giovedì 25 febbraio 2010

On writing

Si dice molto sullo scrivere, a volte troppo, altre volte quel giusto che conti o che incanti. Ma sono convinto che rimanga una faccenda piuttosto oscura e difficilmente risolvibile o assimilabile in formule chimiche o frasi di circostanza. Soprattutto quando in diversi casi ci si infervora per ottenere quella chiave magica o segreta, che scardini i portoni dorati anche di un piccolo editore -anche alcuni piccoli, a volte, hanno le loro manie di grandezza e la sensazione di conoscere la verità e molto più dei grandi, di sapere quali siano le regole assolute del gioco, dei mercati, che cosa sia importante eliminare o semplificare, le dinamiche precise di involuzione o di funzionalità di un percorso stilistico- e che accenda le proprie parole come dei piccoli lampioni di un viale parigino, in attesa di passaggi di innamorati distratti e meravigliosi e di acclamanti movimenti di braccia. Mentre la questione la vedo parecchio più complessa o forse anche parecchio più semplice. Mi spiego: parlando nel mio caso, questa faccenda rimane piuttosto oscura per cui non mi piace limitarla a un semplice processo di scambio o di tecnica, come se riguardasse una disciplina sportiva o qualcosa di simile, ma, anche se potrà sembrare paradossale,  la considererei invece come un divertentissimo castigo o disagio, o sadico divertissement al massacro di una sfida estrema con le proprie forze e i propri insondabili limiti, o a volte una soffocante molestia che ti toglie l'aria ma che dentro quello stesso maglio ti libera. Quale metodica allora per una sensazione di agguato, di profonda invasione incontrollata sul proprio tempo, sul fatto che molte volte non si decide e ci si trova sepolti in un flusso medianico e scomposto di parole o di situazioni di linguaggio? Quale metodica sulla grandissima possibilità che tutto questo grande soffocante impeto di sottomissione, possa risultare alla fine quanto di più inutile e controproducente ti sia mai capitato di fare, eppure tu riesci a curarlo ancora, con la stessa tenerezza di dedizione e lo stesso amore con cui quest'estate ho ripulito il vomito di mio  nipote di cinque anni dai sediolini posteriori dell'auto? È tutto molto intrecciato, per ciascuno questa maledizione avrà le sue particolari caratteristiche, i suoi tempi personali e profondi di incubazione, di martirio, di scherno, di linciaggio, di orgasmo, di scadenza o di eternità. Esistono delle verità, di questo ne sono certo, ma non pianificabili e nemmeno facilmente universalizzabili in una sola arrogante metodica o dentro l'elenco di un semplice decalogo. È come la vita, io non ci ho ancora capito un accidenti della mia eppure riesco ancora a cavarmela da solo in qualche modo. Al centro della mera e meravigliosa gabbia di un processo violento di scrittura che scoppia in una qualsiasi esistenza, l'unico punto fermo, al di là di tutti i possibili dubbi, i preconcetti, gli assiomi, le teorie nebulose dei grandi esperti, è invece una faccenda molto più semplice quanto disarmante: la tenerezza di un piccolo  desiderio. Ci si accorge di essere scrittori, e non solo vittime sacrificali di un processo misterioso e perturbante, quando le proprie parole accendono un lampo di desiderio in qualcuno, un'emozione che non riguarda la tua vita e le tue faccende private, ma la sua
Che sia nel racconto che invento sul momento a mio nipote e che a volte lo cattura da non schiodarlo per giorni da certe situazioni che finanche io finisco per dimenticare e che lui mi ricorda, o la sinossi buttata di getto per una casa editrice di Milano questo pomeriggio, insomma che avvenga quella scintilla così poco determinabile razionalmente per cui chi si imbatte in quello che tu scrivi provi anche solo per un attimo il turbamento o la leggera inquietudine di ripetere in qualche modo i tratti di un'esperienza intima e già vissuta, qualcosa di già provato, anche se ancora indefinita o dolorosa ma pulsante, e che lo porta  a distrarsi addirittura dal presente, dal momento specifico di quella stessa lettura, per pensare al senso  delle tue parole che toccano e si perdono in qualche modo nella sua vita. Penso che tutte le parole che possono dirsi o scriversi, alla fine saranno invalidate per sempre se non avverrà questo semplice tocco o bacio rubato tra sconosciuti. Uno sfioramento, quello di un semplice braccio o di occhi sfuggenti tra estranei in un tram o in metro, che forse non si incontreranno mai ma che in un certo momento della loro vita dedicheranno anche un solo attimo a pensarsi. Penso che il tutto si riduca a un senso profondo e misterioso di reciproca perdita. Quando si accende questa piccola scintilla con qualcuno, anche se nella tua vita hai buttato quattro paragrafi in tutto, allora tu scrivi e l'assurdità di tutto il processo ha trovato il suo senso. Nonostante.
l.s.

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