martedì 9 febbraio 2010

Il faro di Sandra

Nelle cose che mi  capita di incontrare, a volte esistono dei luoghi che ti prendono più di altri. Come questo, che è nato da un racconto di Sandra Mazzinghi e dove vi consiglio in qualche modo di dirottare: Il faro di Livorno è abitato.  Conosco Sandra da molto poco, attraverso il suo blog, ma devo dire che è una persona dalla grandissima interiorità e sensibilità letteraria e umana, e credo che meriti quella dovuta attenzione da riservare a tutti quelli che hanno davvero qualcosa da dire.
Questo è invece quello che mi suscitò il suo racconto, subito dopo averlo letto la prima volta, direttamente da un commento a un suo recente post; (pensate: un post dedicato a una sua amica):

Scusami con la tua amica se invado lo spazio che le hai dedicato, ma mi sembrava giusto dirti subito e ancora a caldo tutto quello che pensavo sul tuo "faro", sul tenerissimo "uno due tre lampo di nuovo", che mi ha preso un po' alla gola, forse per una strana nostalgia di luoghi ariosi e lontani, di vacanze o di tempeste e vedute perdute o soltanto sognate. Penso che il tuo racconto non sia bello ma bellissimo: è un atto d'amore misurato e ispirato a un luogo della tua vita e forse del tuo cuore, sgranato con i tocchi delicati e impercettibili di un' abile paesaggista di coste e dirupi stranieri. Sembra quasi sussurrato e fiabesco, come se narrato sottovoce perché le parole non dicano troppo e lascino lo spazio all'altro che riesci a far vedere e intravedere, senza mai alzare la voce. Quello che tu hai scritto si abita e non si legge. Mi sembra anche un piccolo omaggio al mondo della scrittura. C'è tanto altro ancora. Io sono arrivato solo fin qui. Lo rileggerò ancora, con più attenzione. Ma forse, ripensando ai contenuti del tuo scritto, questo commento non è poi così in contrasto con il sorriso di Pela...anche quello sarà forse un tuo faro tra gli altri.




Davvero brava.
Esiste un video di Diana Krall,"Almost blue" che sembra fatto degli stessi suoni e della stessa grana dei colori di Sandra, almeno secondo me:
Luigi

lunedì 8 febbraio 2010

Due pensieri spettinati di Stanislaw J. Lec

"Anche l'analfabetismo altrui rende difficile lo scrivere".

"Si può inseguire coerentemente uno scopo per tutta la vita, se quello si sposta di  continuo".
Stanislaw J. Lec

Per stasera è tutto.
l.s.

domenica 7 febbraio 2010

On writing...

sabato 6 febbraio 2010

Effetto d'autore

                                                        
"D'inverno, accorciandosi le giornate, calava la sera prima che avessimo finito di cenare. Quando ci ritrovavamo nella strada la fila di case era già in ombra. Il tratto di cielo sulle nostre teste si faceva d'un color viola cangiante e verso di esso i lampioni alzavano le deboli fiamme delle lanterne. L'aria era fredda e pungente e noi si giocava fino a sentirci avvampare in tutto il corpo [...] Quando tornavamo nella strada, le luci delle cucine già inondavano i cortili".
Da "Arabia" racconto di James Joyce- (Gente di Dublino).

venerdì 5 febbraio 2010

La candela e il bambino: immagini prime in Bachelard

Riprendendo il capitolo VIII della Camera, mi rifaccio ancora al bellissimo saggio di Paolo Lagazzi, "Rêverie e destino", ampia traversata nei meandri di tutta l'opera bertolucciana, con ampie intuizioni e accostamenti molto indovinati e profondi. Sono al secondo giro di boa, questo pomeriggio ho riattacato l'episodio bruciante del rapporto assoluto e incondizionato del poeta con la figura dolorosamente materna, diversi gli strati di profondità: come suggerisce il Lagazzi, il tipo di lavoro richiederebbe un'analisi capillare per quanto sia ricco di richiami, come i giochi di luce e di ombra delle candele (penso con insistenza a certi maestosi interni sfocati e sanguigni del figlio Bernardo nel suo cinema e di quanto nutrimento nella scelta delle luci si evince da quella certa sensibile familiarità con i temi profondi e meditati del padre). Il percorso di oggi è fermo così alla bellissima fiammella di Gaston Bachelard, e al  metodico rintocco del Lagazzi che riporto fedelmente dal suo originale, in questo modo:
"Incinta di nuovo figlio, il quinto - quello che sarà il protagonista della storia - e già di lui innamorata, la giovane donna si toglie
"infastidita al marito affettuoso,
s'avvia con la candela, stormente
cima d'oro nella notte
delle scale, il cuore che le scoppia,
alla dolcezza complice del letto
affocato di brace".
Chi può dubitare che Bachelard avrebbe posto, con entusiasmo, questa fiammella dorata (arricchita dal calore di una brace e da un sentimento così dolce, così esclusivo) tre le sue immagini prime [...]?"
p.l.

Ancora una volta la spirale di un evento letterario che diventa come un ulteriore passaggio interno e segreto ad altre incessanti e altrettanto inquietanti verità di penombre o percorsi di lumi palpitanti "...palpita di lumi senza fine che trasmutano l'autunno in inverno", come il poeta Bertolucci ancora poco prima nello stesso capitolo, rivolgendosi a Parma.
l.s.

Trovo la scrittura

Trovo la scrittura un affare meravigliosamente solitario.
Lo avverto come il passaggio notturno in un solco interpoderale che cambia sempre forma e confini, confuso tra la stanchezza della stessa pioggia, la nebbia, l'insicurezza della sua uscita, e dove incontri un amico dopo anni. Uno che in fondo non hai mai perduto e che si accosta per aprirti l'ombrello, o a volte la gola...
l.s.

giovedì 4 febbraio 2010

Due schizzi privati (o studi spleen sul buio...)



                      1

Dall'incanto di viale Oberdàn
i tuoi passi di un sabato non lontano
nella scansione che fumiga un tram tran
dove puoi leggermi gli occhi e un po' la mano

fucina di zingara che impenni ad ogni vertebra
rimasti da soli, in ludi e lumi di giostre,
a quelle piccole vite non più nostre
fino all'ultimo filatoio di tenebra:


e nell'attimo, all' attracco del buio,
le tende dalla buona seta dissepolte dal vento; 
golfini sopra i camici la sera,
che svaniscono dal fuso del faro.


                    2

Che se non fosse per quel tuo sonno
forse davvero non ti avrei notato,
figurati, una in nero e in viola con la tuta,
e poi vecchia e bruttina da far danno;

ma dormivi e ridormivi quasi in piedi

tu dormivi e mi passavi una tristezza...
nel vagone della mia linea uno,
lontan così che non vi andò mai nessuno
se non la tua celebrità di stanchezza

che addormentata rivelasti  piano
da quel frastuono lupo della galleria,
svanendo in una casa o in una mano

come una bambina in un tuono.

l.s.