lunedì 30 novembre 2009

Acrilico su ghiaccio e la paura del chiasso

Le parole non arrivano mai facilmente alle luci. Quello delle luci è un percorso superiore di occhi, di sguardi, e allora tradurre la risposta degli occhi a volte è come addentrarsi nella follia di una sfida alla ricerca di un fantasma, in qualsiasi branca dell'arte ci si imbatta e ci si impigli.
Ma sabato mattina ho scoperto quanto può essere formativo e nutriente avvicinarsi alla sensibilità delle luci attraverso l'occhio di chi dipinge. Rosa Fortunato conosce molto bene le sue di luci, ma non ne ostenta la profondità perché il suo carattere non lo ritiene necessario. Le sue tele erano le prime sulla destra, entrando all'interno della chiesa sconsacrata, l'occhio cadeva sul fuoco e sulle fiamme del suo "Evento della terra", che scagliava sulla tela il fruttato di sangue di caramelle spaccate e non la violenza di un incendio. A volte il confine con il colore del sangue e del fuoco è sempre così sottile, basta poco a scottarsi e a non illuminare a distanza una finestra lontana, il bacio umano sul fuoco della candela diventa così il più difficile da raggiungere perché la nostra reazione a quell'evento ha una memoria istintuale precisa che ci spinge ad altro. Invece dentro quella sua idea di colore c'era la visuale di un'origine di celebrazione e non di distruzione. E dalle sue parole, sempre molto chiare e velate da quella sua modestia che rende ancora più luminosità alle sue opere, ecco schiudersi la conferma a quella sensazione: la visione di una prospettiva non più umana e condizionata del fenomeno "eruzione", ma presa dall'occhiale lucido che affuoca un punto di vista superiore e incontaminato dal quale si sgrana la generosità del colore e non il richiamo viscoso del suo sangue. Rosa ha la paura del chiasso, tipica degli artisti più silenziosi, lo stesso terrore che mi attanaglia quando scrivo o revisiono; la paura di aver caricato un evento dal peso eccessivo di un polso, che invece è entrato dentro quella manifestazione con la leggerezza di una giovane acrobata, in esatta armonia con lo squarcio dei suoi femorali nel vuoto. La paura di un artista a volte, però, è il suo buon motore per cercare di non abbandonarsi all'innamoramento con le proprie immediate percezioni e allora nella paura di quel chiasso, forse, emerge il colore più tenue e più vivo che la sua ricerca intinge alle sue tele e alla sua vita.
Sul lato opposto un'altra tela, acrilico su tavola dal nome "Il disgelo", quasi un altro mondo, una schiusa, un ritorno alla vita, ammantato da un bianco innevato e pensante, forse il bosco di Hansel e Gretel o la spaccatura di una stasi interna che prende a scivolare di riflessi e di riverberi. Gli alberi sembrano permeati di un'umanità disciplinata, concentrati in uno spettrale fuso armonico e di lunghe dolci ombre parallele, così dinamico da sembrare un apparato vivo. La mia prima impressione sul quadro, era quella di una tensione in moto, forse dolorosa quanto vitale. Ma guardandolo ancora, e con maggiore attenzione, ha cominciato a svelarsi la sua natura reale, quella meno traumatica e più luminescente in contrappunto a quell'apparenza di gabbia concentrica. E poi abbiamo parlato del coraggio di una scelta nell'arte e la mattinata è proseguita e spianata nelle profonde luminarie di altre tele e di altri autori, mentre fuori la pioggia aveva smesso e l'aria si faceva più tersa e più tesa, in un passaggio surreale di consegne al gioco di lumi del mio reale, che continueranno a bersagliare di prospettive le mie povere strade, adesso però nella stabile risonanza incantata di quel moderno plein air, lungo il tratto del mio ritorno e ancora oltre.
l.s.

sabato 28 novembre 2009

La divina concordanza

"Ma quando spirito e bellezza, superando l'abisso che abitualmente li divide, si uniscono in maniera esemplare, quando si trovano insieme nella stessa persona, allora la tensione esistente tra i due, che si suol considerare come insita nella natura umana, sembra annullarsi, e si pensa involontariamente al divino. L'occhio dell'osservatore spassionato non può contemplare che con puro entusiasmo questa divina concordanza, essa sveglia però le sensazioni più amare in quanti hanno motivo di sentirsi diminuiti od offuscati dalla sua luce".
Da "Il giovane Giuseppe" di Thomas Mann.


venerdì 27 novembre 2009

Domani nella battaglia pensa a me

Da una frase del Riccardo III di Shakespeare, un libro che considero senza ombra di dubbio un capolavoro assoluto della letteratura. Javier Marías è uno scrittore gigantesco. Ho finito di leggerlo meno di mezz'ora fa e non trovo nulla da aggiungere che consigliarne l'acquisto a quegli appassionati che non si siano ancora imbattuti in questo meraviglioso gioiello di letteratura contemporanea.
l.s.

Rientrando nella camera, al modo antico

Occupare per la seconda volta le stanze di Bertolucci, rimane un'esperienza assolutamente nuova, intatta e incantata, anche dopo numerose visite. I segni vivi di una scrittura minuziosa e aperta a grandi virate di lirismo, ma anche di sperimentazione, da quel polso fertile e felice che ha saputo operare nell'affresco del suo romanzo in versi sempre con la variabilità di un tocco acceso, dal respiro mai troppo uguale ma intenso e nella forma di una ricerca insaziabile e mai troppo fine a se stessa. Nella mia cucina, di pomeriggio, apro il volume ed esploro i passaggi dimenticati, trovando sempre nuove soluzioni, nuovi spunti, nuovi angoli di luce.
Uno come questi, per esempio, dal primo capitolo, già tracciato nella sua bellezza di memoria e di spazi aperti e ancora più indimenticabili, nella loro solitudine di luci:
"...Poi
venne un'ora limpidissima, l'ora
del pastore
che passa su ogni cima uno smeriglio
di luce solitaria; ma le valli
questa volta non echeggiarono del suono
cristiano che aiuta ad affrontare
la notte."

Estratto dal verso 34 al 41, del Capitolo I della Camera da letto, di Attilio Bertolucci: "Fantasticando sulla migrazione dei Maremmani".

giovedì 26 novembre 2009

Quella Grecia di Henry


"La Grecia è ciò che ognuno sa, anche in absentia, anche da bambino o da idiota o da nascituro. È come ti aspetti che appaia la terra se le viene data una buona possibilità".
H. Miller:

Così Henry Miller naviga e affonda e sfuma, nel suo "Il colosso di Marussi", attraverso le terre di una Grecia rovente di umano e di divino. Ho ingoiato questo testo quest'estate e sono entrato così da clandestino nel suo viaggio labirintico di luci e di mari mai visti. Da interrogare come conferma di un luogo privato, che forse ciascuno starà ancora cercando. Forse una nuova Orplid?
l.s.

mercoledì 25 novembre 2009

Dal primo volume della Recherche

Ritorna, dopo un prestito, il primo volume della Recherche, nella pregevole edizione Einaudi, del 1967 ancora intatta, con traduzione di Natalia Ginzburg, nel suo azzurro setoso e ben rilegato, che ricorda quei cieli ariosi e lontani di Combray. Sfogliandone giusto stamane la ricca prefazione di Glauco Natoli, a caso: "La vera vita è, dunque quella che l'arte crea: da qui la preminenza dell'immaginazione creatrice sull'intelligenza, del sogno sulla realtà. Proust preciserà sempre meglio [...] questa sua concezione; e la sua insistenza sembra voler dire al lettore che il suo libro va letto in un modo, e in un modo soltanto, se  non se ne vuole smarrire il senso".

martedì 24 novembre 2009

Nulla viene raccontato due volte...

"le storie non appartengono soltanto a chi vi assiste o a chi le inventa, una volta raccontate appartengono a chiunque, si ripetono di bocca in bocca e si modificano e si deformano, nulla viene raccontato due volte nella stessa forma né con le stesse parole, neppure se quello che racconta due volte è la stessa persona...".
J.Marìas.

lunedì 23 novembre 2009

Domenica, 23 novembre 1980


Oggi ventinove anni...
23 novembre 1980

domenica 22 novembre 2009

Qualità e sintesi

"Le buone cose, quando sono brevi, sono anche migliori".
Baltasar Gracian

sabato 21 novembre 2009

I vincitori del 2° Concorso Nazionale Libriamo 2009: racconti inediti ispirati ai "Sillabari" di Parise



Primo classificato “Il vaso” di Ilaria Parutto - Rivignano (UD), 


Secondo classificato “La Canzone – Vetture e Veicoli” di Luigi Salerno - Napoli, 


Terzi classificati ex aequo “Viaggi senza vini” di Giorgio Pirazzini – Lugo (RA) e “Xmas time” di Flavio Orciani - Vicenza. 








venerdì 20 novembre 2009

128 battute

mercoledì 18 novembre 2009

Duecentesimo soffio di vetro veste in nero.




L'occhio sul necrologio
atterra sempre prima sul numero
del tempo degli anni di una vita.
Solo dopo cerca il nome,
il sesso delle lettere.
E i numeri che anticipano
l'ansia nera del tempo,
cuspidi gotiche al mistero.

l.s.

martedì 17 novembre 2009

Edizione Libriamo 2009

Radici.



"...non ci si dimentica mai come si è stati educati né si rinuncia alla propria dizione e al proprio modo di parlare in nessun momento, neppure nella disperazione o nella collera, accada quel che accada e anche se si è sul punto di morte".
Javier Marias



lunedì 16 novembre 2009

Risultati concorso nazionale Libriamo 2009


Qualche minuto fa ho appreso la notizia di questo secondo posto con il mio racconto "La canzone".

Venerdì 20 novembre alle ore 21 presso la sala conferenze del Chiostro di S. Corona in Contrà S. Corona a Vicenza, premiazione e presentazione del quaderno di racconti del concorso 2008.

Ecco i risultati definitivi.







Presentazione "Facciamo finta che sia per sempre" di Ilaria Giannini



Domenica prossima, 22 novembre, alle ore 21 a Figline Valdarno (FI), presso il bar di Arci Rinascita in Via Roma 17/C, Ilaria Giannini(nella foto in basso) presenta "Facciamo finta che sia per sempre".



Moby Dick di Melville in audio



Ho scoperto da poco questa magnifica opportunità di rivivere i tempi e le atmosfere del bellissimo romanzo di Melville nella versione audio . Grazie a Pino Loperfido si può rivivere la grande avventura con sfumature e tanti piccoli accenti nuovi, interpretati con maestria e sensibilità.
Lo consiglio agli appassionati.
l.s.

domenica 15 novembre 2009

Castcafè...




Credits:Daniel Ben Pienaar plays Mozart- Sonata k576 in D min
for Magnatune
Non Commercial Podcast License .

Il più prezioso di tutti i talenti


"Il più prezioso di tutti i talenti è quello di non usare mai due parole quando ne basta una".
Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti.

Cosa ancora più simpatica è che la bella citazione l'ho estratta dal volume di Tim Collins "Il piccolo libro di Twitter", che mi è stato regalato la scorsa settimana e che ho trovato molto simpatico e chiarificante.
l.s.




venerdì 13 novembre 2009

L'asciuttezza e la profondità


"Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso".
Ernest Hemingway da Il vecchio e il mare.

mercoledì 11 novembre 2009

Il buon progresso, da Intel



Da Intel il nuovo e reader per i non vedenti.
Ecco l'articolo da SBF
e da TeleRead

l.s.

Un primo timido bilancio



Un primo timido bilancio? Mentre scrivo ascolto Natalie Cole e penso a questo inizio d'esperienza nuova e a quella sorta di colpevole rimorso, soprattutto quando sento che potrei non essere all'altezza di un determinato compito. Non mi sento mai all'altezza di nessuna cosa, quando la sto facendo, nemmeno di questo post. Eppure sono dell'idea, che pur brancolando nei dubbi e nel buio di una novità, bisogna considerarne gli aspetti esperienziali da un'angolazione più ampia e non restringerla in una sola idea di misurazione.
Io ho cercato e sto cercando di farlo:
Il tempo impiegato a lavorare sui testi audio non è perso ma è intriso di attenzione a quello che ho scritto, alle sue sonorità, ai tradimenti e alle sorprese della mia voce, che a volte plana e ritorna sui passaggi come un uccello ferito e stanco, in altre come un avvoltoio in picchiata obliqua.
La sonorità e l'interpretazione di un proprio testo in prosa pone in grande imbarazzo per il fattore psicologico del rapporto profondo che si ha e che si instaura nel tempo con la propria voce. Riascoltandola mi accorgo di quanto poco io mi ascolti e sia consapevole dei suoni delle cose che dico durante una giornata qualasiasi di vita. Rileggendo al microfono un capitolo di un mio lavoro, rimango fermo sulla corda, attento a non mascherarlo o deformarlo con un tempo sbagliato o troppo veloce, a non confondere le parole e le frasi importanti e cercando di leggervi quello che nemmeno lo scrittore forse aveva avvertito. In fondo è un processo sottile di controllo e di rielaborazione della sensibilità alle tensioni dell'impianto narrativo e alla loro risonanza, dove poi riesamino le immagini e i giochi di memoria che ho lanciato come spilli roventi sulla carta.
In questo particolare contesto di narrazione, il mio principale obiettivo era quello di sperimentare a una certa distanza, le dinamiche di un lavoro molto esasperato e volutamente controverso, denso di manierisimi e di lunghissime distese di spazi e di involuzioni, forse eccessivi, ma con all'interno l'idea di una storia che ho sentito in tutta la sua magia di dolore e di consistenza come qualcosa di profondo e di vero. Lo sviluppo della storia e il suo snodo è stato forse in assoluto tra i più atroci tra quelli su cui ho lavorato, accostandosi in alcuni momenti a certa letteratura di genere e rivelando nel cuore del suo gioco gotico e metaforico, una visione apparentemente pessimistica e senza speranze di alcune particolari realtà sociali e borghesi in relazione alla dimensione dell'affettività e dell'espressione dell'uomo, riletti in un'unico alveo dove si confondono e si disperdono nelle acque di quel fantastico lago nero...
Nei files audio è la storia con i suoi ventricoli, che a me preme far venire fuori, nelle sue tessiture, senza soffermarmi sull'estetica narrativa ma sul contenuto e sulle atmosfere. La mia voce dovrebbe scomparire e farsi ingoiare dalle dinamiche della storia, e questa è un'impresa molto complessa. In effetti vorrei impostare il lavoro come direttore delle luci e non come annalista o voce recitante. In"Vacanza di lago", mi accorgo solo adesso dell'ingombro di quel pdv molto introspettivo e di quanto nel periodo in cui ci lavorai, mi sembrava sontuoso e regale, per la sua smania di controllo sulle esistenze così mutanti e spettrali dei personaggi.
E allora questo piccolo viaggio mi rimarrà come una scommessa con quelle che sono le mie idee sul senso dello scrivere e dell'esprimersi nel vortice dei tempi che cambiano e che ci nascondono.
L'importante è averla comunque tentata, augurandomi di riuscire a comunicare il significato complessivo e profondo di un plot e non la sua esteriorità.
l.s.

martedì 10 novembre 2009

Second chapter






Estratto dal mio podcast.


l.s.

Il Goethe gotico


"Chi all'alba, risvegliandosi, cioè quando la retina è particolarmente sensibile, guarda fissamente la crociera della finestra, che si ritaglia contro il firmamento rischiarato dall'alba, e subito dopo chiude gli occhi o guarda verso un luogo completamente buio, vedrà per un certo tempo una croce nera su fondo chiaro".
Goethe, Teoria dei colori.

lunedì 9 novembre 2009

Il Primo capitolo


l.s.

domenica 8 novembre 2009

First chapter: Vacanza di lago





Non che sia stato semplicissimo, anzi. La storia di per sé si presentava come un romanzone piuttosto metallico e farraginoso, corroso da alcuni tratti terribili e spettrali che non ho potuto ridimensionare, per quanto abbia voluto articolarlo su più direzioni parallele.
Lo lasciavo stagionare, dopo ripetuti interventi, ma in fondo il suo impianto era e rimarrà sempre quello di una lunga fiaba nera, dai tratti tesi e oscuri di tutte le fiabe senza troppe luci. Una metafora sul deserto di affettività di una famiglia alle prese con l'improvviso mistero di follia di Martine Menier e del terribile rimedio per mantenere all'oscuro la comunità del lago da quella sua "colpa". I personaggi come figure mutanti, che incarnano la desolazione di un tempo e di un luogo mutilati di sacralità e di arte.
Questa mattina ho lavorato alla versione podcast del suo primo capitolo, che in effetti ho dovuto ridimensionare per ragioni di equilibri formali e di respiro della traccia. Insomma un proposito di svilupparlo come story in progress. Il primo passo è quello che di solito dovrebbe sintetizzare lo spirito e tracciare il solco di tutto il resto del percorso. In effetti l'ho fatto e ne sono piuttosto soddisfatto e anche divertito. Per la scelta delle musiche ho cercato abbastanza e ho trovato un lavoro molto interessante di Dac Crowell (nella foto)
Il lavoro completo si chiama "Sferica", da cui ho tratto, in questo primo capitolo, alcune parti dal primo brano Sahel Codec che vorrei continuare a utilizzare nei capitoli successivi, sperando di resistervi a andare abbastanza avanti, anche se ci vorrà molto tempo. Questo musicista sembra incarnare nei suoni lo spirito e le atmosfere delle parti più importanti del mio lavoro. Per gli altri inserti ho utilizzato brani del programma con cui ho preparato il podcast.
C'è poi da dire che non essendo un attore, nel podcast ho cercato di tratteggiare i tempi e le tensioni della mia scrittura più che quelli estetici della lettura. Ho utilizzato lo stesso procedimento di memoria e di immagini che adopero durante la scrittura del testo, guardandolo dal di sotto e dal di dentro, per fargli prendere la vita che io sento.
"Vacanza di lago" è regolato dalla seguenta licenza Creative Commons:


È tutto. Penso che entro stanotte o domani, il primo capitolo sarà disponibile sul mio podcast.
Mi auguro che possa stimolarvi e lasciarvi comunque qualcosa.
Buona serata a tutti,
l.s.



Senza titolo



Senza titolo

"Questo raggio che obliquo ti ferisce
è ancora giovinezza, ancora ancora.

Attilio Bertolucci.

sabato 7 novembre 2009

Perché anche un podcast?


Di solito non mi pongo mai troppe domande prima di un passo, ma mi baso sulla semplice sensazione, quando il contesto mi consente di poter rischiare. Ma credo che in alcuni casi le proprie scelte, anche se istintive e poco chiare, vadano motivate, almeno un poco. Dunque la scelta del podcast è soprattutto quella di sperimentare con il suono delle parole i testi che sento più vicini alla mia sensibilità e alla mia vita. Utilizzarlo semmai per lo sviluppo di alcuni miei lavori, nell'ottica di una story in progress, cercando poi di raccogliere in sonoro tutti quegli appunti che ritengo più interessanti e dotati di un buon suono (parlo anche dell'esperimento dei soffi nel vetro che sta proseguendo, ancora indisturbato dalla mia insofferenza). Quindi anche uno spazio per testi di nuovi autori e un'opportunità di collaudo per tutto quello di mio che non ho mai sentito risuonare ancora all'ascolto.
Non so se queste motivazioni avranno esaudito la curiosità o la diffidenza di qualcuno, ma io comunque ci provo, combattendo con il cattivo rapporto che di solito si instaura con la propria voce registrata, quando non lo si fa spesso né per professione.
Credo che questa sia un'epoca di esplorazione, e io a mio modo cercherò di fare la mia piccola parte, con quello che rappresentano per me la scrittura e gli strumenti disponibili al mio linguaggio di adesso.
l.s.

venerdì 6 novembre 2009

La superficie e la profondità


Un testo sinceramente complesso quanto affascinante per la grande ampiezza di vedute sulla materia poetica e le sue problematiche penombre, è "Teoria e analisi del linguaggio poetico" di Vitiello, da cui estraggo alcuni punti e intuizioni interessanti, da approfondire e maturare:

"...La superficie è lo stato della profondità. La profondità è una somma di gradi di superficie, cioè è la stessa superficie...Tutto è mera illusione, concreto è l'aspetto dell'apparenza (di ciò che cade davanti alla mente, nell'occhio demente, o celeste, dell'io desiderante)...
Nella foresta dell'opera ogni qualità è consistente; qui vale solo il luogo in cui l'io si trova: il prima e il dopo sembrano appena simulacri latenti, nel risvolto tenebroso della mente".
C. Vitiello da Teoria e analisi del linguaggio poetico.

Sparire e disamare


Sparire e disamare
in un fioco
soffio di cimitero.
l.s.

giovedì 5 novembre 2009

Un racconto in podcast


I lettori non hanno pietà


"I lettori non hanno pietà. Possono smettere di leggere la vostra storia proprio nel bel mezzo di quel brano su cui avete passato notti insonni. I lettori hanno il coltello dalla parte del manico: non hanno nessun obbligo nei vostri confronti, mentre voi avete tutti gli obblighi possibili verso di loro. È per questo che gli scrittori tagliano e cuciono senza pietà durante il processo di editing, fino ad arrivare al risultato finale...Dan Newlove, l'uomo con i polpastrelli consumati, dice: meglio tagliare che modificare".
Peter Selgin

mercoledì 4 novembre 2009

Little Brother by Cory Doctorow

Little Brother by Cory Doctorow from Alma Holtgren on Vimeo.

martedì 3 novembre 2009

Nei dialoghi: quale ascolto



Nei dialoghi rimango sempre più convinto che prevalga essenzialmente una questione di orecchio e poi di pratica. La mancanza di orecchio si evince quando i personaggi di una storia parlano tutti allo stesso modo, con uno stesso identico stile compiaciuto; in una stessa, unica voce da sordi.
Penso dunque che ci si debba affidare a un tipo di ascolto molto più interno, che molto spesso è associato alla stessa immagine del personaggio, ai suoi riflessi sbiaditi o più accesi che affiorano dalla memoria, alla sua oscura fisionomia di relazione, anche se ancora velata e immaginifica.
Uno scrittore, in molti casi, si occupa di spiritismo più che di scrittura.
l.s.

Un'immagine ancora di estate


Lo scopatore che canta di mattina
quando si avvicina
alle scale di casa
ha la stessa voce
di mandorlo dei merli
e delle cince more
che scanzonano
sgozzano e puliscono l'aria
come contadini nel cielo
in un dolore di grigio il gelo
già terso di perfezione.
l.s.

lunedì 2 novembre 2009

Romolo aveva un nome buono






Romolo aveva un nome buono
di Luigi Salerno

La sua calma la sentivi negli occhi perché ti parlava, e le cose che parlano senza la bocca non possono mai tradire.
Camminava per la stessa strada e poi tagliava per la piccola traversa degli ulivi, dove c'era più sole e si faceva prima. Il calore e la luce gli davano ancora più leggerezza, e sembrava che quando lo incontravi non riusciva mai a stare fermo un momento e non si tratteneva dall'abbracciarti, grande e grosso com'era.
Romolo aveva un nome buono, come i suoi occhi, la gioia dei suoi cani bianchi al suo ritorno, i suoi silenzi, le sue poesie sgrammaticate. Le scriveva di nascosto per la ragazza del viale degli oleandri, la liceale dagli occhi scuri, che non lo salutava mai senza un sorriso e aveva una bicicletta rossa.
Romolo parlava di più con i cani e non capiva dove arrivassero quei suoi sorrisi, quanto potessero dirgli di più, quando lo stoccavano nel centro esatto del suo grosso viso sudato.
“Ciao, Romolo. Visto che vento che c'è oggi?”.
“C'è vento solo lassù, qui è ancora caldo. Ma perché non ti fermi?”.
“Ho fatto tardi, ci si vede oggi. Mi accompagni?”.
“Non ho sentito bene, scusami”.
Elvira rallentò e cercò di gridare più forte.
“Devo fare un regalo. Mi accompagni?”.
“Vedremo, penso di sì”.
“Ci pensi o è già sì?”.
“Va bene, è già sì”.
“Allora alle cinque al cinema Fox”.
Adesso Elvira si era fermata.
Romolo la raggiunse a fatica. Era molto pesante nel passo e il sudore lo imbrigliava di movimenti impacciati e cedimenti di fiato.
“Fatti salutare, piccolina”.
Elvira gli porse la guancia con un piccolo sorriso.
“Ti voglio bene”, gli gridò quando era già lontana; tanto da lì non l'avrebbe mai sentita. Romolo viveva con una madre e una sorella ritardata e due cani bianco ghiaccio. Il padre era morto l'anno scorso.
Era rimasto l'unico a lavorare e a prendersi cura delle sue donne.
Quel pomeriggio finalmente l'avrebbe rivista. Sarebbero andati insieme al corso Mansfield, e forse a guardare le vetrine e avrebbero camminato ancora nelle loro parole della sera, che lui non riusciva mai a dirle senza sbagliarne qualcuna.
Ma quel pomeriggio Romolo non raggiunse il cinema Fox. Elvira lo aspettò, lo aspettò ancora oltre le sei, ma Romolo non arrivò più.
L'indomani anche la strada degli ulivi era piena di sole ma Romolo non c'era.
Elvira non lo vide mai più passare.
Poi qualcuno le raccontò dell'amore che Romolo provava per lei.
“Ma che dici? Romolo è sempre stato soltanto un amico, e forse nemmeno quello”.
“È che forse non sai quello che è successo”.
“Qualcosa di brutto? Gli è capitato qualcosa di brutto?”.
Chiara e Riccardo si fecero più vicini, sul muretto della piazza. Elvira era del paese vicino.
“Aveva detto a tutti che ti avrebbe accompagnato, non parlava di altro. È vero che dovevate incontrarvi, Elvira?”.
“Certo che è vero, ma questo adesso cosa c'entra?”.
“Mi hanno raccontato, e io ci credo perché sono persone fidate...”.
Riccardo fece una pausa e prese una sigaretta dal taschino.
Sfregò il cerino sul muro, tenendo un occhio chiuso e guardando il primo cielo di vento sui loro visi un po' pallidi.
“Perché adesso non continui più?”.
“Non vedi che sto accendendo?”.
Tirò una boccata e la fissò ancora.
“Dovresti conoscerla Armida, è stata sempre un po' ritardata e quando poi ha sentito da tutti che Romolo aveva un appuntamento così importante, dopo tanto tempo, insomma ha avuto una specie di crisi. Era il suo terrore”.
“Quale terrore?”.
“Quello che qualcuna se lo portasse via a quel grassone lì, e che loro due rimanessero sole, pensa un po'”.
“Ma figurati...uno così grosso e solitario”.
Il vento si alzava e rigava di capelli il viso spaventato e smarrito di Elvira.
Elvira aspettò che Riccardo continuasse, tenendo una mano stretta a quella di Chiara, che le era più vicina e che forse già sapeva.
“Capisci quello stupido che pasticcio che ha combinato? A raccontare ad Armida che si era quasi fidanzato con te”.
“Che cosa?”.
“Quando poi ha visto la reazione della sorella, che ha cominciato a dare di matto, a chiudere la porta, a scalciare e a prendere la chiave e anche la mamma, che ormai con la testa non c'era più neanche lei, quando gli ha detto che Romolo non doveva uscire con te, e che doveva rimanere con Armida, allora si è sentito soffocare, e a volte anche le persone più buone...e intanto i vicini che sentivano tutto”.
Elvira lo guardava e allora respirava più forte. Riccardo tirò un'altra boccata e si voltò verso il panorama dei vecchi boschi, che adesso si perdevano nel fuoco del loro buio.
Stava calando la sera.
Chiara si girò dall'altra parte e ritrasse la mano.
“Le ha spaccato la testa, in due parti. Ad Armida e anche alla madre. Lo avrà fatto per uno scatto d'ira. Quando sono entrati già non respiravano più. A lui invece se lo è ingoiato un infarto. Come un lupo. Adesso te l'ho detto, contenta?”.
Chiara le si avvicinò ancora.
Elvira non aveva più sguardi né parole. Adesso fissava il vuoto di un dirupo. Tutti e tre che guardavano lo stesso punto oscuro.
“La prossima volta stai attenta quando parli con certe persone”.
“Ma...se non mi aveva neppure sentito, che poi c'era così tanto vento”.
Chiara la guardò ancora.
“Ma perché, ti senti in colpa, forse?”.
“Gli ho gridato qualcosa, ma qualcosa che adesso nemmeno ricordo più”.
* * *
I due amici si allontanarono. Elvira prese l'ultima corriera.
Quella notte salì una luna molto calma e profonda, che velava un chiarore come di neve sulle cascine.
Scesa dalla corriera la guardò fissa e lanciò un grido di soli occhi e di fumo, dentro l'orrore di quel vuoto: la ragazza del viale degli oleandri, la liceale dagli occhi neri, che non salutava mai senza un sorriso e aveva una bicicletta rossa, quasi come l'ira di Romolo. Romolo aveva un nome buono, come la gioia dei suoi cani bianchi al suo ritorno.
La sua calma la sentivi negli occhi perché ti parlava, e le cose che parlano senza la bocca non possono mai tradire.
Fine
l.s.


domenica 1 novembre 2009

In ricordo di Alda Merini




"Ho trovato il mio momento preciso,
delirio di pace,
piccolo silenzioso uccello
che ho nelle mani ferite..."
Alda Merini da "La lunga notte".

L'inizio di un mese e Alfonso Gatto


Ho cercato qualcosa che giustificasse il poco nebbioso ingresso novembrino, che capita in una prima Domenica di grandi limpidi e così poca di autunno. Il mese dei morti e del raccoglimento mi riporta alle distese sonore di Gatto, con le schiarite luminescenti del suo canto.
È un piccolo estratto da "Novembre a Pesto", da "Osteria Flegrea", per marcare di un velo la maestà anonima di questo ingresso:

"...Ora passa nei cieli
il cielo che rispose

alla notte degli anni,
alle paludi, ai morti.
Ci restano più forti
del tempo questi inganni

della dolce stagione...
Alfonso Gatto.