lunedì 20 dicembre 2010

Sul significato delle parole

Sul significato delle parole. Non credo che sia possibile avere sempre il controllo assoluto sul territorio del linguaggio, in particolar modo sul significato di alcune parole, molto rare, a volte mai sentite, che in diversi momenti hanno costellato diverse pagine di diversi testi. La cosa più insolita è che, pur non conoscendo o non ricordando il loro significato, il senso e il contesto generale del passaggio, fluisce quasi sempre senza sforzo, come se lo stesso termine trovasse una sua consonanza o fosse misteriosamente svelato a livello induttivo da un altro più chiaro e familiare. Non è sempre così, ma l'uso del vocabolario, cerco di relegarlo sempre a situazioni estreme, e cerco sempre di seguire un certo fiuto  nell'organizzazione di tutto il periodo e del suo senso, quanto meno cercando di individuare le intenzioni e i punti di luce fondamentali innescati dall'autore. Non credo, infatti, che attraverso il vocabolario, certi significati vadano a intrappolarsi in una casella specifica della memoria, pronta e ben oleata per aprire il suo sportellino e per scattare e illuminarsi al momento opportuno. La volta successiva, anche dopo  un'ampia consultazione, ritornerebbero gli stessi dubbi e le stesse indecisioni sulla stessa parola.
Credo così che vi siano diversi passaggi di testi molto scorrevoli, dove però, se qualcuno mi fermasse e mi chiedesse un'analisi dettagliata e letterale, anche delle parole più semplici, non nascondo che incontrerei diversi vacillamenti, o quanto meno rallentamenti riflessivi. A volte il linguaggio si articola per riflessi, per risonanze, in un ramo molto più vasto di comprensione rispetto alla disanima delle sue singole parti. In qualsiasi approccio di filologia, rimarrà sempre presente il senso armonico di quella scelta mirata della parola in un certo insieme, e non soltanto la funzione gelida della cellula isolata. In effetti è proprio questa sorta di immaginaria armonia che mi viene incontro, mi risolleva e mi conduce nell'atto della mia migrazione in un testo, nell'eventualità di incontri ravvicinati e particolari. A volte mi chiedo: quante saranno davvero le parole, i termini che ancora non conosco, o che non ho mai sentito? Saranno di più o di meno di quelli che conosco, che ho assimilato, che ho già sentito, e di cui posso parlare, spiegare, e interpretarli a qualcuno che me lo richieda, con un certo filo esauriente di chiarezza e di determinazione? Sono anche convinto che se dovessi contare e soffermarmi sull'effetto più frustrante dei momenti di stallo in testi di un certo rilievo letterario in cui mi imbatto, perderei occasioni molto più edificanti di crescita e di maturazione, sfuggendo il profumo aspro e selvatico dell'insieme. Esistono momenti di analisi e momenti di sintesi ispirata rispetto a uno scritto. Anche quando scrivo, pur cercando di comunicare e di semplificare quanto più è possibile la natura e la forma dei miei concetti, mi capita di imbattermi in termini che in quel momento rimangono insostituibili, e che hanno quella particolare grana e quel tale suono, da non trovare possibilità alternative e immediate di sostituzione, pur nella loro diabolica complessità o tortuosa possibile bellezza. Per cui in quel caso li includo e continuo. In un secondo momento, a mente più fresca, farò le mie scelte in merito.
È pur vero che anche nel linguaggio comune di tutti i giorni, ci si può trovare di fronte a un interlocutore sagace o particolarmente smaliziato, o a volte anche idiota- anche questa terza possibilità è contemplabile-,  che organizza un suo discorso fatto di trappole e di continue involuzioni, usando a sbafo termini ostici,  poco comuni o incomprensibili, da chiedersi a volte che cosa accadrebbe se lo si interrompesse per chiedergli: "Per favore, puoi spiegarmi che cosa volevi dire?", o direttamente: "Che cosa significa?". È molto probabile che l'interlocutore in questione, possa trovarsi piuttosto spiazzato, o anche inorgoglito di aver steso e stordito il suo ignaro avversario. O forse potrebbe anche non  aspettarsi  di essere così superiore all'altro,  e in quel caso il suo tipo di linguaggio, sarebbe mirato unicamente a dimostrare una certa presunta superiorità, essendo ben certo che chiunque avesse finto di conoscere a perfezione i significati di ogni sua singola parola,  non si sarebbe mai azzardato a chiederne il significato. Il gioco, in quel caso andrebbe avanti senza grossi rischi all'infinito, ma ottenendo l'assenza più assoluta di ogni forma elementare di comunicazione.
Ma il divertente è quando egli stesso, avendo utilizzato termini artificiosi e quasi in sequenza automatica, tradisca di non conoscerne minimamente l'ombra del significato. A quel punto la situazione si ribalterebbe, e quel piccolo ma umile approccio imbarazzante, da parte dell'ascoltatore all'apparenza sprovveduto, diventerebbe così un gran colpo da maestro e di grazia, al quale il malcapitato oratore non riuscirebbe a sottrarsi. È probabile che in un prossimo incontro, darebbe un'energica potatura al suo stile e alla sontuosità del suo vocabolario, quanto meno per navigare in acque sicure e poco profonde.
Buona settimana.
l.s. 

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