giovedì 22 aprile 2010

Da una mail perduta alle luci di una città: Rosanna Palmieri

Credo che il mondo della rete sia veramente imbrigliato di tante fisionomie diverse e in ciascun settore districarsi è davvero una cosa molto difficile, a dir poco impossibile. Le mie prime fasi su internet erano relative a virate aeree, senza una meta predestinata. Preferivo scrivere, poi l'idea del blog, andato deserto per un tempo lunghissimo, ma comunque con una sua linea piuttosto precisa di condotta delle sue parti, a volte più approfondita ma comunque onesta, nonstante rimanesse un messaggio in una bottiglia verde nell'oceano. Quando ho incontrato delle persone quanto meno curiose di questa strana faccenda, sperduta tra altri milioni di blog, come un pulviscolo in una galassia, sono rimasto stupito, mai sospettoso, e ho trovato delle bellissime sorprese, come le sorprese vere, soprattutto in un momento così critico come è questo per trovare interlocutori stimolanti con cui condividere la stessa passione, in questo caso la letteratura e la scrittura. L'idea del blog è quella di un tavolino di un caffè, immaginario, dove sedersi per  prendere ombra, dissetarsi  e a volte scartare i propri misfatti letterari, stando attenti che il vento non se li porti. E al momento il mio tavolino è al completo e anche se non venisse più nessuno, è uno dei più belli che avrei potuto mai assortire. Chi un giorno vorrà abbinarsi, ci sarà sempre lo spazio adeguato. 
Adesso veniamo a Rosanna. Rosanna è convinta che questo bellissimo incontro fosse stato minato all'origine da una mia volontà di evitamento, dire volontà è una parola grossa, ma penso che inconsciamente, non avendo salvato a dovere la sua mail, l'idea che si era fatta di me era quella: volevo perderla. La mail serviva per scambiarci pareri e impressioni sui nostri scritti, come stava avvenendo già da un po' con Sandra, con cui ormai già si era rodato un certo clima di intesa. Ma con Rosanna sono partito con una brutta figura e con dei testi bellissimi e una persona originale e creativa. Non lo dico per farmi perdonare, dal momento che il contatto si è ripristinato e adesso vi sto presentando la prova lampante che la mail non è andata perduta. Insomma, una poetessa - non so se ami farsi definire così ma secondo me chi, come lei, ha messo le mani avanti sui suoi scritti, ha fatto un gesto naturale e poetico-, con cui ci scambiamo da un po' alcuni testi, con una buona sintonia, e poi un bel giorno mi arriva tra gli altri questa sorta di strano racconto, con alcuni riflessi precisi su luoghi che conosco bene e che vengono riflessi con grandissima leggerezza e sagacia, a cavallo tra prosa e poesia. Uno stralcio di primo pomeriggio o forse la reale dilatazione di un' ora di pranzo ammantata di irreale e di una strana magica indolenza, a volte anche un po' visionaria, in un pezzo antico di Napoli città, con un gioco abile di intarsi molto originali e sentiti, tra storia e sogno. Fate attenzione ai suoni e al gioco di temperatura del bicchiere di birra e ai colori paralleli di malto dell'ambiente descritto, e capirete molto meglio di cosa e di chi sto parlando. 
Lascio a voi il gusto di scovare il pregio e la dolcezza ombrata di questa piccola striscia di seta.
Grazie!
l.s.

Da qualche parte, in un’ora improbabile, una birra fredda e quello de “La gatta”.



Giornata di sole, camminiamo a fatica sudate e stanche,
chiacchieriamo di cose stupide e ridiamo dei sacchetti
della spesa che ci segano le mani, pieni di cose inutili
e di acquisti sbagliati sicuramente da cambiare,
all’improvviso Flavia si ferma e mi dice: ”
Non me ne frega niente che sono solo le undici e
mezza del mattino, sediamoci da qualche parte,
che sto morendo di fame”. Da qualche parte diventa
allora un angolo senza pretese, tra due strade affollate
di gente e di macchine rumorose a due passi dalla
centralissima via Toledo, giusto quattro tavoli, due per
lato, a fare ombra due ombrelloni alti, color avorio e
una siepe bassa d’alloro tutto intorno; c’è un profumo
di pizza che ci porta via, in questo posto improbabile e
a quest’ora altrettanto improbabile per dover mangiare;
decisamente consolatoria si rivela essere la birra fredda
nei bicchieri imperlati di goccioline, subito mi ci sfrego
contro i polsi e faccio una prima sorsata avida in attesa
delle pizze, immediata la sensazione di benessere, i piedi
si anestetizzano e per qualche minuto dimentico che mi
fanno male, l’alcol dallo stomaco veloce si apre
un varco e riaffiora sulle mie guance, dandomi un’aria
intontita e buffa, non parliamo più, stiamo come sospese;
guardo alla mia destra, c’è un uomo di mezz’età dall’aria
bonaria, ha i capelli brizzolati, né corti né lunghi, gli
occhi chiari e assenti, è distratto, non c’entra col resto,
non c’entra con noi, ci sono più di trenta gradi e indossa
una giacca di lana pesante a quadri grossi, ha un giornale
spiegazzato in tasca, non sembra neppure sia lì per mangiare,
non sembra essere lì affatto, m’incuriosisce, lo
osservo bene e continuo a chiedermi dove l’avrò già visto.
Finalmente arriva il cameriere con le nostre pizze,
passa davanti al signore distratto, lo saluta
affettuosamente poggiandogli una mano sulla spalla
e gli chiede se vuole il solito, questi con voce esile
risponde di sì, allora il cameriere dice ad un suo collega:
“ Il solito al professore e facimme amprèssa che l’aspettano o’
S. Carlo”. Poi ci guarda e con aria complice ci fa:” E’
De Simone, quello de “La gatta”.

Rosanna Palmieri

3 commenti:

Rosanna Palmieri ha detto...

Non c'è assolutamente nulla da farsi perdonare, sono onorata di sedere a "quel tavolino" a chiacchierare di parole e di quello che ad esse ruota intorno.E' un privilegio. Quello che hai scritto su di me mi lascia senza parole, credo che superi in bellezza il mio racconto di gran lunga e di riflesso lo faccia più bello! GRAZIE.
R.P.

Daniela ha detto...

Semplicemente bello. Sembra di essere seduti là, a quel tavolo, avvertire tutta la stanchezza e l'afa di una mattinata estiva.

Anonimo ha detto...

Eccomi, al tavolino con voi!
Rosanna e Daniela sono due mie amiche...
Ma non mi ricordo chi me le ha presentate...
Ciao, Sandra