domenica 20 giugno 2010

On the phone.

"Sei tu, Dick?".
"Mi hai riconosciuto, vero?".
"Sei Dick, merda! Non è possibile!".
"Le voci non cambiano, almeno quelle".
"Che vuoi dire con questo, e poi...chiamarmi a quest'ora dopo una vita".
"Che facevi, dormivi?".
"No, sono a letto. La tele accesa e un caldo boia".
"È stato faticoso trovare il tuo numero, sai?".
Silenzio. Un sottofondo di voci camuffate, da cartone animato. Henry abbassa il volume.
"E allora, come l'hai trovato?".
"Non importa. Qualcuno lo ha cercato per me, e me lo ha trovato".
"E perché non mi dici chi è? Cosa c'è di male? Sarà pure qualcuno che conosco, no?".
"Perché non ha importanza, almeno adesso".
"Sei sempre più strano. D'altra parte dovevo aspettarmelo da te. Sei sempre stato così strano".
"Per cui non c'è niente di cui sorprenderti, vero? Nemmeno il fatto che ti chiami a quest'ora, mentre sei a letto a sbronzarti con la tele accesa?".
"E cosa c'entra sbronzarmi, adesso?".
"C'entra, perché chi mi ha detto il numero mi ha detto anche del resto, e così sono tornato a essere aggiornato, come una volta".
"Tutte balle, Dick. Non devi fidarti di loro, è solo invidia. Ho già capito, forse, con chi hai avuto a che fare. Comunque pensala come ti pare, ma non venirmi a farmi prediche a quest'ora, altrimenti...".
"Dov'è?".
"Che cosa dici, scusa?".
"Hai capito fin troppo bene, Henry. Voglio sapere dove si trova, adesso!".
"Scusami, Dick, ma credo che ci sia un grosso equivoco, e che stia pensando di parlare di qualcun altro. Se è per quei soldi che devo restituirti, ne possiamo parlare, ma...".
"È stata vista l'ultima volta con te. Mi hanno detto che frequentava te, prima di sparire. Sarai quello che ne sa di più, e guarda caso dopo la sua partenza sei svanito anche tu. Non è un po' strana come faccenda?".
"Accidenti a te e alle tue fantasie, ma non capisco: adesso non si è neppure liberi di partire, che subito ti puntano il dito contro; e poi lo sai che a me non importava un accidenti, dico di Enrica, stai parlando di lei, immagino".
"E di chi, sennò? Avanti, mi devi raccontare tutto, per filo e per segno".
Ancora un silenzio. Lo scatto del telecomando. La tele adesso è spenta. Henry allunga un braccio a una bottiglia di cognac, sul pavimento e se la porta alla bocca. Poi schiocca le labbra e sospira.
"Per telefono non è possibile. Dobbiamo incontrarci da vicino, e poi, non credere chissà cosa abbia da dirti".
"Ma saprai almeno dov'è finita, vero?".
"Anche tu avrai le tue colpe, se le cose sono andate come sono andate.  Non dirmi che adesso ti sei pentito e che ti manca? Enrica aveva investito molto su di te, eri diventato la sua...come mi diceva sempre, aspetta: che tu eri la sua, cazzo, non mi viene proprio".
"Lascia perdere quello che ero io, voglio sapere quello che viene dopo".
"Dopo non viene più molto altro. È scappata da me perché con te le cose cambiavano in peggio e allora all'inizio mi andava di fare il confidente, essendo amico di entrambi, anche se forse tu non mi consideravi un tuo amico, ma per me non cambiava niente. Poi cominciammo a bere, insieme, la sera, qualcosa di forte o di meno forte, come capitava. Perché aveva fatto sentire solo anche me, con il fatto che dopo la vostra rottura non riusciva a trovare pace, insomma, era diventato come un contagio e a me, queste cose non piacciono. Qualche volta abbiamo anche scopato, come vedi sono sincero con te, tanto ormai eri tu quello che non voleva saperne. Poi ha cominciato a dire cose strane, si è cominciata a trasformare, ma ti dico: dall'oggi al domani, come una impasticcata, ma di quella roba io non ne avevo mai fatto uso e credo nemmeno lei, almeno in mia presenza. Dovevo trovare il sistema per liberarmene. Tra l'altro non aveva una lira e mangiava come un lupo e poi, per il fatto che vivesse con me, mi precludeva altre possibilità. Mi credevano tutti impegnato o comunque un puttaniere, capisci? E questo non andava per niente bene. Ma lei insisteva, che se tu non fossi tornato da lei, non sapeva dove andare e che aveva bisogno di me, e si sarebbe nascosta, se fosse arrivato qualcuno, o qualche fica calda. Si sarebbe nascosta come una cagna e non mi avrebbe arrecato danni e che per le spese, insomma, si sarebbe trovata un lavoro e così avrebbe contribuito in qualche modo, perché lo diceva che non era giusto che mi addossassi tutto io. Ma la stronza era anche bugiarda. Cominciò ad approfittare della mia bontà, e tu lo sai che io sono sempre stato una persona buona, Dick. Anche se ci ho scopato, ma è stato per farle passare la tristezza, quando a tavola cominciava a singhiozzare e a immaginare tu a quest'ora dove fossi, in quale stato dell'America, lontano da lei, con un'altra donna, semmai più bella e più felice e allora solo nel fottermela quella lì si spegneva, ma cominciai a stancarmi anche di quello. Trovò un lavoro, in una lavanderia. Cominciò a frequentare altre persone e a sbronzarsi. Io non riuscivo più a continuare, tra l'altro non ero il responsabile e poi, insomma, stavo uscendo con una importante, con tutto il rispetto per Enrica, una di gran lusso che aveva una casa tutta sua e che mi aveva proposto di trasferirmi a Los Angeles con lei. All'inizio avevo dei dubbi, ma poi mi accorsi che era tutto fattibile e molto più conciliabile di quanto credessi. L'unico ostacolo era Enrica. Ho cercato di spiegarle la situazione, con calma. All'inizio mi ascoltava, poi ha cominciato a tremare tutta e a dare di matto. Non avevo mai visto una donna ridursi così. Non sapevo che cosa fare. Intorno tutto il vicinato pensava che fosse la mia donna o una sorella ammattita che mi avevano affidato e la mia vita doveva giustificarsi davanti ai suoi casini. Una sera prese anche la mia macchina  e mi sfondò una fiancata, perché si era rotta di birre. Ne  comprava cassette intere, con quello che guadagnava poi, dovevo essere io a rimetterci, quando non saldava i debiti. Capisci allora che dovevo trovare una soluzione? 
Ormai era tutto deciso. Con la  mia nuova ragazza avevamo stabilito anche il giorno della partenza. Fu lei a darmi la soluzione. Tra l'altro non avevo nemmeno il tuo numero: bella merda anche tu. Prima me la sganci in casa e poi sparisci, comunque fu lei, ti ripeto, la mia nuova ragazza, a trovare la soluzione. Come sempre le cose più semplici sono sempre le più risolutive. Mi disse come aveva fatto sua sorella con il loro cane, che era diventato molto impegnativo. Lo portarono con loro,  in vacanza. A metà percorso scesero tutti per una breve sosta, in un luogo isolato. I ragazzi continuarono a giocarci, come se nulla fosse. Per l'animale doveva sembrare tutto normale, senza traumi. Anche i ragazzi non sapevano niente. Doveva sembrare tutto come un incidente, o qualcosa del genere. Insomma l'ultimo lancio del pallone lo fece suo marito, lo lanciò molto lontano, ancora più delle altre volte. Intanto sua sorella aveva attirato con una scusa i ragazzi nella macchina e aveva cominciato ad allontanarsi. Quando poi il marito la raggiunse, senza cane e senza pallone, disse che lo avevano rapito. Finse di chiamare aiuto, di cercarlo, facendo con l'auto tutto il percorso opposto, fino a quando non si rimisero in marcia, fingendosi disperati, i genitori, e aspettando che i ragazzi dimenticassero. In fondo tutto si dimentica, così mi diceva e più lei mi parlava, più mi rendevo conto che avevo finalmente trovato la donna che cercavo da sempre e che non dovevo lasciarmela scappare. Putroppo non ebbi il tempo di contattare nessun altro del gruppo, anche perché ero preso da molto altro. Dovevo sloggiare. Togliere tutto, preparare l'auto. Enrica era entusiasta. Si era anche  molto affezionata alla mia nuova ragazza. Qualche pomeriggio le sentivo descrivere le strade di Los Angeles, la possibilità di nuove amicizie importanti, che avrebbe ricominciato una nuova vita e che aveva già pensato a una stanza tutta per lei, visto che la sua casa era grandissima e che avrebbe potuto ricevere amici e amiche, e che le avrebbe trovato un ottimo lavoro, altro che quella lavanderia dove stava lavorando. E quando loro due si parlavano, io vedevo gli occhi di Enrica così commossi  e così calmi, come forse non erano mai stati, nemmeno con te. E allora mi accorsi che con quella speranza, cominciava a bere di meno, a gridare di meno e a starmi meno addosso. Mi diceva sempre grazie, grazie, se non fosse stato per te, e io le dicevo che era il minimo, e che tu eri un fottuto figlio di puttana, Dick, ma comunque un amico e che io mi sentivo in dovere di consolarla, e altre cazzate simili. Fino all'ultimo mi disse grazie. Fino al giorno in cui partimmo e ce la caricammo in auto. Era andata a tagliarsi i capelli, poche ore prima di andare. Prima di fermarci, la mia ragazza le offrì una caramella. Lei accettò, aveva gli occhi lucidi. Una volta scesi è stato un gioco di ragazzi seminarla. Pisciava in continuazione, la poverina. Forse le sue vecchie bevute o l'emozione, ma c'era una fila da museo alla toilette. La lasciammo lì, dicendo che andavo a fare carburante e a prendere i panini. Le chiesi anche il gusto. Mi disse che voleva un panino con l'hamburgher e non so che  accidenti di salsa, tanto non cambiava niente, anche se chissà per quale cazzo di motivo quel panino l'ho preso per me. L'ho mangiato quando ormai eravamo già lontani, nelle lacrime. La mia ragazza mi chiedeva se fossi pentito. Tra l'altro avevamo ancora la sua borsa con tutti i suoi nuovi vestiti, che avevano comprato insieme, nel bagagliaio, e anche il suo odore, che in fondo era un odore buono. Dicevo alla mia nuova ragazza, che ero in lacrime perché nel panino c'erano troppe cipolle, e poi mi asciugai il viso con un braccio e le sorrisi e lei ricambiò, dicendomi: adesso sì che mi piaci. Sei più bello quando ridi, e così mi passò anche la tristezza dell'attimo. È tutto quello che ti mancava, genio! Per  i tuoi soldi dammi un recapito postale, che ti faccio un vaglia o un bonifico, se hai un diavolo di conto da qualche parte, ma ci sei ancora, Dick? Che diavolo, non dirmi che ti sei addormentato?".
"Ti rendi conto di quello che avete fatto?".
Henry abbassò il telefono. Aveva riacceso la tele, quando stavano per dare un film. Un film che aspettava da una vita. Staccò anche la spina del telefono. Aveva già i bagagli pronti per una nuova destinazione.
Enrica era profondamente addormentata, accanto a lui, in un mare di patatine alla paprika e di  fumetti erotici giapponesi.
Henry spense la luce.
l.s.

2 commenti:

Rosanna Palmieri ha detto...

Senza le ultime due righe e mezza sarebbe potuto essere mille altre cose, così è uno spasso autentico! Bravo!
R.P.

Daniela ha detto...

Grandissima capacità di calarsi nei personaggi e nei linguaggi più disparati, in ambientazioni lontane, in situazioni incredibilmente originali.