lunedì 16 ottobre 2017

Nessun amico



"Non c'è nessun amico più leale di un libro."

Ernest Hemingway







domenica 15 ottobre 2017

Urto di luce

Rileggendo il breve post di ieri mattina, scritto dopo essere sceso in cortile ed essere stato inondato dalla luce solare, mi accorgevo che avrebbe funzionato anche l'urto, al posto dell'urlo, in questo modo: "Il cortile stamattina è un urto di luce". Questa sensazione è arrivata in seguito alla pubblicazione del post, qualche decina di minuti dopo. Mi capita spesso che una stessa parola, con una minima variazione, possa creare delle soluzioni interessanti, delle apparenti dissonanze, che mettono un  certo ordine al mistero. In questo caso avrei preferito, a distanza di poco, una spallata di luce a un suo grido. Questioni di attimi. Le percezioni sono anche loro sensibili al passare impercettibile del tempo.



sabato 14 ottobre 2017

Urlo di luce


Il cortile stamattina è un urlo di luce. Desiderio di scrivere, ma anche di passeggiare. O di tacervi dentro. Come un gatto.


venerdì 13 ottobre 2017

"Finsternis", anatomia e fine di una revisione


Credo che il peso di questo lavoro, dal suo primo seme fino agli ultimi passaggi di revisione, lo abbia avvertito come quello di due traslochi simultanei. Di solito la fase delle revisioni che decico ai miei progetti sono sempre velate da un filo di beatitudine, per la possibilità di rimettere ordine, una sorta di pulizia e di chiaro liberatorio, che concede ancora momenti illuminanti, scorse ispirate, non lontane da quelle assai più titaniche che appartengono al flusso di un primo getto. Ma con "Finsternis" è accaduto di tutto e il contrario di questo tutto. Anche la distanza dal primo getto ai progressivi interventi di revisione ha vissuto dei tempi e delle dinamiche singolarissime, dal momento che nulla di questo lavoro è stato programmato, ma mi è precipitato dentro e addosso, come un vecchio pianoforte a coda nella tromba delle scale durante un mio incauto passaggio. 
Lo stesso processo di revisione di questo romanzo breve ha risentito degli scossoni tipici di una fase fobica di primo getto, quindi le sue maledizioni, più che la beatitudine delle potature successive, con il loro lato più clinico. Ecco allora il motivo di questa sensazione di sfinimento, quella di avere sulle spalle due traslochi: l'afflizione di uno spazio mentale, che invece di aver avuto il tempo e il modo di organizzare un controllo è stato controllato, sfidato a procedere con gli stessi tempi misteriosi del primo getto. Come se "Fisternis" fosse nato per essere il getto di una fiammata, dal suo primo all'ultimo momento di apparizione nella mia vita. Ogni progetto ha la sua natura, le sue attitudini, inclinazioni, capricci, ossessioni. "Finsternis" ha comportato questo tipo di carico, che ancora sento dentro le ossa e dentro l'anima, mentre concludo questo post. Una risonanza ostinata a diventare un luogo impegnativo e impervio di sosta, al quale non riesco più a sottrarmi e dentro il quale mi intrattengo ancora, fino a perdermici...





mercoledì 11 ottobre 2017

Fantastic Voyage al Rome Art Week












sabato 7 ottobre 2017

Quella costante, tragicomica inadeguatezza


L'inadeguatezza di solito percorre le trame di ogni singolo passo di chi cerca la propria voce in un certo linguaggio, specie quando ne è ossessionato – dubito in possibili schiarite creative che non siano accompagnate da una sufficiente oscurità ossessiva di fondo, come di tormento, se non di totale invasamento. 
Ogni momento/tormento creativo, pensavo, se non sufficientemente puro e quindi antiutilitaristico, rischia di percepirsi a livello razionale sempre come commisurato a quello di qualcun altro, quindi quasi sempre inadeguato, rispetto a quello di questo qualcuno che lo farebbe e lo avrebbe fatto meglio, quindi a un certo standard di eccellenze amate o anche solo mirate per il gusto del sentito dire. Ma anche commisurando il fatidico momento creativo a un qualcuno che lo avrebbe fatto semmai nello stesso nostro modo o livello, ma perpetuando, a nostro discapito, questo momento con una serie di varianti e in quantità di gran lunga maggiori rispetto alle nostre, sfoggiando il proprio lirismo in una esasperante orizzontalità. 
Di solito capita di sentirsi molto inadeguati per la quantità eccessiva e considerevole di opere espresse da altri artisti, assai difficilmente per averne appurato la qualità impressa di ciascuna di queste,  quindi la loro prospettiva più intima e verticale – che non sempre si percepisce con la stessa chiarezza delle grosse scorse bio-bibliografiche, in cui di sovente ci si imbatte e ci si perde.  
Difficilmente, immaginavo ancora, intimorisce il taglio perfetto della lama, segno di un momento espressivo potente, delineato dalla particolare combinazione di elementi estetici, psicologici, introspettivi, espressivi, tali da renderlo eterno, (molto di più di un generico insieme, anche smisiurato, di momenti letterari più comuni, anche se pregiati) quanto, al contrario, quel lungo elenco di innumerevoli creazioni, che anche se non ancora lette, attestino di per sé e alla nostra sensibilità quel certo valore assoluto e in automatico il senso di inadeguatezza e di annientamento, nel non aver gestito, nel nostro rispettivo passato e in egual misura nell'attuale, il nostro tempo artistico al confronto – e quindi quello reale e umano – per eguagliarne l'intento in quella sua estensione.
La misura del quanto, come metro del giusto, del talento che sia più grande quanto più copioso di frutti il suo ramo, (senza però parlare delle vendite di questi frutti) quindi, sarà uno dei motivi di maggiore frustrazione che oltre a causare inadeguatezza porterà l'artista di turno, semmai il meno definito e più insicuro, o a mollare del tutto, o, al contrario, a macinare quantità industriali se non indiscriminate di parole, prima che la morte lo colga, sognando di preservare già ai suoi contemporanei la stessa sensazione sospesa provata nel perdersi negli elenchi delle opere altrui, dimenticando la ricercatezza di quel poco che si fa raro. Sarà questo il parametro adeguato che darebbe un senso nell'esprimere la propria voce? Il commisurarla sempre e solo a quella di un altro? Possibile che sia tutto qui? Pensando a Simenon e a Henry- Pierre Roché, i due estremi opposti per eccellenza, come potremmo affrontarla la questione? Se lo chiedessimo a Truffaut, per esempio?







venerdì 6 ottobre 2017

Momenti illuminati


Momenti illuminati: una ragazza che ascolta la radio, su di un prato, a pancia sotto, muovendo le gambe sospese. Due ragazzi che giocano con un frisbee, poco lontani. Un silenzio, appena scosso da qualche sibilo. E poi il nulla intorno. Nulla di più. Avverto illuminati momenti ordinari, comuni,  come questo: quasi al confine con l'oblio, con il fatto di poter essere anche non afferrati non solo nella loro illuminazione, ma nel loro semplice compiersi o estinguersi nel loro stesso compimento. Quando accade che siano al confine tra l'ordinario e il nulla, quel nulla che non è ancora degno di essere ordinario, solo in quel caso accade che diventino dei momenti illuminati, quindi percepibili in un altro strato di realtà. Sarebbe bastato un solo elemento, anche piccolissimo, diverso da quella situazione e tutto si sarebbe perduto. Il volume della radio della ragazza. Il tipo di musica. Il colore della sua camicia. Il movimento dei suoi polpacci sospesi. Ma anche la posizione dei ragazzi. Il loro sorriso nello slancio, il loro impegno nel gioco quanto il sibilo del frisbee, quasi impercettibile, quanto il sentirsi vivi in quel momento di luce piena e anche scomparsi a se stessi.
Tutto assolutamente fragile, quanto doloroso e illuminato.