sabato 29 giugno 2013

il sogno in un bambino e il mare nero



Gaeta illuminata. Avevo il golfo di fronte, ero insieme a mio nipote, noi due soli in una pista di pattinaggio deserta. Dopo cena ha sempre il desiderio che io lo porti a guardare il mare, aspettare che si accendano le luci del golfo con la speranza che qualche bambino venga a giocare un po' con lui. 
Ieri sera, avendo portato un pallone di spugna, color giallo ape, così come lui lo ha definito, di bambini ne sono arrivati due, ma minuscoli, sembravano usciti da una fiaba. Sono venuti accanto a me, hanno alzato la testina, con uno sguardo stanco e mi hanno chiesto se potevano giocare con lui.
Li ho lasciati giocare e mi sono messo sul bordo della pista di pattinaggio, a sentire la radio con una sola cuffia in un orecchio e l'altra sospesa, per non perdere il contatto con il reale. I due nuovi amici minuscoli di mio nipote erano molto maldestri, giocavano maluccio e lui si sentiva onnipotente e ogni tanto controllava se a distanza seguissi la sua onnipotenza. A un certo punto i due si sono stesi per terra, all'improvviso, una sensazione così strana, mentre mio nipote continuava a giocare.
In quel momento scendeva la sera, ma mio nipote non provava stanchezza. Avevo negli occhi le luci del golfo, con quella strana febbre che mi prende quando guardo qualcosa che brilla sull'acqua. Faccio un messaggio a un'amica, parlando di una certa "gran confusione" di cui avevamo parlato a riguardo di una questione drammaturgica.
I tre si spostano a guardare delle macchine da corsa,  a pagamento, seduti sulla stessa piccola panchina e io intanto parlo col padre dei due bambini, il quale attacca discorso – non so perché, ma molte persone attaccano discorso con me con una certa frequenza, come se ispirassi loro fiducia, non so. Quando parlavo, ma soprattutto ascoltavo quello che il padre dei bambini mi diceva, rivolgevo lo sguardo a mio nipote che occupava la panchina che conteneva giusto loro tre, per quanto fosse piccola, e a un certo punto ho avuto una stretta al cuore, come di malinconia dolorosa: erano tutti e tre perduti, senza vita, senza tempo, a guardare quelle macchinine,  così fragili. Mi sono sentito qualcosa battere in quella stretta, quasi un mistero che scorre nella vita attraverso quei pochi attimi di freddo che mi ha dato quell'insight: forse desideravano salire sulle macchine, o avevano sonno o paura di qualcosa che nemmeno sapevano e che nemmeno mai sapranno.
Lungo la via del ritorno, abbiamo fatto, io e lui, tutto il lungomare illuminato, prima di raggiungere la mia auto, parcheggiata in fondo. Ogni tanto gli allungavo una mano aperta alla nuca, poi la scivolavo sulla spalla e lo sentivo felice e stanchissimo. Mi chiedeva se io sapessi quello che avrebbe sognato quella notte, dal momento che ieri mattina gli avevo indovinato un sogno. Come fai a entrare dentro i miei sogni, mi chiedeva, mentre una delle due ragazze che erano accanto al nostro ombrellone sorrideva e guardava, e io dicevo: ho immaginato che tu sognassi le cose che ami, e allora è capitato così.
Prima di raggiungere l'auto, ha voluto affacciarsi sulla passeggiata e fissare il mare. Ci siamo affacciati alla ringhiera tutti e due, mentre qualche ultima ragazza faceva ancora jogging.
E lui: il mare a quest'ora mi fa paura.
Perché ti fa paura, Miki?
Perché è nero.
Una volta a casa ci siamo un po' persi. Io sono ritornato alle mie cose, lui è crollato di sonno. Ma nel mio letto. Quando l'ho visto distrutto, con la bocca spalancata dentro le mie lenzuola gialle, ho provato una tenerezza molto grande e così non l'ho svegliato e sono andato a dormire in un'altra stanza. Sperando che sognasse quello che ama e che non fosse nero come l'ultimo attimo di quel mare del nostro ritorno.

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