domenica 18 aprile 2010

Dichiarazione in pasticceria (Da una foto di Daniela e da una storia vera)



La pasticceria è lo sporadico luogo dell'ozio festivo, almeno per i visi più comuni: lo zucchero a volte scivola mentre si sfogliano con calma i titoli di nera o gli sportivi e poi la mia ha anche un ottimo bar, e io quando arrivo cerco solo di capire se contano i numeri sul display o se debba cercare l'ultimo della fila e chiedergli se consacrarlo penultimo. Divento sempre distratto quando ci sono molte persone o piccole minaccie alla mia veloce virata di occhi sui dolci, che sembrano altri occhi che mi guardano e a volte sfioro un braccio o mi soffermo a scorgere gli altri occhi come guardiano stanco o un portiere di notte, e ormai ho anche preso il numero e guardo il cappellino verde e a rombo di una delle commesse più carine, che ha sempre quel sorriso un po' speciale che non è mai sempre lo stesso, a volte muta di piccoli istanti, appena rallentato o un po' più triste quando incrocia l'espressione meno golosa o sconfitta e ancora ritornando ai numeri rossi, attraversati dalla cicatrice digitale del quarzo e mi accorgo con ritardo che qualcuno mi sta osservando. All'inizio non bisogna necessariamente guardare l'osservatore per avvertirsi e svelarsi osservati. Gli occhi che si posano in un certo modo, si estendono come vanesse o indovinelli su altre zone, come linee di ombre o come calore o soffio, presagio di aruspice, intuizione, oppressione, dolore. Scatta il numero successivo: controllo il biglietto senza ancora notarti, appena prima che tu mi parli, mi parli all'improvviso, ancora anonima perché ti avevo sentito e non avevo voluto raggiungere il mio ascolto con il viso. A volte non lo decido io e tu mi chiedi qualcosa di assurdo, che non ti avevo nemmeno mai visto, chissà se tu avevi visto mai me, e me lo chiedi come si può chiedere l'ora o se sei l'ultimo, nel caso non funzionasse il display, ma aggiugendovi dentro una scia profonda di sogno doloroso, che forse non capita così tante volte da incontrare da svegli. Mi chiedi se io volessi fidanzarmi con te, o forse non ricordo ancora bene se avessi detto così oppure  se volessi essere il tuo fidanzato -potrebbe essere la stessa cosa o forse molto diversa. Così mi giro, frastornato, c'erano anche delle persone vicine, stavano servendo un numero non troppo lontano dal mio e  mi accorgo che mi fissi, forse appena pentita o spaventata di quello che ti è sgorgato in una pasticceria così importante e lussuosa di Napoli, tra le gomitate di chi ritirava i dolci o chi si fiondava alla cassa, mi fissi e non sei brutta, nemmeno bellissima, ma quando si chiedono certe cose così all'improvviso, si trascendono i parametri comuni e io tenevo ancora il tuo sguardo di attesa: che ormai tu avevi parlato ed eri tornata in vantaggio, forse la tua prima attesa sarebbe stata quella più difficile e chissà quando ti è scattato dal cuore o dalla parte malata di te di dirmelo, se appena sono entrato o quando ho fatto un gesto involontario o ti ho sfiorato con lo sguardo, forse gli occhi allungati nel mandorlo dolce di mia madre, con quel veleno di dolcezza appena femminea che si stempera alla febbre del castano scuro quando si fa più sera anche dentro di me, quando guardo verso mia madre mi dice che ho gli occhi suoi e forse allora era qualcosa lì dentro, forse il suo dolore lontano o i suoi ultimi baci, che ancora mi abbraccia forte quando la vado a trovare di sera tardi. Non saprò mai nemmeno se mi avessi già visto in un altro luogo o il giorno prima o nella metro dove ne incontro tanti di visi, ma non mi era davvero mai successo e mi accorgo che quel mio silenzio è così intriso di speranza e di paura da parte mia e anche tua, che per un attimo diventiamo soli e stonati dentro quel via vai di buoni e profumati clienti, rimaniamo stranieri dell'assurdo e forse penso se tu fossi una matta, se fossi da sola lì dentro e se dovevi davvero comprare qualcosa e che cosa avresti scelto, forse le stesse mie scelte nei gusti, ma i numeri avanzavano e il tuo non lo chiamano ancora o mai perché forse non lo avevi nemmeno preso e stavi aspettando soltanto che io entrassi per prenderti sul vassoio una scelta pregiata di dolore, che avresti aperto a tavola da sola o con chi ti ama davvero o con i tuoi genitori, ma avevi gli occhi che mi aspettavano e forse aspettavo anche io con te, anche se non avevo nulla da aspettare ma se qualcuno ti aspetta allora aspetti con lui, che avrei voluto averla da te  quella risposta, qualcuno che ci guardava e in quell'istante forse eravamo davvero insieme, contro tutto il tempo di lontananze e di vuoto dell'universo che ci avrebbe polverizzato, allora tirai il fiato e ti dissi una cosa del genere, ma con una dolcezza che ho avuto davvero con pochi, forse con l'amore e lo stesso dolore che uso nel mio linguaggio :"Mi dispiace, ma non è possibile...", perché era la riposta più probabile e onesta, d'altra parte come ci si fidanza da sposati con una moglie che ho incontrato sulla panchina di un istituto per ciechi e aveva i capelli alzati e le gambe piegate e i gomiti come lampioni su ciascun ginocchio e chiudendo gli occhi mi disse che  ero la sua libertà e da allora ci amammo e si fece così tardi, e tu questo non lo sapevi e non ti avrebbe mai interessato perché in quell'attimo ti avevo rifiutato e per quell'istante ero sconfitto anche io, perché tu forse, anche se fossi una matta, avresti sperato almeno per un attimo che i miei occhi raccolti come capelli nel tuo piccolo trasandato dispiacere dicessero di un altrove che forse tu sapevi di me, per scegliere proprio me. Arrivò il mio numero e arrivò il tuo sorriso, spezzato, come di un ultimo saluto, perché adesso la signorina mi fissava e mi intingeva della sua impeccabile maestria di commercio e desideri spinti del suo mascara, ma tu non c'eri già più. Ritornai così stranito, ma non ci risi mai su né l'ho mai detto a nessuno. Per chiedere a uno sconosciuto come me una cosa del genere  e forse così grande, si doveva essere davvero fuori di testa, eppure quando ti ho risposto ho avuto l'esitazione che si prova davanti a un rapinatore quando invece tu mi stavi dando qualcosa di te, forse la dolcezza della tua follia o chissà che cosa e non avevi intenzione di togliermi niente. 
Ti ho rivisto poco fa, appena un'ora, ancora una volta nella stessa pasticceria, convinto che adesso avresti attaccato con il cliente di turno. Sono rimasto a intrattenermi fuori a guardare il tuo comportamento, l'espletarsi del tuo rituale nevrotico ossessivo, forse a sfondo sessuale o dissesti affettivi - certo che continuando così ti saresti trovata in un pasticcio serio -, ne ero così convinto che il tuo fosse proprio un brutto vizio e invece il tempo passava, i numeri sul display scattavano e tu invece eri una ancora normale e un po'scolorita e perduta, che non facevi niente di strano e non ti avvicinavi a nessuno, e che rimanevi forse ancora più timida e senza mai guardarti intorno e senza di me eri proprio uguale alla barchetta bianca e azzura e così sperduta di Paxos; eri forse accompagnata perché ancora stavolta non avevi il numero e  non controllavi mai la sequenza e allora, senza farmi scorgere,  mi sono allontanato, sentendomi ancora più spiazzato e diverso dalle  altre volte: non so se più deluso o più stranito, ma di sicuro un po' più amato...
l.s.
foto di Daniela Fariello

3 commenti:

sandra ha detto...

Non stacchi mai gli occhi da questo racconto, mi immaginavo la mia pasticceria preferita, sentivo gli odori della crema, i colori dei pasticcini al pistacchio... e quella dichiarazione strana. Chissà che un amore possa durare anche un momento. Un momento di eternità.
Bravissimo Luigi! Grande!

Anonimo ha detto...

E' un racconto molto musicale, carico di grazia e emotività.
Ho un nipote bello, simpatico e dolcissimo di 22 anni con un ritardo mentale, che spesso quando apprezza qualcuno gli chiede "ti vuoi fidanzare con me?" Mi hai fatto venire in mente lui. La frase finale racchiude tutto.
Grazie di cuore,
Stefania

Daniela ha detto...

Delicatissima e un struggente la metafora della barchetta di Paxos, un po' malandata ma comunque pronta a sfidare il mare. E pensare che ho pensato a lungo prima di fotografarla in quel caldo mattino di agosto. Mi chiedevo se il suo aspetto fosse degno di un mare così chiaro, eppure era un'immagine che mi attraeva proprio per la sua imperfezione.