uno snodo limpido dove lo scrittore flette e intesse, in uno stadio mobile e complesso di dormiveglia o di mezzo sogno, il suo primo ordito tempestoso, spesso ignaro della sua stessa portata, quanto del suo medium e talento espressivi. 
La pluridimensionalità del percorso creativo ne assicura, nella possibile precisione, anche la profondità di un nuovo campo aperto, a volte fiorito o ammantato di una coltre delicata di neve, in altri casi minato. Ogni parola, ogni accento, un colpo, una risonanza nella sua debole eco notturna, ormai già lontana. Esatto e coniugato ad altri, che concordano e risuonano nel loro insieme in un controcanto alterato e sognante. Non si saprà né potrà mai prevedersi il punto esatto di arrivo del segno. Il segno non deve arrivare solo con esattezza, non necessita sempre di un suo flusso preordinato e preconfigurato che ne assicuri funzionalità ed efficacia; quelli sono alcuni aspetti, ma non così totalizzanti e condizionanti, secondo me. Lo spettacolo più interessante rimane la verifica della possibilità imprevista e inesatta di approdo a quel certo mormorio febbrile e riconoscibile, non solo, quindi, la tecnica rassicurante che ne preservi la rotta di lancio intonato del giusto segno, ma soprattutto la risonanza nella sua prima penombra vocale. Quale nuova immagine, semmai sconosciuta o inconsapevole allo stesso scrittore nella sua fumosa officina, potrà mai essere raccolta, rievocata, rielaborata e riconosciuta da nuovi occhi, tra sentieri sensibili, ancora nascosti e misconosciuti? Tanto ricco e problematico sarà il mio linguaggio e la mia ostinazione a sperimentarne le chiavi, quanto libera e scaltra, nello stimolo indotto, la fantasia e la sensibilità ricettiva di chi lo osserva e lo gusta, semmai intessendolo con me, in un tempo insieme diverso e incoerente, senza limiti logici di sorta. Senza saperlo, ma vivendolo o meglio subendolo in un processo sano e saggio di inerzia e di totale abbandono. Quello che conta, in sommo grado, è il mistero costante e imprevedibile dell'effetto. Questo elemento lascerà sempre, nella logica e nella libertà ispirata dell'esercizio, la possibile rivalsa a una nuova forma "affettuosa", quell'inquadratura diversa e forse mai troppo usurata e pensata, che sarà poi decisiva, semmai ancora più precisa del suo primo e misero intaglio d'origine. Quella che darà a una spolverata pulita e folta di gesso la stessa profondità e limpidezza delle vette bianche innevate, intraviste come spettri solenni e italiani dagli occhi di aquila di Hemingway e del suo Frederic Henry; non solo il colore, ma anche la forma, il profumo, la consistenza, la distanza fresca e perenne del riflesso primo. O il candore della sua nuova musica, oltre gli spari?

mercoledì 17 settembre 2014

Kerouac e il tornado falciante:




La sensazione di falciare a vuoto e a manca, dentro il pieno di un tornado, è una delle più forti e presenti che mi ha avvinto al lungo flusso scrosciante e limpido del capolavoro di Jack Kerouac: "On the road". Un vero e proprio flusso insaziabile e sferragliante, che ricorda gli scrosci più tipici  e parkeriani del bebop. In effetti il ritmo di questo bellissimo romanzo impressiona per quanto sia vorace e tagliente, come lo squarcio di un sax tenore slanciato in piena notte fino alle prime luci dell'alba, allo stesso modo della grande Cadillac dell'autista di colore, piombata e frenata davanti al Jamson's Nook, come un proiettile d'argento. 
Ci sarebbe tanto da scrivere o da tacere di questo tornado falciante che è questo libro. Ciascuno ne esploda a suo modo, ne patisca il mistero di bellezza e di eternità, di straordinario indimenticabile dolore/colore nuovo, dallo smalto sempre nitido e scintillante, nonostante il passare del tempo. Un tornado che è allo stesso tempo un testamento di un'epoca, di un mood, di una condizione tragica ma profonda e inguaribile di libertà in controluce, e di quella suggestione dell'essere impigliata in un vorticoso divenire, convalescente e mistico, quanto unico al mondo per la sua geniale autenticità.



C'è un punto particolare, tra tanti, che ho avvertito spiccatamente emblematico e rappresentativo di questo stato feroce e profondo di grazia, che artiglia quest'ansia inguaribile di vita di Dean e di Sal Paradiso, fino allo stremo della loro falciante febbre di fuoco e di fango, di spericolata e indispensabile combustione che è la loro traccia di benzina azzurra sul territorio, ma nello stesso tempo anche la loro linea d'ombra.
Eccolo:
Dissi a Dean che quando ero bambino e viaggiavo in automobile ero solito immaginare di tenere in mano una grossa falce e di abbattere con essa tutti gli alberi e i pali e persino di affettare ogni collina che sfrecciava accanto al finestrino. "Sì, sì", gridò Dean. "Lo facevo anch'io solo che io usavo falci diverse...ti dico perché. Andando in macchina attraverso il West per lunghi percorsi la mia falce doveva essere infinitamente più lunga e doveva curvarsi fin oltre le montagne lontane, per reciderne la cima, e raggiungere un altro livello per arrivare a montagne più lontane ancora e nello stesso tempo decapitare ogni palo lungo la strada, veri e propri pali pulsanti. Per questa ragione".

venerdì 12 settembre 2014

A quest'ora


Questo silenzio, perfetto, che distilla ciascun istante come grappa, non incalza e non retrocede. Non ha un tempo o una ragione d'essere, ma trattiene la stessa intensità di un ritratto. È intriso di un senso atavico e viscoso di un altro tempo; dalla palpebra tremante del medium, alla gonna corta e sporca di gelato, che scende di corsa dall'auto. Dell'ultimo autobus che imbuia d'angoscia il deposito: un quotidiano dimenticato sul sediolino, accanto al finestrino lasciato aperto; sfogliandosi nel vento le pagine, tra i necrologi e gli orari dei cinema, un numero di telefono in rosso è quasi tutto sbiadito e ancora suona e risuona, a vuoto, dall'interno di una casa.
Senza le parole, in una notte, ci si può sentire rimessi a nuovo, come un fondo di barca, riverniciato a puntino di quel colore mavì, dove ogni pensiero vi sragiona e si confonde, nel suo stato di vastità e di stanchezza. 
La strada è ancora buia e stregata. Il temporale ha lasciato lucide le piazze e ha cancellato i passi atroci di una fuga, – i coltelli neri dei tacchi alti ancora affondano nel fosco di un incrocio pericoloso, come spari di caccia. Quando gli amanti si disperdono, ogni portone ha nei vetri la sua forma oscillante e giallastra di lanterna, lume di nave in tempesta che brucia di fantasmi alle loro spalle. Dentro se stessi riecheggiano ancora gli ultimi schiocchi della festa, lo strappo dell'orchestrina scordata dell'albergo vicino, dove smuore l'ultima notte d'estate di una piccola colonia insonne...
I lampioni fulminati interrompono la cucitura rosa di un corso di provincia. Quanta pace strana nel camminarvi dentro, in quello spazio interrotto e ostinato che sembra non esserci più, ma che è forse l'unico ancora vivo, quanto arcano e lacerante, a quest'ora. 

mercoledì 10 settembre 2014

Leggerei Saul Bellow a vita:



Leggerei Saul Bellow a vita; in particolare "Il re della pioggia", allo stesso modo di come e di quanto leggerei a vita Withman, Faulkner, Miller, Proust, Thomas Mann e così tanti altri. Adesso una lieve digressione, relativa però allo sfondo di uno stato d'animo che ho incontrato e abitato ieri pomeriggio, quando chiudendo quel libro di Bellow, appena citato, mi accorgevo di un uomo anziano che nuotava, da solo. Sembrava che quell'uomo addentasse quell'acqua, come pane. Il suo corpo mangiava e divorava il pane azzurrato del mare, la sua crosta di schiuma, la sua forma piena. Il suo gioire era un morso ampio e asciutto dentro la frana morbida del flusso e della mia vita. 
La materia dell'uomo dentro la nuotata, in quello stesso tratto di mare e di tempo si dissolveva, e anche la realtà di quel momento si dissolveva e anche la nave color ruggine, ancora molto soleggiata, che spezzava la linea pura e marmorea dell'orizzonte, si dissolveva. Tutto, nella sua dissoluzione, poteva sterminarsi in quelle bracciate felici e mai stanche, in quel conflitto armonico di dune spezzate e di piccoli abissi tenebrosi, di cui può svestirsi e rivestirsi un essere umano in un solo e irripetibile momento di incanto e di perdita.
Ecco perché leggerei a vita, in particolare, Saul Bellow, – e ancora, in particolare, "Il re della pioggia" –: perché ha dentro di sé un po' di tutto questo.  Questo stesso profumo di pane e di voracità della vita, forse. O ancora di più: il mistero semplice quanto insondabile di quel "tutto questo". Il suo ingegno di levità e di fragranza.

martedì 9 settembre 2014

Un'alba di Saul Bellow



Si dice e si è detto che nell'esercizio di traduzione di scrittori importanti, lo scrittore che traduce attinge da un segreto, si forgia in qualche modo di un meccanismo complesso che gli svela qualcosa di molto diverso e profondo, che attraverso un altro linguaggio lo riporta in una dimensione misteriosa e consapevole verso le ombre appena più note del suo.
Lo stesso, in modo diverso, avviene ripercorrendo alcuni passi di traduzioni già avvenute: anche in questo caso, riscrivendo un certo passaggio, si avverte quello che è accaduto, la sua vera luce. Come in quest'alba rosata di Saul Bellow da "Il re della pioggia":

"E la causa era lo stesso dolce color di rosa, come l'acqua di un cocomero. Subito riconobbi quanto ciò fosse importante, perché in vita mia avevo conosciuto quegli attimi in cui il muto comincia a parlare, quando sento le voci degli oggetti e dei colori. Allora l'universo fisico comincia a raggrinzirsi, e muta, e grava e leva, e si fa liscio, sì che pare che anche i cani debbano appoggiarsi agli alberi, tremando. Così su questo muro bianco scabroso – la pelle d'oca della materia – era la luce rosata, e pareva di vedere sopra i puntini bianchi del mare, a tremila metri di altezza, quando il sole comincia a levarsi. Dovevano essere passati almeno quindici anni dall'ultima volta in cui m' incontrai con un colore simile, e credetti di ricordare d'essermi sbagliato, ragazzetto, solo nel letto a due piazze, un letto nero, fissando il soffitto dov'era un grande ovale di gesso, vecchio stile, con pere, violini, mazzi di grano e visi d'angelo; e fuori l'imposta bianca, lunga tre metri e mezzo e coperta dallo stesso colore rosa".

martedì 2 settembre 2014

Che cos'è Arterie?


domenica 31 agosto 2014

Doppia proiezione per "Promenade fatale" al festival di Arterie 2014


Qui

mercoledì 27 agosto 2014

Estratto di romanzo



"Non sopportiamo che i nostri congiunti non siano al corrente delle nostre pene, non sopportiamo che continuino a crederci più o meno felici se a un tratto non lo siamo più, ci sono quattro o cinque persone della vita di ognuno che devono essere informate all'istante di quanto ci succede, non sopportiamo che continuino a credere quello che non è più, non un minuto oltre [...]".

Da "Domani nella battaglia pensa a me" di Javier Marĺas

sabato 23 agosto 2014

L'arte come orizzonte multiplo


L'impatto con una qualsiasi nuova espressione artistica è soprattutto l'opportunità di un orizzonte nuovo e inesplorato. Una nuova ed eterna prima visione, irripetibile e sempre fresca a ogni nuova proiezione. Ma oltre quest'orizzonte potrebbe essercene ancora un altro, con la sua pulsione di luce e dietro un altro e poi un altro ancora, all'infinito.
Non c'entrano numeri, misurazioni, strutture, standard di eccellenza e confronti, ma solo il nitore di una linea pura e ancora umida, dove ritrovare o ritrovarsi in una certa traiettoria  di alleanza luminescente e mai solcata, reale, anche se forse non la si raggiungerà mai. Questo approccio con la possibilità di quest'eterna Orplid impalpabile, che un intento artistico concede e nega nello stesso tempo, è una delle condizioni che lo distinguono dai costrutti più razionali e definiti: il mistero luminoso di quell'orizzonte multiplo, ma anche la sua ricchezza intriseca e nutriente, quanto mai precisamente quantificabile che ne dilaga.

giovedì 21 agosto 2014

"Promenade fatale" nella selezione ufficiale del festival di Gioiosa

Tutto qui: "Promenade fatale" selezionato al festival del cinema di Gioiosa



sabato 16 agosto 2014

A un venditore di profumi


Al passaggio della cesta di biscotti, quello che spicca è il profumo inconfondibile, che desta dal torpore qualsiasi persona vi si imbatta in quel momento. La scia del profumo precede di poco il richiamo terso della sua voce, con il suo annuncio caldo e amico, che si fa breccia tra la folla indolenzita e assonnata, intorno alle tre. Ogni volta che passa, quel venditore di biscotti si ferma a parlare con me. Una breve sosta, dove mi avvolge e mi sommerge nel profumo della cesta ancora piena e delle sue parole, qualche suo frammento ispirato o breve resoconto – ieri mi ha raccontato di un gruppo di bambini che gliel'hanno riempita d'acqua quella cesta di biscotti. Un giorno o anche più di un giorno: per gioco e nell'indifferenza assoluta degli adulti. È successo.
Nel passaggio successivo la cesta con i biscotti è quasi vuota, ma il profumo è rimasto lo stesso. La stessa fragranza e inconfondibile intensità dell'andata; così come il suo annuncio caldo e amico. E sempre ieri, poco prima di andare, parlandomi della sua famiglia,  quel venditore di biscotti mi ha detto che un uomo si riconosce di sera, quando si corica e si rapporta in solitudine con le sue ombre. Solo in quel momento. Un uomo si riconosce di sera, sul tardi, mi diceva il venditore, quando non rovescia le sue ombre addosso agli altri che gli stanno intorno, ma quando invece le patisce da solo, nel buio, poco prima del sonno. Muto e solo al mondo, così.
L'ho visto allontanarsi, con lo stesso vigore radioso, nel pomeriggio, come un personaggio asciutto e pietroso dell'Odissea. La sua ombra leggera, ancora la stessa scia profumata, sempre più lontana. Come sempre, poco prima delle quattro. Poi basta.

venerdì 15 agosto 2014

Occhi


Esistono sguardi solcati nei visi da tracce fitte di coltelli sporchi  L'umidità del solco freddo, ancora guizzante di vernice e vetriolo. Un taglio netto e severo, quello di molti occhi, ancora striati del nitore delle viscere del branzino. Altri sguardi più suadenti ma viscosi nello squarcio, come prati impazziti al crepuscolo, che distendono odori nel buio e spesso molta più paura, quando il finestrino della macchina è abbassato e le case abitate sono molto lontane o quando senti piangere forte, a singhiozzi, dall'appartamento oscurato accanto.
Ogni figura ha il suo baricentro espressivo dentro due ferite da taglio. Gli occhi sono il punto più violento e tragico dell'uomo. La sua cena al buio con se stesso. Il suo doppio passo e ultimo duplice salto mortale nel vuoto della vita.
L'automatismo dello sguardo in molti umani non ha cuore, ma solo economia di pulsione. L'arabesco fragile e urticante di una medusa al mattino, sospesa nel primo polveroso cimitero di coralli, quando osserva murata la scintilla del primo chiaro. 
L'orgasmo azzurrato di un fondale marino, quando la tua donna si taglia il laccio del costume con un coltello da sub e ti rende di colpo la punta di un seno o di un polso: nel buio.

martedì 12 agosto 2014

Nero come la notte


Addentare il bianco intonso di questo post, come la base morbida di una torta o di un plum cake, con il suono dei cartoni animati che sbanda nella stanza. Il sentiero delle mie parole appare sempre più nero: nero come la notte, o come quella vecchia ferrovia disegnata sulla neve. 
Nella stanza dove scrivo c'è il disordine sfacciato della vita e non ho niente da dire di preciso e da destinare, ma scrivo lo stesso. Non sono più quello di ieri e di un attimo fa. Un giorno o un minuto, in un certo processo astruso e forse appena un po' creativo, possono durare anni o anche decenni. Perché la scrittura e la realizzazione di una serie di impulsi, patiti, da trapiantare in un codice semantico, sono fattori extra-temporali, spesso maniacali e avulsi dalle convenzioni tipiche del reale, che non possono essere misurati ma smisurati in un luogo altro, dentro un atrio ventilato, dove bambine sfinite saltano sulla corda prima di un temporale. E io adesso salto sulla corda, verso l'abisso, con questo nesso misterioso di impulsi prensili e di strascichi, che scalciano e allontanano i tuoni e l'ostinarsi cupo delle nuvole, che sboccano e soffocano di rosso l'occaso.
Perché destinare o destinarsi? Se affondo le dita nella forma cava dello spazio bianco, che intanto riduco di questo flusso nero e notturno, come avviene allo strappo di cielo prima del temporale, l'intento è ormai compiuto. Dire, parlare, comunicare, quindi cercare quel minimo di sintonia e di imperdibile intimità, fanno parte dei metodi per toccare con mano la catastrofe assoluta di questo mio momento; di attestare la mia ineluttabile impotenza e invisibilità cocciuta di fronte alle regole, ai costumi, alle cadenze perfette o plagali che sono ormai di moda. Ma anche la meravigliosa libertà di precipitare nel vuoto dell'inesistenza, senza fondo, che spesso ha un buon colore e un clima mediterraneo e fragrante, salubre. E dentro questo enorme impedimento cristallino, nel quale io sguazzo e schizzo il fango intorno, lasciando che l'azzurrastro della tempera si faccia verde di questo letame sano e purissimo, dove ricerco un'identità espressiva comunque e nonostante, ma senza alcuna speranza. Il miglior metodo per procedere è quello di assassinare la speranza di ogni gesto semantico, compiuto o ancora incompiuto. Di farlo con la notte nel cuore. Ripristinare il senso atavico della libertà notturna. Scrivere per le bufale scagliate all'aperto, per le oche e i fagiani, per i grossi topi che Miller intreccia dentro i capelli di una vecchia, all'infinito.
La stanza è ancora in disordine, ma il piccolo progetto di questo post segue una sua piccola litania feerica e ortodossa, quanto feroce e insondabile. Sto seguendo e arrampicandomi su di un filo, quello stesso che avrei utiizzato nella stesura di un breve racconto, nell'incipit di un romanzo o in qualsiasi altro intento sconclusionato ed estroverso, che mi avrebbe soggiogato per lunghe giornate o per pochi istanti, come in un sortilegio. Lo stesso lenzuolo fluente dell'evaso impazzito. Nello spargimento polveroso di un pensiero di scrittura, avverto nello stesso tempo l'impotenza e la frustrazione, quindi il fallimento di cavalcare e di domare il nero della parola, quanto la perfezione e la bellezza di questo momento unico al mondo, perché già finito. 
Continuano i cartoni animati, e dalla strada si avvertono alcune auto passare e allontanarsi. Cosa c'è di più bello e di più intenso da comunicare in questo preciso istante? Come gli occhi aperti e streganti di una bambola da una vetrina, per  il viso delicato di un'orfana. Potrei parlare della luna, che è svanita. Del nodo alla cravatta, che mi insegnò mio padre in un primo pomeriggio di aprile: ricordo ancora la bellezza di quella luce indimenticabile sulla sua gola. O anche di qualcosa di assolutamente tragico o superfluo, tutto questo non cambia. La struttura si regge sull'intensità e sul sortilegio. Non riesco a trovare alcuna destinazione al mondo di qualsiasi processo espressivo, che non sia legato  a questo misterioso moto di intensità e di dedizione al sortilegio, completamente frustranti, antieconomici e fallimentari per la mia vita, ma così consolatori e umani per l'attività illecita e silenziosa dentro la quale mi immergo e mi sento vivo.
Adesso arriva un odore caldo di biscotti. Un costume nero da donna è appena sparito, con un gesto selvatico, dalla sedia vuota che mi sta accanto. Un costume molto audace. Nero come la notte; o come le mie parole.

lunedì 11 agosto 2014

Liberamente ispirato: (a M. e a C.)


Avendo saputo delle due sorelle,
partite in auto per andare al mare
e purtroppo ritornate indietro
per la mancanza di parcheggio,
ho imbronciato al mare 
che avevo davanti
in quel preciso momento,
quando è arrivata la notizia,
vedendo stregare davanti a me
ragazze sgocciolanti dai capelli
che avevano già trovato posto.
Non c'era posto per le due sorelle
e non soltanto per la loro auto,
ma per quell'attimo della loro vita
e per qualche secolo anche della mia.
Anche se era l'auto a non avere posto,
sono le due sorelle che hanno rinunciato
a quel giorno di mare stramontato.
Le persone che avevo davanti
avevano il fracasso delle 
radioline fin dentro i capelli,
con tutte le loro auto al loro posto,
ciascuna il suo rettangolo d'aia,
o piattaforma rara di salvezza.
Sempre le due sorelle, invece,
quando sono ritornate indietro,
erano ragazze ricolme di notte,
con ancora il segno del costume
dal collo triste delle magliette.
Guardando la macchinina
delle due piccole sorelle,
diventate sempre più minuscole,
allontanarsi e poi rallentare
pian pianino nel sole,
vi si avverava una luce insulare 
malinconica e così estesa,
da risplendere di una strana scia
tra tutti i mari spumanti del cosmo,
che ti ricordi e non ti andrà più via.
l.s.



domenica 10 agosto 2014

Chiusura casting "Cameriera d'albergo" attrice età scenica 18-25:


La vincitrice ufficiale del casting di "Cameriera d'albergo" per il ruolo di Miriam (co-protagonista, età scenica indicativa 18-25) è Chiara Poletti.



sabato 2 agosto 2014

Annuncio casting "Cameriera d'albergo":


Per il cortometraggio "Cameriera d'albergo" cerchiamo:
- Una attrice di età 18-25
- Una attrice di età 40-45


Le attrici interessate possono inviare foto e curriculum a questo indirizzo: info@noctefilm.com per una preselezione.
Qui la descrizione del progetto: http://www.noctefilm.com/progetti.asp

Il progetto è low budget, è previsto un rimborso spese.

giovedì 31 luglio 2014

Lettura, viaggio e condivisione:

Ho letto questo passaggio ieri mattina, in un treno regionale.
Ho creduto utile condividerlo.  Lo leggevo e già pensavo di condividerlo. Anche quando lo rileggevo, lo stesso.
Un passaggio da Correzione, di Thomas Bernhard:

"Molto spesso progrediamo rapidamente e con la massima sicurezza in un lavoro estremamente faticoso o in un'occupazione o in un qualcosa che ci appassiona perché nello stesso tempo abbiamo iniziato, svolgiamo un altro lavoro, un'altra occupazione o qualcos' altro che ci appassiona, ce lo siamo proposti e non l'abbiamo più lasciato...".

martedì 15 luglio 2014

Nadine Gordimer


domenica 13 luglio 2014

La luna pachidermica


La luna pachidermica. Nel bianco, prima della pioggia, era una statua murata nella notte. Sgocciolava marmo, come latte caprino.
Credo che non sia trascorso molto dalla sua apparizione, che è scoppiato un piovasco. Ho accostato alla parete tavolo e sedie. Mi sono seduto a sentire piovere e a guardare dal davanzale bagnato i riflessi di alcuni lumi lontani, che scintillavano come lampadine di Natale nell'acqua.
Una casa, nella campagna, era ancora accesa. Poi mi sono sentito un fantasma.

mercoledì 9 luglio 2014

Il mattino presto


È mattino presto.
Abbaia un cane. Passa un treno. Nel canto degli uccelli il crepitio di un rogo.
Sento il silenzio dai suoni e i suoni dal silenzio. Avvertendo quanto sia ricco un luogo desertico, dirado questo mio post come una scaglia di ghiaccio oltre lunghe mura bianche, delle quali vorrei costellare questo mio diario e diradarlo ancora di più, allo stremo delle mie possibilità, e impreziosirlo dello stomaco di una mia assenza. Renderlo bianco di silenzio, come una cima innevata e solitaria, dove si sente solo il vento e non esistono i passi
L'horror vacui di un ospedale colmo di parole, non ascoltate e fraintese, fa solo del male al gesto di cominciare un qualsiasi intento comunicativo. La dedizione a progetti vivi, dove è vivo il senso sparso del pericolo di una reale responsabilità, sono molto più utili al demone letterario che non apparizioni continue e sconcertanti, performanti solo per appianare pieghe, colpevolizzare l'assenza dal traffico iroso delle mie cattive idee.
Non trovo limite alla percezione della devastazione. Le mie parole sono toccate come un frutto da questa spaventosa devastazione, che risucchia col suo rossetto e lascia un solco freddo di verderame dentro la mela. Un verme rosa che brucia dentro un frutto, nelle possibili sacche di angoscia di un eterno e irreversibile declino. 
L'ascolto. La scrittura, in ogni sua forma, è finalizzata alla profondità di un ascolto. Non trovo possibile comunicare senza avvertire durante la piccola o disastrosa stesura di un pensiero, la minima possibilità di una profondità di ascolto. Le parole bruciano dentro una vestaglia aperta, oltre gli spazi del tessuto possono scoppiare seni o cataclismi. Sentire quello che si ha da dire è il pericolo che mi porta a frenare il disegno dell'impeto verso progetti dove avverto la vita e non la morte convenzionale della comunicazione frammentata e smozzicata. La ricerca di un'informazione continua, il costante approccio alla consultazione, alla mancanza di tempo e di amore, raggela la possibilità espressiva e formativa di un qualsiasi gesto. Un pensiero nasce da un'inquadratura lontana, che si avvera in un percorso di scambio e di vitalità, che diminuisce e si ritrae. Da un viso che slarga da uno specchio d'acqua e ti ricorda mentre si dimentica e sfuma. Quando piove avverto sempre un senso dolce di pomeriggi e di domenica. Lo sguardo azzurro di una vedova che lava a secchiate una tomba.
Amo l'odore aspro del deserto e delle camicie appena stirate. In questo momento anelo a dilatare il bianco del muro, avventurarlo nell'odore forte della calce, quando nelle erbe prative si sente il sole e lo sguardo si fa nitido di isole. Ritornare a comunicare in un regime di scambio tra vivi, anche con piccole frasi, parole semplici, davanti  e dietro il mio pensiero spezzato. Il rumore del carro oltre il raggio mozzo della ruota, dove si avvera il trotto della carrozza, quello che allontanandosi ridiede a un pittore chiarista la giusta tensione per sgocciolare il pennello umido dal suo primo buio. La forza di dire contro il tradire o lo stradire/stridore, ma senza cercare ascolto. Il dire e l'ascolto non devono toccarsi mai. Il dire dovrebbe essere già una forma pulita di ascolto. Ma io non sento l'importanza di un ascolto, ma della profondità dell'ascolto. Che sta morendo.
Attraverso l'evoluzione dolorosa e complessa di altri progetti diversi, preservo in ogni modo la mia sensibilità  verso quello che dovrei dire ma che taccio.
Dirlo di mattino presto ha un altro suono. Lontano da quello dei camion.
Come adesso,  mentre da fuori bruciano foglie.