sabato 20 settembre 2014

La neve sui monti è come il gesso


La parola precisa, incisiva, rimane sempre, per fortuna, l'inizio e la fine di un mistero. Come i monti bianchi come il gesso di Hemingway, in "Addio alle armi". Quanto basta per creare una linea pura, mai discordante, asciutta, ma allo stesso tempo universale e varia di riflessi tortuosi e di possibilità, pur nella densità semplice e ruvida della sua pasta. I colori, la luce, i suoni, gli odori, appartengono a uno snodo limpido dove lo scrittore intesse in uno stadio complesso di dormiveglia o di mezzo sogno, il suo primo ordito, spesso ignaro della sua portata, del suo medium espressivo. 
La pluridimensionalità del percorso creativo ne assicura, nella precisione, anche la profondità di un nuovo campo aperto, a volte fiorito o ricoperto di una coltre di neve, in altri casi minato. Ogni parola, ogni accento, un colpo, una risonanza nella sua debole eco notturna, ormai lontana. Esatto e coniugato ad altri, che concordano e risuonano nel loro insieme, in controcanto. Non si saprà né potrà mai prevedersi il punto esatto di arrivo del segno. Il segno non deve arrivare solo con esattezza, non necessita sempre di un suo flusso preordinato e preconfigurato che ne assicuri funzionalità ed efficacia, quelli sono alcuni aspetti, ma non così totalizzanti e condizionanti, secondo me. Lo spettacolo più interessante è la verifica della possibilità imprevista e inesatta di approdo a quel certo mormorio febbrile e riconoscibile, non solo la tecnica rassicurante che ne preservi la rotta di lancio nel grido intonato del segno, ma nella sua penombra vocale. Quale nuova immagine, semmai sconosciuta o inconsapevole allo stesso scrittore nella sua officina, potrà mai essere raccolta, rievocata, rielaborata e riconosciuta da nuovi occhi, tra sentieri sensibili, ancora nascosti e sconosciuti? Tanto ricco e problematico sarà il mio linguaggio e la sua ostinazione a sperimentarne le chiavi, quanto libera e scaltra, nello stimolo, la fantasia e la sensibilità ricettiva di chi lo osserva e lo gusta, intessendolo con me, in un tempo insieme diverso e incoerente, senza limiti logici di sorta. Senza saperlo, ma vivendolo o meglio subendolo in un processo sano e saggio di inerzia. Quello che conta, in sommo grado, è il mistero costante e imprevedibile dell'effetto. Questo elemento lascerà sempre, nella logica e nella libertà ispirata dell'esercizio infinito, la possibile rivalsa a una nuova forma, quell'inquadratura diversa e forse mai troppo usurata e pensata, che sarà poi decisiva, semmai ancora più precisa del suo primo e misero intaglio d'origine. Quella che darà a una spolverata pulita e folta di gesso la stessa profondità e limpidezza delle vette bianche, intraviste come spettri solenni e italiani dagli occhi di aquila di Hemingway e di Frederic Henry; non solo il colore, ma anche la forma, il profumo, la consistenza, la distanza fresca e perenne del riflesso primo. La sua nuova musica, oltre gli spari?

mercoledì 17 settembre 2014

Kerouac e il tornado falciante:




La sensazione di falciare a vuoto e a manca, dentro il pieno di un tornado, è una delle più forti e presenti che mi ha avvinto al lungo flusso scrosciante e limpido del capolavoro di Jack Kerouac: "On the road". Un vero e proprio flusso insaziabile e sferragliante, che ricorda gli scrosci più tipici  e parkeriani del bebop. In effetti il ritmo di questo bellissimo romanzo impressiona per quanto sia vorace e tagliente, come lo squarcio di un sax tenore slanciato in piena notte fino alle prime luci dell'alba, allo stesso modo della grande Cadillac dell'autista di colore, piombata e frenata davanti al Jamson's Nook, come un proiettile d'argento. 
Ci sarebbe tanto da scrivere o da tacere di questo tornado falciante che è questo libro. Ciascuno ne esploda a suo modo, ne patisca il mistero di bellezza e di eternità, di straordinario indimenticabile dolore/colore nuovo, dallo smalto sempre nitido e scintillante, nonostante il passare del tempo. Un tornado che è allo stesso tempo un testamento di un'epoca, di un mood, di una condizione tragica ma profonda e inguaribile di libertà in controluce, e di quella suggestione dell'essere impigliata in un vorticoso divenire, convalescente e mistico, quanto unico al mondo per la sua geniale autenticità.



C'è un punto particolare, tra tanti, che ho avvertito spiccatamente emblematico e rappresentativo di questo stato feroce e profondo di grazia, che artiglia quest'ansia inguaribile di vita di Dean e di Sal Paradiso, fino allo stremo della loro falciante febbre di fuoco e di fango, di spericolata e indispensabile combustione che è la loro traccia di benzina azzurra sul territorio, ma nello stesso tempo anche la loro linea d'ombra.
Eccolo:
Dissi a Dean che quando ero bambino e viaggiavo in automobile ero solito immaginare di tenere in mano una grossa falce e di abbattere con essa tutti gli alberi e i pali e persino di affettare ogni collina che sfrecciava accanto al finestrino. "Sì, sì", gridò Dean. "Lo facevo anch'io solo che io usavo falci diverse...ti dico perché. Andando in macchina attraverso il West per lunghi percorsi la mia falce doveva essere infinitamente più lunga e doveva curvarsi fin oltre le montagne lontane, per reciderne la cima, e raggiungere un altro livello per arrivare a montagne più lontane ancora e nello stesso tempo decapitare ogni palo lungo la strada, veri e propri pali pulsanti. Per questa ragione".

venerdì 12 settembre 2014

A quest'ora


Questo silenzio, perfetto, che distilla ciascun istante come grappa, non incalza e non retrocede. Non ha un tempo o una ragione d'essere, ma trattiene la stessa intensità di un ritratto. È intriso di un senso atavico e viscoso di un altro tempo; dalla palpebra tremante del medium, alla gonna corta e sporca di gelato, che scende di corsa dall'auto. Dell'ultimo autobus che imbuia d'angoscia il deposito: un quotidiano dimenticato sul sediolino, accanto al finestrino lasciato aperto; sfogliandosi nel vento le pagine, tra i necrologi e gli orari dei cinema, un numero di telefono in rosso è quasi tutto sbiadito e ancora suona e risuona, a vuoto, dall'interno di una casa.
Senza le parole, in una notte, ci si può sentire rimessi a nuovo, come un fondo di barca, riverniciato a puntino di quel colore mavì, dove ogni pensiero vi sragiona e si confonde, nel suo stato di vastità e di stanchezza. 
La strada è ancora buia e stregata. Il temporale ha lasciato lucide le piazze e ha cancellato i passi atroci di una fuga, – i coltelli neri dei tacchi alti ancora affondano nel fosco di un incrocio pericoloso, come spari di caccia. Quando gli amanti si disperdono, ogni portone ha nei vetri la sua forma oscillante e giallastra di lanterna, lume di nave in tempesta che brucia di fantasmi alle loro spalle. Dentro se stessi riecheggiano ancora gli ultimi schiocchi della festa, lo strappo dell'orchestrina scordata dell'albergo vicino, dove smuore l'ultima notte d'estate di una piccola colonia insonne...
I lampioni fulminati interrompono la cucitura rosa di un corso di provincia. Quanta pace strana nel camminarvi dentro, in quello spazio interrotto e ostinato che sembra non esserci più, ma che è forse l'unico ancora vivo, quanto arcano e lacerante, a quest'ora. 

mercoledì 10 settembre 2014

Leggerei Saul Bellow a vita:



Leggerei Saul Bellow a vita; in particolare "Il re della pioggia", allo stesso modo di come e di quanto leggerei a vita Withman, Faulkner, Miller, Proust, Thomas Mann e così tanti altri. Adesso una lieve digressione, relativa però allo sfondo di uno stato d'animo che ho incontrato e abitato ieri pomeriggio, quando chiudendo quel libro di Bellow, appena citato, mi accorgevo di un uomo anziano che nuotava, da solo. Sembrava che quell'uomo addentasse quell'acqua, come pane. Il suo corpo mangiava e divorava il pane azzurrato del mare, la sua crosta di schiuma, la sua forma piena. Il suo gioire era un morso ampio e asciutto dentro la frana morbida del flusso e della mia vita. 
La materia dell'uomo dentro la nuotata, in quello stesso tratto di mare e di tempo si dissolveva, e anche la realtà di quel momento si dissolveva e anche la nave color ruggine, ancora molto soleggiata, che spezzava la linea pura e marmorea dell'orizzonte, si dissolveva. Tutto, nella sua dissoluzione, poteva sterminarsi in quelle bracciate felici e mai stanche, in quel conflitto armonico di dune spezzate e di piccoli abissi tenebrosi, di cui può svestirsi e rivestirsi un essere umano in un solo e irripetibile momento di incanto e di perdita.
Ecco perché leggerei a vita, in particolare, Saul Bellow, – e ancora, in particolare, "Il re della pioggia" –: perché ha dentro di sé un po' di tutto questo.  Questo stesso profumo di pane e di voracità della vita, forse. O ancora di più: il mistero semplice quanto insondabile di quel "tutto questo". Il suo ingegno di levità e di fragranza.

martedì 9 settembre 2014

Un'alba di Saul Bellow



Si dice e si è detto che nell'esercizio di traduzione di scrittori importanti, lo scrittore che traduce attinge da un segreto, si forgia in qualche modo di un meccanismo complesso che gli svela qualcosa di molto diverso e profondo, che attraverso un altro linguaggio lo riporta in una dimensione misteriosa e consapevole verso le ombre appena più note del suo.
Lo stesso, in modo diverso, avviene ripercorrendo alcuni passi di traduzioni già avvenute: anche in questo caso, riscrivendo un certo passaggio, si avverte quello che è accaduto, la sua vera luce. Come in quest'alba rosata di Saul Bellow da "Il re della pioggia":

"E la causa era lo stesso dolce color di rosa, come l'acqua di un cocomero. Subito riconobbi quanto ciò fosse importante, perché in vita mia avevo conosciuto quegli attimi in cui il muto comincia a parlare, quando sento le voci degli oggetti e dei colori. Allora l'universo fisico comincia a raggrinzirsi, e muta, e grava e leva, e si fa liscio, sì che pare che anche i cani debbano appoggiarsi agli alberi, tremando. Così su questo muro bianco scabroso – la pelle d'oca della materia – era la luce rosata, e pareva di vedere sopra i puntini bianchi del mare, a tremila metri di altezza, quando il sole comincia a levarsi. Dovevano essere passati almeno quindici anni dall'ultima volta in cui m' incontrai con un colore simile, e credetti di ricordare d'essermi sbagliato, ragazzetto, solo nel letto a due piazze, un letto nero, fissando il soffitto dov'era un grande ovale di gesso, vecchio stile, con pere, violini, mazzi di grano e visi d'angelo; e fuori l'imposta bianca, lunga tre metri e mezzo e coperta dallo stesso colore rosa".

martedì 2 settembre 2014

Che cos'è Arterie?


domenica 31 agosto 2014

Doppia proiezione per "Promenade fatale" al festival di Arterie 2014


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