giovedì 31 maggio 2012

I lumi a sera. Capitolo IV


Capitolo di transizione, dove spiccano la figura della madre di Sabina, Adele, con qualche traccia di un passato oscuro del borgo, – e quella di Rachele, la moglie di Pietro. La tenuta narrativa si snoda in alcuni tratti da commedia, imperniati sui personaggi di "relativo" contorno; intanto Pietro e Sabina rimangono, anche se da ombre e da assenti, ancora a sostegno dell'impianto e delle tensioni del capitolo, in un lavoro sottile di risonanze e di evocazioni.
I capitoli precedenti:
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV i Lumi a Sera

mercoledì 30 maggio 2012

Lungocorso



Alcune voci parlavano
alle sole brezze del cotone,
camminando sazie di passi
i pomeriggi della Domenica.

I colletti delle camicie
erano tesi e celesti
come scene di barche.

Le cugine ciondolavano sul corso
all'odore freddo delle rasature.

martedì 29 maggio 2012

Scrittura e disordine

Mi accorgo sempre di più che la mia possibile  e opinabile crescita è legata al disordine. Di quello che accade alla mia scrittura, al contesto, agli sviluppi, alle circostanze, alle emozioni, ai dubbi e alle pochissime e flebili certezze, tutto è in perenne disordine e quasi mai ritorna. Si sbilancia, si contrasta, si immola di se stesso, si annienta e si addensa, quasi alle mie spalle, come un cassetto rovesciato o il tonfo cupo di una bara.  Il disordine è l'unica verità, la costante primigenia. Il resto è impermanente, oscilla, si annebbia, sfuma e si frantuma, notte dopo notte, le corde si son rotte, non si può più suonar...
Non c'è verso. Quello che conduce il gioco e il suo traino molto spesso è il puro caos.
E non credo che sia  nemmeno così divertente, ma volendo...potrebbe anche diventarlo. Basta non inceppare il meccanismo e abbandonarsi alla sua legge generosa e illegittima; quanto meno non infilare il manico dell'ombrello nei raggi delle ruote in piena picchiata, e forse, chissà... potrei ritrovarmi addirittura salvo e felice. Per niente, come tutte le cose che rendono davvero felici.
Buona serata!

lunedì 28 maggio 2012

I lumi a sera: capitolo III


In questo Terzo dei primi capitoli proposti del romanzo, continua il racconto di Pietro, il guardiano notturno; le sue inquadrature da torcia ritornano sulla ragazza Sabina con diversi stacchi e primi dettagli sul suo mood. Anche il punto di vista narrativo continua a sdoppiarsi, così come è successo nei capitoli precedenti, tra forme discorsive dirette e indirette, frammenti di immagini alternate e rievocate tra chi racconta e tra chi ascolta il racconto. I link ai precedenti capitoli:
Capitolo I
Capitolo II
Buona lettura.
Capitolo III i Lumi a Sera

domenica 27 maggio 2012

La scrittura della riscrittura

Il terzo capitolo de "I lumi a sera", che renderò disponibile da domani su questo blog, mi ha dimostrato ancora una volta di quanto siano inesauribili le interazioni tra assetto e verifica di una bozza e tutto il movente creativo che la riguarda e che non è mai, come diversi credono, in una fase di stasi assoluta quando chi scrive corregge. Penso che chi corregga continui ancora a scrivere e a cercare nella correzione tutto quello che ancora ha perduto o che ha dimenticato di inserire nelle prime fasi di stesura, quelle in apparenza più generose e libere, dove sembra esplodere l'acqua di un fiume, ma dove, a volte, la sensazione di esprimersi e di poter dire è molto più forte di quello e di quanto in realtà si sta esprimendo e dicendo mentre si scrive. Le due temperature e le intensità quasi mai corrispondono, ed è difficile controllare quanto più o meno intensa o fedele sia la parola appena scritta rispetto a quella appena pensata ( o anche non troppo pensata o non pensata: ma su pensiero, non pensiero e scrittura, si aprirebbe un varco troppo grande). Può accadere di sentirsi avviluppati da un passaggio terso, di una bellezza primordiale, incontaminata, e accorgerci, solo più avanti, che quella era una nostra sensazione del momento e che dentro le parole che abbiamo lasciato non rimane nemmeno l'ombra di quello che si credeva. Le parole non sono sempre lo specchio immediato della nostra sensazione o immagine dalle quali scaturiscono; io credo che non lo siano quasi mai. Il risultato è sempre quello di una mina esplosa in una mano, che ci trancia le cinque dita, questione di secondi e quello che si pensava di rappresentare con le proprie ombre cinesi alla parete e alla luce di un lume, è già sformato e dilaniato da altissime temperature, impreviste e letali.  Ecco perché la fase della revisione e della riscrittura rappresenterà una continuità naturale del percorso di estrazione di quello che si credeva espresso e già detto, e che è rimasto invece ancora inespresso o a volte nascosto e infossato da molto altro. Con la sottrazione, per esempio, è molto strano ma si arricchisce uno scritto, proprio al contrario di come ci si aspetterebbe e anche in questo caso il mio gesto di sottrarre sarà sempre nutrito dalla nostalgia oscura di quello che è passato, che mi è esploso nelle mani prima di lasciarlo scritto e integro. Scrivere è difficile per questo, per colpa della parola. La limitazione della scrittura è data in primo luogo dalla natura e dall'impotenza della parola che diventa insieme accesso ma anche ostacolo al pensiero e all'immagine selvatica da esprimere. 
Credo, per queste tortuose ragioni, che non esisterà una fase solo creativa e una fase solo valutativa e analitica riguardo ai fatti  di un proprio scritto; intendo dire che l'impulso a smuoverlo e ad orientarlo verso una sua origine e opalescenza magnetica in formazione, che rimane sempre indefinita tra quello che si voleva e si vorrebbe esprimere e tutto il groviglioso resto che si frappone, sarà sempre dolorosamente costante in ogni fase del percorso. Mi sono accorto, lavorando alle ultime rettifiche di questo capitolo, di quanto questa sua mobilità e propensione a imbeversi ancora di nuove forme, oltre a quelle che gli erano state già assegnate, gli abbia dato una nuova autonomia e flessibilità. È il capitolo che sintetizza uno dei semi più vivi della storia, il tipo di introspezione del personaggio femminile, i tempi, i tratti di alcuni ambienti e di alcune luci o contrasti, che sono stati sviluppati come continuità di qualcosa di interrotto o di esploso, ma anche, miracolosamente, di ricomposto e restituito.

venerdì 25 maggio 2012

Paese è notte, di Luigi Salerno e le Edizioni Ensemble

Paese è notte, di Luigi Salerno, è risultata tra le poesie selezionate per l'antologia "L'alba inquieta del profondo: il Desiderio". Il volume sarà pubblicato dalle Edizioni Ensemble nel mese di Giugno.

mercoledì 23 maggio 2012

I lumi a sera, capitolo II

Questo capitolo mi ha davvero dannato. Era partito come materiale sicuro, rodato e ormai collaudato, ma prima di rettificarlo per questa occasione, ci ho dovuto lavorare davvero parecchio, con diversi ripensamenti. Ma adesso lo sento pronto.
Per chi avesse perso il precedente capitolo, è qui.
Buona lettura i Lumi a Sera Capitolo II

martedì 22 maggio 2012

Lo scrivere semplice e il vaevieni di Lezama Lima.


La vita è  qualcosa di complesso, ma molte volte è comprensibile, anche nei suoi segreti più fitti: a un bambino, a un anziano analfabeta, così come a un ingegnere nucleare o astrofisico, a una donna che rincasa con suo figlio, a una che lo ha appena perduto. D'incanto si rivela, in uno dei suoi possibili estremi, ma senza una volontà o una tecnica rivelatoria. La sua natura non è difficile, ma è tragicamente complessa, e chi decide di scrivere non può non tenerne conto o chiedere a qualche santone se sia giusto o sbagliato tenerne conto.
Il linguaggio che un buono scrittore utilizzerà rimarrà qualcosa di straordinario, di intimo e di complesso, quanto di variegato nella sua possibilità di svelarsi, all'improvviso, o di negarsi del suo lato oscuro. O ancora: di negarsi della sua luce (fatua) e di svelarsi e rivelarsi nel suo oscuro, – questa mi piace di più. Ma non sarà mai qualcosa di semplice in partenza, né potrà edulcorarsi a un concetto di economia del semplice. Ancora peggio se utilizzato come copione del fluency...perché il lettore non si stanchi. 
Leggendo molto e di tutto, penso che la semplicità sia qualcosa di molto distante dalla vita, da una sola idea catalogabile che la distingua da un suo certo opposto. Parlando di semplicità e condannando lo stile "involuto" si passa automaticamente dalla sponda degli adulti eruditi, essenziati di calcolo, di premeditazione, di strategia del movente creativo. E si diventa poveramente complessi o complessati dal demone del semplice, che è qualcosa di poco modificabile, perché legato allo spirito e al profumo di quello che si scrive e non sentenziabile nei suoi eccessi o soprattutto nelle sue temute carenze, come del buon Barolo in uno stracotto. Sarò impopolare, ma è quello che sento. Preferisco essere onesto, anche se impopolare. Quindi procedo.
Il jazz è semplice? Ligeti è semplice? E le sue Atmospheres? Da che punto di vista  compositori di jazz o di musica contemporanea potranno mai uniformarsi, nei loro settori, ai decaloghi così in uso in certa idea del fare scrittura o "letteratura", e del diventare tutti così aperti e spalancati alla persona o al lettore comune? Dovrebbero forse rinunciare, leggendo uno dei consigli che si danno di solito ai giovani scrittori in erba, o nemmeno. E che dire del secolo breve (relativamente breve), così pieno di risonanze, di sperimentazioni, a partire dalla dodecafonia, il primo grande terremoto, e il serialismo integrale. Tutto questo, allora, sarebbe una follia? E come può uno scrittore che si accinge a scrivere un racconto, ignorare quello che è accaduto alla musica con l'accordo di settima diminuita, ignorare le atmosfere di Petrassi o di Berio, o  gli incanti sublunari di Edgar Varese? O una sola pagina di Lezama Lima?
Scrivi semplice. E io rispondo con uno dei romanzi più immediati nella loro estatica complessità, sensoriali, animali, poetici, costruito sugli odori della frutta e del cielo, misti al primo battito e belato dell'ocarina, in un solo vaevieni: "Paradiso", di José Lezama Lima (Einaudi 1995). Vi lascio a un suo stralcio, senza aggiungere altro, ma incazzato nero, perché avverto che quello che scrivo non è semplice ma è vero:

"La donna boccheggiante cominciò a rotolare la scala che separava la casa dall'erbetta, radente imboccatura e nascondiglio dei furetti. La pelle le si era ripegata, cucita e rinchiusa, come per diventare resistente ai colpi che dalla borda le appioppavano i marinai della Croce del Sud. Il naso affondato nel setto diventava più pietoso che fiutante, avvicinandosi ai grossi vetri con la protuberanza di due mammelle sollevate fino al naso, e dove con irrigamento di pianto sembrava nascondere un ammasso che s'accingeva a difendere con pianto e vaevieni di battima. La circolizzazione barbuta, poiché un semicerchio sudato di erbai d'acqua le portava via il mento deglutito, rendeva respingibile quel pianto, poiché così presto era stato mutato in oliato mostro dei gradini, che non lo si credeva mostro morbido, di scheletro piagnucoloso e disossato. Il nuovo manatí suonava da gradino in gualdrappa funebre, e gli sforzi che faceva per raggiungere l'ondeggiamento degli erbai gli conferiva nuovi riflessi che si incrostavano a causa delle bastonate che gli davano dalla borda e il suo musetto si contristava, riduceva il suo cerchio di lattante e raggiungeva la posizione inclinata. La casa sgocciolante si spense e il bosco cominciò, approfittando delle lunazioni del capretto e dell'ago, la sarabanda lenta, imbiancata, delle riproduzioni che hanno bisogno della rugiada".

lunedì 21 maggio 2012

Il romanzo della Domenica senza giorno fisso

Riflettendo, ancora.
L'idea del romanzo a puntate era partita con un giorno fisso, legato all'idea di un appuntamento domenicale, come avveniva su alcune riviste con alcuni romanzi. Ma credo che l'idea domenicale dei capitoli del romanzo, che renderò disponibili attraverso questo mio blog, possa prescindere dalla scelta tecnica e rigida del giorno fisso; tra l'altro la Domenica, per un appuntamento del genere, non mi è sembrato un buon giorno.
Credo di utilizzare un giorno infrasettimanale o anche un lunedì, ma potrebbe non essere un giorno fisso. I capitoli de "I lumi a sera", continueranno così a rimanere capitoli di un romanzo della Domenica, ma in giorni che valuterò all'occorrenza e che diventeranno, anche solo per gioco, appena più domenicali degli altri. Per ciascun nuovo capitolo inserito, aggiungerò i link con il collegamento ai precedenti. Ringrazio anche Marco Freccero per la preziosa consulenza.
Tutto qui.
Per chi è interessato, ecco il primo capitolo.

Giusto per parlare di statistiche...

Ecco, giusto per sorridere, il numero decrescente degli ingressi dalle pagine dei singoli post dove illustravo il progetto del mio romanzo domenicale a puntate fino a quello effettivo che includeva il capitolo in questione, in carta ed ossa. Dal basso in alto: 13 visite per l'illustrazione del mio esperimento;  il primo post, quello di venerdì 18, dove spiegavo anche come convertire in ePub il documento .doc,e che aveva circa 13 vistatori con 1 commento di un visitatore anonimo. A seguire, il giorno seguente, gli ultimi aggiornamenti del sabato, in cui accennavo anche alla tematica del capitolo e dulcis in fondo il post col capitolo I, con gli ingressi quasi dimezzati. Che meraviglia...(il resoconto risale alle 11.00 di questa mattina).




Riflettendo.
Il fattore della comunicazione e soprattutto quello della comunicazione di un proprio percorso o itinerario, rimane qualcosa di oscuro. 
Esiste la diffidenza, è possibile, ma tutto questo fa pensare: il fatto che un capitolo, anche dell'ultimo romanzo al mondo, non ha nemmeno minimamente incuriosito, nemmeno per il solo attacco della prima parola, il tempo di qualche secondo, non più di 6 persone o anche di due o tre ritornate sul luogo del delitto, nemmeno quelle che avevano comunque visitato i due post precedenti. E che dire allora dei miei prossimi progetti che saranno disponibili a pagamento? Che cosa posso sperare dopo una prima statistica del genere? E se avessi inserito il primo capitolo di un romanzo noto e già edito? O caldeggiato dalle corporazioni della scrittura di scuola, dello scrivere semplice (ma come si fa, per favore: il segreto dello scrivere facile facile, sarei disposto a tutto, per favore, a quando la prima lezione?). È possibile che si segua sempre la sigla di un percorso e non si annusi o non si frughi mai quello che si cela di vivo o anche di disastroso o di morto nella sua essenza? Giusto per farsi un'idea...
Ma questo per me non cambierà e non pregiudicherà nulla. I miei capitoli continueranno a essere proposti sui miei post della Domenica,  senza speranza ma con tutta la cura, l'attenzione e lo scrupolo riservato al primo, come se dovessero andare in stampa per una delle riviste più importanti al mondo. I luoghi dello scrivere sono quelli della mia anima e del mio sogno. Il resto rimarrà irreale e relativo. Potrei scrivere i primi due paragrafi di un capitolo sul muro di un palazzo, non conta. La scrittura rispetto ad altre discipline, ha il vantaggio di poter essere versatile ed efficace in più luoghi e contenitori, un po' come l'acqua, che disseta da una brocca, da un cucchiaio e da un bicchiere e non cambia sapore con la forma. Le barriere non saranno mai dei luoghi fisici o dei contenitori, ma della concezione e dei pregiudizi presenti nei parametri asfittici e umani di fruizione verso i contenuti.
Era solo una riflessione. Niente di più...

domenica 20 maggio 2012

I lumi a sera: Capitolo I

I lumi a sera cap 1

sabato 19 maggio 2012

Ultimi ritocchi al Capitolo I

Oggi ho lavorato agli ultimi ritocchi del I Capitolo del romanzo "I lumi a sera", che domani, Domenica 20 Maggio, renderò disponibile su questo blog. Quello di domani è un esperimento, e come tutti gli esperimenti lo faccio brancolando nel buio, senza certezze, o pretese o verità. Ma con gioia e con grande passione: saranno questi i miei due cani guida per questa manciata di capitoli domenicali, e credo che mi rimarranno fedeli, comunque vadano le cose. Lo avverto. Il resto sarà una meravigliosa incognita, immagino anche per voi, che potrete fermarvi al primo rigo, o continuare o farne carta straccia. Tutto andrà bene e mi ritornerà utile in qualche modo. L'importante è sperimentare e cercare, sia quando si scrive che quando si legge; ma farlo sempre con grande umiltà, anche se io credo in quello che ho scritto, non lo condivido a casaccio e non lo improvviso. Se non si è convinti in prima persona di quello che si scrive sarà difficile che lo siano gli altri. Sono dell'idea che umiltà e determinazione possano essere compatibili e addirittura sinergiche, se autentiche.
Qualche breve cenno:
il primo capitolo è di circa 5 pagine, (per cui può essere anche stampabile senza grossi dispendi) e riassume l'ambientazione dei luoghi e la presentazione di alcune figure centrali. Poche pennellate pesanti, prima di presentare i due primi personaggi nodali – il terzo, quello femminile, appare e scompare da una loro evocazione, appena velato per poi sfumare. 
Il teatro del romanzo è un paesino di un borgo laziale, dove un proprietario della buona provincia andrà a riscuotere con puntualità le sue quote fisse dai suoi inquilini. Il borgo vecchio ha un parco dal nome  Andersen, una chiesa, una piazza con l'orologio, una pista per macchine Flashdance, un bar con un campione imbattuto di flipper, un guardiano notturno e distese profonde di campagne a perdita d'occhio. Qualche viso e ritratto sfuggente, in un'aria serale di ansia e di magia. Tutto qui.
Tutto appare ancora sospeso, forse potrebbe rimanere sospeso, anche se gli accadimenti spostano la storia e l'accendono, mi piace sempre di più mantenere questa tensione ferma e ancora in caldo, il più possibile, anche senza il cambio repentino di un accordo. Lasciare desiderare lo sviluppo e non addossarlo. Vorrei conciliare sempre di più questi due mondi prospettici già così difficili da gestire in equilibrio: quello della verticalità e dell'orizzontalità di visione in una storia.
Sono molto contento di essere riuscito a mantenere l'impegno per questa prima Domenica, con l'augurio che "I lumi a sera" lasci qualche pallido riflesso in qualcuno o anche solo in qualche luogo. Sospeso, probabilmente, e ancora molto lontano da qui.
Buona serata.


venerdì 18 maggio 2012

Il romanzo della Domenica: I lumi a sera; un modo di conversione

È da tempo che volevo condividere, attraverso il mio piccolo blog, la prima parte di un mio romanzo inedito, ancora prima di configurarlo per una collocazione precisa. La prima parte significa un certo numero di capitoli che ritengo condivisibili, perché maturi, o forse sarebbe meglio dire relativamente maturi, almeno in questo momento in cui ne parlo li avverto così. Per tutto quello che riguarda il suo destino...si vedrà poi. Il destino di un lavoro è qualcosa di così oscuro e inscrutabile. Non credo che sia più importante del suo piccolo presente da condividere. Per me questo passo è prezioso quanto qualcunque altro, senza alcuna distinzione. Quando scrivo sono solo al mondo e uno scritto finito e condiviso è un momento molto fragile di silenzio e di contatto, che avrà sempre la massima importanza e sacralità, al di là dei luoghi e delle forme in cui avverrà questa condivisione. Di questo ne sono sempre più convinto.
Credo e spero di partire da questa Domenica, se riesco a organizzare il tutto. Ogni Domenica, credo per qualche settimana, renderò disponibili alcuni capitoli in formato .doc., per chi voglia lasciare anche solo una scorsa e rendersi conto di cosa si tratta. In effetti, come pensavo, questo blog è anche un'opportunità di annusamento del mio linguaggio; è un po' come tastare un libro, sfogliarlo, rigirarselo tra le mani, dargli un'occhiata fugace e poi decidere se avventurarsi o lasciar perdere. Perché rimanere arroccati sempre nella propria fortezza? Questi capitoli li condivido con gioia, anche perché rappresentano una fase molto particolare della mia scrittura e della mia ricerca. Il titolo del mio scritto è "I lumi a sera", al momento è quello che si è maggiormente avvicinato all'idea e alle luci della mia piccola storia, nel tentativo di raccontarla.

Adesso abbandono la tematica letteraria e dedico qualche rigo alla modalità di conversione in ePub dei primi capitoli del romanzo, che troverete le prossime Domeniche sul blog. La conversione in ePub è consigliata in primo luogo ai possessori di ebook reader; ma esistono anche altri formati disponibili.
Partendo da zero.
Dunque: sul post inserirò il cruscotto di Scribd con il testo. Cliccando sul titolo del romanzo, che dovrebbe comparire in grigio e sottolineato, il link vi porterà su Scribd dove troverete questo:



Cliccate nel riquadro e vi apparirà quest'altra figura:



A questo punto dovete selezionare il formato.doc. Fatelo con un clic:


Una volta scaricato il documento.doc, potete salvarlo dove preferite. Io, che uso Apple, di solito lo lascio sulla Scrivania per tenerlo a vista.
A questo punto passiamo alla fase di conversione, andando su questo link: 2ePub
Una volta aperto entrate nello Step1 e cliccate sul primo riquadro BROWSE:





Recuperate quindi il vostro i lumiasera.doc, cliccateci su e lo ritroverete caricato sul sito di 2epub (in questo scatto le due piccole frecce indicano che il documento è ancora in fase di carica. Una volta scomparse...


 cliccate sul primo link in basso a sinistra per l'Upload:





Quindi lo Step 2: Convert Files to Epub


Lo step 3:

In questo modo avete il vostro file ePub da poter inserire sui vostri reader. Devo aggiungere che seguendo questo procedimento dal file .doc, il capitolo sul lettore risulterà davvero pulito, con un carattere comodo da leggere e molto nitido (La mia prova è basata sull'esperienza con il Cybook opus di Bookeen, dove ho trasferito il file in ePub tramite Calibre).
Mi auguro che questo post non abbia scoraggiato o indiavolato nessuno e sia la possibilità di una nuova sintonia e opportunità di scambio e di reciproca espressione. 


Bichsel e il racconto fantasma


È molto tardi. Un'ultima scorsa ai vecchi testi, da poco riordinati tra gli scaffali. Uno in particolare, di un'edizione molto bella, una I edizione Mondadori del 1967 con la raccolta dei racconti di Peter Bichsel "Il lattaio e altri racconti". 
Fin da quando ho scoperto questo libro, mi ha colpito il titolo: "Il lattaio". Un titolo bianco, come la sua scrittura. A detta di Zampa: prosa fantasma. 
Il lattaio è il titolo di un racconto e di tutta la raccolta. Un titolo di una bellezza semplice che anticipa quello che si incontrerà di misterioso e di innovativo nelle pagine. Racconti che superano di rado la pagina e mezzo, ricchi di una serie di fattori stilistici che al primo impatto di lettura mi catapultarono nel  valico di questo scrittore svizzero e maestro elementare, che mi aprì un mondo. Intanto questo mondo o finimomdo così emozionante, parte dalla perfezione del latte della bottiglia del suo titolo e si irradia nell'asciuttezza ma anche nell'insolito lirismo del suo discorso assente. Un approccio compositivo essenziale, terso, ma fatto di linee esatte, brevi, scandite, come righi di neve molto bianca sui parapetti azzurri di un piccolo paese. Molta luce e molta aria; tutto molto curato e cristallino, pervaso da un'ispirazione infantile e stupita della realtà. Nelle parole, dentro e tra le parole. La sua chiarezza stilistica nasconde però una notte meravigliosa.
Qualche assaggio:

"La bambina del terzo piano bussa al secondo piano e con buona maniera chiede timidamente alla signora se può avere la palla che dal terzo piano le è caduta sul balcone del secondo piano" ecco uno dei paragrafi chiave: elementari, luminosi, come se scritti da un suo allievo, ma correlati poi a una situazione, a un contesto di altri paragrafi simili che ne fanno un insieme complesso e fantasmico dove può accadere il disorientamento, lo straniamento.

"Ogni quindici giorni qualcuno scopa il solaio", questo è un altro rigo, isolato ma molto attento a perseverare nel tono basso e posato, quanto profondo,  quell'azione muta e viva dei luoghi.
I luoghi dove pare che nulla di così particolare accada, così come nel racconto "Piani", da cui i due estratti, ma dove invece si smuove un mondo parallelo di azioni interne non spinte all'accadere ma immanenti di una vita interna e segreta, che pulsa e che si sgrana paziente pur dentro la sua stasi – apparente. Particolari, quindi, per la sospensione dell'accadimento o per la sua retroilluminazione.
Nel racconto "Gli uomini," Bichsel entra dentro gli sguardi più interni verso una donna sola. Ascoltate l'attacco giovane e il suo primo innesto:

"Lei sedeva là. Se le avessero chiesto da quando, avrebbe risposto: "Da sempre, io siedo sempre qui".
Aspettava, ora un'amica, una collega, il treno, la sera".
Sono innamorato perdutamente di questo inizio. Semplice o facile, come direbbero molti addetti ai clamori letterari, e invece cosparso di luci e di ombre molto profonde, come più avanti:
"Il cameriere sorrideva confidenzialmente quando portava il caffè" e ancora, piccoli ritratti disegnati a mano ma già colmi di una loro verità intima: "Oggi in ufficio le avevano detto che era carina, il capufficio gliel'aveva detto, lei giocherellava col borsellino", anche quando l'interpunzione pare più sciolta, ecco smuoversi anche la prospettiva temporale e subito ritornata al suo tavolo, al suo gesto nel presente toccato dalla memoria e da una voce passata che si porta dietro i suoi occhi, il suo broncio stanco, la sua piccola luce della sera, forse il suo passo dolce sui tacchi.
Che scrittura, pensavo, fin dai primi righi dei racconti di Bichsel. Sembra così potabile, fatta di niente, eppure:
come un'amica, una collega, il treno, la sera...

giovedì 17 maggio 2012

Scrittura e comunicativa. Il limite stupefacente

In un  certo percorso di scrittura alcuni cercano un effetto stabile o stupefacente, che attragga e costituista l'attracco di qualcuno al suo linguaggio. Quindi l'impegno nella ricerca dell'effetto, dell'effetto speciale, dove spesso si concentra il cuore di un lavoro: una trama stupefacente; un'ambientazione, anche quella, naturalmente, stupefacente. E i personaggi: devono stupire, essere unici, indimenticabili. Ancora più avanti, ogni tassello della propria strumentazione deve rimanere avvolto da una luce molto forte, che faccia aprire le bocche dei passanti e lasci tutti senza fiato e senza parole.
Credo che questo intrepido attacco del mio post, sintetizzi molte delle ombre presenti in moltissime persone dedite all'attivita complessa e frustrante dello scrivere (sono convinto che oggi  la scrittura sia in assoluto una delle attività più frustranti e deludenti, se fatta bene e con consapevolezza, soprattutto in questo caso: chi ha da dire non ha molte speranze).
Ho analizzato diversi stadi e diversi momenti ed emozioni che hanno interessato la mia pratica dello scrivere, e vi ho scovato all'interno i residui di una latrina umana squarciata ai cieli di Parigi. Tutto il peggio che ha riguardato e che riguarda la mia esperienza vitale nelle relazioni, si è insinuata alla base di un certo progetto iniziale di scrittura. Il desiderio di sbaragliare, di ferire, di scavalcare, di chiavare duro con le mie parole. Vi è stata una fase, una fase per fortuna circoscritta  a un certo breve periodo, in cui sottoponevo testi terribili ai miei amici e intessevo con loro, dalla consegna del mio testo e in tutta la fase di incubazione della loro eventuale lettura, uno strano rapporto, fatto di allusioni a  quel testo, cercando di carpire una sensazione, un  parere, un certo giudizio, ma facendolo in modo indiretto, sperando che la vittima fosse rapida alla mia sollecitazione e immettesse nel bel mezzo della nostra passeggiata un passo o anche un rigo del mio manoscritto, dandomi così la possibilità di sciorinargli tutta la mia serenata di contrappunto. In quel triste periodo, dividevo così le persone della mia vita in quelle che mi leggevano o che mi avrebbero letto, in tutte le altre che non mi leggevano e che probabilmente non mi avrebbero mai letto e il fattore ancora più tragico era che queste ultime che non mi leggevano, per me cessavano di esistere. Il mio mondo e tutto l'impianto delle mie relazioni, andava ad organizzarsi intorno a persone che avevano a che fare con i miei terribili testi sperimentali ed ermetici, e che avrebbero testimoniato la mia esistenza di scrittore attraverso la propria. Se scorgevo un bel viso mai visto, lo immaginavo assorto a leggere le mie parole e diventavo felice, come se mi avesse appena baciato nel sonno.
Credo che questo atteggiamento, che ricordo ancora molto bene, anche se ormai molto lontano, ma sempre in agguato se non controllato, rappresenti uno degli ostacoli più grandi del comunicare: la volontà di doverlo fare a tutti i costi, di doverlo imporre e non proporre, ma non per la comunicazione in sé, ma per l'effetto stupefacente del proprio comunicare, al di là della profondità e della qualità dei propri contenuti. Col tempo ci si accorge che un'espressione artistica che strumentalizzi l'altro e lo consideri solo come ricettore di un proprio universo immaginario, sia tra le cose più pericolose e nauseabonde in assoluto che possa accadere a chi tenta di scrivere. Quando leggo un libro, mi auguro che in quel libro non vi sia un sistema strategico di comunicazione, ma una consonanza, una sintonia. Una comunicativa.
Se le parole degli altri non saranno mai più importanti delle proprie, di qualsiasi altro al mondo, non credo che si potrà mai comunicare qualcosa con un proprio linguaggio. Forse, probabilmente, si potrà appena stupire con quello di qualcun altro.

martedì 15 maggio 2012

L'azzurro della notte: breve estratto

"Che pace lì fuori, la sente, signor Plamf, quanta pace? A volte mette paura troppa pace. Troppo silenzio, perché ci si sente all'improvviso da soli. Da soli al mondo. A lei non succede mai di sentirsi così, signor Plamf? È una sensazione profonda del nostro ghetto, che non si può capire se non la si prova, che sale tutta alla gola, come il fumo. La stessa che provavo con Romilda, quando eravamo seduti su due poltrone vicine, di sera. Non accendevamo mai la luce e aspettavamo il buio più fitto, senza dirci altro, con la radio al volume minimo, non come ora. Così come succedeva al ghetto, quando rabbuiava. Tutti non si dicevano molto nelle tenebre, le radio si abbassavano, le parole non uscivano, si ritiravano così come le nostre. Nemmeno una carezza, nel ghiaccio della sera ritornava il freddo, ma anche la stanchezza di spostarci per darci fuoco. Il buio che sale alla gola, come il fumo di una coperta, che poi scompare. Anche Romilda è scomparsa come il fumo di una coperta. La sua poltrona profuma ancora della sua schiena, e della coperta che si teneva sulle ginocchia sporgenti, come un lungo gatto d'angora, dalle vibrisse di lana. I braccioli della poltrona accanto al lume di sera sono sempre di ghiaccio, dove si posavano le sue mani screpolate, aveva i dorsi spaccati, chissà se non sarà partita di lì la sua malattia. Non portava anelli e nemmeno bracciali, ma indossava le spaccature, Romilda, come monili corallini e il sorriso fioco del mal di cuore".

L'universo Miller



Henry Miller è uno scrittore potentissimo. Lo reputo uno dei più grandi in assoluto. La sua voce è naturale, profonda, inconfondibile. Ho scoperto attraverso i suoi libri l'amore per la vita prima di quello  per le parole. Ho scoperto con Miller l'amore per un solo di Mingus, per una nota strozzata di Miles Davis, la calma rupestre di Budda,  il rumore della pioggia, l'incubo di un'America già moderna e di un'Europa albeggiante e umida. Non consiglio mai libri e autori, di solito nemmeno marche di yogurt. È come consigliare a qualcuno un nuovo amico o una strada per fare prima senza paesaggio. Ma ritengo indispensabile la lettura di uno dei suoi Tropici, che reputo due affreschi geniali e meravigliosi   sull'umanità, e anche l'originalissimo saggio su Rimbaud "Il tempo degli assassini", dove Miller dispiega un canto personalissimo e ricco di insenature, che partono dal poeta per arrivare al sangue ribollente della poesia.


La sua scrittura, ritornando al mio tormentone sulle disturbanti cantilene della semplicità a tutti i costi, non è semplice ma intanto è intessuta di immediatezza e di comunicativa; in ciascuna delle sue espressioni più ruggenti e anarchiche, esiste un filo continuo e sottile di consonanza. Senza regole di scuola intesse delle cattedrali profonde e luminose, così come ricche di misteriosi sotterranei, dove è molto difficile uscire per quanto siano attraenti e prodighe di possibilità e di sorprese.
Stavolta preferisco lasciare un suo passaggio insolito, tratto da un suo libro che non è molto comune: "Max e i fagociti bianchi (saggi e divagazioni)"- E intanto, a proposito di regole e di tabelline letterarie da imparare a memoria, fate caso alla libertà e alla potenza di questo suo linguaggio, alle sue luci, al suo corpo, alle sue immagini. L'estratto che segue è da "Scenario (film sonoro):

"Un corridoio in un albergo. Una cameriera passa per il corridoio con una tovaglia in mano; si ferma alla stanza numero 35 e bussa. Nessuna risposta. Apre la porta, ed entra un'enorme ragnatela che l'avviluppa come una rete da pesca. La donna lascia cadere la tovaglia e fugge dalla stanza gridando".

Piccola interruzione. Avete notato da questo periodare asciutto, così essenziale e pesante, quanta leggerezza e flessuosità? La figura della donna nel corridoio è inchiodata a una verità fisica e sensazionale, uno spazio profondissimo e avvinghiante, lo stesso che pervade il lettore più attento, ma credo anche il più distratto. Della donna si percepisce la sosta davanti alla porta, ma anche i passi che non sono scritti, il colore e il profumo suo e di quella tovaglia, il suo viso, il filo di trucco, il pallore, la sua ansia, la sua bellezza. Questo senza scriverlo. Con poche informazioni il ragno Miller dispensa manciate di vita. Con grande infallibile generosità.
Continuando dal punto interrotto:

"Mandra siede sul letto nuda, guardando intenta in un lungo specchio ovale alla parete. Ella ha gli occhi di un gatto siamese, con due sottili tagli lungo il centro delle iridi".

Mi fermo ancora. Questa figura è già parlante. Con un rintocco semplice, è il caso di dirlo, Miller soffia in quel viso e in quello sguardo una manata di mistero animale, penetrante e umido. Davvero vivente. Una figura vivente, solo con poche parole, di un'esattezza vitale e non matematica.



"Sorride a se stessa come se sorridesse a un'estranea".

Questo punto lo trovo meraviglioso; io lo avverto davvero incandescente. Sentirsi proiettati verso l'esterno quando si scivola verso l'interno. È un pensiero molto profondo, credo che sia anche molto cinematografica questa immagine di un sorriso esterno che si mischia a quello accennato di chi si specchia, quasi come se nello specchio la stessa persona sia già un'altra; infatti, continuando, dice:

"Parla alla propria immagine senza riconoscersi. Sul letto il suo volto è triste; nello specchio è sorridente. Parla ad alta voce, irosamente; gesticola, ma il viso nello specchio sorride con un sorriso triste, inscrutabile. Si alza e avvicinandosi all'immagine nello specchio, fa gesti di scherno che sono riflessi dai gesti grotteschi e legnosi di una marionetta".

Ciascuno trarrà le sue sensazioni e le sue considerazioni su questo passaggio, che ho trovato incantevole per  il tipo di intimità e di introspezione che Miller riesce a dare a dettagli fisici, a movimenti e non solo a pensieri e a respiri. Le due figure si muovono nel contrasto del riflesso e sono insieme nell'armonia; nell'acqua e nel fuoco insieme. Così la sua scrittura. Una continua dissonanza che si risolve sempre da sola, senza sforzo e spesso senza nemmeno deciderlo e volerlo.
Leggere Miller, qualsiasi cosa di Miller, è una sensazione inappagabile di libertà e di leggerezza (l'acqua), ma anche di profondo contatto, di sogno e di coraggio (fuoco).
Per me è stato da sempre così:

domenica 13 maggio 2012

Alessandro Mitola, la luce delle distanze e l'azzurro della notte

Alessandro Mitola è un fotografo molto particolare che ho scoperto per puro caso e che mi ha subito catturato. Quando ho visto la sua foto Curves, non ho avuto più dubbi. Quella era la foto della copertina del romanzo "L'azzurro della notte": un meraviglioso bianco e nero, silenzioso e intenso, perché a ogni sguardo rivela qualcosa di nuovo e anche di molto antico, fuori da un tempo preciso e troppo definito. La mia non è stata una scelta razionale o calcolata, ma una sensazione chiara di sintonia.
Tra i fattori molto forti che hanno favorito la mia sintonia con le sue frequenze: la classicità e il senso della distanza e dell'assenza; la sfumatura e l'eleganza; il riserbo dell'istante impresso, svelato e trattenuto, concesso nel limite di quella rifrazione, come in un passaggio di ombre o nell'istante che precede il calare della sera – molto bello il contrappunto dei fari accesi al viso che guarda. È tutto questo mi risuona come parte rara di un linguaggio vivo e vicino allo spirito di questo mio lavoro, che pare sospeso e relato sulle stesse coordinate.
La sensibilità di Alessandro è molto vicina alla sospensione della parola trattenuta e già sfumata. In effetti le luci, gli sguardi, le prospettive di una ricerca sull'immagine, hanno a che fare con un linguaggio in estensione, fatto di codici, di contrasti,  di attese e di domande fatte alla possibilità della luce sui corpi osservati, alla loro verità sui mutamenti, sulla memoria, sulle ombre della loro impermanenza, assenza e profondità. La sua foto Curves è davvero misteriosa e lagunare nel suo effetto d'insieme. I contorni e anche lo sfondo, sembrano indissolubili e parte di uno stesso fuso impalpabile, quanto sottile, che mi ricorda i paesaggi rievocati nella storia, il calare della sera sui visi, i lumi deboli dalle finestre, tra il ghetto e l'oltreghetto, il senso classico di certe distanze che non si possono misurare o pesare, ma hanno bisogno solo di sguardo.
Lo sguardo non ha mai troppo pensiero, ma è incentrato sulla sensazione del momento e della perdita di quel momento sfumato. Un compromesso tra quello che di più intimo si osserva e si trattiene, e il rischio di averlo già perduto: è proprio in quell'intercapedine che si coglie la luce e riposa l'occhio di chi scatta e di chi si imbeve di quelle luci verso una nuova assenza e distanza.
In effetti anche il mio lavoro è incentrato sulle distanze delle assenze e sui rapporti profondi tra le luci e le distanze. E questa foto ne risolve e ne sintetizza i suoi tratti essenziali di crepuscolo e di scrittura della malinconia, con grande eleganza e indiscusso talento.
Non posso che ritenermi fortunato per questa copertina.
Per seguire le sue prove e la sua poetica, ecco il suo sito.
Qui una sua intervista su Ligature.
Un grazie sentito ad Alessandro Mitola per aver collaborato a questa mia nuova esperienza.

sabato 12 maggio 2012

Il sole negli occhi (Short story)


Il Sole Negli Occhi

venerdì 11 maggio 2012

Nadine Gordimer e i suoi racconti


Dopo Faulkner tiro un certo sospiro di sollievo. Era un primo scoglio che volevo superare usandolo come reperto di indagine sullo scrivere semplice e su tutti gli annessi di questa diffusa quanto noiosa considerazione.
Adesso passo a una scrittrice del Sudafrica, nata esattamente nel Transvaal, e che ho trovato davvero straordinaria. Si tratta di Nadine Gordimer. Sono davvero innamorato di Nadine Gordimer, del suo linguaggio non facile, dei suoi chiaroscuri, della sua voce bassa nel buio, delle sue trovate e della sua eleganza. Se fosse stata molto più semplice non mi avrebbe fatto innamorare così, ne sono certo. Così come alcune ragazze hanno il loro tratto più bello e seduttivo proprio nell'ombra di un certo broncio, che sembra calcato a mano quando le attraversa, rendendole indimenticabili molto più che per i loro sorrisi.
Mi dispiace deludere le scuderie del semplice, ma la Gordimer non ha nessun interesse a semplificarsi, perché lo è già di suo e non ha necessità di diventarlo o di fingerlo. La sua semplicità, ma io dico la semplicità, in senso lato, è uno stato dell'essere e non del fare. Non ha sempre ha che vedere con la comunicazione, ma con la bellezza delle proprie giornate, dei propri amici, delle proprie cene all'aperto e non delle proprie cartacce. Maggiormente quindi nella fase passiva e ricettiva, quella di gestazione, che in quella della combustione di un pensiero di scrittura.
I racconti della Gordimer sono davvero bellissimi. Non facili e quindi bellissimi due, tre, quattro volte di più. E in questa magnifica raccolta, la scrittrice ha scelto un titolo che lascia trapelare tutto il gusto e la ricchezza della sua arte, delle sue sfumature e dei suoi interessanti contrasti: "Beethoven era per un sedicesimo nero".
Ecco l'attacco dell'ononimo racconto:
"Beethoven era per un sedicesimo nero

annuncia il presentatore di un programma di musica classica alla radio prima di elencare i nomi dei musicisti che suoneranno i quartetti per archi n. 13, op. 130, e n. 16, op. 135.
 È una rivendicazione che il presentatore fa come gesto riparatore nei confronti di Beethoven? La sua voce e la sua cadenza lo rivelano irrimediabilmente bianco. Un sedicesimo è forse il tacito desiderio che nutre per sé?
Un tempo c'erano neri che volevano essere bianchi.
Ora ci sono bianchi che vogliono essere neri.
Il segreto è lo stesso".

E adesso un altro breve estratto dal racconto "La lunghezza della solitudine" (e che titoli, poi...), dalla stessa raccolta:
"Ma io mi sto adattando a questa vastità! Posso farcela, almeno per un po', credo. Non è ciò a cui ero abituato e qui non c'è il mio usuale nutrimento, ma constato che i miei segmenti, l'intera lunghezza del mio essere, mi obbediscono ancora: posso avanzare con il mio consueto ondulare".

Quando si esprime un giudizio

Quando si esprime un parere o giudizio su di uno scritto è molto importante operare un certo distacco da quello che si ritiene giusto leggere, se si è lettori o critici, da quello che si ritiene giusto scrivere, se si è anche scrittori oltre che lettori e critici. Questo perché la tendenza a leggere col filtro dei propri modelli o parametri, può favorire una sorta di pregiudizio e inficiare un compito così delicato e laborioso. So che questo non è facile. Ciascuno di noi sviluppa sensibilità ed esperienza sulle cose che ama e si affina sulla linea delle proprie passioni o amori letterari. Ma queste cose che si amano debbono essere porte aperte e non recinzioni di un penitenziario.
Un testo molto cattivo richiede poca fatica nell'essere smascherato nella sua reale natura, forse la stessa poca fatica con cui è stato impiantato. Ma spesso è anche molto faticoso arrivare a completare un cattivo lavoro. E la stanchezza del cattivo sforzo può illudere di giustificare un certo merito che in diversi casi non c'è. Quando parlo di un testo cattivo e quindi non corretto, mi mantengo nelle linee più generali, che riassumono tutti quei tragici requisiti o stecche che saltano all'occhio e all'orecchio, al di là delle propensioni e dei gusti individuali di chi legge. Anche se corretti grammaticalmente i testi cattivi non sono così rari. Io sono certo di aver scritto alcuni testi molto cattivi, anche se con l'innocenza e la buona fede e l'impegno di chi si adopera per qualcosa di molto buono. Non credo che nessun essere creativo sia immune da certe disgrazie di inconsapevolezza, che presto o tardi si svelano e si rivelano con maggiore chiarezza. C'è anche da dire che un testo molto cattivo può essere anche il prodotto di uno scrittore molto buono, ma è molto improbabile il contrario, però, e cioè che uno scrittore molto cattivo possa inciampare in un testo molto buono.
Ma, ritornando al punto, esistono testi che potrebbero invece nascondere del buono o anche del molto buono, anche se non ancora perfetti, perché segnano l'intensità e la singolarità di una certa voce, di un certo talento, ancora impacciato nella sua espansione ed organizzazione del suo assetto. Così come vi saranno testi in apparenza corretti, limpidi e incoraggianti, che nascondono al loro interno difetti, cedimenti e crepe, che, anche se non visibili nell'immediato, faranno nel corso del tempo i loro danni. Uno scritto non è mai qualcosa di morto, ma è qualcosa di plastico, di flessibile, qualcosa che si muove e si avviluppa intorno a quelli che sono i suoi punti vitali e anche i suoi punti nodali, in qualsiasi delle due direzioni vadano. Buono o cattivo, il tempo e la stasi e poi la ripresa, metteranno in luce le sue costellazioni così come i ratti bianchi delle sue latrine aperte.
Non è facile. Soprattuto scorporare da un lavoro non convincente una scrittura potenzialmente buona, che potrebbe nascondere potenziale se indirizzata in un certo contesto. Non sempre un testo riflette la reale natura di chi scrive. La sensazione di trovare nella sequenza delle proprie parole una linea fedele che ripercorra una certa inclinazione stilistica, una certa poetica o personalità, è quasi sempre un'illusione. Credo che ci vogliano molti testi, buoni, terribilmente errati meno buoni e anche straordinari, per accennare la filigrana di quello che forse si voleva dire. In diversi casi una lettera di presentazione scritta senza pretese, sarà molto più interessante e veritiera che l'intero manoscritto, sempre se dall'altra parte c'è qualcuno interessato allo scrittore e non alle sue feci.
Il problema risiede nello scindere l'intenzione e la prigione dello spazio circuito dell'esperienza singola del manoscritto, a tutto quello che c'è ma che non si vede. Esistono testi e anche libri che raccolgono in fila per due una serie di fattori impeccabili, dove tutto dovrebbe ritornare al proprio posto, tutto parrebbe funzionare, ma alla fine qualcosa non quadra. Il motore non si accende. Quello che a volte manca in chi scrive ma anche in chi legge e in chi dovrebbe scegliere quello che si scrive, è l'occhio verso l'intensità di uno scrittore, e non solo di un testo. Ma uno scrittore intenso riuscirà a farsi perdonare e a giustificare tutte le cavolate che uno scrittore più corretto, ma non intenso, non potrà mai riuscire a farsi perdonare.
Che cosa è l'intensità? È una voce forte? Non credo. Si può essere intensi in un sussurro, in un sottovoce, e raggiungere lo stesso con un piano l'ultima poltrona di un teatro. Che cosa significa allora essere intensi? Essere drammatici, eloquenti, solenni, tragici? Significa mantenere in tutto il percorso più o meno articolato della propria struttura, una tensione viva, un calore che crea una misteriosa sensazione simbiotica e di toccante intimità con quello che si legge. Uno strano ritorno a casa.
Questo fattore, spesso dimenticato perché poco classificabile, comparabile, racchiude il seme dello scrivere, che non si vede mai nella funzionalità o nell'economia di un testo ma nelle volute dei suoi spettri. Il segreto di quella certa oscura linearità, dove anche le più ardite dissonanze nell'insieme risuonano, e dove dovrebbero delimitarsi, dopo attente letture e sedute di giudizio – e non di pregiudizio – i due grossi blocchi: di chi potrebbe o vorrebbe, forse, scrivere e di chi, invece, non può fare altro. Che non ha scelta, altrimenti ne morirebbe.
Credo che alla fine rimanga una banale quanto tradizionale questione di vita o di morte.

giovedì 10 maggio 2012

"Mentre morivo" e la prospettiva poliedrica di visione


Nell'ottobre del 2008, su questo stesso blog, lasciavo due righe sul romanzo di Faulkner Mentre morivo, con la mente ancora fresca della sua lettura: qui.
A distanza di tempo ritorno al testo per discutere ancora sulle modalità espressive, che in molti casi, come anche in questo, non possono separarsi in semplici e complesse, in facili e in difficili, vibrando di tanti altri riverberi e mutamenti spettacolari, che le rendono uniche e insostituibili nella loro modalità di espansione, singolari e per certi aspetti prodigiose.
La complessità del romanzo non è un fattore puramente linguistico, ma è legata all'organizzazione dei punti di vista narranti, che vengono smembrati per quanti personaggi interagiscono nel romanzo, ciascuno riportando integro il suo flusso e riflesso sensibile sullo stesso accadimento (il trasporto lungo un tortuoso sentiero di una bara con dentro una madre morta), che diventa quindi più profondo e vario lungo la sua osservazione.
Ecco la scorsa dei personaggi e i rispettivi punti di vista, che tireranno le redini del romanzo:
Darl: "Proseguo verso la casa, seguito dal Ciac Ciac Ciac
dell'ascia".
Cora: "Non è che tutti possono mangiarseli, i loro sbagli, posso sempre dirgli".
Jewel: "Un colpo in meno. Un colpo in meno e potevamo starcene in pace".
Dewey Dell: "E siamo andati avanti a raccogliere verso l'ombra segreta e i nostri occhi annegavano insieme toccando le sue mani e le mie mani e non ho detto niente".
Tull:"È dura la vita per le donne, poco ma sicuro".
Anse:"E ora vedo come ce l'avessi davanti la pioggia che ci scende in mezzo, che viene giù per quella strada neanche fosse qualcuno...".
Peabody: "Quando sono arrivato alla sorgente, sono sceso e ho legato i muli, il sole era calato dietro un banco di nuvole nere come una catena di monti rovesciata...".
Vardaman: "Gli alberi sembrano polli quando arruffano le penne nel fresco della polvere i giorni che fa caldo".
Cash:"Si vede in una vecchia tomba che la terra affonda a smusso".
Samson: "Era appena prima del tramonto".
Addie: "Mio padre dice che la ragione per cui si vive è per prepararsi a restare morti".
Whitfield:"Quando mi dissero che stava morendo, per tutta la notte combattei con Satana, ed emersi vincitore".
Armstid: "Poi verso le nove ha cominciato a far caldo. È stato allora che  ho visto il primo avvoltotio".
Moseley: "Morta da otto giorni, ha detto Albert".
MacGowan:"L'orologio diceva mezzogiorno e venti".



Ecco la gran parata. Ciascuna voce una sua luce, un suo occhiale perfetto e distinguibile, necessario a completare il quadro affascinante quanto estenuante della realtà. Ogni capitolo del romanzo porta il titolo di un personaggio, che sciorina il suo flusso, come la tirata nuziale di un fringuello alpino. Il risultato mirabile e spiazzante di questa operazione, mi ha sorpreso e affascinato, confermando quanto siano vaste e imperscrutabili le possibilità di gestione del punto di vista plurimo-narrante, anche sul senso più interno della storia. Di come un fatto narrato possa variare all'infinito in linea con il suo occhio indagatore e come anche il suo occhio indagatore possa variare all'infinito il linea con il suo fatto narrato. In questo caso Faulkner ne fa un poliedro e con questo poliedro concerta una grande fuga a più voci, così come avevo accennato nel mio vecchio post di qualche annetto fa. Una fuga potente, sorretta da un grande equilibrio stilistico e da una straordinaria capacità introspettiva e moderna.


mercoledì 9 maggio 2012

Il Faulkner de "L'urlo e il furore" e il lungo invisibile sbocciare

Faulkner è il primo autore che decido di rivisitare in linea al criterio di esplorazione che ho anticipato nel post precedente. Lo ripercorro attraverso questo suo romanzo davvero molto particolare e insolito nella struttura, nei sentieri ardui quanto incantevoli di sviluppo: L'urlo e il furore.
Mi limito a lasciare qualche stralcio o assaggio del testo, che renda bene l'idea della sua poetica – pur senza addentrarmi, per ragioni di spazio, nello specifico della storia trattata, – ma in relazione allo stornello  snervante e monotono di semplice o di complesso, applicato con sentenziosa leggerezza a diverse opere letterarie, restando sempre in linea con l'argomento dei criteri di comunicazione che uno scrittore dovrebbe adottare per essere raggiunto e anche per raggiungere un lettore, criteri in cui non credo.

"Il corridoio era sempre vuoto di tutti i passi delle generazioni d'infelici che avevano cercato un bicchier d'acqua. eppure gli occhi che non ci vedevano si serravano come denti non increduli dubitando persino dell'assenza di dolore lo stinco il ginocchio la caviglia il lungo invisibile sbocciare della ringhiera delle scale dove un passo falso nel buio pieno di sonno la porta della mamma del babbo Caddy Jason Maury non ho paura solo la mamma il babbo Caddy Jason Maury andando cose avanti cosa lontano addormentandosi dormirò subito quando la porta La porta"


Riscrivendo questo passo di paragrafo, ho rivissuto l'emozione della sua prima lettura, la bellezza del labirinto, l'impeto, la possibilità di una o più chiavi di lettura o meglio di immersione. Ma soprattutto lo sbocciare della ringhiera delle scale: credo che questa immagine giustifichi tutte le eventuali possibili dissonanze od oscurità che si potrebbero attraversare nella ricerca di un codice. Cosa c'è di più moderno, a questo punto, di una nuova immagine, che sgretola lo stato solido e crea un ribaltamento del piano di visione, della prospettiva. Sono certo  che una qualsiasi rampa di scale accostata al verbo sbocciare, abbia al suo interno una forza espressiva irresistibile, che sbaraglia tutti i pregiudizi e i cuscini consigliati a uno scrittore sul suo terreno linguistico, se troppo duro, e che spesso non fanno che attutire lo spasmo istintivo e miracoloso di una visione senza pari, e di una libertà nel renderla integra nella sua purezza primordiale.
Ancora:

"Cominciarono i tre quarti. Echeggiò la prima nota, misurata e tranquilla, serena e perentoria, svuotando il placido silenzio per quella successiva ed è così se soltanto gli uomini riuscissero a cambiarsi l'un l'altro per sempre a questo modo fondersi come una fiamma che dà un guizzo istantaneo verso l'alto per poi spegnersi pulitamente nel buio freddo ed eterno..."

Quando si insiste con l'essere semplici, si dimentica un elemento fondamentale. Questo: un qualsiasi libro, per ciascuno di noi, andrà a interagire con diversi aspetti paralleli della propria complessa individualità. Aspetti diversi e lontani l'uno dall'altro, aspetti per niente semplici e chiari:
la propria memoria, quindi la propria storia personale che si snoda attraverso la memoria. La propria capacità e attitudine; i propri limiti; la propria sensibilità verso la parola scritta; la propria abitudine a quel tipo di nutrimento, che per alcuni sarà sostentamento, per altri puro divertimento o passatempo. Qualcosa di semplice o di universalmente semplice da confezionare all'occorrenza, dovrebbe così mettere insieme storie, memorie, capacità, attitudini e limitazioni e sensibilità e abitudini del tutto diversi, se non opposti, in una sola grande sfera plurimagnetica di cristallo. Credo che tutto questo sia impensabile e assolutamente riduttivo. Ciascuno di noi avrà un suo concetto di semplicità e di complessità, intrinseco quanto mutevole, legato al proprio bagaglio cognitivo esperienziale, al proprio specifico assetto, ma anche e soprattutto al ruolo e al senso che avranno la letteratura e la parola scritta nella sua vita.
Il Faulkner de L'urlo e il furore trascende lo strumento espressivo spicciolo del comunicare facile o difficile o dell'affabulare, ma si avvolge e si esprime in una sua poetica molto intima e intensa, che va ricercata e assorbita con altri sensori, che non siano legati a uno sforzo di adattamento o di mera concentrazione, ma alla ricerca di una nuova ricettività che si fonda nelle spire di quel linguaggio come nei profumi di un bosco nella pioggia:

"Un passero tagliò il sole di sbieco, si posò sul davanzale e alzò la testa verso di me. L'occhio era tondo e vivo. Prima mi guardava con un occhio, poi flic! ed era l'altro, mentre la gola gli palpitava più in fretta di qualunque pulsione".

Credo che questa immagine dell'uccello che sposta l'occhio nella fase di sguardo o fissità, sia straordinaria. Di un'immediatezza animale, che trascende l'affresco linguistico ma incastona nella pura sensazione. E poi l'uso di quel piccolo prezioso "flic", a dettare l'alternanza e quel cuore in gola, in una gola così piccola, fa davvero tremare.
 Così è stata la mia esperienza. Se qualcuno mi chiede se l'odore di un bosco nella pioggia sia qualcosa di semplice o di complesso, io posso rispondere con uno scavalcamento della risposta, dicendo che è qualcosa di molto bello. O semplicemente: Flic! Un qualcosa di molto bello giustificherà le modalità che porteranno a raggiungere quella bellezza. Non altro, secondo me.

martedì 8 maggio 2012

Comunicazione e semplicità

Nei prossimi post vorrei affrontare un tema che mi è molto caro: quello dei moduli della comunicazione di un testo, relati soprattutto al mito della sua indispensabile semplicità, come condizione necessaria e sufficiente perché il testo sia valido e funzionale. Fruibile.
Che cosa è allora il semplice? Sento parlare con sempre più foga dello scrivere semplice, farmaco indispensabile e salvavita, che sembra così immediato nelle sue accezioni, ma che invece tende a confondersi con altro, così come quando si parla di classico in musica, erroneamente, si confondono tra di loro forme musicali considerate tutte classiche, anche se diverse per stile e lontane centinaia di anni l'una dall'altra (sarebbe molto più corretto parlare di musica colta).
C'è qualcosa che non quadra. Ritornando al mondo della scrittura di parole:  se devo comunicare per iscritto a un mio parente, che sta per affrontare un viaggio per venirmi a trovare, la necessità, o anche il solo desiderio, che mi porti i limoni del suo giardino, dovrò cercare un sistema diretto, poco sofisticato, che mi consenta di infondergli la mia intenzione. Dovrò parlargli di limoni, se è quello il frutto che mi preme ricordargli, non di castagne, di mirtilli o di fragole. Cercare di dare una centratura alla mia missiva in modo tale che il mio parente si appresti ad alleggerire il ramo della sua pianta soleggiata, poco prima di partire e quindi di esaudirmi – sempre se quella non sarebbe stata comunque la sua intenzione, anche senza una mia sollecitazione. Ma nulla potrà garantirmi al cento per cento che il mio parente ricorderà di omaggiarmi dei suoi limoni: è per questo che dovrò fare il possibile perché la mia richiesta sia chiara, cortese, non pretenziosa, nemmeno troppo sottomessa o al contrario arrogante. Questo perché oltre a chiarire il concetto è anche importante il modo di porlo. Una cosa è dire: "Razza di stronzo, me li stacchi due limoni da quella pianta di merda, prima di partire?", un'altra è "Quanto sarei felice di odorare i limoni della tua pianta. Mi ricordo ancora la luce del mare e tua moglie che mi riempiva una busta, la scorsa estate...". 
Una formula esatta perché il parente arriverà a casa mia con i limoni, non esiste, nonostante moltissime persone siano convinte che i lettori abbiano bisogno di essere telefonati in piena notte per ricordare loro di aggiungere i frutti al loro bagaglio a mano. Che un linguaggio telefonico costituisca una garanzia, mentre una forma più impalpabile e oscura sia un segno di deficienza, inefficienza e interferenza con il frutto, è il caso di dirlo, della mia richiesta. Se il mio parente dimentica, non ci saranno formule magiche  né garanzie perché ricordi. Anche una telefonata, allo stesso modo della lettera, potrebbe rivelarsi oscura e lontana, anche usando il minimo delle parole necessarie. 
La comunicazione tra un lettore e uno scrittore non può racchiudersi in un criterio standard di riferimenti, di postulati, di assiomi, di condizioni, accomunate dal culto vago dello scrivere facile come se il facile, il chiaro o il semplice (tra l'altro sono tre cose molto lontane l'una dall'altra, se si trova il tempo di approfondirle in dettaglio) implichino in assoluto l'immediato.
È quello di cui mi piacerebbe parlare in alcuni dei post successivi, attraversando una carrellata di scrittori che ho amato molto, che mi hanno formato, e non solo informato, ma avendomi anche raggiunto e rapito per strade e per forme stilistiche diverse, ciascuno con la propria sensibilità, il proprio mood, la propria formula errata, ma non certo per uno stesso modo di comunicare e di semplificarmi il loro concetto, di chiarirmelo. Non è solo quello lo scrivere bene, secondo me. Può essere un aspetto importante in alcune fasi, ma non è quello determinante. Assolutamente no.
È ben certo, però, che questi meravigliosi parenti acquisiti e sconosciuti che cercherò di condividere più avanti, ciascuno col proprio strumento personale, mi hanno fatto riempire le buste di limoni profumati, alcuni ancora screziati di verde, senza trascurare, in nessuno dei viaggi intrapresi verso di loro, le loro diverse, complicate e oscure richieste.
Credo di partire con qualche estratto da Faulkner, poi adatterò mano a mano il mio piccolo viaggio esemplicativo con altri scrittori che ho molto amato e che amo ancora moltissimo. Una testimonianza di quanto sia varia e misteriosa la sfera di contatto e della comunicazione attraverso un certo approccio al linguaggio. Di quanto sia lontana da uno standard predefinito di eccellenza, di solo metodo, di verità e di comandamenti.

lunedì 7 maggio 2012

Estratto da romanzo: "Not a soul" di Luigi Salerno


Estratto dal romanzo Not a soul, di Luigi Salerno:

In galleria le due donne alzano la voce, per continuare a comunicare. Poi la riabbassano, con il ritorno alla luce naturale.
“Quando viaggio, la mia vita mi sembra come più chiara. A volte più semplice”, poi abbassando gli occhi. Sua madre la guarda e non le risponde subito. Fingendo di leggere. 
“Mi sento dentro il profumo di casa, ancora di più quando ne sono lontana. Riuscirei a dirti tutti i posti, con precisione. Ogni angolo adesso mi è chiaro, come se lo avessi davanti agli occhi”, continuando, Sophie, “ più mi allontano e più il profumo di casa aumenta. Mi fa bene allontanarmi. Da lontano, vorrei vivere tutto da più lontano, dal di fuori, mi sto spiegando, maman Isabelle?”.
“Che ore sono, Sophie?”.
“Mi stai sentendo o cosa?”.
“Certo, tesoro. Ti ho chiesto soltanto l'ora. Credo che il mio si sia fermato”.
È stata sempre l' abitudine di Sophie all'incanto, a creare nel loro rapporto quella sospensione sognante, fuori da un tempo, fatta di lunghe attese e di ritrosie, e poi, all'improvviso, le grandi confidenze, spesso anche molto intime, che nemmeno con le amiche più care Sophie e Isabelle si sarebbero mai scambiate. In quell'attesa, nella circostanza del viaggio e nel primo torpore pomeridiano, ritorna il silenzio nel loro scompartimento vuoto e nei loro cuori, in attesa che riaffiorino le loro voci, nel ticchettio scomposto della pioggia di Arles.

domenica 6 maggio 2012

Scrittura e perdita

Mi accorgo sempre di più che il senso e anche lo scopo di qualsiasi ricerca, riguardi e si imprima molto di più di quello che ancora manca, e che forse non troverò mai, pur continuando a cercarlo, rispetto al resto che credo di aver raggiunto. Essere rappresentati da quello che si è perso e non da quello che si è appena trovato.
Un stato d'animo tra i tanti, che mi accompagna nelle strane escursioni e incursioni che interessano la mia scrittura. Mi accorgo, quindi, di dedicare tempo ed energie al superfluo, all'assoluto superfluo. A tutto quello che non riguarda il seme di quello che faccio ma la scorza. A quando immagino possa essere sbucciata questa patina succosa, da quale coltello da cucina, in quale giorno, in quale latitudine, da quali mani; se pulite, sgocciolanti di Pepsi o di terreno argilloso.
E allora?
Ritornare invece indietro e dentro. Anche per un secondo. Non otterrò assolutamente nulla da quello che scrivo se credo che il mio atto debba giustificare un risultato, un incrocio predefinito e predestinato con una condizione ufficiale di riscontri, di statistiche.
Si parla di pagine scritte come si parla di qualità di mascara, di abbronzature, di natiche rassodate o di stivali firmati. È proprio lo stesso regime corporeo. Cambiano gli elementi ma i codici sono gli stessi. Gli occhi chiari, i profili, i nasi, le altezze, e così la cultura. Il culturismo culturale, l'approccio a una certa etica dell'esteriore e non dell'estetica. Ultimissime generazioni parlano di letteratura per equazioni lineari. Evitano anafore, omoteleuti e allitterazioni come merde di cani. E ormai non sognano più ma contano alla perfezione le numeriche e le metriche di un sogno. Le verità acquisite del giusto sogno, del giusto modo di sognare e ancor peggio di creare.
E allora tutto il mai fatto, mal fatto non fatto, sarà ancora parte della mia espressione, rimarrà il benvenuto. Vivere l'atto dello scrivere con la dedizione intensa a ritrovarmi in una perdita, e non in un luogo preciso di vacanze, semmai pieno di fiche e di gelatai rosseggianti contro la calura del mio Agosto, aperti fino a notte fonda, senza una sosta e nemmeno una luce spenta.
Un atto creativo rimanga allora incondizionato ma assetato, e forse avrà un senso la sua ricerca senza risultati.
Se io comincio e ricerco ho già ottenuto il mio risultato.

venerdì 4 maggio 2012

Bottoni, di Luigi Salerno

bottoni

I livelli di tempo paralleli

Nella revisione di un testo molto lungo, che dovrebbe essere arrivato a una delle sue fasi avanzate  piuttosto decisive, – sempre fino a quando qualcosa, dentro o fuori di me, non si insinui per lasciarlo perdere prima (questo può sempre succedere) –, incontro un grossissimo ostacolo, che riguarda i livelli di tempo di alcune situazioni narrative che si smuovono simultaneamente, in gruppi di circa tre nuclei composti da personaggi diversi in luoghi diversi. Fino a questo punto può sembrare tutto abbastanza regolare. Vi è pero una fase più avanzata della narrazione, dove le azioni, oltre a essere scorporate dai luoghi, si muovono anche in tempi diversi, sfalsati. Mentre prima saltavo da un nucleo e da una situazione all'altra, mantenendo intatto il tempo dell'azione, come se parallelo, vi è un punto della storia dove i tempi scorrono invece in modo diverso, in dissonanza gli uni dagli altri. Per alcuni continua il tempo cronologico, ufficiale, per altri, ma forse per un solo altro nucleo, il tempo sarà forse più vicino a quello psicologico, mutante e sensibile, più interno e quindi scollato dall'altro livello o livelli di tempo consueti.
Dovrei quindi riflettere e dopo aver riflettuto scegliere. Scegliere cosa? Se lasciare questa discrepanza, che pare casuale, ma che in ogni modo andrebbe motivata pur nella sua casualità – credo che qualsiasi cosa scritta, in questo caso qualsiasi modalità con cui si descrive qualcosa, abbia nel suo fondo certe sue ragioni di essere –, oppure ripristinare i tempi ufficiali e farli corrispondere, così come ho fatto fino all'incrocio critico della riflessione. In entrambi i casi mi troverei davanti due tensioni dell'azione narrativa del tutto diverse, forse opposte o in diretto antagonismo. Ma anche l'idea di riprendere un nucleo in una fase di tempo diversa, come se a ritroso, potrebbe essere un tratto interessante ed efficace, ma che se non gestito bene potrebbe rivelarsi come un errore madornale nello sviluppo dell'impianto, un errore che potrebbe rompere gli equilibri di un certo tessuto e sapere di forzatura, di artificiosità.
Ecco cosa significa, secondo me, lo scrivere e il riscrivere in fase di revisione: ripristinare orientamenti diversi in base ai nuovi contesti; quasi sempre si tratta di scegliere tra strade simili e vicine, a volte con qualche strapiombo interno nascosto e non ancora identificabile, da scansare o da balzare in qualche modo, se si vuol procedere. Molto spesso di leggere nelle eventuali dissonanze, quella componente o particolare variabile che potrebbe arrecare nuovi equilibri e vitalità al proprio lavoro, – come, nel caso specifico accennato, mi auguro che sia.

mercoledì 2 maggio 2012

La sassata. Revisione pagine 2, 3, 4

La Sassata Rev 2

martedì 1 maggio 2012

in relazione al dialogo del precedente post

Nello schizzo del dialogo proposto ieri, vi sono dei fattori occulti sul grande malessere delle forme di un certo linguaggio, sul modo con cui ci si relaziona, ci si avvicina, ci si allontana, spesso senza accorgersi di quello che è successo e che si è appena detto o fatto.
I due interlocutori, di sesso opposto e accomunati dalla risonanza di un qualcosa di passato che li ha relati e poi distaccati, soffiano sensazioni di memoria, forse nemmeno consapevoli di quanto siano simili. Sembra che la frase dell'uno continui e si sprigioni da quella precedente, appena detta, e ritorni nel proprio privato; così come la successiva pare pronunciata dalla stessa voce. Sono entrambi nel fumo, eppure non si accorgono che qualcosa è rimasto, di univoco, qualcosa che poteva essere salvaguardato. Ma il fattore che sentono reale, l'unico di cui si accorgono e che ascoltano, è la lunghezza dei capelli. Perché i capelli corti?
Quando ho buttato giù questo dialogo pensavo al fatto che oggi non si ascolta più. Nemmeno quello che si dice. Si pensa solo a quello che si dovrà ancora dire, alla sua economia, e quello che è stato detto o che si sta per dire è già passato, anche quando lo si dice già non esiste più. E non esiste nemmeno la persona a cui lo dici. Esiste solo se ti dice quanto sia esatto quello che tu dici, il profilo della forma, la sua tenacia affabulatoria. Il suo costo di merce o valore relativo di scambio e di profitto, ma non altro.
Punto e a capo: