sabato 31 dicembre 2016

Qualcosa di cui non si è mai veramente capaci


Peter Bichsel


DOMANDA Ma come è diventato scrittore? Come ha scoperto questo suo interesse?

BICHSEL  Ho avuto la sfortuna di essere un cattivo calciatore.
E qualcosa bisogna pur fare nella vita: io scrivevo già poesie, e in tal modo ho familiarizzato con lo scrivere: poi ho continuato. Ebbi la fortuna che il mio primo libro fu un successo: e in questo modo si diventa scrittori. A dieci anni avrei dato moltissimo per essere un buon calciatore, o per eccellere nel salto in alto. Io credo, in generale, che la vita non sia determinata da quello che si sa fare: la nostra biografia non viene decisa dalle nostre capacità, ma dalle nostre incapacità. In realtà ci decidiamo per un mestiere perché non sappiamo fare altre cose.

DOMANDA Si tratta di un confronto con la vita, con noi stessi.

BICHSEL  Certo, è il bello del mestiere di scrivere è proprio che è una cosa di cui non si è capaci. Il calciatore sa giocare a calcio, il saltatore sa saltare in alto, mentre di scrivere non si è mai veramente capaci. Questa è la cosa piacevole: un mestiere in cui non si diventa mai professionisti, in cui si rimane sempre dei dilettanti.

Estratto dall'intervista allo scrittore Peter Bichsel, realizzata per la Televisione della Svizzera Italiana.





















giovedì 29 dicembre 2016

Conversazione con Bernardo Bertolucci
























martedì 27 dicembre 2016

Zeruya Shalev e lo splendore tentacolare di "Dolore"


Zeruya Shalev

Questo libro di Zeruya Shalev, "Dolore", l'ho trovato abbagliante e assolutamente perfetto nel suo disordine. Più che parlarne, sarebbe stato più corretto da parte mia lanciare un semplice grido, semmai scrivere solo di questo grido lacerante e scomposto, come unico segno di quanto questo lavoro mi abbia trafitto e di quanto mi abbia gridato nel silenzio. Credo che si tratti di un capovaloro assoluto, che tocca, maltratta, carezza, abbaglia e stordisce, rimanendo sempre inquadrato in una struttura fervida e coerente con la sua poetica e le trame molteplici di questa sua insondabile profondità. 
Leggere libri del genere, dovrebbe far pensare a quanto andrebbe pesata e interiorizzata ogni parola, prima di metterla in gioco e di condividerla. Lo splendore tentacolare e poco rincuorante di questo romanzo è uno squarcio abissale sui sentimenti e sui misteri dell'anima dell'essere umano, dove si evince, nel contempo, che il gioco delle parole sia una delle sfide più emozionanti quanto pericolose per uno scrittore. Forse la forma espressiva più potente e immediata, quando raggiunge questi livelli. Non riesco a trovare altre parole e nessuna altra misura, al momento, per impastare nello spazio di un post una colata lavica di questa portata.
Ecco, forse, il mio grido.












































domenica 25 dicembre 2016

"Numeri sbagliati", di Agota Kristof
























sabato 24 dicembre 2016

L'aria della vigilia


L'ansia della vigilia infrange alcuni tormenti, come accade con l'astuzia di fronte a certi ostacoli. Il flusso mutante traspare di un incanto che permane,  lume di primo mattino che imbeve i colori dell'aria di un accordo affettuoso, canzone alla radio nei pressi di una pescheria. Gli occhi divorano il passo svelto che non pasce più nelle sue ombre. Le destinazioni adesso hanno solo lo spasmo di un ritardo che non avrà mai sentenza. Camminare in questa vaghezza confusa è come dipingere di sassi la musica. Le risate stanche delle donne lavano le ultime colpe, con una secchiata di sapone azzurro sulle scale.























"Notte di Natale", di Alfonso Gatto


Notte di Natale

Sempre più disperata dentro l'anima,
sempre più sola questa lunga notte,
di memoria in memoria a dirti amore.
Fu per le strade della dolce estate
che non ritorna, ora è città l'inverno,
e straniero a nascondermi nel buio
della mia stanza, gli occhi grandi in volto,
vedo la pioggia che vacilla ai lumi
del vento, l'oro delle porte accese.
Per lo stupore d'essere, la mano
si distingue sul vetro nella mite
chiarezza effusa, ed è destarti all'alba
delle parole chiedere se esisti,
se vivere di te forse è morire.

Le verande del mare rifiorite
d'un soffio nella cenere, la calma
dell'ascoltare le parole buone,
comuni, che non sembrano mai dette
e sono qui tra noi, in questa notte
dove ogni voce che mi parla è tua.

Di memoria in memoria a dirti amore,
di silenzio in silenzio a dire pioggia
la tristezza del mondo, la paura.

Alfonso Gatto












venerdì 23 dicembre 2016

Ultimi minuti di un giorno


Negli ultimi minuti di un giorno, avverto sempre una sensazione vaga di smarrimento, ma nello stesso tempo di potere sul tempo; come se la scansione degli ultimi attimi, nell'intercapedine oscura fra due giorni, mi liberasse dal vincolo della consuetudine,  concedendomi una sorta di spazialità, una zona franca dove respirare un'aria di confine meno viziata, poco misurabile e quindi potenzialmente protetta dalla costante caducità dei restanti momenti, quelli più interni e intestini al giorno pieno che mi dura. Gli ultimi minuti di una lezione, quando ormai sai che non sarai più interrogato e anche lo sguardo del professore è stanco quanto quello della classe. Ed è solo in quella stanchezza comune che un po' ci si rincuora di eterno, a qualche istante dall'arrivo della campanella, quando le ragazze hanno già sciolto i capelli e sbottonato i grembiuli.












"La compagna di classe": Two Official Selection Laurels 2016











"Discorso a brema", di Thomas Bernhard


















giovedì 22 dicembre 2016

Spazialità e forzature


Una delle sensazioni più liberatorie e rivitalizzanti, è quella che provo quando decido di smettere di forzare qualcosa, di attorcigliarmi entro me stesso perché qualcosa trovi a tutti i costi una direzione che le viene in qualche modo imposta da un mio preciso atteggiamento di pulsione creativa. Anche se poi questo qualcosa con questo metodo potrebbe anche ingranare, immagino che risentirà sempre di quella forzatura di fondo, che in diversi casi sarà anche clausura, mancanza di spazio, di luce, di naturalezza. Ben diverse le situazioni che vivono una loro schiusa in una totale o pur  generosa spontaneità, anche se sia stata da me evocata, forse anche inconsapevolmente, ma senza troppi sistemi di pensiero o congetture. Ecco, il solo abbandonarmi a questa sorta di resa, – ma non di rinuncia, sia chiaro – mi apre molti altri spazi e livelli di comprensione, rendendomi molto più armonico e compiuto, in ascolto di quella che è la mia realtà attuale, anche piccola, e non più di quella che vorrei a tutti i costi mi rappresentasse, ma che in sostanza non mi appartiene per niente e sulla quale non ho alcun tipo di controllo. Sia quando scrivo che quando non scrivo, naturalmente.


















lunedì 19 dicembre 2016

Luci dal bosco con inverno


La luna è dietro i rami.
Forse è domenica.
Nell'aria invernale
i numeri strambi
di una conta;
un'ocarina,
una chitarra
e una fisarmonica,
dove uno scroscio
di biciclette fioche
svanisce calma, 
nel primo fumo.
Dai vetri appannati
del vecchio collegio
una ragazza trascrive
dei versi di Hölderlin
al soldato invalido.
L'ombra della sua mano,
nella lentezza della fronte,
che adesso la dimentica.














































domenica 18 dicembre 2016

Romanzo


Vorrei irrompere con le mie parole
dove non sono mai stato;
e una volta arrivato
imparare la strada
per non ritornare.



























sabato 17 dicembre 2016

"Azimut", di Emiliana Santoro al Torino short film market 2016

























lunedì 12 dicembre 2016

Da una pagina del Danubio


Aprendo lo splendido volume di Claudio Magris, "Danubio", da un'edizione comprata pochi giorni fa e creduta nuova, dopo averla liberata dalla plastica, scorgo sulla prima pagina bianca una dedica, scritta a penna: "
"Cercami tra le righe di questo libro. Ci sarò. Baci". Senza firma. Un corsivo femminile e lievemente obliquo, introdotto da una data piuttosto lontana, di circa undici anni fa del mese di agosto.
Se non fosse per quella dedica, il libro non lo avrei mai immaginato usato. Le pagine sono intatte, pare che non siano state nemmeno aperte del tutto, lo stesso si evince dalle condizioni del dorso, eppure potrei davvero essere in possesso di un regalo d'amore di un'estate lontana di cui qualcuno si è disfatto, primo o ultimo di una serie indefinita di regali e attenzioni dimenticati nel tempo, libro che semmai non sarà stato nemmeno aperto o è possibile che il destinatario che lo avrà ricevuto non sarà andato oltre quel breve messaggio, misterioso  lampeggio da una pagina bianca e non avrà mai cercato qualcosa di lei in nessuna parola, in nessuna persona e in nessun treno o altro luogo al mondo oltre l'istante dell'apertura, – semmai fatta in profonda solitudine, senza testimoni, così come è successo a me o alla stessa persona che avrà scritto quella dedica senza firmarla. Intanto mi fa effetto sapere che tra le parole di questo libro vi sia qualcosa di qualcuno da scorgere, oltre al mondo di un grande scrittore, al suo talento, al suo immaginario, come ai suoi paesaggi mitteleuropei solcati dal mistero e dalla forza di un fiume. Qualcosa che esiste e resiste in una sua costante filigrana, ma che forse non scorgerò mai, o chissà. Qualcuno che adesso potrebbe essere ovunque, lontano o anche vicinissimo o non esserci nemmeno più. Intanto questa traccia è rimasta e ha resistito al tempo attraverso il caso, per incontrare come ultimo destinatario me e nessun altro al di fuori di me. Un segno di speranza, forse, inatteso e lievemente amaro nella sua verità. Ecco, a volte, dove e quanto lontano possono portare le parole.















sabato 10 dicembre 2016

Da Amras



"La distanza è la via più breve".

Thomas Bernhard, da "Amras"























martedì 6 dicembre 2016

Chi scrive


"Lo strano è che a chi scrive possono essere sommamente benefiche le totali demolizioni, nella stessa misura in cui possono essere sommamente benefici i pieni consensi. Chi scrive è vanitoso e depresso. Lo accompagnano e lo soccorrono demolizioni e consensi, nutrendolo, sostenendolo mentre rimbalza da una parte e dall'altra, fra le depressioni e i sogni di gloria. Quello che fa veramente male a chi scrive è invece una compiacente, piovosa, opaca, assonnata indifferenza".

Natalia Ginzburg





























sabato 12 novembre 2016

Una recensione di "Paradiso", di José Lezama Lima





Condivido una bellissima recensione del romanzo, "Paradiso" di José Lezama Lima, dal blog "Dietro le parole.it. Appunti di lettura".

























mercoledì 2 novembre 2016

Orazio, mi pare la pensava così



Giuseppe Berto

Piccole, grandi illuminazioni, su cose e comportamenti semmai noti, come la limatura infinita e "indefessa" di uno scritto, ma che contengono sempre una loro freschezza, ogni volta che, all'improvviso, li si riattraversa. Le verità, in qualche modo, vanno sempre un po' rifrequentate per sentirsele vive, un po' come ho fatto questo pomeriggio con l'estratto che segue:

"[...] Non vado avanti ma mi accontento sia pure a ore perse di limare indefessamente il già scritto poiché ben si sa che le opere destinate a durare hanno bisogno di lima, Orazio mi pare la pensava così e chissà quanti altri prima di lui per non dire dopo [...]".

Estratto da "Il male oscuro", di Giuseppe Berto























lunedì 24 ottobre 2016

La letteratura vuole così


Il poeta Guido Gozzano

"L'avrà notato anche Lei. Ci si commuove di più, si è quasi più indulgenti di benevolenza pietosa alle vicende di un adulterio che non alle fortune di un idillio verginale. La letteratura vuole così: è la letteratura quella che foggia la vita".

Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti. Lettere d'amore.
















domenica 23 ottobre 2016

"The classmate": un estratto dello screenplay nella traduzione inglese


Con grande emozione stiamo ormai completando l'allineamento e la revisione dei sottotitoli inglesi del progetto "La compagna di classe" (The classmate).
Leggere e percepire le sonorità della storia con i dialoghi tradotti in un'altra lingua mi ha molto impressionato. Le suggestioni e il tocco immediato dell'inglese sono stati una scoperta felice per il testo, che mi ha ricondotto anche alla genesi del sentimento creativo, allineandolo in una nuova prospettiva, che gli ha apportato nuove profondità e risonanze. Altri fondali, forse.
Ecco un estratto dalla mia sceneggiatura originale (The classmate) nella versione inglese, tradotta da Massimiliano Antonioli.

ADELE: [...] You sound like me when i write, you know? Sometimes in Greece i wrote some things very weird and confused, when coming back home,  after i had a long walk, alone. Then i gave up and started writing for a long time, like a witch. I always wrote at night, laying on the bed.
Something like...the light of the greek sea embodies the voice of the dead. When i was alone, i thought i could be involved all of them, or maybe it was their love, that i could feel beating inside me, like the wind...or like...this sad and distant part of you.

NIK: Do you keep dreaming when you talk to me?

ADELE: Do you think it's a dream talking to me on the phone?

NIK: I don't know. Now i feel someone else... Someone i've never been. [...]

Luigi Salerno 
estratto da lo screenplay "La compagna di classe"(The classmate) Soggetto e sceneggiatura originale depositati presso la SGAE: Sociedad General de Autores y Editores Fernando VI,4 28004 Madrid.















mercoledì 19 ottobre 2016

Il valore e l'affetto


Ci si accorge di solito del proprio valore artistico per circostanze. Per un caso. Di solito sempre all'interno di cerchie ristrette, dove si è valutati non per le proprie capacità, ma per tanto altro. Quelle cerchie dove i rapporti si reggono su dinamiche affettive e dove il sentirsi eletti o amati in questa elezione è una condizione a prescindere dal resto, da quello che mi riesce, di cui sono capace.  Da quel resto che riguarda il proprio valore altro, quello che in alcuni casi vorremmo che ci rappresentasse anche quando non cambierà nulla dell'affetto che abbiamo e che spesso mettiamo in gioco come merce di scambio quando ci si esprime. Intanto sono proprio gli ambienti degli amici, dei familiari, dove si giocano i primi riflessi del valore più o meno artistico e dove si ottengono le prime conferme, i primi sintomi di un certo talento o di quello che sia. Quel riconoscimento di essere capaci, che in diversi casi o viene esaltato o, al contrario, del tutto ignorato se non ostacolato. In genere il valore artistico di un individuo non potrà non tener conto di questo passaggio obbligato: il riconoscimento, nel magma degli affetti profondi, con tutte le possibili varianti e contrasti del caso.  
Saranno davvero attendibili questi riscontri? O forse l'affetto potrebbe alterare una capacità o un valore che riscontrato in un personaggio estraneo a noi potrebbe non dire nulla? Quanto è difficile essere centrati in una dimensione stabile, dove il proprio gesto creativo non sia una rivalsa e nemmeno una carezza? Un colpo contro qualcuno che ti ha ignorato o un abbraccio verso qualcun altro che ti ha esaltato, ma una semplice espansione di una parte profonda che vuole semplicemente affiorare? O anche di una parte superficiale che vuole sprofondare in un suo abisso?
Eppure la condivisione di un proprio lavoro, al di fuori della cerchia degli affetti, incontrerà quasi sempre le luci incerte di un bosco. In diversi casi le tenebre, l'impermanenza, la distrazione, l'arroganza, l'incompetenza o al contrario la troppa conoscenza e supponenza che di solito condanna chi conosce troppo, oltre il dovuto e in diversi casi rimane ugualmente inattendibile quanto il giudizio di parte di un genitore o di un amico importante. E questi numeri collezionati dagli estranei, quelli che non sono nella cerchia affettiva, con questi comportamenti schiacciano e provocano nostalgie. Nostalgie delle cerchie ristrette dove il proprio valore era dato per scontato, per quegli elementi di accoglienza incondizionata che non lo riguardavano. 
Oltrepassare questo confine e riuscire a raggiungere un perfetto estraneo con la stessa intensità di un familiare o di un amico, è una conferma che qualcosa davvero funzioni. Quando si avverte l'affetto, come riscontro di un gesto artistico, anche in coloro che non ti sono legati da dinamiche prettamente affettive, e dove il sentirsi eletti non è per niente una condizione che prescinde dal resto, è un segnale importante quanto raro. In questo segnale vi è un approccio puro, senza interferenze di sorta.
Quando accade qualcosa del genere, allora forse qualcosa resiste all'incombenza di quel gelo nemico.  E vale la pena di incoraggiarlo.


















martedì 18 ottobre 2016

Un accento sul senso del raccontare


David Grossman

Sì, questo passaggio così particolare, che ho letto per la prima volta ieri sera, lo sento davvero un accento, un accento acuto su qualche cosa che ho sempre pensato vera e che mi è ritornata, come conferma di questa mia verità. Potrebbe apparire singolare come interpretazione, eppure la sento molto vicina alla mia sensazione dell'essere creativi e di quello che rappresenti.
Si tratta di un passaggio da "Vedi alla voce: amore" di David Grossman:

"Non riesco a capire perché non puoi scrivere in modo umanamente comprensibile... Ma perché non pensi un poco al tuo povero lettore?", lo scrittore gli rispose, e la sua voce aveva un certo eccitato tono d'orgoglio: "Io, solo a me stesso racconto questa storia... imperocché desso è l'importante insegnamento da me appreso qui, Herr Niegel, e durante tutta la mia intera vita non ero riuscito ad acquisirmi tal dottrina, ma ora ben so che dessa è l'unica via, se infatti si vuole creare qualcosa. Qualcosa che sia una vera creazione, vale a dire. Così è: ma solo per me".











sabato 15 ottobre 2016

"La città vuota": lunga scorsa sull'ultimo shooting


















































venerdì 14 ottobre 2016

Quanto più scrivo



"Quanto più scrivo, tanto più capisco ciò che gli altri cercano di dirmi nei loro libri. Quanto più scrivo e tanto più divento tollerante nei riguardi dei miei colleghi scrittori. (Non parlo dei «cattivi scrittori», perché con loro mi rifiuto di aver a che fare.) Ma con quelli che sono sinceri, con coloro che lottano onestamente per esprimersi, sono assai più malleabile e comprensivo che non ai tempi in cui non avevo scritto ancora un libro. Anche lo scrittore più modesto può insegnarmi qualcosa, purché abbia fatto del suo meglio. Ho invero appreso molto da certi scrittori «modesti». Leggendo le loro opere sono stato colpito più volte da quella libertà e da quell'audacia che è quasi impossibile riacquistare una volta che ci si sia «aggiogati», una volta che ci si sia resi conto delle leggi e dei limiti del proprio mezzo espressivo. Ma è leggendo i propri autori prediletti che si diviene supremamente coscienti del valore del praticare l'arte dello scrivere. Si legge allora con l'occhio destro e con quello sinistro. Senza che la pura gioia della lettura diminuisca minimamente, ci si rende conto di un meraviglioso intensificarsi della coscienza."

Henry Miller. "I libri nella mia vita".























giovedì 13 ottobre 2016

Nel silenzio puro degli abeti



Tacere significa ascoltare e anche ascoltarsi. E crea intorno un'idea di spazio, difficile da esprimere. Uno spazio ideale, non classificabile. Quello a cui penso a volte riguardo alla mia ricerca creativa, ha un altro sapore, un altro tempo, rispetto agli spazi previsti e a volte ambiti per condividere i frutti di un percorso. Un tempo dove esserci con il mio tacere, senza spingere, pressare o fare ombra, quindi senza troppa voce. L'ombra più bella è quella degli alberi, degli abeti, quando ci si raccoglie nella scrittura, che sia il mattino presto o l'imbrunire o la notte fonda, non cambia. Vorrei che le mie parole riuscissero a esprimerlo. È quello il mio obiettivo, la mia idea interna di spazio, non una piattaforma di lancio.
Uno spazio deve aprire non circoscrivere. Non penso alle radici della mia scrittura come a quelle di un bonsai. Lo spazio ideale dove inserire una mia idea, che avrei considerato condivisibile, non andrebbe mai misurato nel termine dei riscontri numerici e quindi della sua vastità in materia di piattaforme, che in fondo non fanno altro che circoscrivere le mie condizioni creative per i diktat di un mondo astratto e distratto da troppa offerta, trascinando me e la mia immaginazione, dalla fiancata di un monte al vasetto di un bonsai. La vastità deve essere interna al mondo misterioso di uno scritto e non esterna. Non ho mai pensato a misurare le mie idee creative in relazione ai tipi di spazi e nello stesso modo non credo che misurerò mai gli spazi in base a criteri quantitativi, che spesso si muovono in direzioni oscure, imprevedibili. Da cui un non incentrarmi sulla strategia, come appendice naturale dello scrivere, come occupazione essenziale, rispetto alla quale le parole diventerebbero solo l'orpello, il pretesto per raggiungere numero, consensi, pubblico: l'unica strategia che mi riguarda è allineata alla qualità della mia idea, o meglio a quello che al momento avverto come fattore qualitativo da sviluppare al massimo per recuperare l'intensità dell'impulso, restituendolo a tutta la densità con cui premeva quando era ancora al buio di me.
E già questo richiede un impegno considerevole, per fronteggiare tutti i contrasti e le cose che non tornano. Quella certa fluidità del discorso, per esempio, come mi è successo giusto questa mattina, rileggendo alcune pagine di un mio romanzo piuttosto  lungo, dove non riconoscevo tutto quello che della sua struttura mi rassicurava in estate, quindi un paio di mesetti fa. Gli stessi passaggi sembravano oppressi da un peso aggiunto, che a metà luglio era del tutto inesistente, almeno per i miei occhi e per le mie spalle di allora. Potrebbe dipendere dall'autunno, dalla qualità della luce, possibile, ma questo è solo per dire che non riuscirò mai a concentrarmi su quali siano gli spazi adeguati – se non prestigiosi – di condivisione di un mio testo, dal momento che lo spazio reale del mio testo è tutto quello che vi ho concentrato al suo interno, e che mi rimane al momento con tutta la sua vastità di penombra e di mistero; con i suoi demoni, le sue trappole, le sue strettoie improvvise e i suoi stafilococchi. Anche prendere la stessa curva che credevo facile, qualche mese prima, nello stesso identico punto, risulta in seguito, a distanza di poco, molto più arduo. Considerando che potrebbe aver piovuto forte, nel frattempo e che la presa degli pneumatici non potrebbe rispondere nell'aderenza allo stesso modo di come avveniva prima, ad asfalto asciutto e soleggiato. Il tutto che si legge e si riscrive e che poi si rilegge muta in continuazione, dentro e attraverso di me, come mutano le cose del mondo, di continuo, nella stessa inestinguibile impermanenza. Lo stesso avverrà negli occhi degli altri, degli ipotetici destinatari e quel controllo, che io mi illudo di poter ancora esercitare su di uno scritto lungo, nello studio di una sua traiettoria, non sarà quasi mai attuabile e non vedrà mai uno stadio di appagamento, perché le sensazioni continueranno a modulare da ambo le prospettive, quelle dei miei occhi, che sono convinti di muoversi e di sentire come si muovono e come sentono gli occhi degli altri, quando nella realtà non è mai così. Sono sempre in ottima fede e in ottima forma quando comincio. Il mondo sembra in attesa del mio primo tocco. La pagina bianca, pulita e luminosa, attende di essere riempita con la dovuta pazienza, dove stavolta farò tesoro di tutto quello che non ha funzionato prima, che non è andato perché non suonava come avrebbe dovuto. Prima, mi dico scorrendo tra le frasi ancora fresche, ero all'oscuro di questi elementi di ingombro, adesso sono consapevole di quello che devo fare perché ho maturato diversi aspetti importanti. E quindi procedo, convinto che quando avverrà il controllo a distanza, questo testo apparirà più organico. E invece puntualmente, anche se ho sistemato alcuni aspetti, le distanze con l'ideale di assetto del momento in cui io confronto, sono sempre abissali. C'è sempre qualcosa da fare, da riassestare – la migliore sarebbe davvero lasciar perdere o dare tutto alle fiamme, liberandomi dall'incubo. Ecco che cosa è la scrittura. Un mondo infernale, dove le preoccupazioni le concentro solo all'interno di queste dinamiche, di questi assestamenti infiniti, per qualcosa che potrebbe non trovare mai la sua forma ideale.
La creatività rimane un processo doloroso e illusorio. È tutto questo il suo fascino: la bellezza del dolore che interessa il percorso. Un esercizio dove la frustrazione e l'esaltazione sono vicinissime; spesso si alternano a distanze impercettibili e chi scrive non sa più chi sia e dove si trovi e neanche che senso abbia questa fatica e questo ardore profusi nel nulla, con tutti gli elementi contrari, a partire dalle stesse parole, che a distanza di poco sembrano essersi spostate come insetti e non essere più quelle che sembravano prima. E anche per chi legge: quasi sempre è certo che in quello scritto vi sia davvero quello che conta e che in fondo cercava e già conosceva, il tutto con un fare tiepido, di accondiscendenza a un lavoretto ben fatto, prevedibile e rassicurante, ma fino a quando non accade qualcosa di inatteso, che cambia tutto. Un imprevisto. In questo imprevisto, che lo scrittore non ha calcolato coscientemente, e che il lettore allo stesso modo non immaginava, inizia la sintonia. L'intesa con tutto il suo divenire. Se non avviene nemmeno per un istante un imprevisto, in relazione a quello che si credeva di sentire e che ci si aspettava, la relazione sarà fallita per sempre. In partenza. Fa parte del gioco. Nessuno spazio o mercato di sorta preserverà mai nessuno dall'imprevisto che l'alchimia di un certo linguaggio possa creare alle spalle dello scrittore come del lettore. Entrambi vittime di altri equilibri, che tramano un loro delirio alle loro spalle.
La consapevolezza di un valore è un processo infinito, che richiede tutta la mia anima. È importante rimanere in contatto con la profonda sostanza di questa esperienza, senza disperdersi con i meccanismi di marketing, con la fame di presenziare, di partecipare al banchetto cercando la migliore luce, che non spari ma che non mostri nemmeno le rughe. La luce di chi scrive è nel suo buio. Oggi scrivono tutti e quindi non scrive nessuno. Difficile incontrare qualcuno che non sia convinto di avere delle inclinazioni spiccate per la scrittura e che non voglia provarci sul serio. Non voglia buttarsi nella scrittura, non dico  nelle sue fiamme, ma nella possibilità che la scrittura possa offrire, per quanto sia un mezzo espressivo piuttosto immediato e innocuo, alla portata di tutti, almeno rispetto a un Bösendorfer. Fingiamo che io scriva narrativa non di genere. Una narrativa quindi molto contemporanea, per esempio. In alcuni momenti la contemporaneità della mia scrittura si svincola dal mio tempo e lo trascende, in una sorta di metacontemporanietà piuttosto sfrenata e refrattaria a una categoria che ogni prodotto che si rispetti dovrebbe contemplare per sopravvivere. Individuare un mercato preciso, un ascolto per qualcosa di così indefinito o comunque pieno di tante categorie e sottocategorie infinite è come giocare ai bussolotti, signori. Né più né meno. Una sorta di azzardo, di salto nel vuoto. Non ho mai pensato all'estensione di un mio pensiero in uno spazio rassicurante di consensi, ma alla comunicazione relata e profonda con quella che è la mia storia, con tutti i miei trascorsi e le mie condizioni del momento che mi hanno trascinato in questa follia, forse contro la mia volontà. Ma non mi sognerò mai di dedicarmi all'esplorazione di un territorio di mercato partendo da me, dal mio posto di questo istante, dal momento che questi elementi non sarò mai io a influenzarli, ma strade del tutto imprevedibili, incontri, circostanze, che non hanno nulla a che vedere con quel mio testo e con quella mia esperienza, che rimane qualcosa di vivo, poco intrappolabile in una vetrina. Nella mia scrittura la creazione e la soppressione si alternano.  Il flusso è terrificante. Come potrei dedicarmi ad altro se non a trovare un minimo di equilibrio in questi contrasti? Non mi interessano i numeri, grandi o piccoli. Non mi interessa la mia persona da nutrire con questo esercizio, ma solo il risucchio della sostanza creativa quando entra in contatto con l'aria, con la contemporaneità che la mia narrativa insegue, ma dalla quale è sempre preceduta, quindi combattuta e collassata. Il mio tempo esploso surclassa l'immaginazione. Ma allo stesso tempo la mia immaginazione trascende il vincolo della contemporaneità della mia narrativa e quindi i dettami rigidi di una sua collocazione, che forse non ci sarà mai. Non credo che la contemporaneità di un mio pensiero, di una mia frase, possa essere inquadrata in una dimensione stabile. Ma rimane fluttuante, vaga, forse avvertirò da solo da dove proviene quel certo pensiero. Forse da una ruota panoramica, che gira e rigira in un luna park o da un cassonetto di rifiuti, dove una donna che mi è di spalle e ben vestita sta raspando il suo dolore. Questi scenari non mi vincolano a un certo luogo, ma mi costringono a rievocarne risonanze e mistero, senza rete.
Quale spazio ideale potrei mai auspicarmi all'interno di un processo così oscuro? Chi sarò mai io per pretendere e chiedere attenzione, ascolto e quindi spazio, se non sarò del tutto sprofondato nelle ombre fitte del mio linguaggio, dimenticandomi di tutto il resto, del superfluo ma soprattutto dell'illusoria stabilità con cui immagino ancora tutto il resto? Dovrei dimenticare di esistere, ma rimanere avvinghiato nel labirinto del telaio e mutare di continuo con lui. Questo deve essere il mio primo pensiero. Il resto sarà secondario, non dico trascurabile, ma secondario. Lo spazio della mia narrativa, o presunta tale, con tutte le possibili contraddizioni della sua contemporaneità, non riguarda il presente della mia apnea. Trattasi di un'altra aria, respirata in altri fondali, dove le anime avranno la meglio sui numeri, sui calcoli, sulle strategie, a favore della bellezza di quel solo istante, dove ti accorgi di essere arrivato, senza prove o attestati di questo traguardo interno. Anche in un luogo vicinissimo, ma a una profondità che ti rimette al mondo e che è la stessa da cui attingo e cerco di attingere il materiale per dare spazio e vigore ai miei pensieri per caldeggiare il mio inferno. Per renderli vivi nella loro immateriale funzione di rimettermi al mondo, in ogni istante una regione nuova e inesplorata, dove respirare fuoco ma anche aria fiammata di mare, perché no. Aria di uragani, ma comunque di speranza e di mare. Non altro che sprofondare in questa nuova aria, dove fraseggio la tempesta della mia libertà ma senza volere cambiare un solo attimo della sensazione di purezza che una frase ben scritta potrà mai regalarmi. È questo lo spazio della mia scrittura. Incondizionato e fatto di aria. È tutto quello che ho. La mia casa bianca e immersa in una luce di neve e di mare. Nel silenzio puro degli abeti.