martedì 22 maggio 2012

Lo scrivere semplice e il vaevieni di Lezama Lima.


La vita è  qualcosa di complesso, ma molte volte è comprensibile, anche nei suoi segreti più fitti: a un bambino, a un anziano analfabeta, così come a un ingegnere nucleare o astrofisico, a una donna che rincasa con suo figlio, a una che lo ha appena perduto. D'incanto si rivela, in uno dei suoi possibili estremi, ma senza una volontà o una tecnica rivelatoria. La sua natura non è difficile, ma è tragicamente complessa, e chi decide di scrivere non può non tenerne conto o chiedere a qualche santone se sia giusto o sbagliato tenerne conto.
Il linguaggio che un buono scrittore utilizzerà rimarrà qualcosa di straordinario, di intimo e di complesso, quanto di variegato nella sua possibilità di svelarsi, all'improvviso, o di negarsi del suo lato oscuro. O ancora: di negarsi della sua luce (fatua) e di svelarsi e rivelarsi nel suo oscuro, – questa mi piace di più. Ma non sarà mai qualcosa di semplice in partenza, né potrà edulcorarsi a un concetto di economia del semplice. Ancora peggio se utilizzato come copione del fluency...perché il lettore non si stanchi. 
Leggendo molto e di tutto, penso che la semplicità sia qualcosa di molto distante dalla vita, da una sola idea catalogabile che la distingua da un suo certo opposto. Parlando di semplicità e condannando lo stile "involuto" si passa automaticamente dalla sponda degli adulti eruditi, essenziati di calcolo, di premeditazione, di strategia del movente creativo. E si diventa poveramente complessi o complessati dal demone del semplice, che è qualcosa di poco modificabile, perché legato allo spirito e al profumo di quello che si scrive e non sentenziabile nei suoi eccessi o soprattutto nelle sue temute carenze, come del buon Barolo in uno stracotto. Sarò impopolare, ma è quello che sento. Preferisco essere onesto, anche se impopolare. Quindi procedo.
Il jazz è semplice? Ligeti è semplice? E le sue Atmospheres? Da che punto di vista  compositori di jazz o di musica contemporanea potranno mai uniformarsi, nei loro settori, ai decaloghi così in uso in certa idea del fare scrittura o "letteratura", e del diventare tutti così aperti e spalancati alla persona o al lettore comune? Dovrebbero forse rinunciare, leggendo uno dei consigli che si danno di solito ai giovani scrittori in erba, o nemmeno. E che dire del secolo breve (relativamente breve), così pieno di risonanze, di sperimentazioni, a partire dalla dodecafonia, il primo grande terremoto, e il serialismo integrale. Tutto questo, allora, sarebbe una follia? E come può uno scrittore che si accinge a scrivere un racconto, ignorare quello che è accaduto alla musica con l'accordo di settima diminuita, ignorare le atmosfere di Petrassi o di Berio, o  gli incanti sublunari di Edgar Varese? O una sola pagina di Lezama Lima?
Scrivi semplice. E io rispondo con uno dei romanzi più immediati nella loro estatica complessità, sensoriali, animali, poetici, costruito sugli odori della frutta e del cielo, misti al primo battito e belato dell'ocarina, in un solo vaevieni: "Paradiso", di José Lezama Lima (Einaudi 1995). Vi lascio a un suo stralcio, senza aggiungere altro, ma incazzato nero, perché avverto che quello che scrivo non è semplice ma è vero:

"La donna boccheggiante cominciò a rotolare la scala che separava la casa dall'erbetta, radente imboccatura e nascondiglio dei furetti. La pelle le si era ripegata, cucita e rinchiusa, come per diventare resistente ai colpi che dalla borda le appioppavano i marinai della Croce del Sud. Il naso affondato nel setto diventava più pietoso che fiutante, avvicinandosi ai grossi vetri con la protuberanza di due mammelle sollevate fino al naso, e dove con irrigamento di pianto sembrava nascondere un ammasso che s'accingeva a difendere con pianto e vaevieni di battima. La circolizzazione barbuta, poiché un semicerchio sudato di erbai d'acqua le portava via il mento deglutito, rendeva respingibile quel pianto, poiché così presto era stato mutato in oliato mostro dei gradini, che non lo si credeva mostro morbido, di scheletro piagnucoloso e disossato. Il nuovo manatí suonava da gradino in gualdrappa funebre, e gli sforzi che faceva per raggiungere l'ondeggiamento degli erbai gli conferiva nuovi riflessi che si incrostavano a causa delle bastonate che gli davano dalla borda e il suo musetto si contristava, riduceva il suo cerchio di lattante e raggiungeva la posizione inclinata. La casa sgocciolante si spense e il bosco cominciò, approfittando delle lunazioni del capretto e dell'ago, la sarabanda lenta, imbiancata, delle riproduzioni che hanno bisogno della rugiada".

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