sabato 3 febbraio 2018

Se non per sempre


 Come quella corda chiamata cantino, 
che avevi rotto per sbaglio.

Da una revisione, su cui stavo lavorando stamattina presto, mi ritorna la forza della seconda persona. Il grado particolare di intimità che preserva da troppo controllo, troppe informazioni e diramazioni linguistiche, ma che a un certo punto ti concede quel giusto, che si mantenga tra il riserbo, quel filo di confidenza e di lieve timidezza prima dell'azzardo. Soprattutto il non sapere mai troppo di quello che sta accadendo e che stai raccontando. Un passaggio che mi ha colpito di più adesso, quando l'ho estrapolato dal suo tessuto d'origine. Possibile per la sua solitudine, il suo senso raccolto di irreparabilità. Lo stesso di questo cantino di chitarra che si è rotto per sbaglio, dentro un passato misterioso, che si assapora ma che non si conosce. Questo perché lo scrivere è fatto anche della cattura degli istanti più impercettibili o anche spezzati e incompiuti di un personaggio e di una situazione. Alcuni come questi, che possono diventare oscuri e nello stesso tempo fare luce e spazio a un'idea ancora troppo nascosta. Forse ancora per poco,  se non per sempre.






venerdì 12 gennaio 2018

Arrivare alle cose



"Per me è davvero sempre più difficile, anzi inutile, scrivere in un inglese formale. E sempre più ho l’impressione che la mia lingua sia un velo che va strappato per arrivare alle cose (o al niente) che stanno dietro."


Samuel Beckett

venerdì 5 gennaio 2018

La piccola cameriera nel buio


Una cameriera molto piccola e minuta, che continua a sbattere un tappeto. Alle sue spalle una stanza buia di un'intera casa sprofondata nell'oscurità. Quella sagoma ancora vitale e ancora così romanzesca, che mi si staglia di fronte alle cinque passate della sera, riporta alla forra  abissale di un incantamento. Una lezione privata di bellezza e di paura. Quando rientra e la luce gialla irrompe nella camera, il mistero allora si conclude. Ma non per sempre.





lunedì 1 gennaio 2018

Un raudo di silenzio


La notte il ritorno a casa a piedi, nel fumo rosato e nei rombi, concludeva ma nello stesso tempo riapriva. Ferite di aria, ma anche schiarite dalla densità della coltre, forse un viatico di certezza dentro il cratere avernico. I primi a camminare a piedi erano figure mutanti e irreali, che vagavano con gli stessi passi degli spettri dentro quello stesso fumo, in una strada che non aveva entrate e uscite ma solo condensa di strascico, glassa di dolce e carta straccia di bengala.
Il mattino è solo un raudo di silenzio. Pagina eterna di deserto, senza vento.





venerdì 29 dicembre 2017

Da un'alba montaliana

Sfogliando Montale, dopo pranzo, imbattendomi nella sezione "Altri versi", condivido la bellezza singolare di quest'alba. Impareggiabile, mentre fuori, sul suo balcone, una donna stende il suo bucato nel freddo e nella luce di fine dicembre.

All'alba

Lo scrittore suppone (e del poeta
non si parli nemmeno)
che morto lui le sue opere
lo rendano immortale.
L'ipotesi non è peregrina,
ve la do per quel che vale.
Nulla di simile penso nel beccafico
che consuma il suo breakfast giù nell'orto.
Egli è certo di vivere; il filosofo
che vive a pianterreno
ha invece più di un dubbio. Il mondo può
fare a meno di tutto, anche di sé.

Eugenio Montale


giovedì 28 dicembre 2017

Nella polifonia di un romanzo, con armadi, abiti e cassetti difettosi


Nella polifonia di un romanzo prevale sempre il tormento, fino all'ultimo, di sistemare al meglio quel primo cassetto. Di mettere più in dentro quella federa, quella camicia a righe, quel pullover. Immaginando le mie prossime pagine da organizzare, correggere, semmai cassare o cestinare, come parti di un corredo pesante, ricolmo di abiti e accessori indigesti di un'intera vita, dove mettere ordine non significa solo buttare, ma ricomporre, a volte elaborare del nuovo disordine. Buttare di solito è giusto, ma è anche più semplice. 
E buttando via il cappotto di un Natale di quattro anni fa, come la mettiamo con i rigori dell'inverno, se non ne possiedo uno nuovo e che riscaldi uguale? Allo stesso modo per quella camicia, che ha un colletto decisamente consumato, ma non è escluso che non si possa girare e poi ha un colore che mi piace troppo, davvero. Immagino che sia un regalo, non ricordo se di onomastico o di compleanno, che capitano sempre a breve distanza l'uno dall'altro. E quei pantaloni sono rossi. Troppo rossi, non ricordo nemmeno se si portano più. In una costruzione romanzesca, questo cambio di abiti e di scena, diventa in certi casi una sorta di scenografia fobico-letteraria, dove si deve cominciare a prendere gli abiti a manate, a portarseli ancora caldi sotto il naso, affondandogli dentro la faccia, a volte come si fa con le magliette di un defunto, per percepire ancora la sua ultima sudata dentro il collo a barca o con quelle mutandine troppo nere e crudeli, rubate in un campeggio a una ragazza che ci piace.
Nella revisione di  questo mio romanzo, negli ultimi passi di un ultimo atto, che nello stesso tempo avverto sempre come primo, rivivo gli odori lugubri degli abiti passati, come di quelli nuovi, usati, incellofanati, con il rumore dei cassetti difettosi, il cigolio delle ante e una sorta di riunione tra i morti e tra i vivi, che resistono per ogni attimo nell'amore e nello sgomento condominiale delle mie parole già chiuse, cercando a fatica di aiutarmi a forzarle, ma senza obbedire o finire mai. 




martedì 26 dicembre 2017

Ignoto


Mi impongo molta prudenza nel cercare, quando scrivo o anche quando leggo, di rievocare o di incontrare cose, situazioni già profondamente amate. Quello che ho amato davvero ha vissuto una sua quiescenza di ignoto, di qualcosa che non avrei mai previsto o saputo di amare, perché a me del tutto sconosciuto. Non mi resta altro che interessarmi a quello che non conosco e perdermici il più possibile, quando scrivo e quando leggo, anziché ricercare l'amore già provato per quello che conosco.