sabato 8 ottobre 2016

L'ascolto e la parola


Parlando senza un ascolto.
Che cosa si forma nel linguaggio quando la voce è isolata? È libera nella sua vibrazione, ma incontra il vuoto? La formazione del pensiero che poi si fa parola, quindi forma più o meno compiuta, potrà mai essenziarsi di questo vuoto con cui dovrà fare i conti? Di questa mancanza che la corona? La mancanza potrebbe essenziarsi del paesaggio di una parola, come di quella successiva, anche la prima frase, un'altra, più lunga, ma adesso sarà quasi un periodo, un paragrafo, un intero capitolo, siamo a ventinove pagine, quasi a trenta, immolate nel vuoto! È come parlare, ma senza essere ascoltati.
Quando questo avviene, incontrando qualcuno un po' distratto, o nelle consuetudini di una relazione, di quelle quotidiane, quando non si è ascoltati lo si vede, e spesso lo si dice: "Mi stai ascoltando?", come se fosse riconosciuto come diritto, il diritto che ogni parola di quel momento, in quell'istante e con quella persona necessiti di attenzione, del dovere dell'attenzione. In quel caso vi sono occhi, corpi che si confrontano, che si scrutano. La parola scritta, quando non è diretta e funzionale a un compito, a una certa meccanica di una relazione, non ha il diritto di ascolto, ma contempla quello di esistere. Io posso scrivere, ma non posso chiedere un ascolto, quando la mia scrittura non è impiantata in una qualsiasi minima relazione con il mio interlocutore. 
In metropolitana, qualche settimana fa, ero con un amico quando un signore sconosciuto cominciò a parlarci. Prima a entrambi, poi si rivolgeva solo al mio amico: così le sue parole, e il suo sguardo, senza un nesso, un senso compiuto. Bastò poco a capire che quella persona non stava bene. Non ci conosceva. Non trattava argomenti logici, connessi a una loro precisa funzione, relativa alla nostra presenza occasionale di interlocutori passivi e sconosciuti. In quel momento la parola della persona non perfettamente normale, violava un duplice territorio: 1) quello del parlare di punto in bianco con persone che non si conoscono, 2) e anche del parlare di cose assurde. 
Ma intanto lo si ascoltava lo stesso. Per una forma di rispetto, perché forse la nostra fermata era vicina, o anche non essendo facile dirgli di tacere, a qualcuno che forse era infelice e che poteva sentirsi meno giù attraverso le sue parole valorizzate da un ascolto. Quando qualcuno ti parla, con interesse, anche chi ascolta si sente ascoltato. È come se fosse stato scelto, iniziato a una comunicazione, non logica e funzionale, ma in ogni caso con del nutrimento dentro. Una volta scesi alla nostra fermata, le parole del tipo stravagante sono sfumate nel nulla, come tantissime altre che avranno avuto anche una minima funzione, una reale utilità, – anche quelle, purtroppo, sfumano nel nulla.
Le parole non resistono mai da sole. Sia quelle dette che quelle scritte hanno bisogno in ogni caso di una familiarità di intenti, di un territorio dove il diritto di parola coniughi una fonte stimolante che in qualche modo la ravvivi e la responsabilizzi nell'esercitarsi. Il tutto, molte volte, può davvero confondersi con il parlarsi addosso, il parlare da soli mentre si parla agli altri – cosa molto comune – o con il confondere il proprio diritto di esprimersi con il dovere di avere un ascolto.
Anche la parola scritta potrebbe diventare una voce impazzita in metropolitana, o quella nenia ricorrente di un familiare, che si ascolta senza sentirla, che diventa a volte vibrazione, senza forma. Dove sarà allora la differenza? La colpa sarà della parola imprecisa dell'avente diritto o dell'ascolto inadeguato del non avente dovere, ma avente nello stesso tempo il diritto di non ascoltare, di non leggere?
Quanto conta allora questo esercizio assurdo di volontà? – se non anche di voluttà, esercitando a oltranza il diritto di parola confondendolo con un dovere di ascolto?
Credo che conti quel fattore che ho accennato prima, quando raccontavo dell'espisodio in metropolitana. Ossia: il far sentire ascoltato chi ascolta, quindi letto chi legge. Coinvolgere, in una cooperazione di intenti creativa, quella persona che incontra la mia voce. Renderla assolutamente indispensabile, in quel momento e anche oltre, quanto le parole dette da quella voce, se non di più. Farla parte esclusiva del moto espressivo e questo passaggio, in diversi casi, comporta un vero e proprio balzo quantico in un linguaggio, davvero un salto in un abisso.
Quando ascolto o leggo e mi sento così, quella possibilità di ascolto diventa un privilegio allo stesso modo di come lo sarebbe stato se la stessi esercitando dall'altra parte, da quella di chi scrive, di chi dedica la propria voce, se non la propria vita in quella voce.
Questo esercizio avverà sempre al buio, nell'ignoto. Ma necessita di questa caratteristica, a mio parere essenziale: l'annullamento di una rigida giurisdizione tra scrittore-lettore e la fusione in un'incantevole anarchia, dove i ruoli si infrangono e le parole diventano di entrambi. Credo:













venerdì 7 ottobre 2016

Valore e interessi




"Ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa."

Marco Aurelio, Pensieri VII, 3






























giovedì 6 ottobre 2016

Lo scrivere è fatica



Lo scrivere è fatica. Lo scrivere bene sa di fatica. Anche lo scrivere male. Questa fatica è l'anima della scrittura. Se fosse facile, senza l'esistenza della fatica, la scrittura non lascerebbe un solco definito, una traccia.
L'esperienza emozionale in tutte le fasi di uno scritto, mi avvolge completamente di spasmi e di aria fredda. È un'esperienza onnipervadente e anche il sostenere tutto questo ha un costo e questo costo è un altro tipo di fatica, semmai più interiore e meno fisica. Ma il fisico di chi scrive non è mai inerte. Le cose che si trasmettono, che si pensano, che si maturano, entrano ed escono da tendini, ventricoli atriali, polmoni, ossa, arterie femorali, mandibole, zigomi, denti. Nulla diventa esente da questo processo. Anche questi appunti che sto battendo in tranquillità, con la finestra aperta e le voci dei condomini del palazzo di fronte, stanno mettendo in gioco le mie dita, le mie braccia e i miei polsi in una ginnastica complessa e dolorosa, dove anche loro, gli unici che sfidano la staticità del mio corpo e del mio sguardo che segue con zelo le lettere, interagiscono con il senso di quello che sto dicendo, con il suo teatro, o con il suo assurdo. C'è anche la loro voce, quindi. Il loro punto di vista e di non ritorno. Come il suono limpido dei miei polpastrelli, che aiuta a  confezionare meglio il mio concetto, attraverso la sua acustica. Il suono della mia voce, in questo punto del processo, è solo questa pioggia di dita sulla tastiera, che arriva con persistenza e puntualità, fin quando il mio pensiero glielo concede. In fondo rimango io la genesi del lampo, del tuono e della pioggia di questo temporale, con cui mi rimetto al mondo e mi rinnovo nella mia stessa acqua, scrivendo.  
Il resto è tutto in controluce di me, in negativo. Il senso della frase, il suo respiro, il suo stile, sono tutti fattori che si smuovono alle mie spalle, attraverso le possibilità della loro configurazione, di questo compromesso tra ragione e mistero, con cui la scrittura mi avvince e mi costringe di continuo senza alcuna logica, funzione, utilità.
Le braccia sentono tutto il peso delle parole scritte, allo stesso modo degli occhi, della schiena, delle ginocchia, delle spalle. Diventiamo anche la fatica di quello che scriviamo. La fatica di tutto questo è già un traguardo. Un esercizio raffinato nel sentirsi umani e civilizzati da questo peso schiacciante e insieme liberatorio. Da questa splendida maledizione, che non mi lascerà mai.










mercoledì 5 ottobre 2016

Azimut: la geometria illuminata





Quando morì mio padre ebbi la notizia di sera. Era già buio. Mi misi in macchina,  – in quel momento della notizia ero fuori città. Durante il tragitto ebbi la percezione esatta della vita e della morte, attraverso la continuità e l'indifferenza delle macchine che percorrevano la tangenziale, ciascuna con la sua storia, ma anche attraverso i palazzi dalle finestre accese, con i portoni bui di mistero, da tutte le delimitazioni rigide al mio spazio di carreggiata fino all'ingresso nel mio quartiere, dove percepivo l'ampiezza, il flusso doloroso delle cose che continuavano il loro corso, anche senza di me, poco prima di cena. Anche se fossi morto io, quella sera, i palazzi, le macchine e le corsie della tangenziale avrebbero proseguito la loro costante parata di luci e di ombre. Percepii, nello stesso tempo, da quella sorta di indifferenza, anche un elemento rassicurante, proprio dalla vita dell'ultimo tratto extra-urbano, prima di entrare in città, che mi diceva che in fondo, nonostante la morte, non c'era nulla, in quel momento, di cui preoccuparsi. Vi era quel flusso di luci, di oggetti e di cose inanimate, che si opponeva alla meta tormentosa del mio viaggio animato nell'ignoto, come garanzia che qualcosa rimanesse in piedi contro tutto quel bilico, per farmi sorreggere e non impazzire ancora del tutto. E tutto questo mi rincuorò, come mi avrebbe rincuorato qualcosa di umano, di vivo. Il solido contro il vuoto. La paura dello spazio e della vastità nei miei pensieri, aveva bisogno di quei confini sicuri, che spezzassero il gelo di quel mistero abissale.
"Azimut", di Emiliana Santoro, mi ha riportato al mistero di quella sera di morte e di vita. Il mistero degli oggetti, delle geometrie e della loro espressività, che Emiliana libera dalla loro muratura riconsegnandoli alla pozione magica di un incantamento, operata in una serie di raffinate congiunzioni tra limitato e illimitato, ma anche attraverso il mistero dell'illimitato nelle forme note e comuni che organizzano i nostri spazi vitali di clausura.
Emiliana organizza un viaggio sentimentale in un territorio dell'anima, dove ogni spigolo ha una sua componente creaturale ed estatica. Gli spaccati di cielo tra due palazzoni vicini, il fantasma della luna, il moto lieve delle nuvole in contrappunto all'immobilità del cemento, sono strofe di una sua canzone di cinema e di vita che non stona mai.
Non c'è retorica ma pulsazione e rigore in ogni sua scelta sintattica. I punti di vista sono molteplici, soprattutto per la disposizione emozionale di una certa obliquità di sguardo, un occhio controverso ma anche armonico, mai fisso sulla forma geometrica, ma sempre morbido e zelante nella plasticità della scorsa. I palazzi della periferia sono fatti di occhi, di corpi, di insonnia, come di risvegli, di appuntamenti e di ritardi. Classificano un moto della vita, uno spasmo, pur nella loro stazza minacciosa, allo stesso modo di un processo naturale, come la sintesi clorofilliana o gli influssi delle lunazioni su alcuni fenomeni terrestri; ma nello stesso tempo diventano lo scenario dei suoni di un giorno intero che ascoltiamo, a volte oltre l'imbrunire, e che senza quella struttura non avrebbero avuto acustica e quindi unicità, insieme ai colori veri di quell'aria, con quel tipo di intonaco e di architettura dove i personaggi invisibili ma presenti di "Azimut", libereranno o a volte mureranno la loro educazione sentimentale, il loro alfabetizzarsi al dolore come alla speranza o alla riluttanza dello stare al mondo attraverso quell'unico mondo o cassa di risonanza. Sono convinto che diventiamo le cose che guardiamo dalle nostre finestre. Ciascuno di noi avrà il suo albero solitario e malmesso, il suo cornicione, il suo comignolo, il suo balconcino soleggiato o il suo grattacielo che gli divora tutto il sole, ma che farà da ornamento alla configurazione di un suo paesaggio personale e immutabile, come un lineamento. "Azimut" riesce a dare animo alle sue ricorrenti geometrie trattandole come lineamenti di un viso che la  poetica di Emiliana dipinge e attinge dalle cose che sente e dai rapporti tra geometria e fluidità, materia e spazio, con cui si confronta, riuscendo a far vibrare di umanità oggetti di un paesaggio moderno e periferico immortalato nelle inquadrature più diverse, organizzando questo intento con un tono solenne e religioso, senza mai un grido.  La sensibilità dello sguardo è esattamente il concime che consente al progetto di raccontarsi con più trame e di procedere con una sua ritmica precisa, senza stentare, trattenere ma nemmeno precipitarsi. Questo progetto si muove in un equilibrio lirico. Le forme hanno il loro colore ideale. Il loro colore ha la luce ideale. E anche la stessa forma si coniuga all'assortimento cromatico e alla sua esposizione ispirata alla luce. Elementi in sinergia, rendono ai frammenti una loro completezza negli spazi dove vengono illustrati. Non ha bisogno di altro, Emiliana, per ottenere questo tipo di sinergia attraverso un'interazione tra elementi inanimati, che dimostrano di essere essenziati da una loro timbrica riconoscibile. La fotografia dell'amico e bravissimo Stefano Petti è davvero in linea con il sentimento di questo lavoro. E credo che tutti i collaboratori di questo progetto, tra cui c'è anche il mio amico Fabrizio Fiore, abbiano splendidamente supportato questo intento nella dovuta profondità, ciascuno con la propria arte e prospettiva. Si avverte un processo corale, come è giusto che sia e che avvenga nel cinema.
Molto interessante questa tensione dell'immobilità, un sottrarsi all'ansia del tempo comune eppure sgretolarlo attraverso un certo fulgore interno, soggiacente a quello che appare misurabile. Vi è sempre un doppio fondo, in questo scenario. Una vita dentro la vita. Un moto pulsante di solitudine dentro la materia, che la trasforma, come se fosse introdotta in un crogiuolo. Le figure e la fotografia di "Azimut" mi trasmettono ordine, eleganza, ma nello stesso tempo il tormento di un territorio mutante, che diventa contrappunto delle nostre prigioni, senza le quali non avremmo idea di quanto valga la libertà. Credo che Emiliana abbia voluto suggerirci una sua idea singolare di libertà lavorando sul silenzio e sulla spazialità. La libertà espressiva del suo linguaggio e insieme la libertà che uno sguardo può concedere a qualsiasi oggetto, quando è attraversato da un tocco così ispirato.
Eppure fino all'ultimo istante di visione, si avverte che questa poetica di solitudine non  si fa mai sfarzo della sua profondità di sguardo, ma moto sentimentale con cui celebrare un mondo di cose dette in sottovoce, quasi senza dirle, e proprio per questo più intense. Queste costruzioni sono fatte dello spazio fobico che occupano e dell'intensità che racchiudono. Del compromesso di quanto hanno sottratto con la loro mole e di quanto hanno configurato per il miele ancora caldo dell'alveare che le impregna e  le penetra. Sono irrorate della luce e dello spazio che hanno sottratto, come degli sguardi, dei saltelli sulla corda, dei delitti e degli innamoramenti che hanno concesso e poi testimoniato. Ma Emiliana alterna anche grandi affreschi di cieli e di campi aperti. Pensare ogni angolo e gradazione di questa struttura, è come trovarsi ad analizzare un mosaico e ricostruire dal tassello la misteriosa integrità che le cose inanimate ci restituiscono. Come se attraversate, anche per un solo istante, da un'illuminazione profonda, dove diventano altro da quello che si credeva di loro. Un occhio che guarda crede, ha sempre fede e innocenza. L'occhio non pensa mai se tutto quello sia vero o sia giusto, ma beve la luce di quella forma e si consola di questa conferma di sentirsi vivo nella luce e nella sua nuova aria. Sarà forse questo il senso del cinema? 
L'occhio di Emiliana ci racconta di frammenti illuminati di questa nuova aria che smuove e commuove le cose, nel passaggio da un livello di realtà al magma di questo altro strato, meno tangibile, e di questa sua purezza di sguardo, con una poetica delle immagini tenera e preziosa, che non dimenticherò più.
E va a lei il mio grazie, restituendole, nel mio piccolo gesto, la delicatezza con cui mi ha inserito negli special thanks del suo film.








Infrazioni evolutive


Il teologo laico Vito Mancuso

Pur se analizzando una dimensione legata alla vita spirituale e alla rivelazione storica delle Scritture, Vito Mancuso utilizza un interessante confronto tra grammatica e letteratura, che non ho potuto fare a meno di introdurre in questo mio spazio, per quanto lo avverta vicino a diverse argomentazioni già affrontate, ma che ho comunque molto a cuore come tipo di approccio a una visione aperta della letteratura e della vita:

"È ridicolo pretendere di ridurre il vasto mare della letteratura e della lingua viva alla grammatica; è la grammatica piuttosto a essere in funzione della letteratura e della lingua viva (la quale evolve solo grazie alle infrazioni nei confronti della grammatica, che poi si adatta evolvendo essa stessa)".

Estratto da "Io e Dio" di Vito Mancuso- Garzanti.



























lunedì 3 ottobre 2016

Scrivere e diventare la notte


Quello che sgomenta è il senso alterato del tempo, la velocità con cui una persona che scrive deve condividere, sempre, a tutti i costi e prima degli altri.  Nella luce e nella velocità della luce. Abbagli e spasmi di libertà, dove fermarsi è un delitto, è uno spreco al rispetto sacro di questo spazio concesso e sterminato  – pur nella sua spaventosa densità–, di questa vita che va riempita di nuove parole, nuovi segni e potenza di dominio su chi tace e ancora non ascolta! Lo scrittore post-moderno, in questo clima vertiginoso di rapide piroette continuate, non potrà sedimentare, maturare un proposito, serbarlo, perché nello stesso momento in cui pensa di fermarsi, ci saranno centinaia di scritti e di scrittori che faranno prima di lui e questo allora vuol dire morire o impazzire. Si tratta di quelli che avranno già sedimentato, maturato, serbato e adesso sono pronti a scoccarsi come frecce nel cuore stanco del mondo. O che sono pronti a scoccarsi senza aver necessariamente già sedimentato, maturato, serbato. Nella velocità il linguaggio deve farsi lucido, performante, tenace, così il messaggio, lo stile. Seduttivo, fasciato di nudo e di grandi profumi francesi, che lasciano la scia per chilometri. Telegrafico e diretto, un linguaggio astuto, che socializzi e aggreghi l'istinto tribale delle condivisioni, dei diktat che infuriano da ogni dove, come degli adoratori del vuoto che incensano pensieri scritti non più per il loro interno, ma per il mondo di chi li produce. Quel negozio ha i biscotti scaduti, ma io ci vado lo stesso a comprare, per gli occhi azzurri della commessa. Più o meno. E ancora: non conviene più intrattenersi su punti troppo delicati, che non saranno mai approfonditi da chi li leggerà, semmai tra pochi istanti. Anche perché, in questa offerta lampeggiante di cose da dire, di spazi da occupare e di classifiche da scalare, anche i lettori avranno la stessa smania di entrare e di ingurgitare tutto lo scibile e il possibile nella frazione più piccola, senza aver sedimentato, maturato e serbato il contenuto di quello che è stato letto, ma collezionando impulsi. Il tempo di fruizione e la velocità con cui tutto sia così reperibile e fruibile, potrebbe o già ha potuto condizionare le dinamiche dell'incontro dello scrittore con il lettore in corsa come lui. Una sorta di cocktail o di aperitivo e non più un lungo banchetto di degustazioni, con l'anima profonda del convivio a giustificarne il senso, e non solo l'esito. In un territorio ampio e nuovo di spazi, convulsi da una sassaiola di pensieri scritti, sempre più taglienti nella loro velocità e nella loro veste, come se fossero locuste, il rapporto tra lo scrittore e il lettore passerà dal riserbo di una passeggiata serale, fatta nel silenzio e nella timidezza, al consumarsi di una trattativa convulsa, compressa in pasti veloci, spesso in luoghi scomodi e trafficati, che ti riportano a casa con le briciole ancora addosso, ma di un qualcosa che nemmeno riconosci nella genesi del suo intero, e di cui nemmeno ricordi il sapore. Frammenti di pensieri, esplosi nella velocità delle montagne russe, per paura che qualcuno pensi prima di te quella stessa cosa o la pensi meglio, prima che precipiti nel vuoto della dimenticanza. Tutto arriva presto ma sfuma prima di essere recepito. Pensieri e idee profonde sulla vita, sul mondo, sulla morte, sulla cultura, sulla letteratura, vengono esplosi nel vuoto con la velocità di un coito tra passeracei. Il lampo e poi lo stacco. Un colpo d'ali, appena percepibile e poi sfumare. Lontano, nella dimenticanza. Senza un ricordo, un'emozione, ma solo un tassello aggiunto a una frequentazione spicciola, superficiale, fatta di codici, stelline e diavolerie simili. 
Un ricordo di quella certa luce sulla pagina. Di quella voce che ti chiama per la cena, mentre il paragrafo si gonfia e ti travolge e che porterà dentro per sempre quel momento della tua vita che lo ha interrotto, adesso dove sarà?  Dell'unicità che si ripone in una certa esperienza, ma che non abbia la fobia del tempo, ma la sua armonia? Il suo tono sobrio e antico, di scansione e celebrazione della vita nella sua ineluttabile morte costante. L'avvicendarsi e sgomitarsi nel chiasso di questi clacson, conduce a una condizione fobica di isolamento non appena non ci si avverte raggiunti, richiesti, ascoltati, molto diversa dalla solitudine di chi scrive da solo, in una stanza fredda, mentre fuori scende la sera e le sue ombre diventano parole, mentre anche le sue parole diventano ombre, che forse nessuno leggerà mai, ma che si incrociano ugualmente nell'imbrunire come una gabbia di rami. Eppure quel vento che mi ha preso il braccio, prima che alzassi la testa alla campagna a al primo buio che vi calava, avrà qualcosa di indimenticabile, nella sua lentezza e staticità. Nel suo fuori tempo il suo tono e accento pieno nell'accordo è puro.
Dentro questo scenario di luci e di combustioni costanti, scrivere adesso per me è ritornare nella notte alta. Quando ormai è già tardi, tardissimo per tutto. In certi istanti è diventare la notte. Rimanere indietro, ma incollato alla sensazione profonda anche di quella sola parola, che avresti potuto perdere per sempre, ma che invece è qui, con te, che ha preso vita attraverso di te, accanto alla candela, riflessa nel vetro appannato, dove avverti che è tutto chiuso e che un altro giorno è finito. Senza possibilità di scambi, di trattative o di rimedi. E grazie a questa parola, almeno per questa notte, è possibile che non ci sarà nulla di cui preoccuparsi.










Roberto Calasso: Memoria, editoria, scrittura