mercoledì 5 ottobre 2016

Infrazioni evolutive


Il teologo laico Vito Mancuso

Pur se analizzando una dimensione legata alla vita spirituale e alla rivelazione storica delle Scritture, Vito Mancuso utilizza un interessante confronto tra grammatica e letteratura, che non ho potuto fare a meno di introdurre in questo mio spazio, per quanto lo avverta vicino a diverse argomentazioni già affrontate, ma che ho comunque molto a cuore come tipo di approccio a una visione aperta della letteratura e della vita:

"È ridicolo pretendere di ridurre il vasto mare della letteratura e della lingua viva alla grammatica; è la grammatica piuttosto a essere in funzione della letteratura e della lingua viva (la quale evolve solo grazie alle infrazioni nei confronti della grammatica, che poi si adatta evolvendo essa stessa)".

Estratto da "Io e Dio" di Vito Mancuso- Garzanti.



























lunedì 3 ottobre 2016

Scrivere e diventare la notte


Quello che sgomenta è il senso alterato del tempo, la velocità con cui una persona che scrive deve condividere, sempre, a tutti i costi e prima degli altri.  Nella luce e nella velocità della luce. Abbagli e spasmi di libertà, dove fermarsi è un delitto, è uno spreco al rispetto sacro di questo spazio concesso e sterminato  – pur nella sua spaventosa densità–, di questa vita che va riempita di nuove parole, nuovi segni e potenza di dominio su chi tace e ancora non ascolta! Lo scrittore post-moderno, in questo clima vertiginoso di rapide piroette continuate, non potrà sedimentare, maturare un proposito, serbarlo, perché nello stesso momento in cui pensa di fermarsi, ci saranno centinaia di scritti e di scrittori che faranno prima di lui e questo allora vuol dire morire o impazzire. Si tratta di quelli che avranno già sedimentato, maturato, serbato e adesso sono pronti a scoccarsi come frecce nel cuore stanco del mondo. O che sono pronti a scoccarsi senza aver necessariamente già sedimentato, maturato, serbato. Nella velocità il linguaggio deve farsi lucido, performante, tenace, così il messaggio, lo stile. Seduttivo, fasciato di nudo e di grandi profumi francesi, che lasciano la scia per chilometri. Telegrafico e diretto, un linguaggio astuto, che socializzi e aggreghi l'istinto tribale delle condivisioni, dei diktat che infuriano da ogni dove, come degli adoratori del vuoto che incensano pensieri scritti non più per il loro interno, ma per il mondo di chi li produce. Quel negozio ha i biscotti scaduti, ma io ci vado lo stesso a comprare, per gli occhi azzurri della commessa. Più o meno. E ancora: non conviene più intrattenersi su punti troppo delicati, che non saranno mai approfonditi da chi li leggerà, semmai tra pochi istanti. Anche perché, in questa offerta lampeggiante di cose da dire, di spazi da occupare e di classifiche da scalare, anche i lettori avranno la stessa smania di entrare e di ingurgitare tutto lo scibile e il possibile nella frazione più piccola, senza aver sedimentato, maturato e serbato il contenuto di quello che è stato letto, ma collezionando impulsi. Il tempo di fruizione e la velocità con cui tutto sia così reperibile e fruibile, potrebbe o già ha potuto condizionare le dinamiche dell'incontro dello scrittore con il lettore in corsa come lui. Una sorta di cocktail o di aperitivo e non più un lungo banchetto di degustazioni, con l'anima profonda del convivio a giustificarne il senso, e non solo l'esito. In un territorio ampio e nuovo di spazi, convulsi da una sassaiola di pensieri scritti, sempre più taglienti nella loro velocità e nella loro veste, come se fossero locuste, il rapporto tra lo scrittore e il lettore passerà dal riserbo di una passeggiata serale, fatta nel silenzio e nella timidezza, al consumarsi di una trattativa convulsa, compressa in pasti veloci, spesso in luoghi scomodi e trafficati, che ti riportano a casa con le briciole ancora addosso, ma di un qualcosa che nemmeno riconosci nella genesi del suo intero, e di cui nemmeno ricordi il sapore. Frammenti di pensieri, esplosi nella velocità delle montagne russe, per paura che qualcuno pensi prima di te quella stessa cosa o la pensi meglio, prima che precipiti nel vuoto della dimenticanza. Tutto arriva presto ma sfuma prima di essere recepito. Pensieri e idee profonde sulla vita, sul mondo, sulla morte, sulla cultura, sulla letteratura, vengono esplosi nel vuoto con la velocità di un coito tra passeracei. Il lampo e poi lo stacco. Un colpo d'ali, appena percepibile e poi sfumare. Lontano, nella dimenticanza. Senza un ricordo, un'emozione, ma solo un tassello aggiunto a una frequentazione spicciola, superficiale, fatta di codici, stelline e diavolerie simili. 
Un ricordo di quella certa luce sulla pagina. Di quella voce che ti chiama per la cena, mentre il paragrafo si gonfia e ti travolge e che porterà dentro per sempre quel momento della tua vita che lo ha interrotto, adesso dove sarà?  Dell'unicità che si ripone in una certa esperienza, ma che non abbia la fobia del tempo, ma la sua armonia? Il suo tono sobrio e antico, di scansione e celebrazione della vita nella sua ineluttabile morte costante. L'avvicendarsi e sgomitarsi nel chiasso di questi clacson, conduce a una condizione fobica di isolamento non appena non ci si avverte raggiunti, richiesti, ascoltati, molto diversa dalla solitudine di chi scrive da solo, in una stanza fredda, mentre fuori scende la sera e le sue ombre diventano parole, mentre anche le sue parole diventano ombre, che forse nessuno leggerà mai, ma che si incrociano ugualmente nell'imbrunire come una gabbia di rami. Eppure quel vento che mi ha preso il braccio, prima che alzassi la testa alla campagna a al primo buio che vi calava, avrà qualcosa di indimenticabile, nella sua lentezza e staticità. Nel suo fuori tempo il suo tono e accento pieno nell'accordo è puro.
Dentro questo scenario di luci e di combustioni costanti, scrivere adesso per me è ritornare nella notte alta. Quando ormai è già tardi, tardissimo per tutto. In certi istanti è diventare la notte. Rimanere indietro, ma incollato alla sensazione profonda anche di quella sola parola, che avresti potuto perdere per sempre, ma che invece è qui, con te, che ha preso vita attraverso di te, accanto alla candela, riflessa nel vetro appannato, dove avverti che è tutto chiuso e che un altro giorno è finito. Senza possibilità di scambi, di trattative o di rimedi. E grazie a questa parola, almeno per questa notte, è possibile che non ci sarà nulla di cui preoccuparsi.










Roberto Calasso: Memoria, editoria, scrittura























giovedì 29 settembre 2016

Quel filo di autunno e di paura, da Flaubert




Nel suo romanzo giovanile "Novembre, così Flaubert trasmette, in apertura, le timbriche profonde della stagione autunnale, quel suo filo pauroso, ritratto nei colori grevi dell'aria, nello smorzarsi della vita, ma anche nella dolcezza di questa morte, di questo fioco segreto che è vivo del suo solo morire. Dei tocchi molto suggestivi, che mi hanno davvero colpito nella penetrazione precisa del sentimento. Della luce sentimentale, che le sue parole sono riuscite a irradiare come sensazioni dai segni, dove il linguaggio diventa il liquore  di ciò che descrive, e dove non sembra più di leggere, ma di scolorire con lo stesso paesaggio. Di ammalarsene, anche della sua crudele esattezza.

L'incipit di "Novembre":

"Amo l'autunno: questa triste stagione è adatta ai ricordi. Quando gli alberi non hanno più foglie, quando il cielo conserva ancora al crepuscolo il colore rosso che indora l'erba appassita, è dolce veder spegnersi tutto ciò che poco fa bruciava ancora in noi.
Sono appena rientrato da una passeggiata nei prati deserti, lungo le fredde rogge nelle quali si specchiano i salici; il vento faceva sibilare i loro rami nudi, a volte taceva, e poi improvvisamente ricominciava; allora le foglioline che rimangono attaccate ai cespugli tremavano di nuovo, l'erba fremeva piegandosi a terra, tutto sembrava diventare più pallido e più gelido; all'orizzonte il disco del sole si perdeva nel color bianco del cielo, e lo permeava tutto intorno d'un po' di vita che finisce. Avevo freddo e quasi paura".

Gustave Flaubert



























mercoledì 28 settembre 2016

Riflessioni sparse sul senso della pubblicazione, dell'autopubblicazione e della non pubblicazione (parte VII)


Riordinando adesso le varie idee che ci siamo scambiati nel corso di questo piccolo viaggio, se una di queste sere riuscirò a sorseggiarmi una birra con il caro e fatidico scrittore X, ascoltando le sue sfuriate o lamentele sulla scrittura o sulla pubblicazione e argomenti affini, io gli direi, con grande calma e semplicità qualcosa del genere, che può sintetizzare meglio il mio pensiero e il mio sentimento in questa dirittura di arrivo e che condivido con voi:
"Mio caro amico scrittore X, goditi ancora la tua scrittura, in tutte le possibili condizioni, senza esclusione di colpi, a partire dalle piccole cose. Come se fosse il tuo primo segno, tracciato nel tuo primo giorno di vita. Goditi il freddo del mattino sulla faccia, quando apri la finestra e cominci a tracciare un tuo primo pensiero. Una linea di pensiero, anche molto elementare, non cambia, se davvero ti rappresenta per quello che stai avvertendo in quell'istante di te e attraverso di te, avrà e incontrerà la ribellione della sua adolescenza e la pienezza e la stabilità della sua maturità, potrai scommetterci. Anche in una parola può nascondersi un pensiero da tracciare, un pensiero limpido e umano, dove si concentri e si consacri il clima preciso di quel giorno, che non ritornerà più, con la sua freschezza e verità, ma anche con tutte le ombre della notte passata e con tutte le possibili condizioni che ne hanno favorito la traccia sul bianco e la rottura improvvisa del silenzio. I rumori della strada, le luci che vedi dalla tua finestra, la voce di qualcuno che chiama, la sirena di un antifurto, una palla azzurra che rimbalza. Quella linea tracciata sarà già un miracolo, un compimento che ti fa vivo e che ti migliora e che ti fa umano, testimone di una civiltà, dove questo segno che hai tracciato è frutto di sentieri, di lunghi viaggi, di secoli, di mari profondi e in tempesta, come di dolori e di iniziazioni a grandi misteri, ma soprattutto di libertà. Il dono di poter condividere questo tuo segno, con questo tuo mattino, con tutta la sua unicità, con gli spazi che ti sono consentiti è una prova del tuo essere libero, nell'esercizio delle tue emozioni attraverso i segni del tuo linguaggio. Serbare nel cuore il momento, l'intimità del tormento del segno è già un grande viaggio. Da quel rigo, qualsiasi cosa accada, ti rimarrà la pienezza dell'esperienza e la tenerezza del sogno, con la sua innocenza creativa e insieme il suo piccolo inferno. La sua purezza e l'aria di quel mattino, quella stessa, sulla tua faccia, quando lo rileggerai, semmai di sera tardi, mio caro scrittore X, quando quella stessa finestra aperta sarà chiusa o darà sul buio. O anche dieci anni dopo, mentre tua figlia ti sputa un biscotto sul tappeto. Occupa, mio caro amico, tutti i luoghi dove puoi esprimere il tuo pensiero e il tuo amore profondo per questo pensiero, dove puoi tracciare la tua linea, in un comportamento inclusivo, tipico delle dinamiche espansive della vita e della tua epoca, dinamiche che si muovono e maturano solo sull'apertura e sullo scambio. Il giudizio o il pregiudizio degli altri non sarà mai occasione di crescita quando parte da un partito preso, da una prospettiva a volte spocchiosa, che avrebbe da ridire per qualsiasi passo tu facessi o non facessi. Ci sono persone che ti giudicano e che ti giudicheranno sempre. Se occupi la zona A, ti chiederanno perché non la B. E viceversa, se occupi la zona B rispetto alla A. Potresti occuparle entrambe, fino a quando qualcuno non ti chiederà perché non la zona C. Mio caro amico e scrittore X,  se si dovesse tener conto di tutto quello che molti pensano sulle nostre scelte, allora non si muoverebbe più un passo. Non si possono accontentare tutti, né con la scrittura né con la politica, né con la musica, né con la pittura né con tanto altro. Ma anche se questo avvenisse non sempre sarebbe un bene. Riempi di aria le cose che fai, ma cerca di rispettarti e di valorizzarti attraverso, cercando di preservarne in primo luogo la dignità e il loro valore, la purezza e l'unicità di quello che tu senti sia il loro valore. L'assoluta dignità, questo aspetto è molto importante. Quando si ha rispetto e dignità per un proprio percorso, questo fattore potrà aprirti un mondo e giustificare tutti i tuoi luoghi, i tuoi passi, – anche quelli falsi – come le tue scelte.  Uno scrittore sensibile dei propri limiti, potrà essere dovunque e fare tesoro in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza delle sue esperienze e del suo talento, se avrà con sé consapevolezza della sua storia, come della sua cultura e della sua profonda spiritualità. 
Mio caro amico, credo che ci siamo detti quasi tutto. Si è fatto molto tardi. La birra era molto buona. Sarei felice di leggerti, un giorno, in qualsiasi formato o condizione, quello che conteranno saranno le tue parole, il loro ardore e non soltanto la loro confezione. Fammi sapere delle risposte dei tuoi editori, mi raccomando. Contina a inviare alcuni lavori, continua a condividerli, allo stesso modo continua anche a trattenerne altri nella tua officina "incantata", in buona penombra, appena ventilati, o al limite a scambiarli con me, portandomene qualche assaggio, semmai in un nostro prossimo incontro e non dimenticare di condividere e fare vivere gli scritti che ritieni pronti negli spazi che il tuo tempo, il nostro tempo, ci consente. Nessun artista potrà mai maturare ignorando le dinamiche, pur se complesse e controverse, del suo tempo, che rappresentano anche la sua voce, la sua storia, il suo passaggio vivo nella sua epoca, che è l'unica che ha e che gli è concesso  vivere, nel bene e nel male. Non escludere mai nulla dai tuoi orizzonti: includi, giudica poco e dormi bene, signor X, che stanotte c'è un cielo bellissimo. Direi per passeggiare, più che per scrivere... mio caro signor X. Quale cielo sarebbe mai stato più adatto per chiudere questa scorsa di riflessioni e salutarci, almeno per ora, così? Con un piccolo buona fortuna?".
Grazie a tutti dell'ascolto.
Luigi Salerno











martedì 27 settembre 2016

Riflessioni sparse sul senso della pubblicazione, dell'autopubblicazione e della non pubblicazione (Parte VI)



Edgar Allan Poe
Proseguendo nella nostra lunga analisi, adesso ci ritroviamo un quadro piuttosto complesso, nel quale mi sentirei di fare alcune particolari considerazioni, ma stavolta non più come portavoce delle inquietudini del signor X, ma esprimendo in piccolo il mio parere. I punti che ho cercato di condividere nelle precedenti riflessioni, mi hanno dato idea che il pubblicare non sia un passaggio automatico e un affare tra due interlocutori sconosciuti che contrattano, ma parte di un processo molto ampio, in cui la pubblicazione sarà una tappa di una serie di altri ponteggi o fraseggi più o meno laboriosi quanto personali, ma che non sempre possono inquadrarsi in un sistema diretto o verticale di condotta, ma più sinusoidale se non labirintico, fatto quindi di una serie di passaggi intermedi e paralleli non sempre pianificabili. Un po' come la vita. I percorsi che riguardano gli incontri, quella serie di elementi che messi insieme ci hanno consentito di trovarci in questo momento con questa persona anziché con un'altra, di frequentare questo luogo, di mangiare in questo ristorante, anche di leggere questo libro, proprio questo e non un altro e spulciare in questo blog dai post chilometrici, per esempio. 
Detto questo consideriamo adesso che ogni scrittore matura nel tempo una sua particolare espansione di condotta in relazione alla sua parte creativa, con una sua  visione di gioco, che lo orienterà verso i suoi territori più interni,  con i confini, le inclinazioni e le suggestioni entro cui sente e non solo deve necessariamente muoversi. Il tutto tenendo conto del suo obiettivo ma anche del suo livello formativo per perseguirlo, così come degli spazi specifici che intenderà (o spererà) di occupare con il suo meticoloso lavoro, il che comporta il considerare nelle sue aspettative e dinamiche, anche il tipo di progetto di cui si occupa e quindi il relativo mercato di appartenenza dello stesso. Il genere della sua scrittura, con tutto il mondo che prevede e che nasconde.  
Credo che sia fondamentale inquadrare subito questi elementi, dal momento che ciascuna espressione, all'interno dell'alveo specifico di un sistema editoriale, contemplerà mondi, risposte e attenzioni differenti, ma molto relati alla cerchia di amatori fedeli se non accaniti di quello stesso mondo e che l'editore, grande, medio o piccolo che sia, dovrebbe riconoscere e studiare a fondo, in modo da orientare con lucidità la sua scelta sugli autori da seguire. (Di solito anche in base al loro magnetismo, come alle modalità, alla personalità e sensibilità con cui questi generi vengono trattati e proposti dagli stessi creatori e aspiranti puledri di scuderia).
Il genere sentito, (ma possibilmente non scelto per strategia) o anche i generi affini che si muovono in un certo tipo di orbita, rappresenteranno dei fattori molto importanti per valutare i tipi di passaggi e i comportamenti successivi, quindi l'impostazione di una certa specifica progettualità in un percorso editoriale. L'aspettativa editoriale di fronte al reperto di un manoscritto fresco, appena inviato, si scontra spesso con una sorta di terrificante maelstrom: di solito più vi è l'ardore di partecipare e di condividere, più prevale quell'impulso selvatico portato a stupire, tipico di racconti o di romanzi imprigionati dai loro spasmi di libertà, con una combustione di idee, di sentimenti deliranti, come di voli pindarici verso orizzonti nuovi e spesso poco definibili e accecanti, specie se smossi del solo amore per l'esercizio della scrittura, e spesso avulsi da una precisa logica di classificazione, per un'ottica di profitto e per una loro collocazione di mercato, pur nell'alveo o nel cratere di un certo genere. 
Il marasma sentimenale e la fibrillazione di un testo appena sfornato dall'officina incantata del nostro scrittore X, in diversi casi non ha quasi mai l'abito della domenica per le convenzioni che una certa editoria prevede per inquadrarlo e valorizzarlo. Di solito una voce di scrittura, pur desiderosa di una pubblicazione, trasmette delle priorità e degli ideali  diversi da quelli editoriali e di mercato, ma conformi a logiche di altre economie, forse più spirituali che commerciali, dal momento che lo scrittore ha perseguito, ancora prima del desiderio di condivisione, il diktat della sua storia, con le suggestioni e le convenzioni di quel suo territorio magico e oscuro, con le sue particolarissime normative. D'altra parte un atto creativo deve muoversi in un certo modo, non può calcolare e limitarsi durante la sua faticosa fioritura. Ma è quindi abbastanza difficile che le regole e la natura più intima e spirituale di quel lavoro includano anche la strumentazione di bordo per fargli prendere il largo. Questo largo, tra l'altro, per un editore potrebbe essere di certe profondità e latitudini, per uno scrittore di altre, semmai anche molto diverse da quelle che immaginava e nelle quali credeva durante la stesura della sua opera. Un largo forse più mistico, quello dello scrittore, se non abissale. 
Ma accade anche l'opposto. Da una parte il maelstrom creativo, dall'altra il controllo strategico a oltranza, dal primo all'ultimo passo: con molta malinconia vedo in giro la tendenza a dedicare fin troppo spazio al fattore strategico, al controllo, alla misura del proprio spazio espressivo, ai suoi bordi perché si predispongano al giusto incastro, il tutto vissuto in alcuni casi come elemento prioritario in un processo creativo. Scrivere per adattarsi a uno standard precostituito di una corte di lettori al quale adeguarsi in tutti i modi, dando all'appetibilità e alla forma di una certa idea, la precedenza sul proprio mood, impopolare o stravagante che sia, ma che è l'unica traccia della nostra unicità. Riscontriamo quindi la monarchia di taluni, contro l'anarchia di altri. Puntare troppo alla direzione, all'educazione rigida alla meta e non al sentimento, fa dimenticare spesso la profondità e la completezza del percorso, anche solo del primo passo, quando è fresco, sentito e ben fatto.  Prevale in molti la smania di captare lettori e di informarsi su come captare e migliorare questa sensibilità magnetica, non solo quando l'opera è ormai completa, ma anche sezionando le fasi più intime, quelle più oscure e solitarie di scrittura, con informazioni di strategia già interne alla formazione della loro tessitura in atto, come se per ogni passo si debba già utilizzare quella carta moschicida adeguata, per beccare lettori come mosche (possibilmente vivi, naturalmente. L'esempio  era legato alla modalità di presa e ci sorrido!) Come fare per: come affinare un passaggio per: come affrontare una curva per: muovere questo paragrafo per: utilizzare  questo tempo per: questa trama per: questa forma verbale per: questo stile per: Questo sistema di pensiero e di controllo di un marketing che invade la penombra e la fragilità della zona creativa e solitaria (a questo punto non più) di uno scrittore, in ogni piccola intercapedine del suo tragitto (quasi a voler trovare un modo di scrittura adatto per pubblicare, per vendere o per rimorchiare lettori) personalmente mi crea un forte disagio perché mi toglie aria e atmosfera, solitudine e angoscia, elementi preziosi e nutrienti, dal momento che durante l'abbandono all'ispirazione e alla fase creativa, se mi impiglio nei "per" e nei "come" distruggo un intero mondo, forse il momento più bello, profondo e poetico che posso concedermi, dove il mio unico "per" sarà invece concentrato nel mistero di quel mio gesto, nella sua possibile inutilità che però mi trasforma, mi completa e mi dà un senso anche nell'incompletezza. (Questo è uno dei motivi per cui sarei molto propenso a fomentare la scuola della non pubblicazione, per ritrovare il giusto contatto con lo spirito dell'intento, il fattore primigenio, la profondità delle incertezze e del non avere idee, sistemi, pensieri, certezze. Almeno pensare seriamente a un'astinenza, quanto meno periodica, all'impulso o genio strategico del "come", per abbandonarsi a un nostro "dove", che non abbia più luoghi e si riappropri di una sua austerità).
Troppo marketing nell'aria, poca poetica e abbandono. Almeno il cantuccio incantato dell'officina deve essere un luogo di silenzio, di studio e di ricerca, ma anche di pudore, di riserbo, di mistero e di sogno, ma possibilmente non di elenchi o vademecum per non fallire. Non credo che le regole valgano per tutti, poi. Un sistema potrebbe funzionare perfettamente per una sensibilità e risultare disastroso per un'altra. Quelli che ho appena tentato di analizzare sono i due eccessi opposti. Ma dovendo scegliere tra i due mali, ben venga il maelstrom di Poe – non a caso maestro indiscusso dell'oscurità letteraria. Tra i due litorali del controllo contro il vortice, per me non c'è gioco!
Per oggi mi fermo qui.













domenica 25 settembre 2016

Riflessioni sparse sul senso della pubblicazione, dell'autopubblicazione e della non pubblicazione (Parte V)


Umberto Eco
L'oggetto di questa quinta parte di riflessione la dedico tutta alla lettura di uno scambio epistolare, avvenuto tra Umberto Eco e uno scrittore esordiente, tale Simone Bartoletti. Questo articolo lo avevo reperito e condiviso fino a pochi anni fa attraverso il sito Golem. 
Adesso lo trovate qui.
Sarà uno spunto molto interessante di approfondimento, per quelli che sono i termini affrontati e sviluppati sulla nostra spinosa questione. 
Una buona domenica!