giovedì 21 agosto 2014

"Promenade fatale" nella selezione ufficiale del festival di Gioiosa

Tutto qui: "Promenade fatale" selezionato al festival del cinema di Gioiosa



sabato 16 agosto 2014

A un venditore di profumi


Al passaggio della cesta di biscotti, quello che spicca è il profumo inconfondibile, che desta dal torpore qualsiasi persona vi si imbatta in quel momento. La scia del profumo precede di poco il richiamo terso della sua voce, con il suo annuncio caldo e amico, che si fa breccia tra la folla indolenzita e assonnata, intorno alle tre. Ogni volta che passa, quel venditore di biscotti si ferma a parlare con me. Una breve sosta, dove mi avvolge e mi sommerge nel profumo della cesta ancora piena e delle sue parole, qualche suo frammento ispirato o breve resoconto – ieri mi ha raccontato di un gruppo di bambini che gliel'hanno riempita d'acqua quella cesta di biscotti. Un giorno o anche più di un giorno: per gioco e nell'indifferenza assoluta degli adulti. È successo.
Nel passaggio successivo la cesta con i biscotti è quasi vuota, ma il profumo è rimasto lo stesso. La stessa fragranza e inconfondibile intensità dell'andata; così il suo annuncio caldo e amico. E sempre ieri, poco prima di andare, parlandomi della sua famiglia,  quel venditore di biscotti mi ha detto che un uomo si riconosce di sera, quando si corica e si rapporta in solitudine con le sue ombre. Solo in quel momento. Un uomo si riconosce di sera, sul tardi, mi diceva il venditore, quando non rovescia le sue ombre addosso agli altri che gli stanno intorno, ma quando invece le patisce da solo, nel buio, poco prima del sonno. Muto e solo al mondo, così.
L'ho visto allontanarsi, con lo stesso vigore radioso, nel pomeriggio. La sua ombra leggera, ancora la stessa scia profumata, sempre più cara e più lontana. Come sempre, poco prima delle quattro. Poi basta.

venerdì 15 agosto 2014

Occhi


Esistono sguardi solcati nei visi da tracce fitte di coltelli sporchi  L'umidità del solco freddo, ancora guizzante di vernice e vetriolo. Un taglio netto e severo, quello di molti occhi, ancora striati del nitore delle viscere del branzino. Altri sguardi più suadenti ma viscosi nello squarcio, come prati impazziti al crepuscolo, che distendono odori nel buio e spesso molta più paura, quando il finestrino della macchina è abbassato e le case abitate sono molto lontane o quando senti piangere forte, a singhiozzi, dall'appartamento oscurato accanto.
Ogni figura ha il suo baricentro espressivo dentro due ferite da taglio. Gli occhi sono il punto più violento e tragico dell'uomo. La sua cena al buio con se stesso. Il suo doppio passo e ultimo duplice salto mortale nel vuoto della vita.
L'automatismo dello sguardo in molti umani non ha cuore, ma solo economia di pulsione. L'arabesco fragile e urticante di una medusa di primo mattino, sospesa nel primo polveroso cimitero di coralli, quando osserva murata la scintilla del primo chiaro. 
L'orgasmo azzurrato di un fondale marino, quando la tua donna si taglia il laccio del costume con un coltello da sub e ti tende di colpo una mano: al buio.

martedì 12 agosto 2014

Nero come la notte


Addentare il bianco intonso di questo post, come la base morbida di una torta o di un plum cake, con il suono dei cartoni animati che sbanda nella stanza. Il sentiero delle mie parole appare sempre più nero: nero come la notte, o come quella vecchia ferrovia disegnata sulla neve. 
Nella stanza dove scrivo c'è il disordine sfacciato della vita e non ho niente da dire di preciso e da destinare, ma scrivo lo stesso. Non sono più quello di ieri e di un attimo fa. Un giorno o un minuto, in un certo processo astruso e forse appena un po' creativo, possono durare anni o anche decenni. Perché la scrittura e la realizzazione di una serie di impulsi, patiti, da trapiantare in un codice semantico, sono fattori extra-temporali, spesso maniacali e avulsi dalle convenzioni tipiche del reale, che non possono essere misurati ma smisurati in un luogo altro, dentro un atrio ventilato, dove bambine sfinite saltano sulla corda prima di un temporale. E io adesso salto sulla corda, verso l'abisso, con questo nesso misterioso di impulsi prensili e di strascichi, che scalciano e allontanano i tuoni e l'ostinarsi cupo delle nuvole, che sboccano e soffocano di rosso l'occaso.
Perché destinare o destinarsi? Se affondo le dita nella forma cava dello spazio bianco, che intanto riduco di questo flusso nero e notturno, come avviene allo strappo di cielo prima del temporale, l'intento è ormai compiuto. Dire, parlare, comunicare, quindi cercare quel minimo di sintonia e di imperdibile intimità, fanno parte dei metodi per toccare con mano la catastrofe assoluta di questo mio momento; di attestare la mia ineluttabile impotenza e invisibilità cocciuta di fronte alle regole, ai costumi, alle cadenze perfette o plagali che sono ormai di moda. Ma anche la meravigliosa libertà di precipitare nel vuoto dell'inesistenza, senza fondo, che spesso ha un buon colore e un clima mediterraneo e fragrante, salubre. E dentro questo enorme impedimento cristallino, nel quale io sguazzo e schizzo il fango intorno, lasciando che l'azzurrastro della tempera si faccia verde di questo letame sano e purissimo, dove ricerco un'identità espressiva comunque e nonostante, ma senza alcuna speranza. Il miglior metodo per procedere è quello di assassinare la speranza di ogni gesto semantico, compiuto o ancora incompiuto. Di farlo con la notte nel cuore. Ripristinare il senso atavico della libertà notturna. Scrivere per le bufale scagliate all'aperto, per le oche e i fagiani, per i grossi topi che Miller intreccia dentro i capelli di una vecchia, all'infinito.
La stanza è ancora in disordine, ma il piccolo progetto di questo post segue una sua piccola litania feerica e ortodossa, quanto feroce e insondabile. Sto seguendo e arrampicandomi su di un filo, quello stesso che avrei utiizzato nella stesura di un breve racconto, nell'incipit di un romanzo o in qualsiasi altro intento sconclusionato ed estroverso, che mi avrebbe soggiogato per lunghe giornate o per pochi istanti, come in un sortilegio. Lo stesso lenzuolo fluente dell'evaso impazzito. Nello spargimento polveroso di un pensiero di scrittura, avverto nello stesso tempo l'impotenza e la frustrazione, quindi il fallimento di cavalcare e di domare il nero della parola, quanto la perfezione e la bellezza di questo momento unico al mondo, perché già finito. 
Continuano i cartoni animati, e dalla strada si avvertono alcune auto passare e allontanarsi. Cosa c'è di più bello e di più intenso da comunicare in questo preciso istante? Come gli occhi aperti e streganti di una bambola da una vetrina, per  il viso delicato di un'orfana. Potrei parlare della luna, che è svanita. Del nodo alla cravatta, che mi insegnò mio padre in un primo pomeriggio di aprile: ricordo ancora la bellezza di quella luce indimenticabile sulla sua gola. O anche di qualcosa di assolutamente tragico o superfluo, tutto questo non cambia. La struttura si regge sull'intensità e sul sortilegio. Non riesco a trovare alcuna destinazione al mondo di qualsiasi processo espressivo, che non sia legato  a questo misterioso moto di intensità e di dedizione al sortilegio, completamente frustranti, antieconomici e fallimentari per la mia vita, ma così consolatori e umani per l'attività illecita e silenziosa dentro la quale mi immergo e mi sento vivo.
Adesso arriva un odore caldo di biscotti. Un costume nero da donna è appena sparito, con un gesto selvatico, dalla sedia vuota che mi sta accanto. Un costume molto audace. Nero come la notte; o come le mie parole.

lunedì 11 agosto 2014

Liberamente ispirato: (a M. e a C.)


Avendo saputo delle due sorelle,
partite in auto per andare al mare
e purtroppo ritornate indietro
per la mancanza di parcheggio,
ho imbronciato al mare 
che avevo davanti
in quel preciso momento,
quando è arrivata la notizia,
vedendo stregare davanti a me
ragazze sgocciolanti dai capelli
che avevano già trovato posto.
Non c'era posto per le due sorelle
e non soltanto per la loro auto,
ma per quell'attimo della loro vita
e per qualche secolo anche della mia.
Anche se era l'auto a non avere posto,
sono le due sorelle che hanno rinunciato
a quel giorno di mare stramontato.
Le persone che avevo davanti
avevano il fracasso delle 
radioline fin dentro i capelli,
con tutte le loro auto al loro posto,
ciascuna il suo rettangolo d'aia,
o piattaforma rara di salvezza.
Sempre le due sorelle, invece,
quando sono ritornate indietro,
erano ragazze ricolme di notte,
con ancora il segno del costume
dal collo triste delle magliette.
Guardando la macchinina
delle due piccole sorelle,
diventate sempre più minuscole,
allontanarsi e poi rallentare
pian pianino nel sole,
vi si avverava una luce insulare 
malinconica e così estesa,
da risplendere di una strana scia
tra tutti i mari spumanti del cosmo,
che ti ricordi e non ti andrà più via.
l.s.



domenica 10 agosto 2014

Chiusura casting "Cameriera d'albergo" attrice età scenica 18-25:


La vincitrice ufficiale del casting di "Cameriera d'albergo" per il ruolo di Miriam (co-protagonista, età scenica indicativa 18-25) è Chiara Poletti.



sabato 2 agosto 2014

Annuncio casting "Cameriera d'albergo":


Per il cortometraggio "Cameriera d'albergo" cerchiamo:
- Una attrice di età 18-25
- Una attrice di età 40-45


Le attrici interessate possono inviare foto e curriculum a questo indirizzo: info@noctefilm.com per una preselezione.
Qui la descrizione del progetto: http://www.noctefilm.com/progetti.asp

Il progetto è low budget, è previsto un rimborso spese.