sabato 18 settembre 2010

Sullo scrivere e sul leggere per sé

Il rischio di un certo scrivere, a volte troppo incentrato sulla propria concezione creativa,  è pensare, misurare, paragonare, ciascuna cosa che si legge e che si ingurgita, con tutto quello che è stato scritto da sé, o che non è ancora stato scritto da sé, e che forse mai sarà.
In questo modo si fruisce del mondo espressivo di un altro in modo limitato e distorto, solo per una questione di riflessi, di dimensioni, di rapporti e di analisi con i propri affari privati di linguaggio, e da approfondire unicamente con la propria sognante strumentazione di bordo, a tal punto da fermarsi a pensare e dirsi: "Ma, anche io ne sarai capace, perché no? Non credo che io abbia scritto di peggio, chissà...", che di certo non guasta, se è una riflessione inserita in un contesto di ricerca più ampio, ma che può diventare pericolosa se contribuisce a far perdere, nel tempo, il contatto con la bellezza dell'atto spirituale della scrittura, senza che debba costituire una forma di trofeo, da sbandierare al mondo, ma intesa in senso lato, come manifestazione di un processo che attesti un lavoro di perizia e di affinata sensibilità alla vita che si è vissuti e che non si è vissuti. E non più a vantaggio di un proprio mondo irreale e ambizioso di sogno infantile e delirante di onnipotenza, quello che in molti casi può allontanare dal senso profondo dello scrivere e dalla possibilità di maturarsi attraverso.
l.s.

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