giovedì 24 giugno 2010

Caro professor Varidàni (Bozza di studio epistolare con intreccio)

Caro professor Varidàni, non so se si ricorda di me. Io non credo di averle lasciato un così bel ricordo, e allora è proprio per questo che mi sento di scriverle, per mettere un po' di ordine, e per il tempo che è passato e che non è riuscito a medicare la nostra ferita. Ma credo che ci sia sempre tempo per un chiarimento, quando qualcosa si tiene sepolta per troppo tempo, è giusto che incontri il suo momento di luce. La mia e la vostra ferita, maestro. Saranno diverse o le stesse, ma sono due ferite, mi creda. Sono convinto che adesso comincerà a ricordare, per lo meno quale fu il mio ruolo nella tragedia, anche se forse non lo avrebbe mai immaginato. Ma almeno proverò a dirle quello che è davvero successo e tutto quello che so, per liberarmi e liberare anche lei dal dubbio atroce che ancora la dilania. Vorrei anche dimostrarle che quello che io ero all'epoca, adesso non sono più, anche se lei sarà libero di non credermi, dopo questa lettera, ma è giusto che cominci. Io ho bisogno di dare sfogo alle mie parole e tentare l'azzardo di questa medicina amara e dolorosa, altrimenti non mi darò mai più pace e non consentirei nemmeno a lei di ritrovarla.

La scuola media Carducci, se la ricorda, aveva organizzato quella gita, alla quale anche i suoi due figli, Alberto e Andreina, prendevano parte. Fu in quella occasione che li conobbi meglio. Prima soltanto di vista, ma anche solo di vista, per il solo motivo di essere i figli di un maestro così severo, già li odiavo, dal mio profondo. Non lo so se vi fosse un solo motivo per quell'odio, ma io ero quello che li odiava più di tutti gli altri, ero sicuro. Non conoscevo cosa fosse l'odio, prima di incontrare suo figlio Alberto, è bene che lo sappia. Conoscevo la rabbia, il rancore, ma non l'odio. Dicevo e pensavo che fossero dei privilegiati e che non avrebbero mai perso l'anno, come era invece successo a me, per ben due volte di seguito e per colpa sua, se lo ricorda, vero? Odiavo Alberto e Andreina perché non riuscivo a trovare il coraggio di odiare lei, maestro. Di farlo direttamente; ecco, forse, il perché.
Avevo perso quegli anni per colpa sua, almeno così pensavo allora, e anche perché io non avevo nessun padre acculturato e maestro come lei, che insegnasse alla mia scuola. Avevo solo un padre balordo e violento che ritornava a casa di rado e molto tardi; una madre nevrotica che lavorava in una piccola latteria e una zia sordomuta, che cuciva tutto il giorno e di notte russava e dormiva nella mia stanza.
Non chiudevo occhio la notte, Caro professor Varidàni, e al mattino cercavo di svegliarmi prima per recuperare tutto quello che non avevo fatto. Mentre la zia cominciava lentamente a ravvivare di piccole fiamme e tepori la cucina, io occupavo il tavolo e ripetevo ad alta voce le ultime cose della lezione. Le chiamavo cose, perché non avevano altro che il peso di oggetti vuoti, inutili e pesanti, come le parole delle sue lezioni, che schiacciavano ogni minuto della mia vita come tegole o mattoni scheggiati. La zia mi guardava, senza capire, a volte con compassione, quando credeva che le parlassi e che tentassi di dirle qualcosa di me, perché la fissavo e credeva che ce l'avessi proprio con lei, e io lasciavo che lo pensasse. In fondo ero l'unico a darle un po' retta in quella casa e non mi costava niente illuderla che fosse al centro dei miei poveri pensieri. Mio padre non aveva il tempo di dedicarsi a lei, a causa delle cinghiate sulla bocca che dispensava a mia madre, ogni volta che la vedeva parlare con qualcuno al negozio e sorridere, o anche quando non parlava, quando ritornava ubriaco, era lo stesso. Doveva muovere le mani su qualcuno di noi, altrimenti non trovava pace.
Nemmeno mia madre aveva tempo di badarle, dico alla zia sordomuta, perché era troppo presa a parlare con qualcuno alla latteria e a sorridere, quando mio padre non c'era, e a difendersi dalle sue cinghiate, non appena lui rientrava per castigarla e poi montarsela senza pietà, nell'altra stanza, come se fosse una vacca o un animale. Quando si amavano lo facevano come due animali. Li sentivo solo io. La zia dormiva ed era sorda, e così rimanevo l'unico testimone dei loro mugolii e della loro fame violenta. Una volta sentii che era lui a chiedere alla mamma di ridere e fare i sorrisi ai clienti, che a lui le piaceva la moglie civetta e anche un po' sgualdrina. Voleva che li tentasse, che si facesse guardare e che poi la sera gli raccontasse tutto, per filo e per segno. Voleva sentire i loro occhi del giorno, nelle sue mani della notte, per premerli e per schiacciarli, dentro un palmo, come mosconi. Ma poi si dimenticava o si pentiva o era mia madre che si faceva prendere troppo la mano nel raccontare, e allora lui non ci vedeva più. Queste cose forse lei non le ha mai sapute, Caro professor Varidàni, ma adesso le sa.
In fondo ero l'unico che aveva un po' di spazio per mia zia, e così la confondevo e ogni tanto le lasciavo dei biglietti affettuosi, in cui le dicevo che era l'unica che mi voleva bene e che mi sorrideva, perché in fondo di sorrisi non ne ricevevo mai e non ne riceveva mai nemmeno lei, da nessuno dei miei genitori.
È forse per questo che non ero capace di darli e nemmeno di restituirli i sorrisi, soprattutto quando mi venivano dati gratis e senza meritarli.
Il mio odio per i vostri due figli, che in fondo a me non avevano fatto niente di male, aveva radici profonde, che ho scoperto solo da poco e che solo adesso ho trovato il coraggio di smuovere dal loro terreno. Non capivo l'affetto muto della zia, ma cominciai a scorgere quello di sua figlia Andreina, che a volte cercava di proteggere il suo fratello più piccolo, quando io li minacciavo, soprattutto quando i maestri mi avevano annunciato la perdita dell'anno, della terza media, per la seconda volta. Allora non ci vidi più. Mi ero prefissato di terrorizzarli, perché davo la colpa soltanto a voi, più che a tutti gli altri. Li aspettavo fuori scuola, con il temperino graffiai anche il viso di Alberto e fu allora che mi accorsi del grande cuore coraggioso di sua figlia. Fu proprio Andreina che si mise davanti a lui, allargando le braccia, con il suo grembiule nero che le sbatteva dal cuore, come se fosse un gatto che premeva per uscire. E mi diceva: "Alberto è più piccolo. Graffia me, lui non ti ha fatto niente!", e così, la dolcissima Andreina, mi disarmò. Con un gesto di coraggio, che io all'inizio non capivo, piegò la mia caparbia e cominciò a intenerirmi e trattenermi dai miei propositi sinistri verso di loro, ancora più della zia Sofia sordomuta, più dei pochi pomeriggi di mare di giugno e di tutto quel poco che mi aveva intenerito in tutta la mia povera esistenza.
Ogni sera raccontavo alla zia dei miei sentimenti per Andreina e li scrivevo su alcuni fogli che leggeva, come un romanzo a puntate, immaginando di prendere la mia parte o a volte la sua, e sognare un lieto fine con me.
Cominciai ad abbassare il viso, con i suoi ragazzi, per colpa di quel primo amore che mi stava attanagliando e pugnalando alle spalle; anche quando mi evitavano, soprattutto suo figlio Alberto, per il terrore,; ma io volevo ingraziarmi la loro fiducia. Volevo che mi considerassero cambiato, anche se in fondo ero lo stesso, ma soltanto impazzito per la sua ragazzina. Non so di quei giorni lontani cosa vi fu riferito, e non so neppure che cosa le fu detto di quello che aveva combinato mio padre, in quella rissa nella taverna dell'oste rosso malpelo, dove aveva fatto saltare un occhio a un impiegato delle poste con la gamba di una sedia, e si era fatto sbattere dentro, ubriaco fradicio.
Quella gita scolastica invece arrivò come una benedizione. Potevo cambiare aria, non guardare il viso cinereo della mamma, le preghiere mute della zia, che pregava con gli occhi e con i lamenti e si leggeva i miei resoconti, ormai senza grossi sviluppi.
Avrei dimenticato per qualche giorno, il vuoto che ci lasciarono tutti, per colpa delle angherie e dei pasticci di mio padre, quando invece, proprio Alberto e Andreina, un pomeriggio, vennero a bussarmi, per invitarmi a passare un po' di tempo con loro. Quando me li trovai davanti alla porta, tutti e due, così vicini e indifesi, a chiedere di me, perché forse era partito proprio da voi, caro professor Varidàni, quel pensiero così nobile di non emarginarmi e di starmi vicino, al contrario di tutti gli altri. E fu proprio da lei, caro professor Varidàni, che partì la discreta raccolta per la quota che altrimenti non sarei stato capace di affrontare per la gita. E solo dopo ho saputo che si tassarono Andreina e il piccolo Alberto, rinunciando a diverse paghette settimanali per venirmi incontro più degli altri. Forse perché stavo cambiando, anche se non ne capivano ancora bene il motivo, il placarsi di quell'odio o di quel rancore. Nemmeno io avevo il coraggio di confessarlo. Scrivevo tutto quello che provavo alla zia, e poi basta. Cominciai a dimostrare il mio amore ancora segreto per Andreina, semplicemente non facendoli più spaventare. Un amore in negativo, dimostrato non facendo qualcosa di male, anziché facendo qualcosa di bene. Era il solo modo che conoscevo allora, non ne avevo altri. Ero così stupido e confuso, da confondere quel gesto così nobile di Andreina, con qualcos'altro. Con qualcosa di più grande e profondo, qualcosa come la mia rinuncia a minacciarli e torturarli entrambi, dopo la scuola. Ma quando si è troppo giovani, le cose sembrano tutte uguali, non si distinguono. Non potevo prevedere che Andreina voleva dirmi della sua amicizia, ma non del suo amore. Alla gita mi era sempre vicina, perché gli altri mi erano lontani. Mi sorrideva, così come Alberto, perché gli altri non mi sorridevano, ma non c'era altro. Mi parlava, perché non c'era nessuno che mi parlasse. Era il frutto del negativo degli altri quella sua dolce amicizia, e non vi era niente di quello che io immaginavo o attendevo. La nobiltà di un sentimento così puro o una piccola opera di carità, non aveva nulla a che vedere con la mia fame di amore e di tante altre riserve, che in quel momento vedevo concentrate soltanto in lei, Caro professor Varidàni, nella sua primogenita Andreina.

* * *

Quella sera che si era in viaggio così persi la testa, e non so che cosa mi prese. Era l'ultima prima di ripartire per Roma. Gli altri erano già rientrati. Erano rimasti dei gruppetti scarsi di ragazzine, che mi ignoravano. Andreina mi vide isolato e lontano e mi si avvicinò e rimanemmo vicini e io cominciai a dirle quello che provavo per lei, in modo confuso, poi non riuscendo a concentrare bene i concetti, le frasi, poi cominciando a innervosirmi, perché la vedevo improvvisamente fredda, come non era mai stata, nonostante le avessi preso una mano nelle mie, più grosse e più rudi e poi le prendevo il braccino e avvicinavo le labbra e il mio affanno. Non sapevo cosa mi stava accadendo, e la sentivo ritrarsi, e così mi fermai.
"Io sono già fidanzata. Mi dispiace. Sono innamorata di Pietro Spadin”, era quel ragazzo che frequentava il ginnasio al Pascoli, quello che andava bene, che aveva tutti dalla sua parte, che studiava e che era il figlio dell'avvocato Spadin, molto famoso e stimato in tutta la città; e quello che io presi a sassate, con un gruppo di balordi, non appena di ritorno in città. Per fortuna Andreina e nessun altro, vennero mai a sapere di quello che avevo fatto. Adesso lo sa solo lei,  professor Varidàni; dopo tanti anni, è il primo a sapere questo, prima di tanto altro. Eravamo tutti così ben nascosti, e poi se l'era cavata con qualche acciacco, niente di che. Il tutto andò nell'ombra, solo qualche sospetto.
Ma la mia violenza per il rifiuto montava, ritornava a fiotti il mio vecchio odio sopito e traslato per i suoi figli, adesso anche per Andreina e per Spadin. Quello mio adesso era un odio strano, impastato di altro, di altre mancanze o di quello che avevo creduto per un attimo di meritare ma che in fondo non meritavo ancora.
Sua figlia fu messa in cinta proprio da quel ragazzo così per bene, Caro professor Varidàni. Sembrava tutto perfetto, e allora fu proprio Andreina a ricorrere a me, disperata, quando quel pomeriggio lontano si confidò. Non lo sapeva nemmeno lei quello che avrebbe dovuto fare e nemmeno se avesse scelto il confidente giusto. Perché di solito non si sa mai se la persona con cui ci si confida sia l'unica a meritare la confidenza. Non lo si sa mai, fino a quando non si fanno più limpide le trame e i fili orditi dal destino, o dalla storia o dal tempo. Così Andreina, sua figlia, mi chiese un aiuto. Aveva saputo che mia madre conoscesse qualcuna che trafficava con gli aborti, una persona fidata e di buona esperienza, una che faceva tutto in gran segreto. Non mi ricordo se glielo avessi detto proprio io o se lo avesse saputo da qualcun altro. Le voci girano comunque, e soprattutto sui maledetti come siamo noi. Mio padre era ancora dentro. Andreina non sapeva cosa fare, e così la rassicurai che avrei messo a posto le cose. E lei mi avrebbe promesso un'amicizia speciale, e che a quel Piero Spadin non avrebbe mai detto niente. Le chiesi se lo avrebbe mai lasciato, nel caso io le fossi venuta incontro come avrebbe desiderato. In un primo momento la vidi perplessa, smarrita. Era ancora piccola, aveva sedici anni, c'era un mondo grandissimo davanti a lei. Ormai ci si vedeva di rado, da quando frequentava il liceo Pascoli, quello stesso di Spadin. Senza quel ricatto non avrei avuto più speranza di conquistarla. E così andai oltre, e le dissi che se non lo mollava e non si avvicinava a me, non le avrei trovato il rimedio e avrei detto a tutti la verità. Non pensavo che le mie parole avessero quell'effetto così potente. I suoi occhi si aprirono di dolore, mi abbracciò, e disperata com'era mi promise la sua anima e tutto quello che le rimaneva dei suoi giorni e dei suoi sogni e della sua vita, pur di non darle un dolore così grande, proprio a lei, caro professor Varidàni: era lei la sua paura più grande! Non voleva deluderla, capisce? Voleva cancellare a tutti i costi quello che riteneva uno sbaglio mortale, soprattutto per i suoi occhi e per il suo cuore, oltre che per la sua vita! Non potevo prevedere che la sua fosse una promessa disperata e non di cuore, quella di mollare per sempre Spadin. O forse perché la disperazione toccherà altri canali che sono paralleli alle promesse accecate da un grande amore come forse era quello suo.
Quella notte, dopo che Andreina si confidò con me, tornai a casa senza appetito e con il fiato spezzato. Mi sentivo il mondo in pugno, ma in un pugno che mi tremava e rischiava di farlo sfuggire o sbriciolare come un biscotto. Continuavo a mantenere vivo il mio diario segreto con la zia, e puntualmente le tasche della sua veste si gonfiavano dei miei resoconti. Ma quello sviluppo adesso la stava incupendo, lo vedevo dai suoi occhi, dalla sua espressione del viso, che era diversa, rattristata, più severa. Non le piacevano le cose che leggeva, ma la sua curiosità di sapere aumentava lo stesso.
Quella stessa sera Andreina avrebbe parlato a Piero Spadin e lo avrebbe allontanato in qualche modo: mi diceva che lo avrebbe fatto senza tentennare, che non le sarebbe pesato, a condizione che le avessi risolto il problema e al più presto. Io ero così felice, non riuscivo a credere ai miei occhi. Ma a casa non dissi ancora niente alla mamma della necessità di incontrare quella vecchia amica, che andava a comprare il latte da lei. Volevo aspettare gli sviluppi dalla sua parte, che ci furono e arrivarono puntuali. Lo allontanò, Andreina, il buon Spadin! Lo allontanò, come mi aveva promesso, senza spiegazioni, dicendogli delle cose orrende, che forse non provava o che aveva immaginato di sentirsi dentro pur di ottenere quello che la sua paura le dettava e di immaginarsi un distacco feroce e forse meno doloroso per entrambi, pur di liberarsi.
Ma a me scattò all'improvviso qualcosa dentro. La voglia di crescermi quel bambino segreto con lei, e di risparmiarle così quello strazio. In fondo di quel bambino ne sapevamo solo io e lei, e quindi poteva considerarsi nostro, a tutti gli effetti. Glielo dissi poche sere dopo, mentre fingevo intanto di aver già concordato tutto in gran segreto con quella vecchia strega che conosceva mia madre. 
Ma Andreina non volle saperne. Avrebbe fatto qualsiasi cosa, ma non quello che le stavo chiedendo. Il mio potere su di lei era devastante, ma non così forte come prevedevo. In pochi giorni organizzammo tutto con la mamma. Quello che scrivevo alla zia, la sera, era esattamente quello che era avvenuto e che stava avvenendo. La cronaca di quegli eventi era dettagliata, senza alcuna omissione. Una donna muta è sempre  la depositaria suprema di qualsiasi confessione. Era lei la mia confidente, quella che Andreina non aveva avuto la fortuna di incontrare. Fecero tutto in gran fretta, in una baracca piena di mosche e di ragni. Ne uscì stordita, con un viso magro, grigio.
Ma avevo ignorato un piccolo particolare, Andreina: che quel suo amore per Pietro era ancora molto grande, molto più grande di quanto essa stessa avrebbe potuto immaginare, ed era stato trattenuto e sepolto solo a causa del mio sordido ricatto, professor Varidàni. Ma io ero ancora un ragazzo, non potevo prevedere gli esiti delle promesse di dolore o dei ricatti e la differenza con la promessa di amore e non ancora di dolore, che forse aveva già stipulato con Spadin.
Adesso Andreina mi avrebbe allontanato di nuovo, o ricompensato con qualche carezza proibita, sopra le ginocchia, o con qualche bacio, ma il suo cuore era fiondato altrove, nel suo luogo naturale di origine, e io lo sentivo, ma non lo scrivevo alla zia. Adesso alla zia scrivevo che Andreina, per ringraziarmi, veniva a strusciarsi con me e poi anche a farsi guardare spogliata e a farsi toccare e poi ancora oltre, nel retro della latteria, dopo l'orario di chiusura. Scrivevo tutte quelle cose con rabbia, immaginando che fossero vere almeno per la zia, per avere un angolo di memoria che ancora mi esaudisse. Ma in realtà non era vero niente, io avevo accettato a malincuore che lei fosse ritornata da Pietro Spadin, che intanto era all'oscuro di tutto e si godeva la bellezza e il ritorno triste e innocente della sua Andreina, se non fosse per quel maledetto aggiusto di sartoria che sua madre, la ricca signora Spadin, dovette farsi fare da mia zia. Non so cosa diavolo le prese, ma durante la consegna, la zia riempì le tasche di quel cappotto, consegnato insieme agli altri vestiti, con tutta la storia segreta e sparsa in biglietti numerati, che io le avevo scritto e raccontato. Era tutto scritto. Senza dirle niente le affidò quella parte di vita incompiuta e non vissuta, o rianimata alle spalle del povero e buon Spadin.
Da allora non scrissi più nulla alla zia, perché non voleva più leggermi e mi aveva fatto capire a gesti che aveva buttato via tutto. Ma la signora Spadin, invece, non buttò via tutto. Lesse e chiamò suo figlio accanto a sé. In una sera di pioggia, tenendogli una mano nei capelli mentre il ragazzo si vedeva sfilare negli occhi il doppio inganno: quello reale di Andreina, e quello simulato da me, nel finale. Vi erano le date della cronaca, dei singoli eventi, e così tutto poteva essere controllato. Sua madre gli teneva i capelli nelle sue mani, è quello che mi raccontò Enrico Spadin, il suo fratello minore, che era rimasto a studiare nella stessa stanza e che aveva assistito a tutto. Enrico era mio amico, fino alla rivelazione di quei messaggi.
Non mi risultò che Pietro Spadin avesse detto nulla a sua figlia. Almeno fino a quella dolce serata al luna park, dove li incontrammo, con altri amici, che erano abbracciati, tutti e due. Andreina mi salutò, fissandomi con lo sguardo spaventato. Nessuno di noi due poteva sapere quello che Pietro Spadin aveva letto e quello che in quel momento provava. Era impenetrabile, quella sera, come tutta questa strana storia che ci è successa e che in qualche modo ci accomuna.
Fu per questo, caro professor Varidàni, che Pietro decise di portarla sulla ruota panoramica, in una serata così tiepida e illuminata, come fu quell'ultima della loro vita, perché fu proprio in quella serata lì, poco dopo averci lasciato e salutato, che Pietro Spadin si lanciò nel vuoto trascinandosela per un braccio, quando il loro vagoncino era al massimo dell'altezza prevista dal giro della ruota.
Hanno tutti pensato a un incidente. Io ero tra i pochi a sapere che quello non è stato un incidente. E mi sembrava giusto che lo sapesse anche lei. Ecco perché ho pensato di scriverle, perché la sento il confidente supremo, che forse non ho mai incontrato.
Adesso ho finito, caro professor Varidàni. Era quello che le mancava e che mancava anche a me. Come vede la medicina non è quasi mai riposta solo nelle parole, ma nel tentativo di fare ordine, quando le tenebre sono troppo spesse sui cuori e sulle promesse mancate o tradite e mal rivelate.
Ho due bambini, Caro professor Varidàni, un maschio e una femmina, proprio come lei: uno di cinque e l'altra di sette anni. Vorrei che un giorno li conoscesse. Aspetto vostre notizie e ricordate di salutarmi Alberto. Ho saputo che esercita a Ferrara, come valente avvocato, degno di tale padre, come nobiltà d'animo e perizia nella professione.
Sono sempre in debito per tutto, non lo dimentichi mai.
Con sterminato affetto,
Roberto Cardisi. III F Scuola Carducci,
p.s.
Riesce a indovinare il nome che ho dato alla mia bambina?
l.s.






1 commenti:

Daniela ha detto...

L'elemento perturbante è terribilmente spiazzante. La cattiveria del protagonista lascia senza parole... Altro segno tangibile della tua versatilità. La prosa è molto più immediata rispetto allo stile con cui solitamente scrivi.
Daniela