venerdì 27 febbraio 2015

La voce, la casa, la strada...



Leggere Ceronetti è un balsamo e uno spasmo continui; uno sfregare e ritemprarsi nella sindrome. Frizioni ma anche spruzzi, zampilli, scottature, lesioni e lezioni semantiche, strattonate e balzi nel vuoto. Attraversando grandi valichi, scorci e vecchie stradine attraverso il suo "occhiale malinconico", la sua invenzione diventa una summa di esperienze estetiche e spirituali. Ginnastica estrema e dolorosa dello sguardo; dell'orgasmo multiplo dello sguardo, soprattutto. Avvincente!
Adesso un blocco a caso, che scaravento di foga rapsodica o gesto d'impeto, subito dopo pranzo, da "La pazienza dell'arrostito", – davvero per non poterne fare a meno: una bellissima edizione, trovata a Napoli qualche anno fa, intonsa, da magazzino: Prima edizione Biblioteca Adelphi 228: anno 1990. E ancora un affondo salutare di saggezza, nel misticismo di questa scrittura fruttuosa  e sfilante, che vede e prevede fin dentro le ombre dei suoni, nel bianco delle loro ossa, il nido più alto dell'aquila:

"In treno leggo Tanizaki. Nella storia di Sakurai, quanto sia il potere sull'anima delle canzoni. Vedi nel frammento leopardiano Il canto della fanciulla con quanta golosa morbosità l'anima se ne beva le allegre note per assimilarle come caduta di ogni speranza. Nessuna musica di grande compositore (salvo l'organo in una chiesa) può avere effetti psicologici così forti e teneri quanto, a volte, la più povera delle canzoni, se c'è la voce, la casa, la strada. La donna che canta è sempre parte del mistero erotico, il suo è un richiamo e un'attesa, per quanto affattura, impiglia, dà smania di salire in fretta le scale e di aprire l'uscio dove la voce si nasconde. Ma parliamo di un passato, sia d'Oriente che d'Occidente. Le hanno assassinate e buttate nei mucchi dei rifiuti, come refurtiva invendibile, le canzoni...".

Guido Ceronetti

domenica 22 febbraio 2015

"Dora Bruder" di Patrick Modiano




Concludo "Dora Bruder" di Patrck Modiano, in questa domenica invernale, di prima sera, nelle stesse luci evocate da questo ritratto struggente su di un'assenza  perpetua e straziante, che si rivolge e si avvolge negli atti come una carezza, nei gesti, nelle evocazioni dei singoli momenti, come nei documenti d'ufficio perduti e nello stralcio di quelli ritrovati, forse nell'ansia di una notte insonne. Un ritratto dalla misteriosa toccante impersonalità, intriso di dolore come delle stesse luci parigine, quelle tra gli alberi della piazzetta Clignancourt e quelle fobiche dell'occupazione, appena prima del coprifuoco delle sei della sera, con il cupo ronzio da neon. 
"Dora Bruder" è un libro avvinghiante e colmo di una grazia raggelante e viscosa. Di una  statura e di un'eleganza impareggiabili. Un libro tremendo e tenero, che "nasce da uno scacco", come scrive Pietro Citati: "che si muove nel vuoto, si agita nel vuoto, attraversa il vuoto ...".
La fuga di questa ragazzina rimasta in eterno dentro il labrinto del suo vuoto, mi rimane nel cuore, così come il suo destino insondabile, che proprio per questa costante insondabilità che lo circonda, sembra essere ancora in moto, estatico e soffuso nel suo bilico.
Ho chiuso il libro con tante domande aperte ma anche con molte risposte nel buio. Con dentro lo sguardo la lampada accesa del collegio; il calare della sera, l'ora dei ritorni, dei passi affrettati e dei sospiri; le pagine appena soffiate del romanzo di Ernest Bruder "All'orlo della notte", e  la carta da parati strappata dalle stanze delle ragazze, dirette e poi internate al campo tenebroso di Drancy. Il colore delle loro camicette, delle loro scarpe, dei loro cappotti sdruciti e dei loro occhi buoni e impressionanti.
Indimenticabile:

venerdì 20 febbraio 2015

Il Piccolo Principe





Credo di aver scoperto la poesia della vita nelle pagine de "Il Piccolo Principe", di Antoine de Saint-Exupery. E di aver conservato questa scoperta come un tesoro inalterato, anche se all'apparenza invisibile e piccolo, o forse irreale, per molti. Un tesoro che nessuno potrà più sottrarmi, per quanto sia smisurato e inestimabile nel suo valore, non solo letterario.
Ero davvero molto piccolo quando inciampai senza speranza dentro questa storia. Sarà stato il primo vero libro nel quale mi sono perduto, a cavallo tra le pagine de "I Quindici" e i primi racconti illustrati de "La scala d'oro". L'ho riletto in un giorno, dopo moltissimo tempo, ieri sera, e ne ho riscoperto la tenerezza dei tratti e dei sapori, il suo clima intriso di malinconia e di sogno, mai sentimentalista, nemmeno per un istante. La sua poetica immediata, senza fronzoli, ma essenziale e luminosa, rimane qualcosa di indimenticabile e toccante.
Un libro piccolo e raro, dove sono contenute le tratte di più mondi paralleli, a partire dalla bellissima dedica a Leone Werth, dove il narratore domanda perdono ai bambini per aver dedicato questo libro a una persona grande, e rettificando poi sul finale della stessa dedica scrivendo così: "A LEONE WERTH quando era un bambino". Incantevole: solo questo particolare, appena prima di cominciare il viaggio, è parte del suo seme, del suo profumo. È già dentro il nucleo del racconto.
Non dimenticherò mai il disegno numero uno, la casetta con dentro la pecora, così come i quarantatré tramonti, e quel passaggio delicato, fatto di cristallo, così palpabile, da trascinarmi con lo stesso nodo alla gola nell'intimità di un luogo misterioso e tremendamente famigliare: "Avevo disfatto la sua sciarpa d'oro. Gli avevo bagnato le tempie e l'avevo fatto bere. Ed ora non osavo più domandargli niente. Mi guardò gravemente e mi strinse le braccia al collo. Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino che muore, quando l'hanno colpito col fucile".
Allo stesso modo questo passaggio, così lieve e così tagliente, mi ritorna e mi rimbomba dentro come un colpo di fucile. Allo stesso modo dell'ultima scia di fumo e di quel rombo lontano e insondabile, che ingoiò nel nulla Antoine de Saint- Exupery nel suo Lightning da ricognizione, e che come concluse Nico Orengo, nella sua prefazione: "Anche per lui il desiderio della resa è stato troppo forte".
In questo libro ritrovo molte parti sincere e controverse di me, di quello che ero stato prima di diventarlo o anche prima di averlo perduto. Che mi parlano, sottovoce, senza assalirmi né stancarmi. Come l' amore delle cose piccole e lontane, che non ti lasciano mai solo.

giovedì 19 febbraio 2015

Letture ermetiche



Nella condivisione dell'istante poetico divento consapevole dell'importanza assoluta dell'ascolto. Come affinare l'orecchio al giusto suono in diversi casi è molto più importante del dire a caso la mia. Dico la mia, in questo caso, attraverso l'ascolto condiviso di quello che mi prende e mi sorprende, che mi attrae e che insieme mi forma e mi attesta.
Nel caso specifico in questione con questa voce pregevole e misteriosa dell'ermetismo italiano: Piero Bigongiari. Questa spuma tempestosa di cose, celate, nascoste dentro un linguaggio incontaminato, teso e febbrile, come guizzi cristallini nella carne delle bambole, diventando un esercizio, un ginnasio anarchico di elasticità, verso nuove lontananze inespresse, o "l'inferno dei segni da capire". Ascoltare come dire, o dire del mio ascolto; aprire l'orecchio alla conchiglia, come alla saliva azzurra della medusa, alla vallata buia nel crepuscolo. Scorgere una linea di luce dal tetro di un vetro appannato.
Come ne "La tempesta" di Piero Bigongiari, per esempio:

La tempesta

Forse è questa l'ora di non vedere
se tutto è chiaro, forse questa è l'ora
ch'è solo di sé paga, ed il tuo incanto
divaga nell'inverno della terra,
nell'inferno dei segni da capire.
Ma non farti vedere dimostrare
ancora le tue formule, è finita
l'orgia dei risultati rispondenti
alle cause. Se sola, batti i denti
accosto ai vetri nevicati, tetri.
Divergono in un morbido riaccendersi
d'altro sangue i destini che ci unirono.
Tu li ricordi come – in queste tarde
ore che riscoccano dalla pendola –
in un fuoco di tocchi, in un orrendo
scatenarsi, dai tuoi armadi, di bambole.
La nostra vita catturata, vedi,
mentr'era armata solo di silenzio,
come dai parafulmini ridesti
da un lampo, trova il filo da seguire
per non morire restando se stessa.

Piero Bigongiari, estratto da Poesie (1942-1992).  Jaca Book. 1994

lunedì 16 febbraio 2015

Impavidità



In questi pochi righi, semplici, scarni, l'universo: 

Impavidità

« Cos'è l'amore?».

«L'assenza totale di paura»,
disse il maestro.

«E cos'è che temiamo?».

«L'amore», rispose il maestro.

Da "Un minuto di saggezza nelle grandi religioni" di Anthony de Mello.

domenica 15 febbraio 2015

Pensiero del giorno: smettersi in gioco


Smettersi in gioco:
mi sembra logico e prudente. Rimanere spenti, ma in gioco. Sull'uscio di una festa, al limite al balcone. Osservando gli invitati nella musica, i colli a barca, le righe azzurre delle magliette sulle gonne corte. Le ragazze brune con le cravatte allentate e in gilet. Farlo senza giudizio, ma senza nemmeno una resa. 
Parlando poco o niente se non si ha molto da dire. Ancora meno di poco o di niente se qualcosa preme, ma non è poi così profonda e utile da comunicarsi.
In un territorio così ostico, caotico, omologato, non rimane così altro da fare.  Accostare appena un binocolo al viso, come in un ippodromo.
Rimanere fermi nell'assenza. Ma ancora vivi.

sabato 14 febbraio 2015

Niente può danneggiare la scrittura di un uomo, se...



Bello e potente questo articolo di Francesco Piccolo pubblicato su "La lettura", supplemento culturale del Corriere della Sera del 18 gennaio 2015, dove compare una bellissima citazione di William Faulkner sullo scrivere per il cinema.
Ecco il primo paragrafo, dall'articolo "Ciak si scrive! Narratori che amano i film":

"William Faulkner, quando gli chiesero se lavorare per il cinema potesse danneggiare la sua scrittura, rispose con parole che bisognerebbe appendere al muro sopra le scrivanie: «Niente può danneggiare la scrittura di un uomo, se è uno scrittore di prim'ordine. Se invece non lo è, non c'è molto che lo possa aiutare. In quel caso il problema non si pone, perché di sicuro si è già venduto l'anima per una piscina»".

Che incanto e che purezza, signori.
È tutto:

(Nella foto William Faulkner alla sua macchina da scrivere)