martedì 4 maggio 2010

Emilia Capra e il suo racconto sulle punte e tanto altro.

Oggi c'è distrazione. Credo che la distrazione sia una delle certezze più assolute che riscontro nei vari ambiti in cui mi imbatto. Si chiacchiera di talenti, come di tessuti, ciascuno è convinto del valore  di qualcosa o del suo esatto contrario, senza togliersi il disturbo di approfondirla. Come se quando ti imbatti in una sferzata di vento ti metti a calcolare la sua natura, il meccanismo di misurazione del nodo anziché alzarti il bavero. Ciascuna cosa viene indagata senza gustarsela. Si ragiona se ho indovinato un racconto per caso, per sete, per talento o per inerzia. E non si ascolta più il suono di quello che accade, e non si legge e si scrive senza conoscere chi sia Carlo Emilio Gadda e come tremavano i polsi al povero Garzanti e Lima con il suo Paradiso e tanto altro. Si misura, si ridimensiona quello che è più antipatico, si esalta tutto ciò che è più alla portata, spiegabile e meno misterioso. E si decide sul presunto o probabile e il talento, misurato male e non riconosciuto in così tanta nebbia, viene confuso con altro e rimane da parte.
Ciascuno è certo delle sue verità e intanto la scala Mercalli per la sismicità di un manoscritto sulla tovaglia imbandita e ventilante dei mercati, continua a stagliare i suoi referti, con l'ago ben teso a una nuova ortodossia di condotta delle parti. Ciascuno scrittore assimila a menadito la sua parte con il cucchiaio d'argento di sciroppo di mirtilli, ben teso ad imboccare lettori pigri e televisivi, case editrici che conoscono le regole e le sezione auree di ciascun paragrafo e proclamano la chiarezza, la compatibilità con un ideale assoluto di percepibile, di assimilabile  di commestibile. E intanto così ci si perde, dietro i ruoli, le vetrine, le verità decise e non sentite, gli stormi di scrittori improvvisati come apneisti della Domenica che confondono Henry James con un giocatore di baseball e "il Pasticciaccio" di Gadda con una vecchia ricetta dell'Artusi e la paraipotassi con una patologia ossea e la "Recherce" con la marca francese di un profumo (giuro che non sto scherzando!), blindandosi ostinati nelle loro regole, negli assiomi, nelle verifiche di tutto quello che abbia un valore e contro quello che invece è troppo involuto, difficile, ostico e ci si dimentica delle cose che possono incantarti e stupirti. Tutta una questione di musica. Per scrivere e leggere e per occuparsi di scrittura c'è bisogno di una risonanza nella propria vita, di un campanaccio di gregge nel silenzio e non di un calcolatore. Come sarebbe bello, anziché avvertitre storpiata dalla suoneria di un cellulare la sinfonia n. 40 di Mozart,  avvertire la freschezza di un campanaccio che ci renda più umili e più delicati e sensibili verso tutto quello che ci accade e che a volte non si spiega, senza motivo o movente. Senza distratti resoconti ma solo con assorti incanti.
Io mi occupo di letteratura per maledizione e perché avrò forse gli strumenti adeguati per farlo o ancora per sbaglio, o perché  non lo so e non mi interessa saperlo. Ma lo faccio con onestà, senza gridarlo e dando lo spazio alle persone che sento e non a quelle che credo meritino di averlo per una regola geometrica di ingressi al blog o di verità presunte o ingurgitate.  È per questo che sono orgoglioso di dedicare questo post a un racconto profondo come è quello di Emilia, che mi è capitato per caso tramite la mia amica Daniela Fariello, tra tanti scritti e mi ha fermato e dirottato, difendendomi per tempo dalla corsa cieca verso le verità assolute e preconfezionate. Mi ha inventato e suggerito una nuova chiave di lettura, senza grida, quella di una ragazza di liceo che scrive nel silenzio e non fa rumore. Leggevo con grande attenzione, senza barricarmi nel giudizio e mi accorgevo che la letteratura è soprattutto questo, capacità di incantamento alla sonorità e alla risonanza di un pensiero di vita. Alla sua età ero un demone,  sconclusionato, che scriveva romanzi dell'orrore, scritti di stomaco e con le narici fumanti e i capelli davanti agli occhi, e mi perdevo dentro la mia nebbia capace e naturale ma senza capire.
E invece Emilia scrive come un ballerina di  danza classica di faccende profonde e delicate, negli anni dolci e difficili del suo liceo  e io la leggo nel silenzio e la diffondo così, senza titolo, perché scrive e incanta, come farebbe nelle sue prime luci, una ballerina sulle punte.
l.s.

Il racconto di Emilia Capra. (III E Liceo Scientifico Braucci)

Era bello ogni giorno svegliarmi, indossare quella divisa e scappare da loro. Loro che erano diventati tutto per me, erano la mia unica speranza, il mio rifugio da quel mondo che aveva perso ogni colore.
Entravo in quella struttura ormai consumata dal tempo, dove anche il bianco dell’intonaco era diventato di un opaco angosciante, ed era stupendo trovarli tutti lì ad aspettarmi, bisognosi di affetto, di attenzione e di amore.
Alcuni dicono che da loro non si riceva niente, che sono solo degli scherzi della natura incapaci di apprendere.
Io non l’ho mai pensata così, ho sempre sostenuto che questi bimbi sono speciali nella loro diversità, che sono capaci di trasmettere emozioni più di qualsiasi altro essere umano e che il loro handicap sia solo quello di essere diversi dagli altri, non nel numero di cromosomi, ma nel fatto di aver deciso di vivere in un mondo diverso, in un mondo loro, dove non è importante apparire, ma essere.
Era una gioia immensa stare tutti i giorni al loro fianco, aiutarli a comprendere, a farli sorridere, a cercare di dargli un pizzico di normalità. Quella che per noi poteva essere definita tale, secondo i nostri canoni, ma non secondo i loro.
La loro normalità risiedeva nel sorridere senza sosta, nel farci diventare matti, ma soprattutto nell’essere loro stessi.
Noi dottori eravamo il loro strumento per essere ciò … Giocavamo con loro, ridevamo con loro, ma soprattutto li amavamo come se fossero l’altra metà di noi stessi .
Era assurda la gioia che trasmettevano … Era bellissimo sapere che, nel loro piccolo, su di loro ci potevi contare realmente … Era stupendo come anche i piccoli gesti li rendevano felici.
Questi bimbi erano la parte dimenticata di un mondo che cadeva a pezzi, che ogni giorno perdeva la fiducia in quei valori ormai persi da tempo.
Questi bimbi erano e continueranno ad essere la mia più grande soddisfazione ed ho deciso di farli ridere, di dargli amore anche oggi.
Anche se fa male, anche se mi si spezza il cuore al solo pensiero che oggi sarà l’ ultima volta che attraverserò la soglia di quell’ edificio ormai consumato dal tempo, dove anche il bianco dell’ intonaco era diventato di un opaco angosciante, ma reso vivo dall’ amore per la vita di questi bimbi stupendi!
Ho appena parcheggiato l’auto nel parcheggio, sempre al solito posto ormai da sei anni.
Entro nella clinica e, come ogni mattino, la piccola Giada mi rincorre per poi attaccarsi ai miei pantaloni e camminare insieme lungo il colorato corridoio.
Raggiungo la stanza ricolma di giochi dove se inseguono felici Luca e Marco. Li sorprendo mostrandogli le ultime card del loro cartone animato preferito.
Saltando mi raggiungono ed urlano gioiosi per questo regalo inaspettato.
Nascosta in un angolo c’è lei, la dolce Sophie.
Sophie mi ricorda tantissimo la mia principessa, Alice.
Solo al suo ricordo sento la nostalgia, mescolata ad un lago di dolore, salire fino al cuore per poi pungermi gli occhi con dolci lacrime amare.
Alice era mia figlia. E’ morta sei anni fa a causa di un pazzo ubriaco che ha attraversato col rosso…
Ricordo ancora quella telefonata…
Ero a casa, pronto per uscire, mentre odo lo squillo del telefono… Sento ancora la calma, ma allo stesso tempo agitata, voce del poliziotto che mi avverte dell’accaduto… Sento ancora il tonfo della mia ventiquattro ore che cadeva lentamente, come l’ultima foglia di un albero che è stato abbattuto da un veloce inverno omicida…
Il tempo sembrò fermarsi, aveva deciso che i suoi secondi dovessero trascorrere lenti, così da farmi memorizzare ogni dettaglio.
Tutto in quell’istante mi riaffiorava alla mente: i giochi con lei, le sue dolci risate e il suo viso angelico… E il dolore, improvvisamente, mi lacerò il petto come una rosa stretta in un groviglio di rovi, quando apparve davanti ai miei occhi l’immagine che la mia mente rifiutava di ricordare: il corpo della piccola Alice coperto da un bianco lenzuolo…
Ancora stordito dal ricordo, raggiungo la piccola Sophie e la porto al petto per stringerla in un abbraccio.
Già so che ciò che mi mancherà di più di tutto questo è lei…
Lei così piccola e fragile… Lei così indifesa… Lei così dolce… Lei che, grazie alla sua testardaggine e timidezza, ha rapito i cuori di tutti i medici della clinica…
Ora è giunto il momento di salutarli!
Ho deciso di non usare la parola addio, l’ho sempre odiata.
Non abbandonerò questi cuccioli, non sarà una stupida malattia a farlo… Ritornerò!
Forse ci vorrà tempo, ma ritornerò a prendermi cura di loro più deciso che mai!
Emilia Capra

4 commenti:

Daniela ha detto...

Ti ringrazio per il bellissimo commento al racconto di Emilia. E' vero, l'ha scritto proprio in punta di piedi tanto da dimenticare di dargli un titolo. Auguro ad Emilia e a tutti i suoi compagni di classe, che quest'anno hanno dimostrato passione per la scrittura, di continuare a coltivarla con lo stesso entusiasmo che li ha accompagnati durante questo percorso che abbiamo svolto insieme, fatto di assegni consistenti, voti alti e voti bassi, interrogazioni e a volte prediche, ma anche di bei momenti come questi in cui ciascuno è venuto fuori con la propria personalità e le proprie inclinazioni.
La prof

Anonimo ha detto...

Buona sera, sono Emilia Capra... Volevo ringraziarla per avermi dedicato il suo tempo, per avermi incoraggiato attraveso il suo commento e per aver pubblicato il mio racconto sul suo blog... Non credevo che esso potesse piacere e non pensavo che questo potesse succedere a me, una piccola studentessa di terzo liceo... La ringrazio di cuore.

luigi ha detto...

Cara Emilia,
le cose accadono ed è bello così. Io credo che questa "piccola studentessa di terzo liceo", come ti definisci tu, abbia ancora molto da dire e credo che sia giusto darle lo spazio che meriti. Ringrazio io te, augurandoti di continuare a scrivere con la stessa intensità e senza paura.
Luigi

Anonimo ha detto...

Grazie a Luigi ho fatto oggi questo incontro di lettura.
Emilia mi ha commosso, sentivo la sua voce, le sue vibrazioni.
Sei brava Emilia, delicata, riesci a parlare di cose tristi con una leggerezza che ti rende unica!
Sentivo profumo di rosa mentre leggevo il tuo racconto, la rosa che sei,
un fiore che sboccia alla vita...
e lo stai facendo con grazia e compostezza, armonia, e avverto che nella tua grande sensibilita' di contatto con il dolore del mondo sei grata alla vita.
Credo che queste righe siano un soffio, musica per le sensazioni.
Grazie! Brava!
Stefania