venerdì 18 novembre 2011

Sfida su Starbooks e racconto derivato: È così:

Ieri pomeriggio la redazione di Starbooks ha lanciato una simpatica sfida letteraria, con un canovaccio su cui lavorare con un intervento di editing e anche con eventuali modifiche, variazioni, parodie, miglioramenti. Tra i miei quattro contributi, il primo, anche trasgredendo lo spirito dell'operazione, è quello che reputo il più riuscito. C'è da dire che ho innestato, in zone diverse del racconto, le parti della piccola struttura di riferimento, che è ampiamente riconoscibile nelle varie zone della storia. 
 Ringrazio gli amici di Starbooks per la simpatica opportunità.
A voi il racconto:


                                                                     È così


“È così è morta”.
“È morta così…”.
“La stronza è morta”.
“Non si dice questo dei morti!”.
“Delle stronze morte sì”.
“Non mi piace che parli così di una persona appena morta; era ancora così bella, poi…”.
“Una bella stronza, allora”.
“Ancora, ma dimmi, Eugenio, lo fai apposta o cosa?”.
“Perché te la prendi tanto, adesso?”.
“Perché non è da te, e poi mi pare di vederla…sempre sola soletta, che ti voleva un bene, non è giusto parlare così”.
“Davvero? Non mi pare che mi voleva un gran bene”.
“Lo sai che te ne voleva, invece”.
“Sarà…”.
“Mi sembra di vederla, con i sacchetti della spesa e le bottiglie di vino e di liquori, che sbattevano tra di loro. Sempre un po’ curva. Che triste andarsene così, senza nessuno. Solo adesso i figli e i nipotini hanno riempito il giardino. Mai visti prima, ci hai fatto caso?”.
“Nella sua villetta non è venuto mai nessuno. Non aveva nessuno, tranne me e te e il fornitore di liquori”.
Lo vedi, lo vedi che allora non è giusto? Solo perché beveva?”.
“Non era stronza perché beveva!”.
“Se lo dici ancora una volta, Eugenio, giuro che mi metto a gridare. Nemmeno a una viva l’ho mai detto, e solo perché non prendevi dei buoni voti”.
“Non aveva simpatia per me quella bella…”.
“Per favore! Che cosa ti ho detto!”, guardandolo dietro gli occhiali doppi.
“D’accordo, una professoressa di filosofia, con la passione per Hegel, che fumava in classe e forse mi stimava e mi voleva un po’ di bene, sì, ma è stata troppo severa”.
“Io vorrei vederla, un’ultima volta”.
“Ma che diavolo dici, Anna! Se non c’è nessuno degli alunni, e poi mi ha anche bocciato”.
“Io vorrei vederla, che forse siamo ancora in tempo. Altrimenti finisce che mi brucia per tutta la vita”.
“Io non me la sento, e poi lo sai che a me viene il nervoso. Ai funerali non mi so comportare: l’odore dei fiori, le persone troppo serie, a volte mi fanno ridere e non mi so trattenere”
“Bello stronzo!”
“Allora l’hai detto!”.
“Sei vivo e te lo meriti tutto! Io adesso vado a salutarla, tu fai quello che ti pare. C’è ancora la porta aperta, guarda, ci sono anche Frasca e Di Renzi, li hai visti?”.
Anna si affrettò verso la villetta a schiera bianca, con il suo fazzoletto di giardino sul davanti, disseminato di palloni, biciclette e arnesi da giardino mezzo arrugginiti.
Salutò i due vecchi compagni di classe, e intanto si domandava su quegli affari in giardino, che non aveva mai notato prima, oltre alle buste con i vuoti del vetro, che la professoressa lasciava sempre accanto al cancello.
“Sono i nipoti con i loro figli, si sono già insediati nella casa”, le disse Frasca.
Anna si fece coraggio ed entrò dentro. Inciampò con una scarpa in un pedale di bici, coricata sull’erba, poi si riassestò.
Eugenio rimase imbarazzato. Poi si fece forza ed entrò nel giardino. Alzò una bicicletta, la inforcò e cominciò a girare all’impazzata, con le lacrime che gli rigavano il viso, fino al collo della camicia.

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