martedì 20 aprile 2010

Tappeti di Sandra Mazzinghi


Pubblico questo racconto di Sandra, perché rispecchia molto la persona e la scrittrice che conosco da poco ma che penso di aver inquadrato abbastanza; e anche per festeggiare una sua soddisfazione con un suo racconto selezionato giusto oggi. Mi ha inoltrato la mail con l'esito positivo con la i del mio nome lunga come quindici treni espressi messi in fila, è fatta così, ma per il resto è innocua. Per chi non la conoscesse ancora, per darvi un'idea alquanto più precisa, è la copia vivente, nel suo stesso surreale, della Dorothy di Oz, e in questo racconto più che mai. Ma non voglio anticipare niente sul racconto selezionato, credo che lo farà lei, al più presto. Nel racconto selezionato e anche negli altri, io avverto una particolare energia, un senso di magico, una narrazione sognante, in punta di amaca e di brezza, ma allo stesso tempo profonda e ispirata. A volte colgo una bambina che sogna, in altri momenti una studiosa di astronomia che cerca di infrangere la regola  e scoppia in lacrime nel telescopio, forse perché vorrebbe essere già lì, come su di un tappeto volante o su tutti i tappeti volanti possibili e in contemporanea. E quando si legge una sua storia con attenzione, arriva un tappeto e ti prende...
Buona fortuna, Sandra:
l.s.

TAPPETI
di Sandra Mazzinghi
Marta aveva una bella casa. Arredata con gusto, con mobili di stili diversi, tutti rigorosamente in legno. Nulla di moderno. Viaggiava molto per lavoro: era guida turistica. E da ogni luogo si portava via un pezzo di quella cultura, non souvenir nel senso classico ma un mobile particolare, una tenda strana, un quadro che l’aveva colpita, un tappeto. Soprattutto Marta adorava i tappeti. La sua casa, sì, era grande, ma non aveva una superficie adeguata per tutti i tappeti che aveva accumulato con i suoi viaggi. Non c’era ormai più un piccolo spazio libero. Alcuni tappeti sbucavano da altri, mosaico di stoffe diverse dai mille colori.
Era caldo il pavimento della sua casa. I tappeti si distendevano per le varie stanze, nelle stanze più grandi erano tappeti rettangolari, verso i corridoi erano stretti e lunghi, tipo passatoie e stuoie morbide.
Un viaggio, un tappeto. Sarebbe stata in grado di ricordare il luogo da dove proveniva ogni tappeto, il mercato dove l’aveva acquistato. E anche gli occhi di chi gliel’aveva venduto.
Marta amava molto il suo lavoro, talvolta lasciava i turisti liberi per qualche mezz’ora per vagare tra i banchi dei mercati, e lei faceva due passi per cercare oggetti insoliti. Ma soprattutto era attratta dai tappeti. Li adorava. Grandi, dai colori aranciati, mai dove dominava il color porpora. Colori caldi che avrebbero riscaldato la sua casa e quindi anche lei.
Era sola, una donna che faceva quel lavoro non poteva avere una famiglia. Era sola, coi suoi mobili di legno e i suoi tappeti. Ripercorreva spesso i suoi viaggi, rivedeva le persone che aveva incontrato e le facevano compagnia nelle serate malinconiche.
Spesso si sdraiava sulle morbidezze di quelle orditi creati da mani esperte. Mani che intrecciano fili come il destino intreccia le esistenze. Il filo blu vicino all’azzurro. Il destino raccoglie una vita e la porta sulla strada di un’altra vita.. Ma poi. Poi arriva il filo arancione, un filo solare che si intreccia col glaciale blu e il disegno e l’armonia cambia completamente. E il destino, che si mette nel mezzo alle varie realtà, porge una strada bella o brutta. O così così.
E il destino tesse la vita, noi possiamo solo porgergli i fili. E il colore lo sceglie lui.
Pensava spesso alla vita, a cosa aveva avuto lei dal destino, quando era sdraiata e talvolta quando la malinconia la schiacciava si raggomitolava sui suoi tappeti. Come a non far entrare il dolore.
Basta tappeti! pensò mentre accompagnava un gruppo di italiani in Guatemala. Basta tappeti! Non voglio neanche vederli. Ma naturalmente.
Era la prima volta che accompagnava i turisti in Guatemala, e una delle tappe era il Mercato di Chichicastenango. Era già eccitata all’idea di visitare il mercato più grande del paese, in una delle città più pittoresche. Aveva letto da qualche parte che i venditori provengono da ogni villaggio vicino e nelle sere precedenti il mercato sistemavano le merci sui banchi e si scambiavano ultime informazioni prima di dormire vicino ai banchi, sotto le stelle.
Disse quella mattina ai turisti: «Due ore libere, senza questa guida pazza da seguire! Non vi perdete, magari!»
Due ore per i turisti. Ma due ore per lei.
Prodotti tipici, amuleti, arazzi stranissimi. Ed eccoli. I tappeti: distesi, arrotolati, srotolati davanti ai suoi occhi. Ecco le tinte e i colori. Ecco gli intrecci di fili. Eccoli. Si avvicinava, rimproverando se stessa. Basta tappeti! Basta!
Ma era più forte di lei.
Il venditore grassoccio con gli occhi vispi le venne incontro.
«Buongiorno, tappeto bello, bella signora?»
«…No, grazie… guardavo soltanto!» mentì.
Fingeva. E intanto si avvicinava per toccare, sentire le stoffe, i fili, i nodi.
«Italiana?» le chiese il venditore…
«Sì…»
«Signora italiana, anche in Guatemala ci sono tappeti magici, sai?»
«Certo… non solo in oriente… tra quel mucchio di tappeti uno vola. Tappeto volante!»
«Ah sì? E qual è?» chiese Marta stando allo scherzo.
«Non lo dico signora, devi scegliere tu…»
Marta pur convinta che non doveva comprare nessun altro tappeto per il mondo andò verso quella pila colorata di tappeti spinta da un’insolita energia. Li lisciò con le dita, li sfiorò con calma. Fuggevolmente. Con gli occhi chiusi.
E senza guardare i colori e la forma disse al piccolo venditore: «Questo, voglio questo! Lo prendo e speriamo che sia davvero il tappeto volante!»
«Certo signora. Ci sale sopra e torna suo paese sul tappeto…»
Risero. L’uomo perché aveva concluso il suo affare. Marta rise perché aveva sfidato se stessa e non era stata capace di frenarsi davanti a quel tappeto che al tocco le aveva fatto scoccare dentro qualcosa di strano.
Il venditore arrotolò il tappeto, lo legò con un cordino e lo mise sotto il braccio di Marta.
Per fortuna era un tappeto non molto grande.
Verso sera. Nella sua camera d’albergo Marta era impaziente di aprire il suo tappeto, camminarci scalza, sdraiarcisi sopra. Così fece. Lo srotolò tra il letto e la porta del bagno. Tinte arancioni, bene. Tessuto morbido, bellissimo. Si sedette a gambe incrociate al centro di quel rettangolo. Accarezzava con il dorso della mano i bordi. Adagio. E con le dita. Lentamente. Poi le sue dita ebbero un sussulto, una scarica acuta e strana. Erano le dita? O il tappeto che si era mosso? Una voce… tappeto volante, non solo in oriente… tappeto magico… E gli occhi scherzosi, ma schietti del grasso venditore di tappeti.
No. Non era possibile. Era lei che era esaltata sopra un tappeto nuovo e aveva tremato sulle trame del tappeto. I tappeti non tremano. No.
Si alzò di scatto. Si alzò e si infilò sotto le coperte.
Marta quella notte, in quel letto sconosciuto di albergo, davanti a un tappeto, fece strani sogni. Sognò il viaggio verso l’Italia, il vento che le scompigliava i lunghi capelli, sensazioni di libertà infinita, vertigini e vuoto talvolta. Paesaggi senza cornice di finestrini di aereo. Paesaggi veloci.
La mattina dopo Marta si svegliò nel suo letto, nella sua camera. E il nuovo tappeto, ultimo acquisto, era davanti a lei, con un piccolo risvolto sull’angolo.
Si accorse di avere le nocche bianche e le gambe intorpidite. E sorrise.
s.m.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Dirti grazie è poco, è niente!
Sei speciale!
Sm

Daniela ha detto...

Per quanto razionalmente convinti dell'inutilità di certe nostre azioni, spesso non riusciamo a staccarcene. Eppure a volte, quella stessa inutilità si trasforma nella concretezza di un desiderio realizzato. Un racconto che, nella sua apparente ed iniziale malinconia, contiene un messaggio di speranza.