mercoledì 14 novembre 2018

Costrizioni



La vita costringe l'uomo a molte azioni spontanee.


Stanislaw J. Lec







domenica 11 novembre 2018

"La città vuota": la locandina ufficiale



mercoledì 7 novembre 2018

"La città vuota" è su Film 4 life



Ecco l'articolo di Valentina Mordini, del magazine di cinema Film 4 life, sul progetto "La città vuota", in questo momento in fase di post-produzione.
















martedì 6 novembre 2018

"Ricevimento al crepuscolo", sulla rivista letteraria Tuffi.


Da oggi il mio racconto "Ricevimento al crepuscolo", è presente sulla rivista letteraria Tuffi, nella categoria 3Cento.



domenica 4 novembre 2018

"Scorsoi" su Microtales



Il mio racconto breve "Scorsoi", dal 2 novembre è su Microtales.






mercoledì 24 ottobre 2018

"La città vuota" su Klub 99


Il progetto "La città vuota" è presente sul magazine Klub99.








lunedì 22 ottobre 2018

La tessitura del vuoto: anatomia di un progetto


Questa storia si smuove e si incammina nel vuoto. Potremmo dire che il personaggio principale che la rappresenta sia proprio la signoria di questo vuoto, nella sua drammatica sostanzialità. Il senso assoluto di questo vortice, indagine agonizzante del mito e dei suoi simboli arcaici, permane dentro il viaggio come elemento attivo e creaturale, che fin dai primi barlumi di interesse al progetto ha orientato le sue traiettorie dentro un canto vivo e controverso di specie. 
Ogni personaggio ne è profondamente impregnato, così come ogni intercapedine di luogo, di muro e di luminescenza nelle cose e intorno all’aria sparita dalle cose, attraversate solo da quel fendente, come il sibilo spettrale da una feritoia di bara. Ma la costante fondamentale, che attraversa tutte le dinamiche di questo percorso labirintico, è anche quella sospensione di ogni domanda, quindi di ogni sentenza e certezza, per l’impossibilità di fare chiarezza sulle origini occulte del deserto, che continua a spingere Faber verso la follia dell’infinito. 
Il tutto rimane soffocato dentro questa vaghezza, che oscilla tra l’incantamento di una fiaba e la coercizione/contrizione della realtà. Faber è il primo e il principale riflesso di questo sfarzo pervadente di annientamento. Ma il vuoto e l’assenza che raccontiamo, sono feroci anche per tutto quello che li ha preceduti: per tutto quello che si è mosso e ci ha commosso, ancora o appena prima di fermarsi e che noi non vediamo ma che avvertiamo attraverso la maschera tragica e modulante del personaggio: la presenza rassicurante delle voci di chi canta e chi cucina da una finestra aperta, i passi sognanti dei fidanzati sulle scale, lo sbattere di una porta, il latrato di un cane, la campana della mezzanotte in una voluta di fumo azzurro, lo scalpiccio del lattaio sulla ghiaia, i salti dei bambini su di una gamba sola, fino al ronzio pomeridiano degli scooter nel dormiveglia. Nel ricordo costante di quei suoni lontani, regna la maestà incontrastata del dolore per ogni crepa e frangente. Per tutto il suono e il varco di possibilità che è stata fino a ieri la vita, anche piccola, per ogni sua futile miniatura, ma ancora più bruciante di quel silenzio statuario del vuoto assoluto che è oggi quella pagina bianca di morte. 
Il dolore feroce e inconsolabile de “La città vuota”, sarà sempre commisurato alla fauce aperta della vita, contro la frantumazione di quel passato semplice, forse difettoso, ma ancora troppo unico e divorante per essere ceduto alla storia come un elemento disperso, acquisto sbagliato del rottame di un’auto d’epoca. Non affiora ancora un senso compiuto, dentro questo affollarsi di tenebre sulle ultime case della provincia, come sugli autobus, sui giocattoli, sul fascino cupo dei boschi e delle strade di un borgo antico,  che motivi razionalmente l’interruzione brusca della varietà della vita di Faber, come dei suoi contatti, delle relazioni e contraddizioni, affanni e sicurezze di un tempo  fervido e ancora troppo vicino. 
Faber si è sempre basato sull’altro per misurare i confini della sua identità e per cercare a tutti i costi di estenderli, in una sua particolare egemonia ideologica. Senza l’altro che guarda e che ascolta, si potrebbe non essere così certi di esserci, di pensare e ridefinirsi a due voci: la presenza innocente dell’altro e delle cose che ci muovono e che ci respirano accanto, – e che se feriscono non sempre ci passano subito –, a volte sono la prova tangibile dell’essere vivi. Ogni passo di Faber è quindi il coltello di una domanda lacerante, la ricerca aperta di una spiegazione logica, pretesa da quel territorio sepolcrale di tombe, assassini e  penombre, che non ha più voce umana se non la possibilità di alcuni riverberi, che vengono concessi in alcuni tratti del suo cammino, come contraccolpo conteso alla maledizione. 
Faber si incammina dentro questo vuoto, affondandovi con tutto se stesso come dentro un campo di neve fresca. E tutte  le risonanze e le vibrazioni del suo incubo, non lo distolgono dalla furia di sondare ancora, per venirne in qualche modo a capo. Anche gli altri due personaggi del progetto, Laura e Karl, sono incastonati nel cemento di quello stesso impasto. Le loro voci, i loro sguardi, le loro apparizioni, parlano incessantemente di un tempo che è stato perduto; di un territorio nebbioso dove nulla dovrebbe essere più possibile. Non vi è speranza, ma nemmeno disperazione. Nelle espressioni di Laura e di Karl appare un sottofondo ancora più misterioso, che potrebbe suggerire rassegnazione, indifferenza, se non inconsapevolezza, ma che invece muta di continuo, come se nascondesse ancora un altro strato sottile, un’altra interpretazione sovversiva di quel livello disconnesso di realtà che si sgretola di continuo durante il percorso. La perdita del controllo e della lucidità attraversa invece l’odissea di Faber. La sua continua insistenza è anche il demone che si accompagna alla dentatura scandita dal suo buio: la sua non accettazione della sua unica signoria.
La prigionia che delimita Faber e tutto quello che gli accade è frutto di un ingranaggio per lui ancora occulto, la nuova era paleosismica della sua interiorità. Un gioco macchinoso di leve, di tensioni e smottamenti che sono avvenuti dentro e intorno a lui e nello stesso tempo senza o contro di lui, alle sue spalle. Ma dentro il silenzio di  una finestra spenta e poi accesa nella notte nera, dove non c’è più nessuno, non esiste maggiore comprensione di quanto valga e conti ogni singola esistenza. Faber non si arrende. La sua esasperazione rende il suo percorso e i suoi passaggi densi di un amore per la vita in cui non aveva ancora creduto e che solo attraverso la paura più profonda ritorna con violenza ad abitarlo.
Nel moto progressivo di questo cantus firmus e dissonante nel mistero, come in tutti gli addentellati che questo progetto declina, si ritraggono le cose nel loro profondo sentimento di controluce e rarefazione. Gli oggetti e le figure murati, senza funzione, come sottofondo di quello che si è perduto e di cui, misteriosamente, ci si ritrova essenziati, molto di più di ciò che si è già raggiunto. In questa intercapedine nebbiosa di traslucenza, Faber e i suoi compagni di viaggio intessono la formazione di una difficile verità, che spieghi  e in un certo senso consoli, quando si è ormai fuori tempo massimo; e che restituisca chiavi, ricordi o guanti da donna dimenticati, contro il freddo polare di una nuova stazione o di un albergo isolato sul mare.