mercoledì 26 novembre 2014

Mezzanotte di fuochi


Questa sera, ritornando a casa, pensavo che la gioia più grande nello scrivere è in fondo la possibilità del sogno, della sua durata e costante filigrana in qualsiasi momento della giornata. Un sottofondo di basso continuo, un secondo cuore che pulsa in un contrattempo e mi anticipa. Niente conta di più di questo sentimento costante del sogno, che porta ad affidare alle mie parole un territorio sconnesso e insieme sicuro, dove solo perdendomici ritrovo casa.
La scrittura rimane quella zona segreta da preservare in ogni caso, al di là dei confini, delle dinamiche, delle convenzioni. È quel tipo di colore che appare solo nei sogni e che cerca di valorizzare di una nuova cromia la tessitura della mia realtà, come uno strappo dell'arazzo nella luce infinita di un mezzogiorno o di una mezzanotte di fuochi. 

martedì 25 novembre 2014

"Fa buio", a short story: una nuova revisione



Ho completato l'ultima revisione di un racconto che ho tenuto sotto controllo per diversi anni e che solo ora ha assunto una forma e una linea espressiva che mi soddisfano. Da ieri questa nuova versione è disponibile su Smashwords , sotto il marchio del circuito Nocte film, – che ha deciso di appoggiare questo mio percorso –, ed è in attesa di essere inserita nel catalogo Premium. Se questa storia non l'avessi condivisa e rodata, a ques'ora non avrebbe maturato a sufficienza nel suo paziente artigianato. Tenere tutto e sempre solo per sé, in attesa di chissà cosa, rallenta lo spasmo vitale del confronto, della condivisione, della responsabilità e della messa in gioco di chi scrive Di questi tempi, in questa fase di transizione, è sacrosanto farsi leggere e far vivere i propri scritti perché è cambiato tutto l'apparato e ancora continua a mutare. È per questo che alcuni miei scritti li affido a varie verifiche, con  moduli più o meno affini o sperimentali, in modo da controllarli in uno spazio aperto. E divertirmi, soprattutto, nel lanciarli in questo vuoto dove spesso non si tocca, ma dove si respira.

sabato 22 novembre 2014

La tremenda complessità del racconto breve





Credo che in linea generale sia sempre molto difficile fare bene qualcosa. Qualsiasi cosa. Anche qualcosa verso cui si è portati, rimane sempre difficile da fare molto bene. Nell' esaudire un proprio personale ideale di correttezza, di assetto, di rotondità. 
Un racconto pulito, armonico, completo, è qualcosa di tremendamente complesso. Anche se breve, io direi soprattutto se breve. Non conta scrivere tanto. Conta scrivere molto bene. E scrivere molto bene trovo che sia tra le cose più difficili e complesse al mondo, proprio perché alla portata di un bene o forse di un male all'apparenza potabile, che si può toccare con una certa facilità, all'inizio, molto più di una partitura di Brahms per pianoforte o di un testo di fisica quantistica.  Quando leggo non cerco la quantità ma la bellezza. La bellezza non l'ho mai cercata nei grandi numeri ma nelle sensazioni profonde organizzate tra le parole, nei concetti, nei suoni, nei silenzi che sono avvinghiati a quei suoni, alle loro insondabili circostanze. Cercare di dilatare all'infinito un processo di scrittura, sperando di trovarvi qualcosa di prezioso, solo per le probabilità statistiche che in un lungo flusso le percentuali di riuscita aumentino, credo che possa essere una trappola o comunque una primissima zona di approccio al rapporto fisico con il getto fiume della bozza uno. La zona più selvatica, quella che più avanti va educata e disciplinata in un certo modo, ciascuno con le sue regole, le sue abitudini, i suoi sistemi.
Un racconto è una forma di vita. È qualcosa che si forma con una sua componente creaturale, che di solito ha già un suo determinato carattere, fin dai primi palpiti. Mi piace immaginarlo già con un suo firmamento, se non già una sua parte astrale in perenne combustione. La condensazione di un certo messaggio psichico in uno spazio ristretto si avvicina di molto al processo poetico, alla difficile economia di versificazione. La precisione della parola, l'attenzione nella scelta del singolo vocabolo, della sua forza intrinseca più che estetica, oltre alla sua compostezza, non deve rispettare unicamente un certo assetto o coerenza formale, ma partecipare attivamente alla costituzione di un organismo vitale e mutante, che si strutturi e si dilati nel pieno delle sue funzioni, a volte anche mostruose, e cercando di sintonizzarsi con i suoi apparati ad altri costrutti sensibili riceventi, che daranno un senso e una direzione al suo articolarsi, al suo essere in vita, in un duplice messaggio creativo e simultaneo, dove scrittore e lettore si fondono in una misteriosa terza alchemica attività. 
La strada per concentrare un messaggio definito, intenso, ben congegnato in uno spazio delimitato, può richiedere la stessa maestria esercitata nella costruzione di un romanzo, così come anche una sola quartina di un sonetto può risultare più difficile e onerosa della buona scrittura di un intero film. Credo che la sfida del raccontare con poco, in uno spazio più o meno volontariamente limitato, richieda una grande sensibilità, oltre che una buona tecnica. Diffido dei sistemi assoluti e delle chiavi magiche e segrete per concentrare al meglio una narrazione in un definito numero di caratteri. La brevità della narrazione è in primo luogo una condizione dello spirito. Il tempo è lo spasmo di un racconto, quindi parte orgasmica del suo profondo, della sua anima quanto del suo tenebroso destino. Una lotta stremata con il suo infinito. Solo chi conosce il seme della storia, chi la patisce fin dal suo primo elemento vitale e nucleico, potrà avvertire, sperimentando, sbagliando, correggendo, distruggendo, ricominciando, il suo modulo necessario per organizzare al meglio il suo plesso nello spazio che la storia gli e si concede. 
Un racconto breve è un sistema, che deve in qualche modo costituirsi e armonizzarsi in una sua perfezione relativa e lasciare una sua particolare risonanza oltre le sue coordinate. Rimanere in qualche modo indimenticabile, anche per pochi secondi. La difficoltà, quindi, non la trovo tanto nella costituzione o confezione di un prodotto perfetto o perfettino, commestibile o gradevole, specie se ben disteso e sviluppato, scritto con una buona mano e un buon orecchio, come spesso ho sentito dire, ma immagino soprattutto nella densità della sua presa, nella sua corrente disordinata che ritorni in qualche modo a soffiare e a bruciare, così come ha soffiato e ha bruciato alle orecchie del suo autore, prima di esistere, al di là del suo tempo, della sua durata, della sua forma raffinata di nostalgia, quanto nella sua maledizione  La forza di un racconto e di uno scrittore è rappresentata dall'intensità della sua vita e della sua nostalgia. Della vita che infonde alle sue parole. È la vita che fa numero, sopra ogni cosa. O meglio: che fa parola, sopra ogni numero. 
È quello che penso.

Ritorna "Il telegramma" in promozione gratuita per tutto il sabato:


Qui: "Il telegramma", di Luigi Salerno


sabato 15 novembre 2014

Tre promozioni gratuite per questo sabato:


Oggi, per tutto il sabato, in promozione gratuita:

1) La vecchia e il bosco 
2) Il chiodo nella lampadina 85 monologhi cluster
3) Delle luci della sera di un tempo

Luoghi di scrittura e dintorni.


Penso che la scrittura sia un processo insondabile, molto particolare e misterioso. Parlo naturalmente per me. Mi accorgo sempre di più che interessarmi a questo processo, alla sua possibile evoluzione, mi rende molto difficile avere dei pregiudizi suoi luoghi dove questo processo dovrà o potrebbe in qualche modo articolarsi, diffondersi, arenarsi. Certo che mi interessa che quello che scrivo in qualche modo abbia un destino, ma non attribuisco un valore assoluto a questo destinarsi, ma solo allo scorrere del processo, alla sua perpetua cascata, che si nutre e si basta da sé. Il resto è relativo, non valorizza il nucleo del processo.
Oggi ascolto e devo dire che gusto molto fragore intorno ai luoghi del pubblicare. Ai luoghi leciti, prestigiosi, illeciti, clandestini, troppo comodi e abbordabili, santificati, demonizzati, quindi ancora un accapigliarsi sulla carta e sul digitale, d'accordo. Non trovo dove sia il problema. Mentre scrivo questo post ho accanto a me un meraviglioso testo in cartaceo di Jerzy Kosinski "L'uccello dipinto". Romanzo in edizione integrale, incantevole, che credo rileggerò per la terza volta, appena concluso questo post. Per cui non mi schiero contro e per qualcosa, perché non sempre un cambiamento, una trasformazione debbano per forza infrangersi come un meteorite sul passato, ma mi oriento e tasto il terreno, annusando e non giudicando. Osservando quello che c'è di buono e di cattivo, come in ogni cosa, dal vino rosso al peperoncino, alla società amatoriale di atletica per mio nipote.
Siamo in piena fase di transizione, ma ormai avanzatissima, non credo che sia più una transizione. Il cambiamento ormai è avvenuto. Non si può ragionare come se nulla fosse successo. Il cambiamento ormai è irreversibile, buono o cattivo che esso sia, bisogna farci i conti, in qualche modo. Ogni tipo di evoluzione, più o meno traumatica o indolore, porta con sé una varietà di problematiche, ma quelli che sono o che saranno i miei progetti, la mia ricerca ma soprattutto il mio divertimento, non potranno che sghignazzare e prendere aria in questo cambiamento: in questo ristrutturarsi di nuovi parametri, equilibri, tensioni, la mia anima canta e fischietta sotto la pioggia e attraverso i campi, fino a tardi. È una grande fortuna trovarsi nel mezzo di questo terremoto. Una splendida opportunità di crescita, di sensibilità, di divertimento, di fallimenti irreversibili ma senza l'ombra della noia, per fortuna. È questo quello che conta: la varietà della vita, le sue dinamiche, contro ogni forma di cristallizazione e di monopolio della cultura o di una certa idea della cultura. Una qualsiasi evoluzione che crei maggiore spazio, farà sì venire fuori le miserie di chi quello spazio forse non lo meriterebbe, ma allo stesso tempo consentirà a tutti coloro o anche ai pochi ai quali uno spazio meritato è stato negato, una seconda opportunità, o anche una prova, un esperimento nuovo e irripetibile. E questa è una forma raffinata, anche se incompresa da molti intellettuali, di civiltà.
Uno scrittore che scrive bene non avrà nulla da temere. Non saranno i luoghi meno elettivi a togliergli quello che ha. Non saranno i luoghi più ambiti a dargli quello che non ha. Non saranno i marchi, le sigle, le persone che lo acclamano o quelle che lo disprezzano a decidere per il valore di quello che ha tentato di dire o che in qualche modo ha detto. Quel valore potrebbe non scoprirlo mai, a maggior ragione se crede che il valore sia solo in un luogo ufficiale, legato a una certa ortodossia, senza la quale il suo processo sarebbe insulso, o addiritura inutile. Il percorso di un artista deve rimanere selvatico ma assolutamente aperto nelle profondità del suo tempo, incline alla condivisione, soprattutto, di quello che uno scrittore ritiene valido, o quanto meno comunicabile. Uno scrittore deve divorare il mondo e le sue possibilità, senza essere troppo sospettoso e senza escludere nulla che non sia stato provato, sperimentato fino in fondo. Provare, stremarsi, logorarsi e poi semmai smettere o scegliere o dormirci su. Semmai contraddirsi, ma vivere senza precludersi un percorso solo per un pregiudizio di forma. Tutto qui.
Non conta il luogo delle mie parole, ma conta l'intensità del processo. L'amore e la dedizione di quel processo è l'unica cosa che conta. Il suo senso incompiuto, infinito. La vita farà il resto. Un pensiero, un'idea, non valgono il loro luogo. Un sonetto del Petrarca, se dovessi leggerlo stasera, tracciato con il gesso di fronte alla pizzeria della mia strada in salita, non perderebbe un solo battito, una sola emozione della mia bellissima edizione integrale dei Meridiani curata da Marco Santagata. Forse ne guadagnerebbe, specie se fosse stato dedicato a qualcuno, che da una finestra potrebbe scorgerlo e incantarsene.
"Il faut être absolument moderne"Così Rimbaud. Il resto non conta. In nessun caso, ormai. Secondo me è già tardi per parlarne.
E adesso posso raggiungere il mio Kosinski.

venerdì 14 novembre 2014

"In un giorno vispo di pioggia". Racconto lungo in sette atti



Con questo mio lungo racconto ho tentato una strada alternativa, che ho trovato molto utile e credo formativa. Ho utilizzato il materiale narrativo con una forte componente teatrale al suo interno, in linea con la tematica e con le dinamiche della trama che spaziano proprio in quel territorio.
Questo approccio in cui i personaggi si muovono come attori che scandiscono un loro copione all'interno della storia, mi ha dato una sensazione di grande dinamicità e vigore, non solo per il ritmo e per la successione degli eventi, – che in buona parte sono affidati più al movimento dei personaggi che alla conduzione verticale di un narratore "esterno" – ma anche per il tipo di introspezione che ho cercato di favorire attraverso i dialoghi e gli intrecci tra le parti del racconto, e non più solo da elementi troppo esterni e decorativi, che in questa soluzione ho voluto lasciare secondari, affidando la gestione degli eventi agli stessi personaggi, come se in questo caso si fossero trasformati in complici narranti, non solo di loro stessi, ma di tutto quello che si muove con loro e attorno a loro. Come se la loro fisionomia schizzi dalle loro stesse pozzanghere, nel prolungamento di una loro condizione.
Un simile tentativo di teatralizzare la tecnica narrativa l'ho dedicata a una mia nuova raccolta di racconti a cui sto lavorando, dal titolo "Il cane del maestro", in cui sto utilizzando delle strategie particolari e piuttosto simili di esplorazione.
Vedremo.