sabato 5 gennaio 2013

Osservazioni su "Il Colonnello Chabert" di Honoré de Balzac

Da una bellissima edizione della collezione paterna, rilegata in un rosso cardinalizio: edizione Treves- Treccani-Tuminelli MCMXXXII, probabile che fosse già stata in possesso di mio nonno Luigi, ad ogni modo sto parlando de"Il Colonnello Chabert" di Onorato Balzac –così è nominato in questa edizione –, (bellissima la filigrana dorata, sul rosso della copertina, con la scritta orizzontale in basso: Nuova Biblioteca Amena). Un romanzo breve.
La traduzione è alquanto antiquata e fascinosa di spunti e zone ancora nebbiose ma suggestive, almeno per un lettore di oggi: si scorgono termini interessanti, costruzioni singolari e remote, che costringono a sforzare l'occhio e a non perdere mai il sogno nel segno: "Ah, signore, rivedere Parigi! un delirio ch'io non..."; "un'ira esasperata che mi nocque..."; "due morti si fossero incrocicchiati l'un l'altro sopra di me"; e poi l'utilizzo della parola albugine, con cui introdurre e sviluppare la magnifica scorsa della figura notturna di Chabert nello studio dell'avvocato Derville: la prima pennellata più pura del personaggio: 
"Gli occhi sembravano coperti da un'albugine trasparente: li avreste detti di madreperla sporca con riflessi bluastri cangianti a luce di candela".

Balzac affonda la linea del primo tratto in un liquido luminoso, come essenza di alchimista. Profondo di lapislazzuli e tenebre, in uno stadio mutevole e fragile, come riflesso dentro un vetro di una finestra che trema nella prima pioggia. Ma sempre nitido, fermo e preciso nel suo mutarsi. A lume di candela.
Andando avanti:

"Il viso pallido, livido, a lama di coltello",

adesso affina il lato più fisico. Dalla luce bluastra alle punte espressive di una lama. Si avverte il riflesso, il freddo al contatto con la pelle, l'espressività nella profondità del tratto osservato, come se minaccioso senza ancora guardarci.
Passiamo a un altro punto:

"Il collo era stretto in una pessima cravatta di seta nera. A incominciare dalla linea bruna di quello straccio, l'ombra nascondeva così bene il resto del corpo, che un uomo di immaginazione avrebbe potuto prendere quella vecchia testa per qualche profilo dovuto al caso, o per un ritratto, senza cornice, di Rembrandt".

Notate come Balzac moduli di continuo i suoi punti di osservazione, le luci e i tessuti dei suoi piani, quasi odorosi di materia pittorica (ho pensato agli assaggi estenuanti dei colori di Delacroix fattisi parole). Bellissima la costrizione del collo attraverso la stretta della pessima cravatta in seta, nera, per giunta. Un accessorio che sembra farsi carne o contrappunto a una densità di volumi e di ombre, che dal piano prettamente fisico, paiono discendere in una linea introspettiva, dove ogni lato di quel corpo è l'annuncio di un pensiero oscuro e profondo che si annuvola e si avvicina.
Ma il punto che mi ha più colpito di questa descrizione minuziosa del Colonello Chabert, è questo che segue, ormai già addentrato in un piano introspettivo di esplorazione, ormai oltre la zona superficiale della figura:

"Ma un osservatore, e specialmente un avvocato, avrebbe trovato in più in quell'uomo pietrificato i segni di un dolore profondo, gli indizi di una miseria che aveva degradato quel viso, come le gocce d'acqua cadute dal cielo logorano a lungo andare un bel marmo".

Incantevole.  Mi sento dentro la stessa commozione di quel pomeriggio lontano a Parigi, quando incontrai quella nonna con quella bambina, che mi avevano chiesto di rimanere un po' vicini al mio tavolo. Balzac mi commuove per questa sua straordinaria chiusa circolare, intima, delicatissima, con un colpo da maestro riconduce il personaggio ai toni liquidi e crepuscolari della prima parte della descrizione, portando l'espressione e l'impressione di un dolore antico, come il logorio dopo una persistenza. L'intuizione di quel  dolore umano, di cui si farà corpo tutto il romanzo, come consumazione di un processo lungo, un percorso di pioggia, di burrasca, di tempesta in un animo umano. Una miseria di cui è pervasa una creatura come il marmo nella pioggia. Un' immagine posata senza nessun effetto o compiacimento. Morbida e silenziosa, quanto indimenticabile, come quella stessa luce di Parigi, di quel mio pomeriggio vicino e lontano.


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