giovedì 31 gennaio 2013

Automatismo e pulsione nelle dinamiche creative

I due estremi di intervento in uno scritto, si dibattono sempre tra sentire e solo dire: pulsione interna e automatismo indotto.
Potrei dire in automatico, supportato da un flusso cosciente che mi costruisce da solo le parti di una struttura, parti evidentemente non programmate o rielaborate prima di quegli istanti in sequenza in cui vedono la loro prima luce sotto le mie dita, quasi a mia insaputa.
Potrei dire anche per flusso di sensazione e relativa pulsione espressiva e di abbandono per un'idea che ho sentito nell'aria, poco prima, durante il giorno e quindi anche durante il getto di stesura, come il fischio di una melodia che non è ancora di nessuna canzone. Idea che in quel momento prende le mie emozioni, i miei sentimenti, le mie sensazioni. Quell'idea non è prettamente letteraria e nemmeno ha ancora la coerenza per essere considerata un tassello che giustifichi un impianto. In quel momento ha la forma di un grido. La sola necessità e urgenza che quell'idea, quell'emozione e quella sensazione, non vadano perdute, sarà quella di gridarle o anche sputarle e tossirle, con gli strumenti muti disponibili al momento e prima che sia troppo tardi.
Una delle paure più grandi è quella di rimanere orfani di quella improvvisa maternità dell'idea. Privi del suo latte se solo non la si trasformi in un linguaggio al più presto; come se avesse una scadenza di utilizzo, una sua impermanenza dentro di me che potrebbe farla sfumare se non la blindo per tempo dentro un contenitore.
In questi due casi la mia attività di trasposizione nei segni, potrebbe procedere allo stesso modo e portare anche a risultati qualitativi simili. La presenza di un'idea forte e ispirata, non escluderà un processo di automaticità e di costruzione non programmata, pur nell'ambito di quella sua linea di sviluppo per così dire illuminante o illuminata da una guida interna. Così come in un processo automatico, che in apparenza non pare supportato dall'urgenza di nessuna idea o particolare emozione, non è escluso che possa rivelarsene una durante il cammino, un'idea latente che non pensavo e non immaginavo di incontrare e che in diversi casi pare essere figlia dell'automaticità e del meccanismo delle sequenze di scrittura, più che da una mia più o meno definita dimensione emozionale, quando invece non è sempre così. Credo mai.
Le emozioni di uno scrittore non sono sempre le stesse. Uno scrittore emozionato mentre scrive, può restituire al lettore blocchi di ghiaccio secco fumante, giusto l'opposto di quello che avrà avvertito nella gioia o nel trasporto della sua emozione idea o idea emozionante (i concetti così in voga di emozionante, scrittore fisico o sensibile, sono inafferrabili e ricchi di sfumature e di tinte variegate difficili da fissare e da controllare per quanti risconti avrà quel dato scritto in chi alla fine lo leggerà).
Mi accorgo che i due estremi, i due capi di questo procedimento, spesso sono gli stessi, intercambiabili e mutanti. Il lettore che riceverà un impulso, avrà sempre lo choc originario della rottura del silenzio, a cui accennavo in qualche altro post, dove l'energia psichica e i meccanismi di trasferimento della stessa, diventeranno altro. Prenderanno forme legate ad altre urgenze e ad altri abbandoni ricettivi di chi si mette all'ascolto. Un segnale radio, più o meno disturbato, la cui frequenza sarà legata a quanto più armonico e complesso sarà il mondo emozionale di chi scrive e alla sua capacità di canalizzarlo in un dato contesto costrittivo, come è quello della parola scritta, ma senza schiacciarlo e rendendolo il più possibile vicino e risonante al mondo ignoto ed emozionale di chi legge. 
Sarà così?

mercoledì 30 gennaio 2013

Un corto di Michela Zucchi realizzato durante il corso di audiovisivi lineari. Tecniche di ripresa e montaggio

martedì 29 gennaio 2013

"Not a soul": estratto ultima revisione romanzo

“Stasera dovrò telefonarle, anche dalla stazione, o forse no: è meglio da casa di Bernard, per sapere come è andata la giornata e poi...insomma, dovrò fingermi Giselle e parlare con Gèrard e poi dire a Pierre di fare l'uomo e di rispettare le regole, oh, che inferno, Sophie! Le nostre voci non saranno poi così diverse, tu cosa dici, sarò credibile? Non credo che sarà così semplice diventare all'improvviso Giselle!”. 
Sophie le sorride appena. 
“È terribile quello che mi hai detto prima, maman. Davvero tu credi di... di non avere mai amato?”.
“Che cosa me lo farà mai capire?" 
“E tu credi che sia così importante il capire per amare, o l'amare per capire?”. 
“L'amare è un capire senza sapere di capire. Nel capire autentico c'è amore. Dovrebbero essere parte della stessa trappola”. 
"Non so...". 
"Così come non potrò mai sapere con certezza chi mi abbia davvero amato e chi mi abbia davvero capito per amarmi. Potrei non essere riconosciuta come una madre che abbia davvero amato così come una madre che abbia davvero capito; e questo fino all'ultimo giorno di vita. E così gli altri per me”. 
"Dici sul serio o stai scherzando?". 
"Secondo te?".
"Ti prego, Isabelle...".

lunedì 28 gennaio 2013

From "The Making of the Shining".

 Come attore, per quante volte tu abbia fatto una cosa, non ti puoi limitare ad un solo gruppo di teorie.
Puoi continuare per anni a ripetere: "Voglio rendere questa cosa reale. Perché non l'hanno mai vista così reale". Continuano a vedere un tipo di irrealtà dopo l'altra, che vorrebbe passare per reale.
E diventi matto con il realismo. E poi, ti imbatti in un tipo come Stanley che dice: "Sì, è reale ma non è interessante".

Jack Nicholson

Monologo 48: un estratto da "Il chiodo nella lampadina"


La tua testa era ferma, come il tuo sguardo, e tutto quello che passava e ci interessava, non era così forte da riportarti viva accanto a me e in quell'istante presente. La bocca ti tremava, come per dirmi un qualcosa. Ti sentivo già altrove, esattamente come ti sento altrove ora. Poi non ho parlato più molto di cose troppo invisibili con te, come il ricordare, il pensare, il passare oltre. L'unica eccezione era quella del sognare. Ti piaceva il fatto che, in alcuni miei sogni, da pittrice tu diventassi di colpo una piccola pianista prodigio, ancora più spenta e magrolina di come tu non fossi nella vita reale, con un calzino sempre sceso e le ginocchia sdrucite. Una volta una cantante svedese, una domatrice di leoni, una venditrice di fiori, di latte, di gelati, di limoni, di uccelli, di cappelli con uccelli, e ancora oltre.Ogni nuova vita e ogni habitus, erano una tua speranza riposta e ancora inconfessata di diventare altro, rispetto a quello che io credevo già tu fossi, e di allontanarti ancora da quello che più temevo di te. O forse erano i miei sogni gli unici movimenti vivi e amici, dove ritrovavo il coraggio di cercarti e di scoprire che cosa ci fosse di vero al di là di quello che ricordavo di te? E se io ti avessi solo ricordata, e mai davvero vissuta? Se tu non ci fossi mai stata come episodio sporadico di una vita non vissuta, ma come residuo fermo di un altro passato? Ti preferivo pianista prodigio del mio pomeriggio, e così non dovevo chiederti più niente. Durante le tue lunghe e ispirate esecuzioni private, preparavo la cena, nella tua stessa cucina reale. Tu eri la mia radiolina triste e arancione, nell'altra stanza, che suonava e a volte sbagliava qualcosa; mentre bruciavo qualcosa sulla fiamma troppo alta, tu continuavi a suonare e a sbagliare qualcosa, e così ci incontravamo. E il tempo scorreva con te, lentissimo, proprio come sta scorrendo ora nelle fiamme del tuo fiume asiatico interrotto. La punta spezzata dell'ultimo candelabro dalla tua finestra, nel primo pomeriggio, mentre spiove a dirotto.

domenica 27 gennaio 2013

Da un viso un vero di aria (bozza)

Da un viso un vero di aria
che sciolgo al sonno la neve,
quando l'umido e l'autunno
si allagano e allampa la sera
all'azzurro morente dei muri,
dove dilaga nei tuoi cortili
il fantasma muto di un bucato;
il roco lume che si ammanta
come il  fuoco di un passero,
la voce di chiaro che mi tace
la rupe cava dei lupi e le lune. 

Lo sguardo e la memoria: Anna Frank


"Voglio diventare una campionessa di pattinaggio e una scrittrice. Voglio che ci sia la mia foto su tutti i giornali; o forse sarò una stella del cinema. Voglio essere diversa dalle altre ragazze; voglio essere una donna moderna. Voglio viaggiare, studiare lingue, lingue e storia. Voglio fare tutto, voglio..."
Annelies Marie Frank, detta Anne. (1929-1945)

sabato 26 gennaio 2013

Fascino e fascinazione

Non amo la parola fascino. L'uso che se ne fa è gelido. Sono raggelato dalle circostanze. Molto più interessante il termine fascinazione. L'ultima parte dell'ultimo termine interrompe il fastidioso fruscio ottenebrante e troppo ottocentesco, che mi riporta a un'idea dozzinale di bellezza fascinosa o affascinante o forse in diversi casi corretta in questo modo: questa persona non è bella ma ha fascino, o il contrario: è bellissima ma non ha fascino. In queste paludi ed abissi di tristezza, avverto che si parli di cose che non si avvertono, ma che si relegano e si raggelano nella percezione di una monarchia assoluta di costume, del dire dopo altro detto e senza aver provato il senso personale e intimo del fascino, il suo panico, nel mio caso, o la sua maledizione. 
Dire per il dire o per far dire.  Senza provare alcuno stupore ma ragionando sullo stupire. Non dire dopo aver patito o comunque sentito quello che si è visto. Dire con gli occhiali al loro posto e ben pettinati quello che è bello e che è forte e affascinante da dire e che piace e che funziona, e accantonare quello che è brutto, che di solito è debole, noioso, ordinario e che non funziona.
L'idea del fascino è guasta in partenza, per quello che vedono le mie orecchie e che sentono i miei occhi, come un'ostrica sputata in un piatto da un malato di tifo e conservata in un paniere in pieno agosto. Avverto intorno a me e alle mie piccole esperienze, nominare cose che non si sentono e che spesso non si sanno. Affascinarsi da un'idea assoluta di fascino che avverto anni luce lontana da me quando viene celebrata senza partecipazione o stupore alcuno verso quello di cui si parla. Quindi il mio relativo disagio di parlare di fascino quando è associato al concetto effimero quanto guasto di bellezza come potere, egemonia, affabulazione, superficie, gelo: in effetti si sta riducendo a questo. Una condizione numerica e gelida di strutture logiche, ingurgitate e definite.
Eppure la fascinazione, preferisco questo termine, almeno per chi scrive e quindi per chi vede e sente quello che scrive, è fondamentale, a patto che non sia relegata a uno standard predefinito di eccellenza o di convenienza di adesione a questa eccellenza codificata, ma da una condizione di disagio e di mistero di fronte a un'esperienza personale, non confrontata, commentata o celebrata nei fumi del razionale.
Io parlo da pazzo furioso, sono d'accordo, ma cerco di portare avanti il mio ragionamento, nei limiti del mio senso emozionante o tenuta emozionata delle parti in gioco, che sono quelle che mi tengono in vita e che mi distinguono dal mio lume da tavolo o dalla sedia sulla quale sto seduto.
Fascino: la cosa più paradossale è che questo vocabolo non nasce da un movente attivo, ma è quasi un torto subìto. Nei riferimenti che ho avuto spesso modo di approfondire la parola fascino ha a  che fare con le streghe. Se non ricordo male un vocabolario portava tra le prime definizioni del fascino la malia e la stregoneria. Non dimentichiamo l'etimologia latina, il fascĭnum che è propriamente l'incantesimo, se non il maleficio. Si ipotizza anche una sovrapposizione con l'etimo grego báskanos, che vuol dire incantatore, per cui rafforzerebbe ancora di più la mia tesi secondo la quale se non ti spezza il fiato una cosa non può davvero affascinarti e non la puoi dire affascinante se non patita da un incantamento. Ma oggi il fiato non va spezzato, potrebbe compromettere la linea, creare delle alterazioni ai tessuti, alla muscolatura. Intanto il fascino nasce e cresce come base terminologica in una dimensione di assenza magica dalle pulsioni comuni di orientamento e gestione delle cose che viviamo. E quella privazione di volontà raziocinante, quella che le migliori streghe esercitano con i loro infusi e le tinte coralline delle loro ampolle fumanti, dove sarà mai finita? 
Un'altra definizione, non lontanissima dalla prima ma comunque differenziata, è il potere seduttivo di qualcuno o  di qualcosa, quella che viene più comunemente adottata e recitata quando si gioca a stare male per qualcosa che nemmeno ti ha sfiorato, ma che in certi contesti conviene che ti sfiori. Potere seduttivo che nella maggior parte dei casi deve limitarsi all'orchestrazione di un amplesso decente, col televisore acceso o qualcosa che brilla sul fuoco, per poi essere inserito nel menu del giorno da raccontare agli altri mangiatori di fascino o di cose pensate fascinose o chiavate da fascinose. Consumate da fredde.
Perché fascinazione e non fascino? Perché la fascinazione è l'atto di affascinare, è quell'insieme misterioso di circostanze e di varianti inscrutabili a queste circostanze, che consentono a una situazione di risultare in qualche modo stregante, o malefica o seduttiva, ma comunque tangibile se avvertita nella sua interezza e non soltanto annusata o sfiorata e poi giudicata e sentenziata. Con la perdita crescente del senso di perdita e di stupore per il semplice, per l'infinito nascosto nelle piccole cose, perdita che avverto molto forte intorno a me, la mia grande fatica quando scrivo è quella di far provare cose che sento prima di scrivere, che forse sanguino ma che non dico. Il giorno in cui mi accorgessi di aver scritto parole non avvertite e patite, andrei a fittarmi un campo da tennis e passerei tutto il tempo dedicato alla scrittura al gioco del tennis, in attesa di non avere cose da dire ma da sentire nel mio fondo. Come sentirsi la palla di un rovescio dalla racchetta al braccio e fino alla clavicola. Cose o situazioni da non essere sentite per poi dirle, ma da essere dette solo perché sentite. La fatica è data dalla mia visione aperta e di assoluta rottura al cattivo uso del termine fascino che non è relegato a un effetto estetico, ma a un disagio o barcollamento o sensazione dopo una frizione. Il fascino e la seduzione sono prima di tutto alterazioni e non raffigurazioni di uno standard. Anche quando si parla di fascino di qualcosa di brutto, la maggior parte delle persone parlano nella logica estetica di uno standard, di qualcosa di misurato, di relegato in un confine preciso ma senza vita. Senza possibilità di impolverarsi. Gelido più del gelo. Così gelido da non avere nemmeno più gelo.
Per me è affascinante, e mi sento affascinante, quando prima di andare a letto faccio pipì con gli occhi chiusi, che nemmeno mi reggo in piedi. Per me è affascinante una ragazza con una sola scarpa slacciata. Una definita bruttina che arrossisce per un complimento inatteso dietro gli occhiali e che si commuove.  Qualcuno che ti raggiunge nella pioggia senza l'ombrello per dirti grazie o ti voglio un bene dell'anima. Una telefonata nella notte. Sono situazioni di fascinazione mai definite e modulanti verso i toni lontani di una mia personale enarmonia che mi fa più vivo. Nessuna donna molto attraente, potrebbe superare alcune situazioni di tenerezza indimenticabili offerte da persone all'apparenza non affascinanti, che mi sono rimaste nel cuore e anche nello stomaco, per quei pochi secondi nelle quali le ho intercettate. Alle scuole elementari avevo in classe una ragazza molto bella e definita affascinante, la quale poi è diventata una modella di Amica, la rivista. Mi era anche molto simpatica, al doposcuola voleva sempre stare vicino a me. Ecco, se adesso dovessi scrivere qualcosa di lei, dovrei solo dirla, non ricordo troppo da poter sentire e poi dire. Allora forse non era affascinante o non sarà stato affascinante o ammaliante il ricordo della compagna sulla rivista di Amica? O sono io che sono un perfetto idiota? Come funzionano allora queste regole ferree di canoni a cui adeguarsi dentro di me? E la mia scrittura, di cosa parlerà? Di quale bellezza?
Per finire: il tutto deve partire dalla perdita del controllo. Dallo stupore successivo alla fascinazione, e non dal fascino idealizzato e non provato, ma esercitato come unico movente di stupore.
La differenza è tutta lì.
Credo...

venerdì 25 gennaio 2013

Un tramonto è un torto

È fermo un tramonto? O forse si muove?
Un tramonto è un torto. Il torto di una fine che macera l'aria di un'entità.
A me quando succede questo torto mi slaccia le scarpe. Mi sporca, mi disordina, si incaglia nella lingua e spezza bottoni di camicie e di giacche. È qualcosa di vivo, come il becco di un corvide che stira un lenzuolo sospeso fino a strapparlo. Il vino buono versato sulla tovaglia della Domenica.
 Guardare da fermi la detonazione degli istanti al tramonto in alcuni casi è la celebrazione di un lutto e insieme di una nascita inattesa. In certi istanti il cielo ha il colore del vomito del mio nipotino, che mi rimise in macchina, giusto a fine viaggio. In altri la città di Mentone, la Gaeta medioevale, una nave ancorata di notte nelle lanterne, un arazzo fiammingo e la musica di banda.
Una sera stavo guidando da solo sull'asse viario Castel Volturno Lago Patria, fui immerso dalla pomata soffocante di quel rosso, dallo spasmo di quella violenza come un pugno pieno sulla bocca. Non era arancio era un rosso di un corpetto d'epoca, uno sbocco cupo di tisi sul pianoforte di Chopin. Era fuoco. Un fuoco che aveva torto. Io guidavo nel fuoco e mi sentivo felice e svettante come un rogo. Una nostra amica diceva a suo figlio che a quell'ora il sole metteva il pigiama. Un pigiama tutto rosso prima di dormire.
Quel rogo era un momento di transizione e di agonia. Il filo spinato di una giornata murata nel suo culmine. 
Allora guidando con la macchina a finestrino aperto, mi sentivo il rosso sul braccio nudo che mi leccava, come se fosse un animale vivo. Un tramonto può leccare e può essere impregnato di una saliva odorosa di confetteria che non dà più pace. Ma tace.
Il rosso si estendeva e si muoveva da fermo, dilagando in quel tratto libero dell'asse viario in leggera curva, quando lo sentivo (in)definito in una sua eterntà mostruosa e ammaliante. Quel colore era una prova della mia esistenza, e non solo una traccia di trascendente. Il mio respiro era meno intimo di quella luce rossa che ammalava lo sguardo e i sapori del confetto guasto sparsi nella bocca. L'aria si faceva densa di un medicinale misterioso. Un rosso che pareva dileguato e insieme urticante come il sangue di un animale sgozzato o investito da un auto. Come quel cane nero, che incontrai un mattino lungo la strada che mi portava a scuola. Stava quasi per morire in una pozza di sangue. C'era una mia compagna di classe vicino, assieme ad altre persone, che cercavano di aiutarlo e di riscaldarlo. Quel cane sanguinava il torto di un tramonto. La mia compagna di classe era molto bionda. Da accovacciata mi guardò, nei capelli lunghi, commossa e un po' celeste d'inferno.

giovedì 24 gennaio 2013

La bellezza di chi ha sonno...

Un assonnato non potrà mai farmi del male, nemmeno qualcuno che mi sbadiglia mentre passo. Di solito chi è preso da uno sbadiglio e mi passa avanti quando sono da solo, mi inspira sicurezza, mi infonde il coraggio della sua stanchezza o anche un filo di comprensione in più.
Osservare gli altri non per la loro abilità, ma per il loro varco di cielo dalle sbarre dei loro cancelli di sonno. Si guardano le persone in dimensioni superficiali e riduttive: bello o brutto. alto o basso, simpatico o antipatico, muscolo, gobba, doppio mento, strabismo, capelli, ma non c'è niente che poi rimanga e perduri. Tutto se ne va e ancora se ne andrà, nel fumo come nella nebbia fitta di un antico maniero danese.
Una persona che ha molto sonno in alcuni frangenti si dipinge da sola di una sua luce e si racconta e mi dice di sé. Come un albero, un tramonto che allaga un giardino. La stanchezza che mi dice anche del suo tempo andato, di quello che avrà fatto quando lui era sveglio e che cosa l'avrà mai ridotto così. Di quanto varrà quella sua stanchezza in più o in meno della mia e chi mai la ricorderà e la celebrerà, e quanto si perderà di bello per il suo esser stanco e lontanissimo dal luogo dove invece adesso vorrebbe stare e dormire ancora, quel luogo in cui è ancora amato, desiderato e ricordato da sveglio e protetto anche da addormentato.  Concedere del sonno a qualcuno, vegliarlo o proteggerlo, come se fosse morto, è un gesto di speranza e un dono di rara bellezza. Uno dei gesti più belli e commoventi che ancora contano e che mi parlano. Regalare del sonno a qualcuno è come dargli del sangue, del latte caldo, della vita.
Il viso di chi è molto stanco è innamorante e anche stregante, come chi ti parla al telefono col mal di gola e non sai ancora chi è e nemmeno se è ancora vivo. 
Le persone del mattino prestissimo sono orfane del loro tempo scaduto, rapinate dal loro non poter restare e intrattenersi ancora: sia la sera prima per poi coricarsi presto, che poi il mattino dopo, un bacio, una carezza sempre in meno degli altri. E incamminarsi nel buio, come ladri d'auto e il caffè caldo nei guantoni di un netturbino che ha avuto giusto ieri una bambina di nome Aurora.
Tu dormi troppo poco, così mio padre, quando mi toccava il viso e io mi rinchiudevo gli occhi in una sua mano: dormo poco poco, perchè...non lo so più il perché. Non c'è mai un vero perché.
Starò diventando anche io come uno dei tanti stanchi, prigioniero di quella stanchezza misteriosa e ringhiosa, lontana. E quanto sonno si potrà svelare tra le mie parole, quanto torpore e abbandono a questa redine che sega i palmi e viene tirata da cento spettri di cavalli?
Ancora cinque minuti, per favore, che cosa posso scrivere ancora prima di stancarmi a scrivere questo strano incantamento che mi costringe a restare e a completare la mia ronda con i cani sciolti che mi puntano gli stinchi e i calcagni e mi trattengono ancora. Ancora un minuto, un minuto, un minuto e l' infinito di uno stancarmi e addormentarmi per sognare forse di non scrivere mai più. Di ritornare libero come non sono mai stato senza più la necessità di un parlato, di uno scritto, di un ricordato.
Poi quando alla fine spengo, un po' ho sempre perso qualcosa. Qualcosa che non conosco ma che potrà essermi sfuggito, da sveglio,  da dover dire ancora. Prima di dormire.

mercoledì 23 gennaio 2013

I visi che si vedono non si vedono: Fanny nostalgie

Quando scrivo di un viso lo vedo mentre lo scrivo: ho detto scrivo e non descrivo. Non si deve necessariamente descrivere qualcosa nei suoi dettagli per far sì che sia vista. Vedere qualcosa quando scrivo mi consente di creare che quello che sento e che dico non sia limitato a una sola rielaborazione formale, fisica e quindi contenuta in un solo contorno al tratteggio di un profilo, ma diventi un altro visto che forse non so, e che arriverà a toccare il rapporto con un'immagine intensa e intima di un altro, spesso dalla sola luce che avrà nella stanza, dalla sua ombra e non dalla sua forma, dal suo passo nel buio o da un suo fischio notturno. Un personaggio mi arriva e si forma come un suono che arriva da una casa, da una strada deserta, da un senso di estraneità alla mia vita, dall'odore del mare improvviso e del fuoco in una passeggiata quando fa buio. 
Come è accaduto col personaggio di Fanny nostalgie, una short story di tantissimo tempo fa.
Arrivare a descrivere gli occhi da quello che dici e da come lo dici senza bisogno che tu mi guardi.
Leggere senza immagini è come un ascoltare senza suoni. Il mio visto arriverà a un altro visto per strade che saranno lontane dal tuo naso e mi diranno se sei bruttina o solo raffreddata senza disegnarti ma facendo sì che mentre un po' ti scrivo ti vivo come una cosa delicata e già finita prima di cominciare: se un solo personaggio che ho descritto senza farlo non avesse abitato in profondità la mia vita e il mio cuore e la paura della sua morte come se fosse la mia, allora non avrebbe avuto viso nemmeno descrivendolo nei più minimi dettagli. E allora non esisterei più come non esisterebbe lui. Le persone che ho inventato o che cerco di descrivere e far vedere sono vive del mio amore nell'esser sole, impossibili e lontane, eppure bisognose solo di me e del mio dentro di me. Non c'è un solo mio personaggio che non mi abbia chiesto di potermi amare, anche solo per un rigo o una frase della loro vita visibile del loro invisibile. Se fossi almeno per loro uno scrittore, allora sarò il loro tempo e la loro mattina presto, un pomeriggio lungo di pioggia, un tavolo e una lampada di sera, la loro prima e ultima buonanotte e la loro passeggiata sul tardi fatta per prender sonno quando si pernotta fuori casa. Basta appena una mano che copra una spalla sistemando meglio uno scialle, una coperta o un golfino, e quel viso mi ritornerà vicino. Del suo grande e insondabile lontano di nostalgia.
Come una mano nel buio, che non mi va più via:

martedì 22 gennaio 2013

Il cinema di Zulawski: "La femme publique"

lunedì 21 gennaio 2013

Avere da dire o sentire di dire

Quanto ho da dire. Non credo che possa quantificarsi. Dire quanto pare che voglia pesare la polvere e il fumo di un dire che potrebbe essere fatto di sola nebbia. Il tragitto di un dire è sempre incerto e misterioso. Non potrò quantificare il mistero e aggiungere l'ausiliare avere. Io non ho da dire. Io posso solo sentire di dire, ma sentire il mio dire non vuol dire averlo, possederlo e quindi essere in diritto di trasmetterlo con la stessa intensità di un possesso chiaro e definito: con una sua forma, un valore, una linea, un colore, un peso.
Sentire di dire è un salto in un vuoto. Il mio dire non ha ossa o carne. Non ha piume, fasce di legno o supporti metallici. Ma ha la nebbia di quello che sono adesso e che forse è già passata, già non sono più vero, per cui non sto parlando o scrivendo di una stessa cosa. Non sto scrivendo di una cosa ma di una possibilità nebbiosa di qualcosa che possa assomigliare a una chiave. 
Adesso sento di scrivere un post che fino a cinque minuti fa non era nei miei pensieri. Non mi appartiene. Questo che adesso state leggendo non è una cosa mia, non credo di poter attestare una paternità di un processo così effimero, impalpabile. Se qualcuno me lo rubasse, non potrei ancora difenderne il dettaglio che mi esprime e che attesta la mia paternità, dal momento che non sono ancora dentro questa nebbia, non sono ancora nebbia per essere dentro questo scritto nebbioso. Ci sono ancora, ho ancora un controllo superficiale di un linguaggio troppo comune, economico e funzionale che non è ancora scrittura. La scrittura è altrove.
Guardate adesso come si appanna tutto, questa è nebbia, le parole senza una direzione sono nebbia. In questo momento ecco il mio dire di nebbia o anche di sabbia o di scabbia. Conosco un certo linguaggio, quello che uso per sopravvivere, per comunicare, per acquistare il pane, per salutare le persone che mi conoscono usando la voce. Ora uso le dita che diventano voce e credo di stare scrivendo. Invece è un sogno: in questo stadio di trasferimento di pensieri in parole scritte, io sto sognando di scrivere da scrittore, ma in fondo non credo che stia facendo altro che seminare mangime minuscolo per piccioni. 
In questo istante è ancora nebbia. Una nebbia notturna che nasce da un nebbioso sentire di voler dire, che è ancora distante dal sentir dire o dal ritenere il suo dire un suo avere. Il mio dire come la mia donna, la mia mamma, la mia macchina. 
Quanto sarà vero il mio sentire di dire o di voler dire? Quanto affidabile la scelta di chiedere che a questo dire si contrapponga un voler sentire, un ascoltare il mio sentire di dire? Ancora nebbia.
La scrittura parte dalla nebbia. La scrittura, anche in questo momento, è fatta dalla nebbia di chi non sa dove andrà qualcosa che appena sente di dire, o forse sono le dita che sentono di battere e alle quali mi affido. Se avessi al posto della tastiera di caratteri, delle note musicali, il corrispondere di ogni lettera che ho scritto fino ad ora darebbe vita a un osceno disastro sonoro, senza alcun senso armonico e circuito tonale di riferimento. In questo momento sto rischiando più o meno la stessa cosa. La convinzione di avere o meglio di sentire di dire qualcosa di importante, porterà purtroppo a risultati molto simili a quelli del pianoforte immaginario, anche con un semplice post. Il tipo di atteggiamento quando si comincia a scrivere dovrebbe essere quello di chi non sa scrivere. Lo scrivere per farmi (e)leggere da scrittore vorrebbe dire il comunicare qualcosa in un mio linguaggio, non nel linguaggio comune che ho imparato a casa e a scuola per sopravvivere e che mi ha portato fino a questo post. Quello non è un mio linguaggio. Un proprio linguaggio non è nemmeno un possesso ma un processo sensibile complesso nei confronti della parola, del suo suono, del suo segno, del suo altro: noto e ignoto, a volte l'assedio di una maledizione.
Che cosa voglio dire? Che non sarà solo l'istante di trasmissione della mia sensazione di parlare e di scrivere, che si ostina a mettermi al centro, ma sarà la centralità di quello che avviene senza la mia interfenza, senza la mia volontà e la mia ostinazione capricciosa di voler dire, a diventare raccontabile da scrittore e non da chi dice una diceria o scimmiotta un tipo di scrittura forzata. E tutto questo è davvero molto difficile da ottenere. È difficile ottenere che tutto quello che ciascuno sente di dire, in qualsiasi circostanza venga avvertito e poi scritto, risulti un'"istigazione" per un lettore. Il processo tra il sentire di dire e il sentire di ascoltare quel particolare mio dire, passerà per mille e una notte di strade, ricerche, imprevisti, inseguimenti, ripensamenti, quasi tutti poco controllabili e gestibili con una visione troppo rigida e troppo legata alla sola parola. Ma tra queste mille e una notti, si nasconderà pur qualcosa. Quel qualcosa che potrebbe assomigliare a una chiave luminosa in questo nebbiaio. Anche piccola, per qualcuno che la scorga.
Forse anche per un solo qualcuno ne sarà valsa la pena. In qualcuno che avverta in un momento a caso, del tutto imprevedibile, appena un filo di nostalgia: della nostalgia di quello che sentivo di dire anche se poi non l'ho detto.

domenica 20 gennaio 2013

Il chiodo nella lampadina: estratto monologo 78


Comincio a parlarti. Siamo soli al mondo: come non sono mai stato da solo al mondo, nemmeno nei recessi più profondi della mia solitudine. Questa cosa l'avverto molto più forte accanto a te, e non credo mi sia mai successa senza di te. Sono certo che non mi sia mai successa. Intendo così pura e così nobile come con te. Quella che mi irradiava la tua figura, con i gomiti lontani e un palmo coricato e pregiato sull'altro, era una grana lagunare di solitudine molto pura, mai accaduta. Aveva una sua eleganza, la tua solitaria e strana eleganza di quell'istante gremito di tristesse, adesso così lontano e così vicino, mentre ne scrivo a una certa incalzante distanza. Ma questo non te lo dico. Passo avanti, guardo fuori. La pioggia ti imbroncia; il movimento dei tuoi capelli mi porta un buon odore aeroportuale. Che mi fa più solo. Non immagino come possa sentirti tu, intendo quanto sola alla mia presenza e alla mia assenza, quando mi comunichi quel certo odore o profumo aeroportuale dai capelli, forse dal torcicollo, che mi rimette in viaggio e non si smuove. Il tuo odore è la mia carrozza reale, che mi trasporta in un luogo lontano lontano da te, ma solo attraverso di te. La mia diligenza.

sabato 19 gennaio 2013

Improvviso: che cosa ci sarà nelle mie parole? (bozza)

Che cosa ci sarà nelle mie parole?
Qualcuno che me le dice e che me ne tace?
Una lunga giornata rossa di pioggia?
La farmacista con gli occhiali senza voce?
Una chitarra con l'amplificatore?
Una cruccetta e un  videoregistratore?
Uno spavento mortale un' emozione?
La sigaretta di una cameriera a ore?
La mano azzurra del borseggiatore?
La corsa fitta di un innamorato 
di uno stupratore di un ispettore
di polizia di un evaso di un impiegato?
Un campanile, un campo di calcio, un trattore?
Il fumo nero e più nero di un radiatore?
Una vampata di tristezza e di calore?
Un tetto rosso con la neve su Lione?
Un tramonto da una casa circondariale?
Una ragazza che mi ha chiesto di uscire
e che muore all'improvviso a fine Aprile?
Qualcuno che mi tradisce, mi ammansisce,
mi suggerisce mi istruisce o impietosisce?
Tutto questo buio nelle mie parole
diventava il castigo di quel disagio
che mi formava e mi firmava adagio
portandomi sempre più a ripensare
di non poter mai ottenere mie parole 
senza una minima possibilità di dolore:
anche solo di un filino, uno spaghetto
bene al dente di dolore che mi farà
capire dove batte l'altro mio cuore
facendolo più caldo nel suo vento.
Ecco quello che poi forse ci sarà:

Quanto ancora non conosco?

Stamattina, dando una scorsa agli scaffali di una libreria, mi accorgevo di quantosia facile rimanere indietro ed essere sempre all'oscuro di qualche titolo, di qualche autore, semmai anche di qualcosa di indispensabile e di essenziale, che al mio occhio in quel momento potrebbe ahimé non dire niente.
Può succedere, certo, almeno a me è successo. Sarà forse anche qualcosa di essenziale a potermi non dire niente, non so se esista una classifica o una scala Richter delle cose essenziali da sapere, ma è certo che qualcuna di sicuro me ne sarà sfuggita. Ma anche molte di più, perché no!
Non c'è speranza, mi sono detto. Quanto ancora non conosco. Credo che tutto quello che fino ad ora mi è sfuggito sarà molto più numeroso di quello che più o meno ho assimilato, che in qualche modo ho captato. Non credo nemmeno che tutto quello che abbia appreso e conosciuto sia necessariamente fondamentale e non credo nemmeno che il resto mi sarà sfuggito solo perché in quel momento lo ritenevo superfluo, naturalmente. Quello che mi è sfuggito mi è sfuggito. Potrà essere stata una mia mancanza o inadempienza e disattenzione; quante sviste si prendono, di continuo: l'hai visto quello, chi ti ricorda? Quello chi? Sveglia, non è uguale a mister X? Mister X chi? Come, non conosci Mister X? giusto per fare un esempio. Il mondo letterario, musicale, artistico è sempre più veloce, controllare e sapere tutto mi pare un tantino ambizioso. Credo sia impossibile.
Più di una volta ho riflettuto su questa difficoltà a controllare a sapere e a saper dire, di ogni angolino di scaffale, anche di un solo scaffale di libreria, tutto quello che ci sarebbe da sapere e da saper dire su ogni titolo, su ogni testo, su ogni traduzione, su ogni autore, a volte su ogni pagina ed edizione diversa con anni di prime pubblicazioni e relative ristampe. Quando sono da solo in libreria immagino sempre che vi sia qualcuno che si avvicini e che mi dica: mi scusi, potrebbe dirmi qualcosa su questo autore, per esempio, e io potrei essere davvero a digiuno e scandalizzare la persona per non avere la più pallida idea. Così come sono rimasto scandalizzato a mia volta, quando qualcuno ha dimostrato di non avere la più pallida idea di qualcosa che invece conoscevo bene e che ritenevo in quel momento molto importante ed essenziale da sapere per il solo fatto di tenerla in pugno.
Intanto: perché misurare il mondo sulle cose che si sanno, come se fossero le sole importanti solo perché le sappiamo noi? Inutile fingere, ma in diversi casi è così. Ci si affeziona a qualcosa che si conosce, che si è affinata nel tempo, si è assimilata, e la si erge ad archetipo non tanto per il valore della cosa in sé o per un suo reale quoziente di assoluto, ma solo in vista del nostro bagaglio, del fatto che ne abbiamo una colorita e radiosa idea che ci perfeziona e che spesso ci erge a giudici aspri e sentenziosi verso chi in quel momento quella certa cosa non la sa e non la possiede quanto noi. 
(E questo significa avere una cultura?) E perché, allora, avvilirsi quando qualcosa non la si conosce per bene come si dovrebbe o non la si conosce affatto? Chi stabilisce il livello e la gradazione "alcolica" consentita di quel che si dovrebbe assolutamente sapere o di quello che potrebbe essere trascurato e che cosa invece andrebbe assolutamente assimilato in una formazione individuale? Criteri ve ne saranno, ma saranno su misura per la mia vita, per la mia persona, per quello che la mia persona sente, ascolta, vede e odora in questo preciso istante?
Non sempre sarà una colpa o un delitto non essere al corrente di cose ritenute anche molto importanti. Le cose davvero molto importanti sono davvero molte nella vita, molte di più di quanto si possa immaginare, non sarebbe possibile controllare e dominare nei dettagli la loro importanza, o peggio ancora farsi importanti e luccicanti per luce riflessa della loro importanza che si conosce o si possiede come se fosse una donna molto ambita. Ci sarà sempre qualche brutta figura dietro l'angolo che mi aspetta, ne sono certo. Il fatto di non farle così spesso non vuol dire che non sia a rischio. E anche il fatto di sapere ogni tanto appena qualcosa in più di qualcun altro non deve farmi inorgoglire così come non deve farmi inabissare nella frustrazione quando mi accorgo della mia possibile ignoranza crassa o di analfabetismo di ritorno – credo addirittura, se non ricordo male, di essere incappato per un rigo un po' azzardato di un mio racconto, in qualcuno che mi consigliava di ripassare le regole sintattiche, ma ci sta, certo, quando ci si espone si deve accettare che a qualcuno puoi dare l'impressione di non essere e di non sapere come tu credevi di essere e quanto credevi di sapere. 
Il punto su cui batto e con cui concludo è invece un altro: il mio sapere nasce da una circostanza affettuosa, essenzialmente da una sensazione personale e inscrutabile di agio, di urgenza e di affetto verso qualcosa che mi attirerà e che amerò per svariate ragioni ancora oggi insondabili, che potranno essere spirituali, emozionali, molto oscure e profonde e così poco legate al perfezionamento di un certo bagaglio tecnico da sfoggiare, e da tenere sempre bene in ordine e bene in vista nelle serate importanti. Così come non esibisco e non metto in lista le persone e tutti gli amici che amo, così come tutti i passaggi importanti e delicati della mia vita, anche quello che ho imparato, così come quello che non ho imparato e che ho perduto, in qualche modo rimarrà un affetto dolcemente e misteriosamente privato. 
Notte. 

venerdì 18 gennaio 2013

Anacronismi

Ho appena finito di leggerli e sono rimasto inghiottito dalla loro forza espressiva, intensità e sobrietà, fattori difficilissimi da tenere insieme e ben saldi e in armonia, senza che l'eccesso dell'uno oscuri l'altro.
Sono alcuni scritti di rosaturca, di periodi diversi, accompagnati da alcune foto altrettanto belle e ispirate.
Diversi appunti e spunti sulla scrittura ma soprattutto sulla vita e sul suo dire, che credo meritino un'attenzione adeguata.
Eccoli: Anacronismi

Michael Haneke interview about "Funny Games"





giovedì 17 gennaio 2013

La qualité n'est pas tout

"La qualitè n'est pas tout. La popularité est tuot aussi importante que la qualité. Dans la course de fond à la posterité, l'ecrivain qui plaît au plus grand nombre – a condition qu'il ait un peu de qualité et ne soit pas seulement un cheval de retour – est certain de tenir tout le coup devant un auteur de type plus altier et plus pur",

Henry Miller Sexus 1968

mercoledì 16 gennaio 2013

Problematiche grammaticali: complemento predicativo del soggetto

Lo scrivere quando fluisce spesso utilizza senza sapere. Come a volte chi suona può emozionare senza sapere leggere la musica ma semplicemente cercando con l'orecchio quello che sente di dire. A volte l'orecchio è buio, il suonare a orecchio è anche indice di talento innato, anche senza studio esistono personcine che stendono anche un ottimo studente di conservatorio, non c'è che dire, in tutti i settori ci vogliono troppe cose insieme per trovare pace, una pace che per chi si esprime forse non arriverà mai o è negata dalla stessa pulsione espressiva.
Torniamo a noi, quanto meno al titolo.
Le regole del gioco se esistono non è un male masticarle, così come imparare a leggere la musica non danneggerà di certo l'orecchio di chi suona senza carta, ma può dargli nuove mappe, la forma visibile di un linguaggio, la grafologia della follia di ogni espressione sonora e assolutamente impermanente, che nella sua codifica pare trovare un attimo di stasi, la possibilità di fermare con uno scatto l'uccello sul ramo, prima che una presenza umana lo faccia svanire.
Che cos'è il complemento predicativo del soggetto? Come funziona questo dannato artificio nella sua costruzione più classica?
Molto semplice, secondo me.
Una questione di protesi, ecco perché:
esistono verbi che da soli non ce la fanno a ottenere una definizione di un senso compiuto. Non per qualche motivo particolare, ma perché è la loro natura. Se adesso scrivo: io divento, secondo voi ho completato il senso allo stesso modo che se scrivo: io passeggio, credo di no. Così anche se scrivo: io sembro, io ritengo, insomma si avverte la mancanza di qualcosa che completi lo sforzo del verbo. Quello che aggiungerò a quei verbi per cercare una definizione di senso, sarà un predicato, che nel nostro caso potrà essere sia un aggettivo che un nome. Partendo dal primo esempio potrò aggiungere a divento bravo, in cui quel bravo diventa predicato nominale e il verbo diventare prende la funzione della copula. Così anche nel caso del verbo sembrare: io sembro cretino, anche in questo caso cretino sarà predicato della copula sembrare.
Questi verbi con funzione copulativa sono quasi sempre usati al passivo e reggono quindi il complemento predicativo del soggetto, che sarebbe quel pezzo che mancava alla loro definizione sensata.
Tra questi avremo i verbi elettivi, o anche gli appellativi e gli effettivi.
Per quanto riguarda il complemento predicativo dell'oggetto (del complemento oggetto). questo avverrà quando questi verbi così simpatici e spesso celebrativi (è una battuta che riguarda alcuni scrittori, naturalmente) saranno impiegati in una forma attiva: quella donna lo ha reso geloso, per esempio, dove il pronome lo sarà il complemento oggetto e geloso il complemento predicativo.
Credo che dovrebbe funzionare più o meno così.
Nulla di terrificante.

martedì 15 gennaio 2013

Revisione letteraria e montaggio cinematografico

Esiste un nucleo poetico, in qualsiasi opera di finzione o di relativa e metafinzione, che nel corso dello sviluppo di un linguaggio, può risentire di particolari condizionamenti, piccoli scossoni e anche tradimenti, dove la stessa evoluzione del processo può di colpo invertire alcune determinate priorità,  inserendo quel nucleo in una luce nuova e diversa, spesso affiaccandogli altri nuclei di una nuova poetica parallela, prima inesistenti.
È il prezzo di chi si muove nelle ombre del proprio linguaggio, senza il vincolo assoluto di un solo copione, ma affidandosi invece alle forze e ai misterosi magnetismi della materia che plasma altra materia mentre si muove, che prende forma e insieme si sforma nel suo stesso illogico mutamento e condizionamento. Del rapporto dalla stasi all'azione che muove altro materiale.
Diversi registi di ottimo livello, affidano l'operazione del montaggio della loro pellicola a particolari sensibilità; a montatori con i quali possono intrecciare un certo rapporto e colloquio che consentirà al nucleo originario della poetica di un'opera, di ritornare alle sue origini ma con l'aricchimento delle nuove possibilità, di altri nuovi nuclei e bellezze nascosti come fantasmi di bambini attraverso i fotogrammi, tra i loro tempi di attacco e di buio. Avverrà quindi, nel lavoro creativo con il montatore, una riscoperta di un tessuto nel tessuto, di un'altra dimensione nucleica, che aprirà la scena a molteplici varianti e a soluzioni inattese e completamente nuove. Spesso si può spezzare un piano sequenza con interazioni e intuizioni, per la sola evocazione di un particolare, che semmai durante le riprese non era stato nemmeno pianificato e calcolato, ma che in fase di montaggio ha rivelato l'impronta chiara della sua preziosa possibilità.
Questo approccio al montaggio, personalmente, in diverse circostanze della mia esperienza di ricerca con i miei scritti, lo vedo molto simile agli interventi nuovi e imprevisti che interessano il meccanismo di una buona revisione su di un testo scritto.
La revisione di un testo, anche molto lungo, ma anche di un racconto, in questo caso non conta, apre alla possibilità di scorporare dell'altro dal nucleo dell'origine, di cose che nemmeno il nucleo conosce e che possono determinare una maggiore forza e intensità lungo il cammino.
A differenza del lavoro cinematografico, che è uno degli esempi più magnifici di cooperazione di più abilità, (un artigianato fatto di scambi sinergici, di collaborazioni e ispirazioni in molti casi dettati, sia durante la fase delle riprese che da quella più avanzata del montaggio, dalla ricerca di quell'elemento di magia che solo l'immersione in un certo presente può rivelare), lo scrittore che revisiona è solo. Lo scrittore è da solo scrittore, è da solo regista e direttore della fotografia, è da solo costumista e anche quindi montatore e musicista. Una storia scritta deve portare a una certa coerenza e ricchezza di strati, e quando in fase di revisione si cuce, si scuce, si taglia e molte volte si scorpora l'invisibile, quello che durante la fase di ripresa o anche di getto di un certo flusso, non era venuto fuori, si rovista nel regno di una possibilità altra che in certi casi potrebbe diventare più centrale di quel nucleo primo di poetica dal quale si muoveva e si rianimava il tutto.
Le immagini del testo, in una buona revisione, rileveranno i loro piani sequenza, le scene più o meno frastagliate, l'alternanza o la preponderanza di primissimi piani, quindi di introspezioni o a soli, contro quella di campi lunghi, di piani americani, di movimenti bruschi di macchina; tutto il brusio del non visto che uno scrittore, da buon montatore, dovrà riordinare ma perché no, anche disordinare e ricomporre per riportare la poetica del nucleo originario e pensato dell'opera, alla sua nuova intensità dell'istante possibile e non previsto.
Io la vedo così.

lunedì 14 gennaio 2013

Funny Games: maggiore tensione nell' originale o nel remake?




domenica 13 gennaio 2013

Nessuno al mondo

Scrivere per nessuno al mondo.
Il disagio di quest'epoca, almeno quello che avverto, è dato dalla possibilità di avere disponibili strumenti aperti a lanciare in qualsiasi momento del giorno o della notte una propria idea, parola, frase, aforisma, intuizione, che, per il solo fatto di essere sorta nella propria mente con una certa facilità e irruenza, sarà considerata indispensabile anche per gli altri. Quindi comunicabile, al più presto, possibilmente. Prima di domani.
Questo post, per esempio, rimarrebbe  un veicolo sempre pronto e performante a cui affidare l'impulso, la pulsione di dire, senza attendere l'eventuale processo di un'incubazione, di una maturazione della mia idea.
L'arma è a doppio taglio. Se ho la possibilità di comunicare direttamente a una certa dimensione di lettori, anche occasionali, comincio anche a rendermi conto di quello che accade negli altri con queste mie idee, parole, frasi, aforismi, intuizioni, divagazioni. Valutare l'effetto, l'interesse e le reazioni nell'insieme, tastare il terreno. E fino a questo punto è solo un vantaggio; potersi rendere conto delle cose che funzionano e che arrivano in un certo modo, di quelle che lasciano perplessi, indifferenti e che non funzionano per niente, rimane una buona opportunità per chi scrive o per chi tenta di farlo.
Il problema nasce quando questa pulsione del comunicare e del voler subito ottenere un certo riscontro, abbracci e condizioni tutto l'approccio alla parola scritta, da quando questa è pensata, elaborata, violata, trasferita da sola immagine o impulso luminoso, filamento, vibrazione, a quella certa sequenza, che ne richiama un'altra, anche questa pensata elaborata, etc. da immagine, impulso a qualcosa di linguistico e di concreto. 
Questi impulsi, secondo me, non devono essere necessariamente condivisi subito. Chi scrive lo fa per comunicare, certo, ma anche per altro. Anche per organizzare su quella comunicazione, un impianto delicato di solitudine, di confronto, di stagionatura. Esiste anche la possibilità di tacere, di attendere un tempo propizio perché quella parola sia davvero necessaria anche per chi dovrebbe leggerla oltre a chi la scrive, è la differenza è sottile ma c'è. Una differenza tagliente. 
Quanto di quello che io penso, e che è originato dalle mie pulsioni, immagini o vibrazioni, potrà essere davvero necessario per qualcuno, quanto meno quanto è stato necessario per me il rovesciarlo? L'importante è stabilire un confine importante tra la nostra necessità di comunicazione, o anche urgenza, e su quanto invece possa davvero essere necessario leggere quello che sentiamo così bruciante e fondamentale da dire. Molte volte il gioco comincia e finisce con noi. Il giocattolo si illumina nelle nostre mani, lo lucidiamo per benino, ma nel modo più rapido possibile, prima che qualcun altro possa mostrarne un altro, forse più luminoso e attraente del nostro. 
Il sentire necessario il proprio dire, ancora prima di scriverlo, appena si è pensato, è il primo delitto che ci oscura. Il vizio di dover trasferire scritti, racconti, testi, romanzi, al più presto, in qualsiasi luogo li accolga, di farlo prima degli altri, è l'inganno di questa sensazione di indispensabilità del dire a cui si tende, inconsciamente, a far corrispondere un'eguale intensità ricettiva, urgenza dell'ascolto, che è inesistente e non verificabile. Quasi mai.
Più ci brucia l'idea, l'originalità, l'impeto del dire, più ci aspettiamo negli altri la reazione al nostro tuono, e facciamo il possibile perché i tempi tra getto e pubblicazione siano minimi e comunque sempre più ridotti.
Io mi sto accorgendo sempre di più di come sia importante custodire nel buio, per del tempo svariato, scritti ritenuti urgenti e necessari, trattarli come se fossero quelli che abbiamo sentito superflui, vaghi, insignificanti. In effetti la nostra suggestione non potrà mai essere il nostro metro. Il mutamento percettivo potrebbe farci suggestionare di qualsiasi passaggio più o meno funzionale, anche se in apparenza ben fatto, come se destinato a una certa fruizione. 
Io mi sto accorgendo che non tutto quello che si scrive e che si pensa debba essere per forza letto. Una gran parte di quello che si scrive sono esercizi di agilità o tipici atti masturbatori di onnipotenza. Un lettore ha bisogno di una dimensione. Di un mondo altro, dove perdersi. Per creare e costruire una dimensione nella quale un lettore si possa perdere, non basta provare l'urgenza, il desiderio, la necessità di comunicarla, ma è fondamentale incontrare prima noi un senso di perdita. La febbre del comunicare a tutti i costi, di farlo prima degli altri, non implica una reale maturità di quello che si ha da dire, non implica una perdita, ma una logica economica di ritrovamento mirato.
Creare qualcosa di necessario da leggere è davvero qualcosa di molto raro. Il lavoro di un'intera esistenza. La ricerca di una poetica è necessità di affinare un sentimento di solitudine e di ascolto, di un proprio mondo e di quello al quale potrebbe destinarsi un certo messaggio. Non esiste il tempo quando si scrive o si descrive una propria dimensione, non dovrebbe esistere mai fretta di dire, perché in uno stadio di profonda perdita simultanea, tra chi scrive e chi legge, non dovrebbe esistere tempo ma orgasmo. 
Quando non si hanno pressioni, richieste specifiche, o limitazioni esterne di sorta, si dovrebbe lasciare inutilizzabile quanto più materiale è possibile. Dimenticare l'effetto che fa a noi. Un buono, un discreto, o anche un ottimo scritto, non lo sarà mai in base a quanto effetto e quanta emozione ci darà mentre lo scriviamo o quando poi lo rileggiamo. Non è su quello che si diventa necessari. Si diventa necessari come voce, come insieme di esperienze assimilate nell'ombra, desiderate e taciute, soffocate, in attesa che si plachi il fuoco facile dell'infanzia per quello che si scrive, per lasciare il posto al torpore di chi non sa se quello che gli sta accadendo sia vero o sia sognato, che non ha il tempo di immaginarlo trasferito, perché in fondo è già avvenuto, esiste, al di là del suo luogo, della sua collocazione. E potrebbe esistere anche senza comunicarlo. La comunicazione avverrà per circostanze naturali di un processo molto più ampio, meno capriccioso e più fermo, dove a un certo punto il nostro invisibile o superfluo, per incanto, diventerà necessario o indispensabile o emozionante per qualcun altro. O per nessuno al mondo, farà lo stesso.

sabato 12 gennaio 2013

Scrivere e capire. Il senso del dovere

MI ha molto colpito questo piccolo passo, estratto dal romanzo "L'uomo sentimentale" di Javier Marías. Riguarda la misteriosa sequenzialità dello scrittore che procede, prima ancora di assemblare o di controllare un assetto, una direzione, un certo senso di quello che scrive. Di capirlo. Come se esistesse  un filo invisibile che cuce e riordina, oltre la volontà dello stesso scrittore, una certa linea comprensibile, di comprensione di quel testo. Forse.
"...un uomo che scrive può cominciare a capire quel che scrive partendo da una frase casuale che gli fa sapere – non di colpo, ma a poco a poco – perché tutte le precedenti sono state così, perché sono state scritte in quella maniera (che non vede ancora come intenzionale ma ormai neppure come casuale) mentre lui credeva di stare soltanto procedendo a tentoni, soltanto giocando con carta e penna per ingannare il tempo, per un incarico o per il senso del dovere che sentono quelli che non hanno nessun dovere"

Javier Marías

venerdì 11 gennaio 2013

Morte di un'attrice

Di una persona appena morta, nota e pubblica, anche se non direttamente mai conosciuta, frequentata e mai incontrata di persona, rimane sempre nell'aria un certo suono. Il richiamo di un suono intimo, molto profondo, simile a quei sonar che i bambini tanto amano immaginare sentire dai delfini e dalle orche dai fondali marini, una strana voce all'orecchio che ti sussurra. 
Un suono di vita che si accompagna a una notizia di morte. Il suo accento. La sua voce chiara, con una venatura di asprezza materna e di biondo e di azzurrastro dentro, ma certo, esistono voci aspre e bionde azzurrastre, così come esisteranno voci brune, rossicce, bianche, cilestrine o malva. La voce di Mariangela Melato è il suono vitale che mi riecheggia dentro dopo lo squillo della sua fine.
Ogni annuncio di morte lancia in chi lo coglie il bagliore vitale del defunto. Quel certo bagliore che forse in vita, distratto dalla certezza e dall'abitudine di considerare eterni e invisibili i vivi e i visi più noti, non avrei mai colto con tanta luce, tempestosa familiarità o irruenza. Il morto che d'incanto vive, per un istante o anche per una buona manciata di istanti se non per sempre, molto di più che se lo avessi visto o sentito vivo in questo preciso momento. Sarà anche paradossale, ma è quello che ho avvertito questo pomeriggio, alla notizia di questa scomparsa inattesa: la buona luce del suo suono.
La morte di una persona e di un'attrice così viva, (non è un caso che ho accostato i due termini: la persona è già legata etimologicamente all'idea di una maschera) viva della sua bravura, dedizione, immersione, religiosità del gesto teatrale, possenza espressiva, interpretativa, la fa ancora più viva dei vivi. 
L'arte di solito sottrae e concede, nella sofferenza dell'artista, – anche da sano un artista è cosparso di dolore, nelle prove più riuscite vi è sempre il segno magico della fatica, della sottrazione che è dedizione e della dedizione più assoluta che è sottrazione. Il talento è condanna a faticare ma anche a gioire della bellezza di questa fatica. Ogni dono è fatica, espiazione dello stesso. Ogni parola che arrivi da un dono è toccata dallo zucchero nero di una fatica infinita ma gioiosa del suo stesso dolore, una fatica che diventa pace e che insegna come si diventa ancora più vivi e felici, nella memoria, quando a un certo punto si tace.
Ecco che cosa ho sentito:

"Il settimo continente" di Michael Haneke

giovedì 10 gennaio 2013

Mentre un lampo rosa inonda la finestra: l'ermetisimo di Piero Bigongiari

I miei incontri e le mie scoperte più belle, navigano sempre intorno agli stessi elementi fondamentali, come se quello che mi arriva, anche da sponde e da territori lontani, abbia sempre in sé un certo nesso o nucleo di poetica. Così come l'universo ermetico di Piero Bigongiari, poeta meraviglioso, dal verso misterioso e lagunare, quanto espansivo di oppportunità e di sensi e non sensi interconnessi, una zona di senso e significato compiuto, definito o raggiunto, che apre intanto la porta a un nuovo percorso asemantico, con nuovi sentieri più o meno tortuosi, nuove luci e altre probabilità, così come sottolinea e conferma Giancarlo Quiriconi: "La creazione artistica è dunque una processualità continua che inutilmente si vorrebbe bloccare a una significazione definitiva. Ogni senso raggiunto infatti individua un risvolto di non senso e dunque una soglia ulteriore di possibile significazione".
Due poesie di Piero Bigongiari

Vetrata (da La figlia di Babilonia -1942)

O memoria, la terra è il tuo ritorno
negli occhi, le magnolie
in un torno di gridi dai cortili
traboccano, sui lividi ginocchi
spunta l'età più grande come un'alba.
Una febbre rimuove dagli stipiti
la madre dolcemente: là trasporta
simile a luce le vele dal porto:
afosa muore sulle braccia a chi
non scorda. Mentre un lampo rosa inonda
la finestra, l'attesa: una tempesta
di caldo, un bacio che fa vana ressa.
E i cani spenti di una festa delirano
di viola se grappoli di nulla
pendono già a un oriente.

La trovo straordinaria. Carica di un'aria moderna, di luci e di gioventù. Il suono che prende il gusto. Dove mi andrebbe di affondare la lingua e trattenere i sapori: dentro un lampo rosa inonda la finestra, si apre un baratro di possibili celebrazioni dell'attimo in un eterno invisibile e rilevato, spaventoso. Così come la densità di un bacio che fa vana ressa, un momento moltiplicato in istanti di fotogrammi, in dimensioni altre. I cani spenti di una festa, dove sembrano abbandonarsi le ombre e il cupo, dopo l'istante luminoso, la folgorazione che brucia e che bagna l'occhio come una pioggia autunnale.

Un altro esempio, altrettanto intenso:

Non so (da Rogo -1952)

Nell'umido brillare dei tetti,
nel calare del sole tra scogliere
di strade, non so cos' altro aspetti,
s'altro dichiari con parole rade
ai passanti, ai vetri ciechi del tram,
e a un tratto molto so della speranza,
ma non so neppure cosa si perde
nell'ansimo dell'aria, quasi un battito
accelerato di motore,
quasi tacchi più fitti, una catena
che si tende, gli occhi un poco più desti.

Ma lo sguardo è dentro le cose
a cercarvi la buccia tra la polpa,
e non v'è colpa sufficiente per la nostra gioia,
nemmeno la speranza e la solitudine:
tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.

Una pagina dolce di cinema e di suoni che sanno di cinema. Rinforzando gli effetti con allitterazioni tenaci:  sole tra le scogliere di strade, non so / cos' altro aspetti, si tesse un filo infinito, ricamo di immagini e risonanze, senza mai perdere il mordente, il selciato asciutto e luminoso, ma che non rifiuta mai la ginnastica dell'ombra: " ai passanti, ai vetri ciechi del tram", ecco il moto silenzioso delle cose e della vita intuita attraverso le cose "nell'ansimo dell'aria", ancora colpi di coltello gentili, fino alla rivelazione de i tacchi più fitti, una catena / che si tende, ancora una bellissima e raffinata allitterazione, quasi a rafforzare l'idea di una certa poetica ermetica, il suo processo divorante di cui parlavamo prima, di approdi e di continue nuove partenze, da un quasi senso a un nuovo non senso: tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.
Incantevole e credo imperdibile.


mercoledì 9 gennaio 2013

I feel like dying: "La notte"

La notte fonda nelle parole

Leggevo giusto ieri della realtà e della possibilità, all'interno delle scelte di un certo linguaggio, in relazione al fattore asemantico. La parola manifesta il possibile e il suo reale nel suo improbabile. Il reale sarà quindi possibile se improbabile. Non ricordo se questo aspetto possa relegarsi alla sola fascinazione ermetica, anche se sarà sempre la realtà e la possibilità a decidere i confini per una scelta del genere. Dalla fase ermetica luziana, per esempio, il discorso ermetico è sempre fuga o scissione da una certa particolare realtà o densità di un reale fatto di incertezze e di attriti. Oppure, come io lo intendo, dalla certezza della probabilità alla pluridimensionalità dell'improbabile: la notte fonda nelle parole.
Credo che sia questo il centro. Attraverso un certo chiaro dire, anche non dicendo, di un parallelo di oscuro, che ne sarà ombra, penombra, contrafforte, ristoro. La luce del non visto il ripieno e la profondità di quello che emerge.
Quando dico cerco allora una notte nel mio dire, che non abbia albe, schiarite, ma che si nutra e a volte divori le luci del mio chiaro come un sonno. Una notte senza luci non riuscirebbe a vedersi e a dipingersi come notte. Sarebbe uno sfondo senza forma. Senza luna, case o cielo. Sono spesso le luci lontane, i bagliori, i viali costellati da lampioni, le darsene, i fari, i porticcioli, i paesi arroccati con le loro piccole case malinconiche, ma anche il trucco scuro che contorna l'occhio di una donna, a dire che cosa è o sarà mai il buio dal loro sintomo luminoso, anche se appena fioco o solo intuito. E sarà quindi anche la notte a dire che cosa è o sarà mai il giorno, se è quell'altro lato non visto, il suo negativo, o se sarà la luce soltanto un sogno nel buio fitto.
Le parole hanno luci, se organizzate, compitate in filari, alla Bertolucci, filari ordinati da scuola elementare, o anche disorganizzate in derive, piccoli attacchi corsari alla deroga, alla rotta ortodossa, alla forma prestabilita. L'industriosità del non detto, del celato, del colto appena, spesso del negato o inconfessato, è un gioco estremo fatto di luci, effetti di candelabri che vibrano in un percorso, in una struttura, come spina dorsale, tessitura da una tenda bianca.
Chi dice non è sempre nel chiaro del suo linguaggio, così come non è sempre nel suo oscuro chi non dice. Per non dire non basta spegnere o non scrivere affatto o fare buio. Il buio non è solo il non dire. Potevo non scrivere questo post, ma se non fosse mai stato scritto e quindi mai stato pensato e quindi mai esistito, non avrebbe avuto senso di oscuro o di chiaro in un'assenza. Un'assenza assoluta è al di là della luce e del buio, dal momento che non si pone in linea con nessun tipo di asse, nessuna scelta che si ponga in uno dei due estremi. Ma se io scrivo questo post non dicendolo, allora posso parlare del suo buio. 
Scrivendolo o dicendolo, per dire di altro da quello che pare io voglia dire, in questo caso barando, ma anche nella luce. Si bara nella luce, quasi sempre l'inganno nasce nella luce, e nelle ombre si consuma, ma la sua prima idea, il suo impulso, è luminoso. Nel dire di un non detto, invertendo i piani, e quindi cercando di affidare alle parole tutto il possibile esplicabile, classificabile, descrivibile, il commestibile e ingurgitabile, io tolgo luce al linguaggio. Non faccio notte o sera, ma elimino luce che è ben diverso da creare un effetto serale o notturno, ma significa, invece, creare un giorno più anemico e scialbo, che non sia mai sera e mai notte ma neppure mai giorno. Senza alcuna profondità. Nelle parole cercare a tutti i costi di contenere tutta la luce che si crede necessaria per comunicare, per parlare, può rischiare un salto nel nulla, nella certezza di una probabilità accertata, che spesso non è realtà ma non è nemmeno fantasia, ma è il demonio di una sola idea precostituita, di conduzione di una voce afona, che inondi un intero palazzo tra gli echi del suo sconcio. 
Comunicare quello che invece ancora non si sa, che non si possiede del tutto, significa abbracciare una dimensione di ricerca e di smarrimento, di malattia di chi legge. La malattia del linguaggio, il suo pericolo, il suo primo e ultimo sintomo, la sua disgregazione e la sua emozione che disgrega, il fascino di una pervasività che possa rimanere sfondo di un altro ulteriore reale, di un'altra luce. Il cuore di un gesto generoso di scrittura è nel negarsi e nel concedersi, per pochi attimi, lasciando che il lettore si conceda a questa negazione di un senso compiuto, che spesso è l'unico dono più grande, per trovarne uno al proprio interno, pur brancolando nelle stesse ombre dello scrittore e incontrandolo dentro lo stesso gesto di un riconoscimento, di una resa possibile o forse appena improbabile. Come un percorso di ritorno da una gita, da solo o con persone che ami, vedere le tue luci accese, tra tante, e riconoscerti, come forse non credevi. Ecco che cosa significa per me scrivere con la notte fonda nelle parole. 

martedì 8 gennaio 2013

Rabbits I di David Linch

lunedì 7 gennaio 2013

Scrittura e nostalgia

Dalla mia finestra è una giornata bellissima, da non sembrare invernale. Tutta questa luce pare che fermi il tempo ma mi impedisca di poterlo dire e scrivere, di quanto sia grande quello che sento, quel pino marittimo dentro l'azzurro e poi ancora più avanti mi pare che vi sia un albero che ricorda un salice e la villa delle suore, ancora più deserta con questa luce come se fosse notte. Il giorno quanto più è luminoso tanto è vicino alla purezza  e alla perfezione di uno sfondo notturno.
Quando scrivo ho sempre questi stessi elementi vicini, che qualche volta guardo senza accorgermene, li guardo come se nemmeno ci fossero o come se in quello sguardo fossi io l'oggetto e la parte osservata e inanimata e loro i miei scrittori e osservatori. 
E tutto quello che si dice o anche che non si dice, che mai si dirà, rimarrà indefinito nella stessa sensazione di nostalgia, del ritrovarmi vivo nelle mie parole, nel tentativo delle mie parole, per afferrare un presente che sta già finendo mentre lo sfioro. Così quel viso che mi ha appena soffiato del suo sguardo, uno sguardo dentro i capelli, una figura che una volta scritta è già passata. Come questa luce, questa giornata ormai smorzata già tra qualche ora. Dallo stesso punto in cui mi trovo.
Quando scrivo e vivo:

E io sulle scale

Immagino le mie parole e tutto l'assieme del mio linguaggio, della mia idea di linguaggio, scorrere in un ascensore, salire e risalire, in una vecchia cabina in legno, sempre più su. E io sulle scale, a seguire l'ascensore con tutto l'assieme del mio linguaggio, col fiatone. 
Il palazzo è antico e ha molti piani. Ogni tanto tremano le luci nella vecchia cabina vacillante, tutta in legno, dove il mio linguaggio sale: la luce tremola, a volte manca, poi ritorna, ma non sulle scale. Il mio percorso è limpido e luminoso, è dentro l'ascensore che lampeggia un guasto, che rende tutto molto confuso e molto incerto. 
Quando l'illuminazione nella cabina in legno dell'ascensore si fa appena più stabile, solo allora, dopo il contrasto con quegli istanti di buio, riesco a cogliere gli aspetti delle figure che vi sono dentro, di quel certo assieme che sale dentro il vecchio ascensore. Sono figure diverse e mutanti. Alcune donne, vestite in nero, dai lunghi cappelli rossi, inclinati, che coprono i visi o li rendono fitti di ombre negli angoli bassi, donne dalle gambe attraenti e velate di scuro; ma anche uomini con cappelli d'epoca, o ragazzi che fumano di nascosto, un filo di sangue dal naso dopo una rissa. Una coppia di suore francesi, le loro cornette che fanno ombra, lo sguardo scuro. Una camiciaia, una vecchia cieca, una cassiera discinta, un giocatore di hockey, una bambola che cammina da sola sbattendo gli occhi. Le figure si alternano e si trasformano e si fondono l'una nell'altra e intanto si sta salendo sempre più su. I miei occhi non vedono i gradini ma le figure nebbiose nell'ascensore. 
Prima o poi si fermerà, mi dico mentre salgo: anche se all'ultimo piano, avrò modo di fermare qualcuno, di poter prenderlo o parlarci o capire. Sono quasi alla fine, l'ascensore rallenta, la lampadina trema, all'ultimo piano si ferma e si fa buio: l'abitacolo ma anche le scale. Sento un vociare, un odore di fumo, di profumi femminili, qualche sbuffo, poi il silenzio. Sono fermo allo stesso piano, ma non sento più niente. Tutto finito. 
Tornata la luce l'abitacolo è vuoto, il piano disabitato così come quel palazzo. Così non mi rimane che entrare in quell'ascensore vuoto, ma ancora pieno dei profumi femminili delle donne eleganti coi cappelli, del tabacco degli uomini e riscendere da solo, con la lampadina che trema e che sbatte e una serie di figure che si formano come ombre dalle scale, che scendono e mi inseguono, forse le stesse che erano in salita poco prima, mormorando qualcosa, a volte tossendo, qualcuna in silenzio. Vorrei fermare l'ascensore e farle entrare, ma l'ascensore non risponde ai comandi. Ascolto i passi delle figure sulle scale come se venissero dal mio cuore. Una volta a terra è ancora tutto vuoto e silenzioso. Sono ancora fermo e da solo. Nel semibuio di un palazzo disabitato, appena un filo di carillon.

domenica 6 gennaio 2013

Formazione e informazione sentimentale. Lo scegliere nel sentire

Gli incontri con gli scrittori che ho amato molto sono stati sempre devastanti, mossi da grandi scrosci di temporali, stravoglimenti, sbalzi, risacche. Non ho mai pensato di avvicinarmi a loro per imparare a scrivere meglio o con l'illusione che leggere uno scrittore bravo fa diventar bravi. Questo può avvenire e non può avvenire. Non credo si impari a scrivere seguendo le stesse strade degli altri che scrivono, leggendo quello che leggono gli altri e non credo nemmeno che uno scrittore debba occuparsi solo di parole, così come un musicista solo di suoni o un cineasta solo di immagini. Ci vuole altro, che nessuno mai saprà: un mistero, un mistero misterioso, ecco, per completare al meglio una formazione infinita, secondo me, senza confini troppo chiari e definiti(vi).
Nel mio caso tutti gli incontri con scrittori che sono diventati parte indissolubile della mia vita, sono stati vissuti in profonda solitudine, senza nessun riferimento che mi indicasse la loro bravura, la garanzia che quella lettura mi avrebbe dato delle chiavi, delle soluzioni, delle particolari aperture. Niente di tutto questo. Il più delle volte gli incontri non sono stati voluti, sono avvenuti per puro caso. Ed è per puro caso che spesso comincia il meglio, tutto quello che un attimo prima non avresti considerato, tutto l'inesistente, in mancanza del quale la tua vita e la tua scrittura sarebbe andata avanti lo stesso, indisturbata, ma che d'incanto e senza un motivo chiaro, diventa indispensabile: l'indispensabile. 
Tutti gli avvenimenti più o meno casuali che mi hanno avvicinato ad approfondire un certo grandissimo scrittore, non sono mai nati quindi da fattori esterni a me, da schede tecniche dettagliate con punteggi e stelline e classifiche, recensioni, previsioni, annotazioni, riferimenti attendibili: assolutamente no. Ma da un mio sentimento che si smuove e mi dice, dall'interno dell'esistenza di una certa grandezza, di una grandezza che al momento potrei conoscere soltanto io, e nel buio più totale e desertico dei riferimenti disponibili – di solito quando avviene un incontro sono sempre impossibilitato nel fare alcun tipo di verifica: o mi fido o quell'incontro non avverrà mai più, ma parlo di incontri devastanti per la mia vita, senza devastazione di solito non ci si incontra, ci si sfiora e si dimentica.
Dunque, come dicevo, si tratta di ascoltare quel mio particolare sentimento, che caratterizza l'istante di quel richiamo e lasciarsi prendere dall'esplorazione, senza badare ad altro che non sia l'intensità di quell'attimo.
Così ho trovato i miei grandissimi amori letterari, cinematografici e musicali, sono questi i tre perni fondamentali entro cui ruota e si muove la mia formazione: da solo, senza nessun passaggio colto, erudito o nozionistico di consulti, ma abbracciando il calore di quel sentimento misterioso che mi dice che cosa è grande, e che cosa è bello, o forse anche giusto, anche se spesso non ha niente a che vedere con i parametri di grandezza e di bellezza e di giustizia codificati e riconosciuti, ma in quel momento non ho lo spazio per chiedere a qualcuno se sia giusto sentire grande e indispensabile quello scrittore, quella sua atmosfera, quel certo rapimento, ma non si ha tempo di domandare, l'impatto del trascinamento è già avvenuto, è sempre troppo tardi per voltarsi indietro nella nebbia matematica degli altri, quando incontri la grandezza che tu senti, senza che nessuno te l'abbia mai illustrata e confermata. Senza prove o moventi. Solo da sentita e percepita e mai da sentita dire. Questo mi succede anche con le persone che incontro: quando le avverto grandi non ascolto altro. Potranno dirmi qualsiasi cosa di loro, ma non le abbandonerò.
È quello che mi è successo con lo scrittore Javier Marías, uno scrittore grandissimo,  credo tra i più grandi scrittori che abbia mai letto, solo per il fatto di sentirlo tale dentro di me. Senza sapere se fosse stato già tale al momento del mio incontro con la sua scrittura, ma lo sarebbe stato lo stesso e lo sarà ancora lo stesso, qualsiasi cosa potranno dirmi o ridirmi, qualsiasi critica violenta potessero mai rilevargli o rilevare a me nel considerarlo tale. Io vivo e mi muovo, anche nella mia scrittura, sentendo. Non aspettando di chiedere se sia giusto o se sia davvero grande quello che sento e che ho sentito tale, nell'incosapevolezza più assoluta di un giudizio di merito esterno. Io credo all'istante di quel sentimento profondo e fragilissimo, dove muovo la mia vita intera, senza chiedere ma fidandomi di lui, sapendo che lui si fida di me. Semplicemente questo, non altro.
Ecco chi è questo scrittore:

"...perdermi deliberatamente per i quartieri in cui ho imparato a cavarmela, vale a dire con la piantina in mano se è necessario; cogliere l'inimitabile movimento in cui illanguidisce il giorno in ogni punto del globo e l'istante indeciso e variabile in cui le luci si accendono; passeggiare dove i passi non lasciano traccia, sul luminoso asfalto delle mattine o su qualche acciottolato polveroso e vetusto che un solo lampione rischiara al calar della sera; visitare i bar pieni di mormorii indistinguibili, felici nella loro insignificanza e che tutto coprono e spengono; mescolarmi con le persone nelle strade bianche meridionali o nei grigi viali settentrionali all'ora declinante delle passeggiate o del raccoglimento e della breve tregua; vedere come le donne escono acconciate all'imbrunire o forse sul far della notte, vedere come sono in loro attesa le automobili dai mille colori; immaginarmi le serate che le aspettano; perdere tempo. E in ogni città in cui vado mi piacerebbe conoscere gente, conoscere quelle donne, che magari salgono tutte acconciate sulle loro automobili dallo smalto impeccabile per raggiungere l'opera e sentir cantare il Leone di Napoli: per venirmi a vedere".

Javier Marías, estratto da El hombre sentimental 1986

sabato 5 gennaio 2013

Impromptu di Epifania (bozza o scheggia rugginosa)


Se poi tu non esisti,
forse dalle mie ombre celesti
ancora potresti amarmi
come vorresti,
appena di nascosto
e raccontami la siringa
di chi ti avrà mai inventato,
prima del delitto
di saperti di fumo.

Se un genitore morto,
l'insonnia di un nonno
ubriaco e già risorto,
un regolamento imposto
e sconsacrato,
la paura delle streghe,
nel comò dal verandato.

Dentro il tuo tempo
la mia vita smilza
al vago novilunio
della scopa in saggina,
nell'essere il gelo
senza un regalo
a tremarti bambina,
come l' upupa
negli ultimi orti,
nuvolandoti stanca e assorta,
oltre i tuoi pallidi occhiali,
a quell'oro di un' aria distante
gli innamoramenti e la morte.

Certezze

Non posso chiedere certezze a nessuno su quello che faccio. Sulla sua validità, sulla sua efficacia o valore. Perché identificarmi con la validità, l'efficacia o il valore di quello che faccio, come se questi riguardassero unicamente la mia eventuale o remota validità, efficacia o valore?
Sarà davvero così? Ci sarò tutto di un pezzo in quello che tento o che credo di fare, così tutto di un pezzo da far collimare alla perfezione la sua parte buona con la mia? La sua parte cattiva con la mia?
O anche la mia parte buona con la sua cattiva? La mia parte cattiva con la sua buona?
Perché chiedere, implorare, domandare, in questo vuoto abissale che divora il cuore?
La sordità divora il cuore e appanna le voci. Se non mi senti io non posso gridare fino a spezzarmi le corde vocali. Posso al limite rimanere muto. Lasciare stare.
Non ha senso chiedere. Non ci saranno risposte, oggi, ma apparecchi acustici difettosi fuori garanzia, o armi contundenti ben affilate a dirti di semplificare il tutto o, ancora meglio, di tacere.
Ho sentito un bambino piccolo, in un parco dove avevo portato mio nipote, dire a un altro: "Vuoi essere il mio compagno di guerra? Così da grandi torniamo al parco e spariamo insieme sulle persone". 
Parole testuali, raccapriccianti, mentre giocava con il fucile giocattolo e la nonna lo ascoltava e sorrideva e anche la persona a cui era affidato l'altro bambino sorrideva e ascoltava, senza battere ciglio. E ancora un altro bambino, ascoltato con le orecchie di mia madre, che mi ha riferito, giocava a un videogioco e diceva: "Che bello, l'ho ucciso. Sono felice, l'ho ucciso: morto stecchito". Felicità e uccisione in quel momento erano sullo stesso piano linguistico, percettivo, emotivo e i genitori muti, contenti, che il bambino si divertisse di quella sua vittoria, che migliorava riflessi, intelligenza e carattere e per di più lo teneva tranquillo e fuori dai coglioni: splendido, signori, e io apro un blog per parlare di letteratura. Ma certo, ne farei altri quindici così!
Qualche anno fa delle figlie di alcuni amici, ragazzine di circa dodici anni, parlavano tra loro e una diceva all'altra: "Ha detto mamma e anche zia che da grandicella devo cercare un ragazzo pieno di soldi e tenermelo caro. L'amore non esiste. L'importante di questi tempi è trovare uno ricco. Il resto non conta, di questi tempi". Da grandicella, naturalmente, adesso è ancora presto, ma certe cose è bene saperle per tempo, mi sembra giusto, complimenti alla signora madre e alla zia: quanto dolore e inutili delusioni d'amore risparmierete alla vostra bambina, non ancora grandicella, mettendola in guardia contro i fuochi fatui e volubili di sentimenti perniciosi e tenebrosi, ma per carità. Oggi bisogna essere pratici: accapparrarsi il riccone luminoso, contro  le lunghe ombre incerte di una passione, di un innamoramento che toglie sonno, tempo, salute, interessi: che il resto poi arrivi da solo. L'amore non esiste.
Questo è il quadro. Una pozza di vomito arancione, color tramonto, che divora tutto. Tutto regolare. Se spacchi il naso o i denti con una craniata sei nel giusto, efficace, performante. Nessuno batterà ciglio, l'importante è che tu sia felice: lo hai steso. Morto stecchito.
Ritorno indietro: a chi chiedere allora certezze su quello che faccio? A chi diavolo dovrebbe importare? Tra tanti che sono in gioco e si espongono, se pure arrivasse il mio turno sarebbe ormai troppo tardi. I parchi sarebbero ombrati dal sangue dei due bambini compagni di guerra, le storie d'amore ingoiate dai matrimoni di interesse, le felicità associate alla distruzione e al dolore di un altro. Il morto è stecchito per rendere felice qualcuno.
Certe cose non si chiedono. Si deve scrivere senza alcuna speranza di ascolto. Ma proprio per questo farlo con tutto se stessi, come se quando scrivi fosse l'ultimo giorno o momento della tua vita, dove devi mettere tutto. Farlo con il massimo dell'ardore, ma senza alcuna speranza di ascolto. Più non c'è speranza di ascolto, più devi isolarti e continuare, nel dolore di fare bene senza che si saprà mai. Nello scrivere una letttera d'amore che nessuno leggerà mai.
Senza certezza, validità, efficacia o valore da verificare. 
Senza speranza, ma facendolo bene, al meglio. Come se la speranza vi fosse.

Osservazioni su "Il Colonnello Chabert" di Honoré de Balzac

Da una bellissima edizione della collezione paterna, rilegata in un rosso cardinalizio: edizione Treves- Treccani-Tuminelli MCMXXXII, probabile che fosse già stata in possesso di mio nonno Luigi, ad ogni modo sto parlando de"Il Colonnello Chabert" di Onorato Balzac –così è nominato in questa edizione –, (bellissima la filigrana dorata, sul rosso della copertina, con la scritta orizzontale in basso: Nuova Biblioteca Amena). Un romanzo breve.
La traduzione è alquanto antiquata e fascinosa di spunti e zone ancora nebbiose ma suggestive, almeno per un lettore di oggi: si scorgono termini interessanti, costruzioni singolari e remote, che costringono a sforzare l'occhio e a non perdere mai il sogno nel segno: "Ah, signore, rivedere Parigi! un delirio ch'io non..."; "un'ira esasperata che mi nocque..."; "due morti si fossero incrocicchiati l'un l'altro sopra di me"; e poi l'utilizzo della parola albugine, con cui introdurre e sviluppare la magnifica scorsa della figura notturna di Chabert nello studio dell'avvocato Derville: la prima pennellata più pura del personaggio: 
"Gli occhi sembravano coperti da un'albugine trasparente: li avreste detti di madreperla sporca con riflessi bluastri cangianti a luce di candela".

Balzac affonda la linea del primo tratto in un liquido luminoso, come essenza di alchimista. Profondo di lapislazzuli e tenebre, in uno stadio mutevole e fragile, come riflesso dentro un vetro di una finestra che trema nella prima pioggia. Ma sempre nitido, fermo e preciso nel suo mutarsi. A lume di candela.
Andando avanti:

"Il viso pallido, livido, a lama di coltello",

adesso affina il lato più fisico. Dalla luce bluastra alle punte espressive di una lama. Si avverte il riflesso, il freddo al contatto con la pelle, l'espressività nella profondità del tratto osservato, come se minaccioso senza ancora guardarci.
Passiamo a un altro punto:

"Il collo era stretto in una pessima cravatta di seta nera. A incominciare dalla linea bruna di quello straccio, l'ombra nascondeva così bene il resto del corpo, che un uomo di immaginazione avrebbe potuto prendere quella vecchia testa per qualche profilo dovuto al caso, o per un ritratto, senza cornice, di Rembrandt".

Notate come Balzac moduli di continuo i suoi punti di osservazione, le luci e i tessuti dei suoi piani, quasi odorosi di materia pittorica (ho pensato agli assaggi estenuanti dei colori di Delacroix fattisi parole). Bellissima la costrizione del collo attraverso la stretta della pessima cravatta in seta, nera, per giunta. Un accessorio che sembra farsi carne o contrappunto a una densità di volumi e di ombre, che dal piano prettamente fisico, paiono discendere in una linea introspettiva, dove ogni lato di quel corpo è l'annuncio di un pensiero oscuro e profondo che si annuvola e si avvicina.
Ma il punto che mi ha più colpito di questa descrizione minuziosa del Colonello Chabert, è questo che segue, ormai già addentrato in un piano introspettivo di esplorazione, ormai oltre la zona superficiale della figura:

"Ma un osservatore, e specialmente un avvocato, avrebbe trovato in più in quell'uomo pietrificato i segni di un dolore profondo, gli indizi di una miseria che aveva degradato quel viso, come le gocce d'acqua cadute dal cielo logorano a lungo andare un bel marmo".

Incantevole.  Mi sento dentro la stessa commozione di quel pomeriggio lontano a Parigi, quando incontrai quella nonna con quella bambina, che mi avevano chiesto di rimanere un po' vicini al mio tavolo. Balzac mi commuove per questa sua straordinaria chiusa circolare, intima, delicatissima, con un colpo da maestro riconduce il personaggio ai toni liquidi e crepuscolari della prima parte della descrizione, portando l'espressione e l'impressione di un dolore antico, come il logorio dopo una persistenza. L'intuizione di quel  dolore umano, di cui si farà corpo tutto il romanzo, come consumazione di un processo lungo, un percorso di pioggia, di burrasca, di tempesta in un animo umano. Una miseria di cui è pervasa una creatura come il marmo nella pioggia. Un' immagine posata senza nessun effetto o compiacimento. Morbida e silenziosa, quanto indimenticabile, come quella stessa luce di Parigi, di quel mio pomeriggio vicino e lontano.


venerdì 4 gennaio 2013

Fede e fortuna: un monologo di Isabelle Adjani da Zulawski

Può darsi

Un tendenza molto comune è quella di attraversare anche la sola ipotesi di un linguaggio espressivo, con un proprio criterio di sguardo. Uno sguardo giudicante, asettico che entra nel merito di quello che si guarda o che si pensa di guardare, dicendo:
secondo me tu sbagli: questa cosa dovevi metterla qui, o dirla in questo modo. Io lo dico per te, figurati, sei bravino, è solo che in un certo senso pare che tu scrivi solo per te. Tutto qui.
Può darsi, direi. O dico.
Il modo di guardare muta. Sono certo che dietro a ciascuna scelta che facciamo, esistono delle lunghe concatenazioni di eventi, di sensazioni, di intendimenti. Quasi mai si parte da un punto solo, azzerandosi. Non si parte mai con le mani pulite quando si scrive. C'è un sedimento che attraversa ogni anima che si cerchi di far tremare attraverso un certo uso delle parole.
Se adesso, in questo preciso istante, dovessi attaccare una storia, dal nulla, traccia il primo rigo, anche una sola parola, mi direbbe qualcuno, per vedere solo come fai l'inizio, per uno sfizio, mi direbbe qualcun altro, e allora, per esempio:
Il silenzio del parco, di prima sera. C'erano due fidanzati, sempre gli stessi, appena abbracciati e silenziosi; lo stesso tratto appena illuminato dai lampioni. Gli ultimi a intrattenersi, fino all'ultimo suono di campanello "signori, il parco sta chiudendo. Siete pregati di accomodarvi fuori. Signori, l'ultimo campanello...", e quelli che raggiungevano l'ingresso con una certa indolenza, l'ultima sera, così il custode, scuri nel viso, come forse non erano mai stati. E anche lo sguardo, così rabbuiato e diverso, ma silenzioso. Come il silenzio del parco, di prima sera...
dunque questo abbozzo così semplice e appena spedito dalle mie ombre a quelle di chi potrebbe leggerlo, non è cominciato solo adesso, adesso che l'ho scritto. Fino a meno di un minuto fa, non avrei avuto assolutamente idea di quello che avrei mai scritto per rappresentare un certo qualsiasi inizio, solo per gioco o per prova, così come è avvenuto. Non avrei pensato al parco, alla sera, ai fidanzati, al custode, alla loro strana indolenza nel raggiungere l'uscita, all'espressione rabbuiata dell'ultima sera, nulla di tutto questo. Tutti questi fattori erano del tutto estranei e confusi dentro un vuoto informe, questo prima di raggiungere il punto di pagina dove illustrare l'esempio e dove incominciare l'accadimento. L'accadimento accadeva quasi alle mie spalle, come se io fossi il lettore e lo vedessi formarsi dal suo nulla, senza sapere dove andava e da dove diavolo veniva. Lo leggevo come ciascuno di voi lo ha letto, da spettatore e non da scrittore. Questo per dire che cosa: che non si parte mai da zero e quasi mai si pensa quella certa origine formale e formata di un linguaggio prescelto, dico confezionata, non solo da persone, da situazioni, da ambienti, da luci, da riflessi, ma soprattutto dallo strano collante o filo invisibile che li assembla e li muove, nel tempo e nello spazio di quel dato contesto. In questo caso, anche in pochi righi, il mio linguaggio era all'origine della sua origine, così come è uscito, come parte del mio occhio inconscio, oltre e prima dei miei pensieri, del mio ieri. Di quello che ricordavo senza sapere di ricordare prima di scriverlo. Di quello che sentivo di dire senza sapere di sentirlo, fino a un attimo prima di scriverlo. Il mio linguaggio, il mio modo di scrivere o di costruire scrittura, nasce dall'ipotesi di un momento impreciso e fugace, da fermare e da fissare a volo, prima che sfumi e mi venga meno; da un accenno rapidissimo che per una frazione diventa pensiero e parola, ma che è originato da qualcosa di preconcettuale, che mi rappresenta, mi sopravvive, mi diventa. Se dovessi scrivere altri tre piccoli incipit di prova, l'uno diverso dall'altro, sono certo che mi troverei di fronte ad altri tre diversi ambienti, contesti, concorrenti alla formazione di una voce nuova dal buio del mio star muto. Il muro dello star muti non è mai uguale per ciascuno. Così il peso della notte, della sera o della luce del giorno sulle proprie parole che scorrono e che si afferrano prima che diventino morte. Ogni inizio, la parola è sottratta alla morte. Ogni scrittore che comincia deve salvare la vita a quello che dice, a parole che non conosce ma per le quali darebbe la vita, le uniche necessarie in quel momento a irrompere nel suo mutismo e a farlo vivo. Solo quelle e non altre. Se quelle morissero,  mi dico senza dirlo, rimarrò muto e morirò con loro.
Ecco perché quello che io scriverò, in qualsiasi modo potrò variarlo, vivificarlo, sezionarlo, ricomporlo, agghindarlo, avrà sempre questa sua eco di indefinito paesaggio originario e misterioso, che mi precede e si concede a me stesso come scrittura altra da leggere, da subire e a volte smarrire, senza riuscire a fermarla tutta, a controllarla dal suo cuore. Quello della sua origine, in qualsiasi modo le trasformi, non si potrà cambiare, ed è solo quello che mi accosta a un lettore. Solo questa sarà la radice che farà sì che qualcuno potrebbe scegliermi e concedermi del suo tempo: il lato sottilissimo e originario, preconcettuale, che spezza il mio star muto dal filo di un primo pensiero alla sua morte prossima, qualcosa che è come un ultimo sguardo. Non si può aggiustare nessuno ultimo sguardo sulle cose e nemmeno è giusto che a uno scrittore venga chiesto riguardo per un suo ultimo sguardo. 
Bisogna ascoltare il movimento di quegli occhi, il silenzio di quel parco. Di sera.
Senza alcun criterio di sguardo altro, o di sguardo migliore, più efficace. Ma solo scrutando cosa ci sia in quella luce di vero, di finto, di possibile. Di inutile e insieme di indimenticabile. Potrebbero accadere anche le due cose insieme. Di solito è quello che mi auspico. Può darsi.