venerdì 23 aprile 2010

La psicologia della fiaba: raccontare di una perdita

Penso che quella della fiaba di Ancia e Zanzarina sia stata una delle esperienze più tenere e delicate che abbia vissuto attraverso l'amore per la scrittura e per gli amici che attraverso la scrittura ho avuto la fortuna di incontrare. Nata da un contesto complesso perché legata alla storia di un'amicizia ma anche di dolore di un possibile e poi avvenuto distacco, elaborazione del lutto immediato. Che cosa ho pensato? Di utilizzare questi elementi così profondi e imperscrutabili attraverso il piccolo incantamento del fiabesco, cercando di far attraversare ogni dinamica emotiva e strutturale del piccolo ma delicatissimo impianto di tessitura, attraverso lo sguardo un po'assonnato di una bambina che sta per prendere sonno o che ha paura del buio e degli occhi verdi di una bambola capovolta che la sta guardando, e allora cerca la carezza di una favola, contro i tuoni e i baleni. Tra l'altro ho introdotto un sottilissimo contrappunto di controtempo narrante -è molto difficile da percepire perché me ne sono accorto io in ritardo - lasciando crescere i compagni della classe nel ricordo, e lasciando invece Zanzarina allo stesso livello di Ancia, sia come tempi regressivi o spaziali di crescita o ancora come condivisione ed empatia del dolore. In fondo nella fiaba con la partenza di Ancia si ferma anche Zanzarina e questo stravolge, come in  tutte le fiabe, la razionalità e la logica della narrazione.
Ho imparato un'infinità di cose avventurandomi in questo strano percorso di contrasti, forse la più importante riguarda la continuità, nonostante le stenosi inesorabili di una perdita forte, di quel piccolo filo che continua lo stesso la sua strada parallela a un'esistenza. Una fiaba sull'amicizia e sulla condivisione dell'amore per la scrittura. Molte volte anche una tematica così bruciante e dolorosa, può ammantarsi di neve e diventare come una speranza. Come se raccontando della Morte a un bambino, la fai diventare più piccola, come stava succedendo ad Ancia...
Ciao, Giovanni...

LA FAVOLA DI ANCIA E DI ZANZARINA  di Luigi Salerno (A Giovanni e Little Midge)


"C'era una volta,
come in tutte le favole, un bambino che cresceva al contrario, o meglio cari lettori bambini, diventava sempre più piccolo e più dolce ogni giorno che si avvicinava al giorno del suo viaggio. I bambini che lo conoscevano e che gli volevano bene, un po' per tenerezza lo chiamavano ancia, come quella del suo oboe, perché diventava sottile come lei ma anche molto più magico. C'era una bambina, tra le tante, che gli chiedeva dove sarebbe andato così piccino e se così sottile i suoi genitori gli avrebbero fatto affrontare un viaggio così lungo e senza una destinazione; sì, cari bambini, perché il nostro Giovannino, detto ancia, non sapeva ancora dove lo avrebbero portato e forse era quello il cruccio più grande, non sentire più la sua voce, il suo suono , le sue parole, ma lui rimaneva sempre tranquillo, senza creare malinconia, anche se la sua destinazione era ancora misteriosa, perché suo padre cambiava sempre luoghi per una missione segreta.
Giovannino allora accettava tutto e così un mattino, la bambina più magra e sottile della classe, così sottile che la chiamavano tutti zanzara, gli si avvicinò e gli chiese di lasciarle almeno la bellezza del suo suono, quello della sua ancia, di carpirne il segreto e così, sperava zanzara, anche se non saprò dove andrai, cercherò in qualche modo di tenerti vicino, anche se non so suonare. Certo per zanzara non ci sarebbe stato più il tempo di imparare a tenere e conservare il suo suono, ma Giovannino, che l'aveva ascoltata con grande attenzione, sembrava concentrato e fiducioso, le disse di non temere che poco prima di andare nel luogo senza nome, per la missione del padre, le avrebbe lasciato il suo suono. Il tempo passava e Giovannino era sempre più piccino, diventava più piccolo della sua stessa ancia. La piccola zanzara diventava sempre più triste. Quando arrivò il momento del viaggio ciascun bambino della classe aveva ricevuto il suo pensiero, perché erano cose più semplici, piccoli oggetti, qualche soldatino di stagno, ma per lei, proprio quella più sottile delicata e pensierosa, non era rimasto niente. Era stata dimenticata. Giovannino partì, che piovigginava appena, e alzò appena la mano dal finestrino, con gli occhi socchiusi, che tutti i compagni erano vicini e un po' tremanti, Zanzarina invece solo arrabbiata e delusa e senza una lacrima. Era stata ingannata, proprio lei che gli voleva quel bene così speciale, non aveva ricevuto niente.
Le giornate dei ragazzi continuarono con malinconia, ciascuno ricordava qualcosa di bello di lui, si parlava, ma solo lei rimaneva muta, pensando al suono che ancia le aveva promesso. Ma un bel mattino, che c'erano gli azzurri più azzurri di un inverno che non ricordava di aver mai visto così bello e innevato nella sua vita, arrivò un treno postale da un luogo lontano e sconosciuto. Da quel treno un pacco misterioso e blindato, che portarono in quattro, sotto i fiocchi della neve, fino alla sua casetta.
Zanzara era in casa, anche spaventata perché chiamarono proprio lei, che così piccina non aveva mai ricevuto un pacco così importante e blindato. I quattro le dissero di firmare e le misero imbarazzo, perché la guardavano accigliati mentre alla piccoletta le tremava la mano sul foglio. Il mittente veniva da un luogo segreto e senza nome e non poteva essere che lui. Era così emozionata, forse era proprio la lettera di Giovannino, la piccola ancia traditrice, che adesso forse si scusava o le mandava un regalino. Si fiondò nella stanzetta, Zanzara, e sul letto, chiusa a chiave, aprì il pacco segreto. Le dita si intrecciavano per il nervoso, faceva un sacco di pasticci, poi uno scatolino blu rettangolare e un piccolo biglietto: "Dolce zanzarina, io non ti ho dimenticato era solo che il tuo suono non avevo più trovato. Finalmente l'ho capito, spero che mi avrai perdonato"...
Gli occhi di zanzarina scintillavano di gioia e di paura. "Il mio suono", pensava, e intanto apriva con le sue piccole manine l'involucro vellutato di una penna, una penna stilografica, solo per lei...

l.s.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Luigi, il tuo viaggio intorno alla perdita e al lutto è stato un atto d'amicizia e d'amore verso la vita.
Con magistrale delicatezza hai musicato un grande dolore. Giovanni sorriderà di tutto questo, ne sono certa.
Sarebbe bello se un giorno tu potessi suonare con la sua orchestra!
Ormai siete amici!
Un caro abbraccio
Stefania