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martedì 27 dicembre 2016

Zeruya Shalev e lo splendore tentacolare di "Dolore"


Zeruya Shalev

Questo libro di Zeruya Shalev, "Dolore", l'ho trovato abbagliante e assolutamente perfetto nel suo disordine. Più che parlarne, sarebbe stato più corretto da parte mia lanciare un semplice grido, semmai scrivere solo di questo grido lacerante e scomposto, come unico segno di quanto questo lavoro mi abbia trafitto e di quanto mi abbia gridato nel silenzio. Credo che si tratti di un capovaloro assoluto, che tocca, maltratta, carezza, abbaglia e stordisce, rimanendo sempre inquadrato in una struttura fervida e coerente con la sua poetica e le trame molteplici di questa sua insondabile profondità. 
Leggere libri del genere, dovrebbe far pensare a quanto andrebbe pesata e interiorizzata ogni parola, prima di metterla in gioco e di condividerla. Lo splendore tentacolare e poco rincuorante di questo romanzo è uno squarcio abissale sui sentimenti e sui misteri dell'anima dell'essere umano, dove si evince, nel contempo, che il gioco delle parole sia una delle sfide più emozionanti quanto pericolose per uno scrittore. Forse la forma espressiva più potente e immediata, quando raggiunge questi livelli. Non riesco a trovare altre parole e nessuna altra misura, al momento, per impastare nello spazio di un post una colata lavica di questa portata.
Ecco, forse, il mio grido.












































lunedì 12 dicembre 2016

Da una pagina del Danubio


Aprendo lo splendido volume di Claudio Magris, "Danubio", da un'edizione comprata pochi giorni fa e creduta nuova, dopo averla liberata dalla plastica, scorgo sulla prima pagina bianca una dedica, scritta a penna: "
"Cercami tra le righe di questo libro. Ci sarò. Baci". Senza firma. Un corsivo femminile e lievemente obliquo, introdotto da una data piuttosto lontana, di circa undici anni fa del mese di agosto.
Se non fosse per quella dedica, il libro non lo avrei mai immaginato usato. Le pagine sono intatte, pare che non siano state nemmeno aperte del tutto, lo stesso si evince dalle condizioni del dorso, eppure potrei davvero essere in possesso di un regalo d'amore di un'estate lontana di cui qualcuno si è disfatto, primo o ultimo di una serie indefinita di regali e attenzioni dimenticati nel tempo, libro che semmai non sarà stato nemmeno aperto o è possibile che il destinatario che lo avrà ricevuto non sarà andato oltre quel breve messaggio, misterioso  lampeggio da una pagina bianca e non avrà mai cercato qualcosa di lei in nessuna parola, in nessuna persona e in nessun treno o altro luogo al mondo oltre l'istante dell'apertura, – semmai fatta in profonda solitudine, senza testimoni, così come è successo a me o alla stessa persona che avrà scritto quella dedica senza firmarla. Intanto mi fa effetto sapere che tra le parole di questo libro vi sia qualcosa di qualcuno da scorgere, oltre al mondo di un grande scrittore, al suo talento, al suo immaginario, come ai suoi paesaggi mitteleuropei solcati dal mistero e dalla forza di un fiume. Qualcosa che esiste e resiste in una sua costante filigrana, ma che forse non scorgerò mai, o chissà. Qualcuno che adesso potrebbe essere ovunque, lontano o anche vicinissimo o non esserci nemmeno più. Intanto questa traccia è rimasta e ha resistito al tempo attraverso il caso, per incontrare come ultimo destinatario me e nessun altro al di fuori di me. Un segno di speranza, forse, inatteso e lievemente amaro nella sua verità. Ecco, a volte, dove e quanto lontano possono portare le parole.















venerdì 14 ottobre 2016

Quanto più scrivo



"Quanto più scrivo, tanto più capisco ciò che gli altri cercano di dirmi nei loro libri. Quanto più scrivo e tanto più divento tollerante nei riguardi dei miei colleghi scrittori. (Non parlo dei «cattivi scrittori», perché con loro mi rifiuto di aver a che fare.) Ma con quelli che sono sinceri, con coloro che lottano onestamente per esprimersi, sono assai più malleabile e comprensivo che non ai tempi in cui non avevo scritto ancora un libro. Anche lo scrittore più modesto può insegnarmi qualcosa, purché abbia fatto del suo meglio. Ho invero appreso molto da certi scrittori «modesti». Leggendo le loro opere sono stato colpito più volte da quella libertà e da quell'audacia che è quasi impossibile riacquistare una volta che ci si sia «aggiogati», una volta che ci si sia resi conto delle leggi e dei limiti del proprio mezzo espressivo. Ma è leggendo i propri autori prediletti che si diviene supremamente coscienti del valore del praticare l'arte dello scrivere. Si legge allora con l'occhio destro e con quello sinistro. Senza che la pura gioia della lettura diminuisca minimamente, ci si rende conto di un meraviglioso intensificarsi della coscienza."

Henry Miller. "I libri nella mia vita".























venerdì 7 ottobre 2016

Valore e interessi




"Ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa."

Marco Aurelio, Pensieri VII, 3






























mercoledì 5 ottobre 2016

Infrazioni evolutive


Il teologo laico Vito Mancuso

Pur se analizzando una dimensione legata alla vita spirituale e alla rivelazione storica delle Scritture, Vito Mancuso utilizza un interessante confronto tra grammatica e letteratura, che non ho potuto fare a meno di introdurre in questo mio spazio, per quanto lo avverta vicino a diverse argomentazioni già affrontate, ma che ho comunque molto a cuore come tipo di approccio a una visione aperta della letteratura e della vita:

"È ridicolo pretendere di ridurre il vasto mare della letteratura e della lingua viva alla grammatica; è la grammatica piuttosto a essere in funzione della letteratura e della lingua viva (la quale evolve solo grazie alle infrazioni nei confronti della grammatica, che poi si adatta evolvendo essa stessa)".

Estratto da "Io e Dio" di Vito Mancuso- Garzanti.



























giovedì 29 settembre 2016

Quel filo di autunno e di paura, da Flaubert




Nel suo romanzo giovanile "Novembre, così Flaubert trasmette, in apertura, le timbriche profonde della stagione autunnale, quel suo filo pauroso, ritratto nei colori grevi dell'aria, nello smorzarsi della vita, ma anche nella dolcezza di questa morte, di questo fioco segreto che è vivo del suo solo morire. Dei tocchi molto suggestivi, che mi hanno davvero colpito nella penetrazione precisa del sentimento. Della luce sentimentale, che le sue parole sono riuscite a irradiare come sensazioni dai segni, dove il linguaggio diventa il liquore  di ciò che descrive, e dove non sembra più di leggere, ma di scolorire con lo stesso paesaggio. Di ammalarsene, anche della sua crudele esattezza.

L'incipit di "Novembre":

"Amo l'autunno: questa triste stagione è adatta ai ricordi. Quando gli alberi non hanno più foglie, quando il cielo conserva ancora al crepuscolo il colore rosso che indora l'erba appassita, è dolce veder spegnersi tutto ciò che poco fa bruciava ancora in noi.
Sono appena rientrato da una passeggiata nei prati deserti, lungo le fredde rogge nelle quali si specchiano i salici; il vento faceva sibilare i loro rami nudi, a volte taceva, e poi improvvisamente ricominciava; allora le foglioline che rimangono attaccate ai cespugli tremavano di nuovo, l'erba fremeva piegandosi a terra, tutto sembrava diventare più pallido e più gelido; all'orizzonte il disco del sole si perdeva nel color bianco del cielo, e lo permeava tutto intorno d'un po' di vita che finisce. Avevo freddo e quasi paura".

Gustave Flaubert



























martedì 20 settembre 2016

Continuerò a cercarti!




Una raffica, da un romanzo elettrico e per me indimenticabile: "Paradiso", di José Lezama Lima:

"Con la mano con cui il charro* sosteneva la chitarra, estrasse un pugnale che volò verso il centro del tavolino, occupato un attimo prima da Alberto, che non subì nessun danno grazie alla rapidità con cui si alzò per rispondere alla copla**, carica di un malocchio spaventoso. Ritornò Alberto in fretta al suo tavolo, schiodò il coltello e potè leggere incisa sulla lama la risposta alla sua stessa colpa: Continuerò a cercarti".

* Charro= in Messico, cavaliere che indossa un particolare abito, con giacchettino ricamato, pantaloni aderenti, camicia bianca e cappello ad ala larga

** Copla= strofe di quattro ottosillabi (o altra combinazione simile) diffusa nella musica popolare








lunedì 19 settembre 2016

"Non hai mai capito niente". I racconti di Marco Freccero




Questa raccolta di racconti di Marco Freccero rappresenta la prima parte di una trilogia: "La Trilogia delle Erbacce".
Ho trovato questi racconti davvero molto validi e di una bellezza profonda e sobria, poco comune.  Una bellezza non appariscente ma molto intima, che arriva sempre un po' dal basso e non dall'alto, in alcuni casi in una costante obliquità di sguardo. Sono delle prove narrative di indubbia efficacia, testimonianze di una voce sicura, chiara e ispirata.
I racconti sono curati e sviluppati nel loro più piccolo dettaglio, ciascuno con una sua anima e personalità, ma rimanendo anche sensibilmente interrellati, l'uno all'altro, come inquadrature e scorci di un unico territorio sentimentale di  vita e di scrittura.
Sono tredici storie molto forti e riuscite, tenute vive da un polso acuto e silenzioso, in perenne contatto e sintonia con le cose e con le ferite delle cose, come con la febbre dei sapori, delle sensazioni, delle risonanze emozionali che costellano e intessono con grande cura questi scorci narrativi e i loro protagonisti. Molti di questi crollano spesso il capo, in posizioni e condizioni diverse e frequenti, quasi per sgranare il canto stanco e tipico della propria specie – spesso pericolante e instabile quanto le loro situazioni familiari o lavorative, i loro sentimenti, le loro abitazioni, certezze e verità in perenne estinzione. 
I passi lenti e profondi dei personaggi avanzano e retrocedono, ma tengono sempre molto bene il tempo e la loro tensione espressiva all'interno di un territorio oscuro e costantemente minato, pur nel tangibile tormento di vita che li caratterizza, quello stesso che li definisce e li tiene ben  desti, avviluppati al clamore e al dolore della vita, come a una fibra di cui sono ormai essenziati, imprescindibile dalla loro natura. Anche nel patimento e nelle lunghe ombre di queste storie, queste anime tradiscono una tenacia e vitalità primitive, che lasciano sempre il segno di stiletto anche nell'aria fredda di quello che accade, come di quello che rimane fermo, paralizzato in un'eterna e vibrante attesa. 
La scrittura di Marco Freccero si muove con il passo incisivo e vibrante dei suoi personaggi, mentre li forgia da una prospettiva personale e molto clinica, portata avanti  con una costante pazienza artigianale, che mi ha convinto e suggestionato molto, fin dalle prime pagine. Molti incipit di queste storie hanno una forza di esordio esemplare. Diversi attacchi, molto stabili e puliti, sono pregni di una loro esattezza intrinseca e toccante. 
Il colpo e il quadro d'impatto è quindi già un suo nucleo formato e originale. Il personaggio nella sua prima luce è già afferrato e blindato nella sua genesi o radice. Marcato in zone critiche e cruciali della sua interiorità. In alcuni incipit il lettore ha già afferrato il sentimento della storia e del personaggio, eppure è portato a rimanere sempre in guardia, perché nulla è mai detto, scontato, definito; nemmeno nei finali. Non si proclamano diktat o verità, in queste storie, ma si delineano sfumature di un reale sempre mutante, controverso e impenetrabile. Il tutto, intanto, non è mai gridato, ma è invece rivelato in un raffinato sottovoce, un basso continuo che pulsa dentro e intorno alla vita, nelle sue occulte e complesse diramazioni verticali. 
Rimanere silenziosi e discreti, ma nello stesso tempo presenti e sensibili in questo apparato e tessuto vitale così fibroso, è una delle sfide più difficili per uno scrittore. E Marco Freccero narra queste storie con dei tocchi precisi e spogli, spesso essenziali, rimanendo sempre a contatto con il loro mistero, senza azzardarsi mai a svelarlo o a celebrarlo.
Marco ha un taglio narrativo lucido, analitico e controllato, ma nello stesso tempo anche molto ispirato, rivelando un fare artigianale e zelante, che sa della lentezza, della classicità e del riserbo di un altro tempo. È molto interessante il tipo di tecnica esplorativa e descrittiva che Marco Freccero utilizza nello svelare gli scenari e i luoghi più svariati dove si muovono  e si formano le trame dei suoi racconti.
Tra quello che nelle storie le persone in apparenza comuni dicono, tacciono o fanno, ci sono sempre, sullo sfondo della sua Liguria, oggetti, squarci di paesaggi, strade extraurbane, stazioni di servizio, ma anche suoni, sussurri, case, bar, fabbriche, cantinole, retrobottega, camere di ragazze chiuse a chiave dall'esterno. Un macchinario di luci e di suoni, che cesella il sentimento di solitudine di un mondo ancora e sempre nuovo e intatto, ancora tutto da scartare, fin dalla prima posa di sguardo, dove la forma racconto si esprime e si riproduce mirabilmente  in modo composto, armonico e riuscito.
Ringrazio molto lo scrittore Marco Freccero per quanto la sua scrittura così generosa, posata e profonda, sia stata in grado di regalarmi, attraverso e oltre la durata della sua lettura. 













domenica 18 settembre 2016

Linguaggio, autenticità e verità assoluta





Ancora da "Il freddo" (Die Kälte. Eine Isolation), di Thomas Bernhard:

"Il linguaggio non serve quando si tratta di dire la verità, di comunicare qualcosa, il linguaggio permette a chi scrive soltanto l'approsimazione, sempre e soltanto la disperata e quindi anche dubbia approssimazione all'oggetto, il linguaggio non riproduce che un'autenticità contraffatta, un quadro spaventosamente deformato, sebbene chi scrive si dia un gran da fare, le parole calpestano e deformano tutto, e sulla carta trasformano la verità assoluta in menzogna".

Thomas Bernhard













venerdì 16 settembre 2016

Il freddo della segregazione e il rifugio nella poesia




È bello e toccante assistere a questo fluire dei contrasti, nella narrazione di Bernhard. Nel dolore più cupo e soffocante, c'è sempre il tempo e lo spazio per uno squarcio, una boccata di luce improvvisa, quando tutto sembra già chiuso, nel pieno della segregazione. Una come questa:

"Già a quell'epoca mi ero rifugiato nella scrittura, scrivevo, scrivevo, non so più, centinaia e centinaia di poesie, esistevo soltanto quando scrivevo, mio nonno lo scrittore era morto, ero io che potevo scrivere, adesso avevo la possibilità di poetare per mio conto, osavo farlo, adesso, avevo a disposizione questo mezzo per raggiungere i miei fini, e allora con tutte le mie forze mi gettai nella scrittura, abusavo del mondo intero per trasformarlo in versi, quei versi, se pur privi di valore, significavano tutto per me, niente al mondo per me aveva maggiore significato, e io non avevo più niente, non avevo altro che la possibilità di scrivere poesie".

Da "Il freddo (Una segregazione)" di Thomas Bernhard



























lunedì 12 settembre 2016

Una consolazione agghiacciante



Da una lettera di Buzzati a Brambilla, del 1 dicembre 1935:
"Perché scrivere se non si ha l'assoluta certezza di fare una cosa perfetta?"


















domenica 11 settembre 2016

Una prova di grandezza



Nella cristallina introduzione di Italo Alighiero Chiusano al romanzo "Altezza reale" di Thomas Mann, si tocca un aspetto fondamentale sull'ispirazione. Su quello che concerne il reale (o anche irreale) abbandono alla maledizione dello scrivere, – è lo stesso Mann a forgiare quest'espressione così vera – nell'ascolto della purezza dei suoi tempi interni e dei suoi richiami, quelli profondi e soggiacenti alla sua natura umana e creativa. Da qui una prova di grandezza, una delle tante, di Thomas Mann:

"Una delle prove della grandezza di Thomas Mann è ch'egli non abbia perso il suo equilibrio dopo il trionfo dei Buddenbrook, così come per Goethe il non essersi lasciato condizionare dal delirio di massa con cui fu accolto il Werther. Freddo e tranquillo, Thomas Mann scrisse, secondo i tempi interni della sua natura incline alla meditata lentezza, solo i libri, i racconti, i saggi ch'era disposto a scrivere o che addirittura gli premevano dentro. E quando qualche progetto – ad esempio un romanzo intitolato Gli amati o più tardi un dramma su Lutero – non giunse dentro di lui alla perfetta accensione, egli non ascoltò né inviti di editori né richieste di pubblico né il suo stesso desiderio di produrre e di pubblicare, e accettò dolorose rinunce, non volendo forzare la nascita di ciò che pareva non voler venire al mondo [...]".




















giovedì 8 settembre 2016

La canzone alle montagne


Montagne! Che siete belle, purissime, nelle albe violacee,
Frementi negli arrossati tramonti.
I vostri picchi strapiombanti nelle neve eterne io amo,
I vostri ghiacciai silenziosi.
Vorrei stare tra i giganti – i giganti di rocce che vanno
nel cielo,
I frementi giganti che cantano le silenziose canzoni dell'infinito,
I giganti che ascoltano le cupe leggende dei ghiacciai,
Venute come uno strano mormorio dal seno dei crepacci
profondi.
Montagne divine, che nulla è più bello, regine della libertà e
dell'infinito,
Pinnacoli superbi contornati dall'eterne nevi
Le pure vostre rocce fremono, fremono tutte al sole che ci
batte,
Le bianche vostre rocce luccicando scintillano.
Cantate nelle notti – guglie vertiginose,
Mentre sembrate alla luna bianchi magri fantasmi di ghiaccio,
Siete belle montagne, siete la cosa più pura, più sublime.
Io vorrei stare tra voi nei dorati tramonti di sole
quando tutto si cinge di rosso.
Io vorrei stare tra voi  nelle albe azzurrine e velate.
Io vorrei stare tra voi sulle rocce, sui ghiacci,
I meriggi sotto al limpido sole.
Voi siete sole – montagne con le montagne.
Nell'alto nemmeno un misero sterpo di verde avete,
Nemmeno un misero bianco edelweiss vellutato.
Qualche anima audace vi tenta,
Qualche solitario camoscio vi calca,
E voi – coi secoli che passano immobili,
A tutto, al vento, all'acqua, alla tempesta resistete.
Sempre uguali gli stessi dirupi nelle gole precipitano,
Sempre uguali le stesse pareti riflettono il sole.

Dino Buzzati
















mercoledì 7 settembre 2016

"Lettere a Brambilla", di Dino Buzzati




Da sempre affascinato dai carteggi epistolari, dispensatori di molte informazioni, illuminazioni e verità di sguardo, a volte molto limpide e dirette, acquistavo questo sabato, a Gaeta, "Lettere a Brambilla" di Dino Buzzati, tra l'altro in una splendida Prima Edizione (anno 1985). Avevo rischiato di perderlo, ma evidentemente queste lettere mi toccavano, in qualche modo mi aspettavano; molto spesso succede così con i libri, così come con le persone, le storie, le situazioni. Una sorta di incontro già scritto, predestinato.
Di Buzzati, tra i diversi testi in mio possesso, mi mancava questa prospettiva privata, – anche se di un uomo che non aveva segreti – composta da centinaia di lettere scritte al suo amico più caro, Arturo Brambilla, rese disponibili nell'originale dalla signora Franca Ageno Brambilla. Carteggio cominciato nel 1919, quando lo scrittore Buzzati aveva soltanto tredici anni "...quando comincia questo epistolario, ne sta per compiere quarantacinque quando la lunga corrispondenza dello scrittore si interrompe. E nell'arco di circa trent'anni scorre, pagina dopo pagina, il racconto quotidiano della sua vita".
E come lo stesso Buzzati scrive, come personale epigrafe al suo lungo volume di lettere "Secondo me le lettere devono essere una conversazione scritta".
È proprio così. Queste lettere lo sono.




















domenica 4 settembre 2016

La seconda volta


Il romanzo nella versione inglese



Si dà il caso che è molto difficile che non abbia affrontato, per una seconda volta almeno, un testo di Javier Marías. È successo in diversi casi: a partire da "Domani nella battaglia pensa a me ", che ormai credo rasenti le cinque volte; alla splendida trilogia "Il tuo volto domani", come è successo per "Gli innamoramenti", "L'uomo sentimentale", "Tutte le anime", "Nera schiena del tempo", "Faranno di me un criminale" (anche se quest'ultima è una raccolta di articoli pubblicati dallo scrittore su "El Semanal", nei sei anni della sua collaborazione al periodico spagnolo) e "Un cuore così bianco" e "I territori del lupo" (questo, opera prima  e giovanile dell'autore, acquistato, letto e riletto in edizione digitale). Di queste magnifiche prove appena menzionate, ricordo con certezza quanto meno il ritorno ispirato al testo di una nuova volta, al minimo – che in fondo, quando il lavoro è di pregio, rimane sempre e ancora una prima volta. Ed è accaduto anche con l'ultimo romanzo dello scrittore: "Così ha inizio il male". Anche in questo caso, puntuale all'appuntamento, ho riaperto il libro con rispetto e fedeltà, fin dalla prima pagina, per una seconda volta.
La mia prima volta con questo romanzo era avvenuta mesi fa, mi sembra a fine inverno,  in formato digitale:(ePub). L'ho ripreso pochi giorni fa, ma stavolta in cartaceo, per il desiderio di un amico di condividerne a fresco l'esperienza di lettura, ma anche l'impatto con il cartaceo, avendolo lui, da purista, acquistato a prezzo pieno, e a lettura appena ultimata prestatomelo, giusto lo scorso lunedì. Tra l'altro ricordo che rispetto agli altri lavori di Marías, quest'ultimo in particolare non mi aveva lasciato quella sorta di risonanza e di appagamento diffusi,  quelli tipici delle mie precedenti esperienze con l'autore, come di tutte quelle rievocate dall'incontro e dall'osmosi con un grande libro, che non solo ti rimane dentro, ma ti invita, oltre il tempo della sua lettura, a ritornarvi e a fonderti attraverso le sue profondità, in qualsiasi modo, circostanza o condizione di sorta. 

La versione spagnola del romanzo

Questo settembre è quindi cominciato con la rilettura in cartaceo di questo romanzo complesso e affascinante, in ogni momento o espansione verticale della sua rilettura, dal titolo originale "Así empieza lo malo". Mi è sembrato e mi sembra di non averlo mai letto. Lo sto ancora leggendo: stamattina sono arrivato alla settima parte, circa una buona metà dell'opera, e ancora una volta rimango sorpreso dall'abilità e dall'ingegno con cui è curata ogni minima parte dell'impianto narrativo, della sua logica di sviluppo, ma anche del suo vigore e della sua estasi. Un meccanismo perfetto. Un luogo in cui perdersi di nuovo, senza troppe riserve o resistenze rievocate dalla precedente e non troppo lontana esperienza. Non ricordo quindi se le mie riflessioni alquanto tiepide, relative al primo impatto con l'opera,  fossero dipese dal tipo e dalla dinamica dell'epilogo, da una mia particolare prospettiva o sensibilità del momento o da chissà più cosa. Al momento mi sto godendo l'esplorazione di un territorio misterioso e raffinato, con le sue lente schiarite e la sua poetica, ma anche con le sue raffiche di gelo, di cinismo e di grande profondità. Senza lasciarmi condizionare da quello che ho provato in precedenza o da quello che ho creduto, forse, di provare.
Eccone un assaggio, tra le sferzate più tenaci e riuscite, dalla parte seconda:

"È normale che quasi nessuno incontri la persona giusta, e se esistono così tante coppie che si suppone si amino, in parte è per imitazione ma soprattutto per convenzione, oppure perché quello che dei due ha scelto, ha imposto la sua volontà,  ha persuaso, ha indotto, ha spinto, ha costretto a fare all'altro ciò che l'altro non era sicuro di voler fare e a percorrere un cammino lungo il quale mai si sarebbe avventurato senza essere sospinto, scortato guidato, mentre il lusingato, il corteggiato, colui che si è addentrato nella sua nube, si è lasciato a poco a poco trascinare".



Il romanzo nella versione italiana dell'Einaudi




















venerdì 26 agosto 2016

Ciò che fa male




"Non è nulla venire aggrediti per ciò che si è fatto, ciò che fa male è essere lodati per quello che non si è fatto o magari essere lodati per qualcosa mentre si è fatto l'opposto. È come se qualcuno che hai amato si innamorasse di te quando ne sei stufo, è peggio del contrario".

Claudio Magris, da "Non luogo a procedere"






















sabato 20 agosto 2016

Scrivendo a Brenda





L'epistolario tra Henry Miller e Brenda Venus, rappresenta un altro squarcio sul mondo dello scrittore Miller, ma anche sull'uomo, sull'artista, sul filosofo, sul mago di acquerelli. Sulla sua visione della vita, del sesso, della religione, della letteratura. In ogni spasmo d'estasi si coniugano terreno e divino, sacro e profano, concreto e astratto. Un poliedro luminoso di trame e di possibilità avvinte in un amore sconfinato per quel solo istante, con tutta la sua poetica e unicità. Contagioso! La passione evinta dalle lettere parla di un apparato interiore complesso, ma nello stesso tempo accessibile, per chi abbia la sintonia alla percezione delle sue principali coordinate, a quel particolare tocco fluido e segreto da imprimere all'esistenza di quell'attimo. Un apparato che ha nella sua armonia il mistero costante della dissonanza. 
Ho incontrato per la prima volta il mondo di Miller a circa quindici anni di età. Ero da solo, nella mia casa al mare, con le persiane già abbassate per buona metà, in attesa che degli amici più grandi venissero a prendermi per portarmi con loro, in alcune spiagge lontane da quella che frequentavo abitualmente. Nella loro attesa cominciai il libro, "Tropico del cancro" iniziandomi a un percorso che dalla penombra di quel mattino estivo non mi ha più lasciato. 
E dentro queste lettere, nonostante i suoi 84 anni e le sue malattie, Miller non sacrifica nulla della sua capacità di dare, del suo ardore e della sua trascinante intensità, che travalica tempo, regole e convenzioni di sorta. Come accade all'amore, quando è vero.

Tra i vari momenti di questo lungo tragitto, ve n'è uno molto bello sull'arte e sulla scrittura, che mi ha avvinto e convinto all'istante, della sua potenza e genuinità, quanto della sua tremenda verità.
Eccone uno stralcio, da una lettera di Henry Miller a Brenda Venus del 25 aprile 1978:

"Una delle prime cose di cui devi renderti conto, se sei un'artista seria, è che l'arte non ha regole. Tutte le altre cose sotto il sole ne hanno, ma l'arte no. Con l'arte sei libera, purché tu obbedisca agli ordini del tuo cuore, non a quelli della mente. (Sai niente del movimento dadaista?  Fu un fatto straordinario. Purtroppo non sfondò col pubblico. Aveva a che fare con "clown e angeli" e idioti, traditori, canaglie. Era come ridiventare bambini, ma bambini indisciplinati. [...]
[...] Torniamo alla faccenda dello scrivere...Brenda, la letteratura è come la musica, la pittura o qualsiasi altra arte. Devi essere sempre te stessa. Non significa che ne trarrai presto dei profitti. Troverai anzi tutte le tagliole e le trappole che hai conosciuto alla TV. In ogni campo, si tratti di arte, d'amore o che so io, ha un certo peso il caso, un peso piuttosto grande, direi. Impara a coltivare il caso, a riconoscerlo a prima vista. Non assillare il tuo astrologo. Impara a conoscere il tuo cuore e la tua mente. Segui i tuoi istinti. E ricordati (ma sono sicuro che te ne ricordi!) che il successo esige sacrifici. Il successo, che pure sembra essere l'obiettivo, è il tuo maggior nemico. Direi: Non cercare di essere il numero 1, sii semplicemente ciò che sei. Siilo pienamente e costantemente. Be', eccoti servita". [...]