domenica 2 giugno 2013

Comprensione, compenetrazione e suggestione in José Lezama Lima.

Mi chiedo se conti così tanto l'essere compresi anziché l'essere avvertiti, sentiti. La comprensione scandita come un campanello per il pranzo di un proprio linguaggio potrebbe avere le carte in regola, ma rimanere codificata in uno strato superficiale, in completo ordine, ma senza nessun altro fattore oltre la scrupolosità e la chiarezza di quest'insieme. Nessun crimine ma neanche nessuna buona azione.
Si potrebbe anche dire: se sono chiaro e comprensibile, sarò anche avvertito, sentito, scandito. La comprensibilità comporta efficienza nel metodo del mio linguaggio. L'efficienza del mio linguaggio permette una sorta di comunione, di discesa in una certa regione di intimità che favorisce la fase di resa del sentire, quanto meno il suo seme commestibile.


La matematica direbbe questo. Forse la matematica ha anche una sua dimensionalità poetica, ma non credo che in questo caso le cose vadano sempre così. Si tratta di analizzare quello che accade perché un certo apparato linguistico cominci a smuoversi dalla sua tessitura e diventi anche altro. In tutto questo altro, non sempre vige la regola del comunicare, del farsi capire o essere semplicemente commestibili, se non appetibili, come molti editori vorrebbero. Non sempre il capire e il sentire sono vasi comunicanti. Può accadere che nel suono di una certa scrittura, alcuni momenti mi lascino delle chiavi, che sono indipendenti dal mio personale livello di comprensione. Comprensione e compenetrazione si muovo su spazi non sempre lineari, così come la riflessione e la suggestione su di uno stesso testo. Se io comprendo con attenzione scrupolosa, potrebbe essere merito della mia dovizia di lettore o anche della scrupolosa lungimiranza di uno scrittore attento che nulla di quello che ha scritto e descritto venga in nessun modo tralasciato  nell'ombra, frainteso, non intuito. Ma se io sento e mi suggestiono, il tipo di canale comunicativo non dipenderà solo e sempre da una mia ricezione intellettuale e nemmeno da una mia volontà di concreto abbandono alla sensazionalità o intimità di quel certo testo. Non scelgo di suggestionarmi, spesso non comporta uno sforzo né dalla parte del lettore né da quella dello scrittore, ma è quel punto misterioso di incontro che si innesca in una regione primordiale  e primitiva, lagunare, che si sposa più alla ruvidezza del numero e codice semantico, del suo significante, della sua luce, che all'analisi più complessa e articolata di un suo significato logico, misurato in base a una sua precisa finalità.






"Paradiso", di José Lezama Lima, credo di averlo letto circa quattro volte. In momenti diversi della mia vita. La traduzione di Glauco Silvestri (insigne specialista di quei particolari territori linguistici) ha chiarito, fino alle ultime pagine, la grande impresa e la complessità di una restituizione appropriata in un'altra lingua, di sonorità, sfumature e particolari suggestioni e profumi della lingua cubana originaria di quel testo. Ma anche la formula narrativa, il tipo di impostazione, mi ha creato fin dalle prime volte, un grande senso di incertezza e inadeguatezza a controllare la massa di prosa poetica e saggistica di Paradiso ("il rovistare nel midollo del Sambuco", citando lo stesso Lezama Lima), il pericolo di perdere la strada, o meglio la rotta. E infatti durante tutta la lettura, attraversando personaggi e paesaggi, immagini dalla nitidezza cristallina ma anche dalla capacità lancinante di trafittura, tra contesti, situazioni, materiale onirico e labirinto, questa rotta si perde, ma quel tipo di scrittura mi ha attraversato di sensazioni, di moti sensibili, in una sua linea parallela, autonoma e scissa dalla comprensione meramente e solo intellettuale di quell'impianto romanzato in un amplesso intrinsecamente poetico quindi oscuro. 
Che cosa significa, allora,  ambire a quel particolare livello di comprensione o di compenetrazione nell'ingranaggio di "Paradiso", quando l'elemento sensitivo riesce a subentrare ugualmente, attraverso portelli posteriori e segreti, e lasciare comunque la sua traccia, il suo marchio, il suo humus di intimità, come farebbe una lumaca? Vorrebbe forse dire che allora, nel mio caso, una certa comprensione sarà avvenuta lo stesso, anche se non conclamata da conferme o controprove, quella che di solito quel certo agio di avere sempre i fatti raccontati sotto controllo, portano a definire chi scrive uno scrittore grande perché chiaro, semplice, immediato? Lezama Lima è invece grande perché riesce a comunicare dalla prospettiva esattamente opposta: le chiavi della compenetrazione e della comprensione, necessitano dell'intensità di un processo iniziatico e suggestivo, della generosità degli aromi, delle essenze fruttate di cui è impregnato e speziato tutto il romanzo, fin dai suoi primi battiti:
"Ma come può commettere lo sproposito di aggiungere gamberi cinesi e gamberi freschi a questo piatto? – Izquierdo, ansando e stirando le narici come un trombone a coulisse, le rispose: – Signora, il gambero cinese serve a rafforzare il sapore della salsa, mentre quello fresco è come i pezzetti di banana, o le cosce di pollo che in alcune case aggiungono al quimbombó, per dargli un certo sapore di ajiaco esotico. – Tutta questa sofisticazione, – disse la signora Rialta, – non si addice troppo a certi piatti criollos –. Il mulatto, dall'alto della sua collera concentrata allontanò il francés dalle tenere cipolline e lo sollevò come punto da una scossa. La signora Rialta, senza perdere il controllo, lo guardò fisso e il mulatto se n'andò a lavare i piatti e a pelare patate con la faccia gonfia e i capelli ingarbugliati da contrabbassista".




Nel mio caso, intendo nel caso delle mie ripetute e odorose letture, fruttate quanto altamente fruttuose di "Paradiso" invece, è stata la sua stessa incantevole complessità, "il batticuore dell'avventura", (citando senza mai stancarmi Gesualdo Bufalino), ad avermi dato quella chiave limpida e impavida di accesso e di volta alle pulsazioni più profonde del romanzo, ai meandri delle sue segrete appena rigate da un filo di luna. Per alcuni allora l'avrò compreso, ma comprendere cosa? E se invece quell'elemento sensitivo e fisico alla proliferazione di un linguaggio, fosse davvero l'unico metro per attraversarlo, compenetrarlo e assimilarlo? O sarà davvero soltanto un manuale di istruzioni, un romanzo, per  assemblare e montare qualcosa dentro di me e lasciarla inalterata, come una roccia, o per riuscire a spiegarla nei minimi particolari a chiunque altro utilizzi la lettura dei romanzi come manuali di istruzioni per assemblare informazioni e istruzioni, il funzionamento e il perché di ogni particolare passaggio. Penso che il senso di quelle quattro rivisitazioni di quel testo ciclopico, mi hanno portato a dimenticare le problematiche del suo funzionamento, la disposizione esatta dei bulloni, lasciandomi lo spazio per capire come funzionavo e modulavo io di riflesso e di concerto alla criticità incantevole e insieme paradossale dell'impresa. Confidando sempre in uno spazio diverso e particolare nella regione delle sue mucose, quella dove non batte sole, dove prevale la penombra e dove i brividi lasciano poi affiorare altre verità, altre informazioni, che di sicuro non mi saranno utili per spiegare a qualcuno che me lo chieda con insistenza che cosa abbia compreso da quelle ripetute immersioni, ma forse anche  cosa abbia atteso o disatteso da quell'esercizio o sforzo di comprensione e disillusione, quando ero già divorato dalle stelle e dagli odori freschi di una poetica fertile e così illusoria, accattivante, divorante che poi  è il vero e unico senso incompiuto, per nostra fortuna, del leggere e dello scrivere letteratura e opere di ingegno e di finzione.
Concludo con qualche nota di Javier Marías, estrapolata da "Contro la sarta e l'arredatore" da "I territori del lupo", in cui si fa giustizia su certe modalità di approccio alternative, e spesso discusse e chiacchierate, sulla possibile compenetrazione di altre prospettive stilistiche:





"Ogni volta che leggo e sento dire a uno scrittore o a un critico banalità o tautologie come "il romanzo consiste nel raccontare una bella storia e nel raccontarla bene"; o sostenere che "l'essenziale in un romanzo sono i personaggi e l'azione"; oppure "l'intreccio"; o che il romanzo deve riflettere la vita o la realtà o l'epoca" o che "tutti gli elementi devono funzionare e accordarsi"; o che "la storia deve chiudersi"; o che "tutte le sue parti o episodi devono essere pertinenti"; o quando si dice che questo o quell'elemento "non aggiunge nulla all'insieme"; o quando si tessono le lodi del "semplice piacere della narrazione", o del fascino dell'intreccio", o della "maestria artigianale del racconto"...Ogni volta che leggo o sento proferire certe scempiaggini, – ripetute fino alla nausea, almeno in Spagna e in paesi consimili –, la mia prima reazione è lo sbadiglio, dopo di che non posso fare a meno di pensare che rimarrebbero esclusi dal riconoscimento di tali meriti, virtù o qualità, e non assolverebbero a tali doveri, compiti o precetti, quasi tutti i capolavori che il genere ci ha dato [...]". (Javier Marías)

Credo, anche con quest'ultima preziosa citazione di Marías, di aver espresso e completato il mio pensiero.
Me lo auguro.


2 commenti:

Marco ha detto...

Forse la letteratura non deve essere affatto compresa. Se si comprende, il mistero svanisce. Questo però non vuol dire che occorre scrivere in maniera ingarbugliata, anzi. Proprio perché deve celebrare il mistero, la letteratura deve essere comprensibile, in modo che il lettore sia accompagnato alla soglia e lasciato solo a contemplare quello che non dovrebbe esserci. Secondo i canoni del buonsenso.
Non conosco Javier Marías, ma la sua citazione al termine del post è azzeccata perché rimette tutto nella giusta prospettiva. La letteratura, quella che resta almeno, non solo celebra il mistero, ma essa stessa non può che essere mistero, e ogni tentativo di definirla, è ridicolo.

luigi ha detto...

Ciao, Marco.
Certo nemmeno è plausibile una volontà di oscurare le proprie parole.
È molto interessante la tua immagine del lettore che va accompagnato alla soglia e poi lasciato da solo.
È quello che vorrei io da un libro, il perdermi oltre quella certa soglia.
saluti e grazie
luigi