martedì 20 settembre 2016

Continuerò a cercarti!




Una raffica, da un romanzo elettrico e per me indimenticabile: "Paradiso", di José Lezama Lima:

"Con la mano con cui il charro* sosteneva la chitarra, estrasse un pugnale che volò verso il centro del tavolino, occupato un attimo prima da Alberto, che non subì nessun danno grazie alla rapidità con cui si alzò per rispondere alla copla**, carica di un malocchio spaventoso. Ritornò Alberto in fretta al suo tavolo, schiodò il coltello e potè leggere incisa sulla lama la risposta alla sua stessa colpa: Continuerò a cercarti".

* Charro= in Messico, cavaliere che indossa un particolare abito, con giacchettino ricamato, pantaloni aderenti, camicia bianca e cappello ad ala larga

** Copla= strofe di quattro ottosillabi (o altra combinazione simile) diffusa nella musica popolare








lunedì 19 settembre 2016

"Non hai mai capito niente". I racconti di Marco Freccero




Questa raccolta di racconti di Marco Freccero rappresenta la prima parte di una trilogia: "La Trilogia delle Erbacce".
Ho trovato questi racconti davvero molto validi e di una bellezza profonda e sobria, poco comune.  Una bellezza non appariscente ma molto intima, che arriva sempre un po' dal basso e non dall'alto, in alcuni casi in una costante obliquità di sguardo. Sono delle prove narrative di indubbia efficacia, testimonianze di una voce sicura, chiara e ispirata.
I racconti sono curati e sviluppati nel loro più piccolo dettaglio, ciascuno con una sua anima e personalità, ma rimanendo anche sensibilmente interrellati, l'uno all'altro, come inquadrature e scorci di un unico territorio sentimentale di  vita e di scrittura.
Sono tredici storie molto forti e riuscite, tenute vive da un polso acuto e silenzioso, in perenne contatto e sintonia con le cose e con le ferite delle cose, come con la febbre dei sapori, delle sensazioni, delle risonanze emozionali che costellano e intessono con grande cura questi scorci narrativi e i loro protagonisti. Molti di questi crollano spesso il capo, in posizioni e condizioni diverse e frequenti, quasi per sgranare il canto stanco e tipico della propria specie – spesso pericolante e instabile quanto le loro situazioni familiari o lavorative, i loro sentimenti, le loro abitazioni, certezze e verità in perenne estinzione. 
I passi lenti e profondi dei personaggi avanzano e retrocedono, ma tengono sempre molto bene il tempo e la loro tensione espressiva all'interno di un territorio oscuro e costantemente minato, pur nel tangibile tormento di vita che li caratterizza, quello stesso che li definisce e li tiene ben  desti, avviluppati al clamore e al dolore della vita, come a una fibra di cui sono ormai essenziati, imprescindibile dalla loro natura. Anche nel patimento e nelle lunghe ombre di queste storie, queste anime tradiscono una tenacia e vitalità primitive, che lasciano sempre il segno di stiletto anche nell'aria fredda di quello che accade, come di quello che rimane fermo, paralizzato in un'eterna e vibrante attesa. 
La scrittura di Marco Freccero si muove con il passo incisivo e vibrante dei suoi personaggi, mentre li forgia da una prospettiva personale e molto clinica, portata avanti  con una costante pazienza artigianale, che mi ha convinto e suggestionato molto, fin dalle prime pagine. Molti incipit di queste storie hanno una forza di esordio esemplare. Diversi attacchi, molto stabili e puliti, sono pregni di una loro esattezza intrinseca e toccante. 
Il colpo e il quadro d'impatto è quindi già un suo nucleo formato e originale. Il personaggio nella sua prima luce è già afferrato e blindato nella sua genesi o radice. Marcato in zone critiche e cruciali della sua interiorità. In alcuni incipit il lettore ha già afferrato il sentimento della storia e del personaggio, eppure è portato a rimanere sempre in guardia, perché nulla è mai detto, scontato, definito; nemmeno nei finali. Non si proclamano diktat o verità, in queste storie, ma si delineano sfumature di un reale sempre mutante, controverso e impenetrabile. Il tutto, intanto, non è mai gridato, ma è invece rivelato in un raffinato sottovoce, un basso continuo che pulsa dentro e intorno alla vita, nelle sue occulte e complesse diramazioni verticali. 
Rimanere silenziosi e discreti, ma nello stesso tempo presenti e sensibili in questo apparato e tessuto vitale così fibroso, è una delle sfide più difficili per uno scrittore. E Marco Freccero narra queste storie con dei tocchi precisi e spogli, spesso essenziali, rimanendo sempre a contatto con il loro mistero, senza azzardarsi mai a svelarlo o a celebrarlo.
Marco ha un taglio narrativo lucido, analitico e controllato, ma nello stesso tempo anche molto ispirato, rivelando un fare artigianale e zelante, che sa della lentezza, della classicità e del riserbo di un altro tempo. È molto interessante il tipo di tecnica esplorativa e descrittiva che Marco Freccero utilizza nello svelare gli scenari e i luoghi più svariati dove si muovono  e si formano le trame dei suoi racconti.
Tra quello che nelle storie le persone in apparenza comuni dicono, tacciono o fanno, ci sono sempre, sullo sfondo della sua Liguria, oggetti, squarci di paesaggi, strade extraurbane, stazioni di servizio, ma anche suoni, sussurri, case, bar, fabbriche, cantinole, retrobottega, camere di ragazze chiuse a chiave dall'esterno. Un macchinario di luci e di suoni, che cesella il sentimento di solitudine di un mondo ancora e sempre nuovo e intatto, ancora tutto da scartare, fin dalla prima posa di sguardo, dove la forma racconto si esprime e si riproduce mirabilmente  in modo composto, armonico e riuscito.
Ringrazio molto lo scrittore Marco Freccero per quanto la sua scrittura così generosa, posata e profonda, sia stata in grado di regalarmi, attraverso e oltre la durata della sua lettura. 













domenica 18 settembre 2016

Domenica grigia con camerieri


Da una finestra spalancata
le sigarette tra i  camerieri.

Guardavano il tempo peggiorare
limandosi una pausa da fumatori.

Il dolore costretto nelle scarpe,
lo spezzarsi nel muro dei lacci.

Tremolavano le lucine azzurrate
al buio ristorantino sconosciuto.

Il televisore già ronzante di partite
durante le pochissime ordinazioni.

Scrollavano quegli ultimi sguardi
verso la pioggia caduta a dirotto.

E sulle due spalle nude della cliente
moti di tenebre e di pertiche di uomo.
















Linguaggio, autenticità e verità assoluta





Ancora da "Il freddo" (Die Kälte. Eine Isolation), di Thomas Bernhard:

"Il linguaggio non serve quando si tratta di dire la verità, di comunicare qualcosa, il linguaggio permette a chi scrive soltanto l'approsimazione, sempre e soltanto la disperata e quindi anche dubbia approssimazione all'oggetto, il linguaggio non riproduce che un'autenticità contraffatta, un quadro spaventosamente deformato, sebbene chi scrive si dia un gran da fare, le parole calpestano e deformano tutto, e sulla carta trasformano la verità assoluta in menzogna".

Thomas Bernhard













sabato 17 settembre 2016

Il percorso creativo tra valore, talento e caso.


Un percorso creativo che si rispetti sarà cosparso perennemente di nebbia e di mistero.  Come anche di ombre, di mota, di pioggia fitta, di abissi e di una costante inconsolabilità. Credo che la prima prova importante sia quella di accettare la totale impermanenza, insensatezza e assurdità di questo percorso creativo, per tutte le sue controindicazioni a intraprenderlo. Un percorso creativo è di per sé mutante, capriccioso, quanto è mutante, capriccioso e impermanente lo spirito ossessivo di colui che lo compie e in molti casi lo patisce. Non vi sarà nulla di piano. Solo la morte di un percorso sarà piana, regolare. La sua vita si muoverà di continuo nelle direzioni più contorte e perverse, come nei riflessi di un labirinto di specchi.
La sola libertà di poter seguire una propria linea di pensiero attraverso uno spasmo creativo è già un miracolo. Il sentirsi vivi attraverso lo schioccare della parola, dovunque essa vada a completare il suo corso dopo il lancio, anche se maldestro, dovrebbe contenere già un certo seme compiuto, nel quale ritrovarsi e a volte riconoscersi in un lieve accenno di serenità e di appagamento. Quello che però potremmo ottenere domani, come esito di un percorso creativo, intendo di grande e di consistente rispetto alla percezione e dimensione del nostro oggi, potrebbe sbiadire con il tempo, diventare altro da quello che si credeva e si desiderava; qualcosa di più piccolo e opaco, di meno importante. Mutando e trasformandoci di continuo, mutano con noi le nostre idee, i nostri pensieri, come il nostro rapporto controverso e sentimentale con questo percorso creativo e con il senso di quello che facciamo, e di quanto lo avvertiamo cruciale per la nostra esistenza e per la nostra impenetrabile felicità. La linea o il binario fobico di questo viaggio non avrà mai una sola direzione. Ne avrà mille e insieme nessuna. Mille vorrà dire nessuna, ma anche nessuna potrebbe voler dire mille. Ma nulla di ortodosso, di sancito e di stabile. Questa sarà forse l'unica certezza di questo viaggio: la sua assoluta impermanenza. In diversi casi, non poco frequenti,  la reale possibilità di attraversare un binario morto.
A volte una linea di percorso – o di pensiero – potrebbe schiuderci verso un'isola del Pacifico, in altri momenti affossarci in un solco interpoderale, inondato di fanghiglia e di carcasse. In entrambi i casi giocheranno dei fattori indipendenti dal nostro presunto valore e dalla nostra volontà, ma perfezionati in modo sensibile dalle circostanze, dal caso, quindi. In diversi contesti lo stesso talento naturale farà parte del puro caso (Talent is luck!, come dice Woody Allen in "Manhattan").  È un puro caso della natura. Una semplice casualità. Uno scherzo più o meno serio della natura, forse. Come l'orecchio per la musica, la buona mano per il disegno, qualcosina del genere, piuttosto triste, in alcuni casi, sentirlo solo come un puro – o anche impuro – caso. Come il numero vincente di un biglietto assegnato in una misteriosa lotteria. Senza che abbia fatto nulla di mio, nulla di personale e di intimo per venirne in possesso. Nulla di conquistato, ma solo di regalato, ad occhi chiusi, forse senza amore, ma per sbaglio, per distrazione o perché qualcuno questo dono non lo ha nemmeno più voluto. 
È qualcosa, il valore, in un percorso creativo, che si riconosce poco, che poco può appurarsi, per quanto siano intrecciate le dinamiche tra caso, circostanza e valore individuale. Un percorso creativo che si orienti su queste variabili non potrà mai essere dritto e limpido, quindi rassicurante. Sarà sempre una strada a doppia corsia, con scarsa visibilità curve continue e variazioni altimetriche. Ma sarà sempre il frutto dei capricci del caso e delle difficili combinazioni che il caso concederà a un certo valore e che un certo valore potrebbe concedere al caso. Come in un gioco. Anche la vita in fondo in certi momenti è un gioco. 
Il valore e il talento di un individuo condizioneranno inevitabilmente il suo percorso creativo, ma anche il suo percorso creativo condizionerà inevitabilmente il suo talento o la sua sensazione di talento – sono cose molto diverse, l'una dall'altra. Di solito le qualità non hanno peso e odore per chi le indossa. È più semplice individuarle dall'esterno, che immaginarsele in prima persona. 
Rimango convinto che il reale valore di un artista, di chi intraprende e abbraccia l'abisso spaventoso e ossessivo di un percorso creativo incentrato, per esempio, sulla scrittura, scrittura come forma d'arte, – una delle cose più angosciose e difficili da fare bene, per quanto sembri immediata, quotidiana, familiare – sia relato e strettamente interconnesso all'accettazione della disperazione e del patimento più assoluti, come scotto. Il viaggio sarà sempre al buio. Ci si muoverà sempre a tentoni. Quello che al mattino credevi buono, valido, interessante, nel primo pomeriggio potrebbe essere qualcosa di raccapricciante, da tenere ben nascosto o semmai da distruggere. Qualcosa di improvvisamente alterato nella sua essenza più pura a distanza di ore, di giorni, a volte anche di mesi. Ecco uno dei fattori più feroci e imprevedibili del percorso: la volubilità e la costante impermanenza della percezione di un'idea di giusto, di buono, di esatto rispetto a quello che si crea. 
Credo, visti i tempi che corrono, che questo azzardo di perseverare a tutti i costi in un percorso creativo,  – aggiungerei nell'incubo di un percorso creativo – abbia in sé dei fattori spiccati di autolesionismo, ma anche di pulsione romantica alla condivisione di un tormento, una sorta di invasamento adolescenziale, che a mio parere e in alcuni casi potrebbe essere anche vissuto e considerato come uno sfogo terapeutico, un passatempo o piccola catarsi.  In ogni caso arricchirà il malcapitato, come tutte le esperienze in un certo senso arricchiscono, a tutti i livelli. L'importante è non farsi troppe illusioni e non confondere lo spazio e le possibilità che oggi la rete offre per esprimersi nel proprio percorso creativo, come un fattore compensatorio e meritocratico, dove poter dimostrare o confermare un valore che si crede o si sogna di possedere, ma che in fondo potrebbe anche non esserci. 
Lo sconforto, la solitudine, l'incertezza, ecco, quelle saranno le tappe fisse di questa possibile mortificazione nel mettersi in gioco, anche se non meritata, ma la mortificazione è sempre in agguato. Va messa in conto, in ogni caso. La solitudine  e il dubbio  interesseranno sempre di più, per ogni passo, la sensazione di assoluta inadeguatezza che farà da sfondo al lungo viaggio soffocato nel buio e nel silenzio. La sensazione costante di aver sbagliato strada e di non saper tornare più indietro, pur volendo rinunciare a proseguire il cammino nelle ombre. Pensando di non essere stati all'altezza. Di non essere tagliati, portati, capaci. Nessuno potrà mai verificare o dimostrare razionalmente che tutto questo non sia vero: che la strada intrapresa, in fondo, nonostante i dubbi e le difficoltà sia quella giusta per il viaggiatore. E che in fondo, alla fine, si è sempre all'altezza, che si è tagliati, portati, capaci, e quindi con le carte e i documenti in ordine per intraprendere questo percorso creativo o in alcuni casi: pura ossessione del percorso creativo. Difficilmente si incontreranno delle persone competenti e nello stesso tempo oneste, che dicano con chiarezza come stanno davvero le cose all'ossessionato viaggiatore di turno, che sbatte la torcia lungo i muri delle strade, cercando di capire quale sia la prossima svolta e chi sia davvero lui e quanto conti in quel suo percorso e quanto gli manchi per arrivare. A volte si tirano indietro, non essendo nemmeno così certe, queste persone competenti, che la loro sensazione corrisponda poi al vero. Rimangono sull'uscio del bene e del male, ma tendenzialmente protendono per il bene, un bene formale, soprattutto quando questo gesto politico possa evitare delle inutili complicazioni, se non addirittura apportare loro delle improvvise, pur minime, agevolazioni. Capita invece spesso la presenza dell'incompetente, che ha però la sincerità di esprimere senza veli la sua più assoluta incompetenza, da lui ritenuta scienza eccelsa, naturalmente, dal momento che una persona incompetente è sempre in ottima fede! – e a differenza delle riserve e della prudenza del precedente interlocutore competente, aggredirà il viaggiatore di turno impegnato nel suo percorso creativo con delle verità assolute, che solo l'incompetenza ha il potere di far risuonare così altisonanti, verità nelle quali verranno contestate attitudini, preparazione, capacità, sottolineando senza mezzi termini la totale clandestinità del soggetto in relazione al percorso creativo intrapreso. Scoraggiandolo vivamente, onde evitare pesanti sanzioni, di perseguirlo ancora per molto tempo, se non di interromperlo seduta stante, in mancanza del valore e delle qualità necessarie, ormai appurate e conclamate! Allo stesso modo la persona incompetente potrà esprimersi, all'opposto, in pareri estremamente incoraggianti e positivi, in relazione alle tappe di un certo percorso ossessivo-compulsivo-creativo, continuando allo stesso modo a far danni, senza rendersene conto, naturalmente  – la buona fede è stata data per scontata già prima!
Il quadro è più o meno questo. Un percorso creativo è intessuto di relazioni umane, quando è vissuto all'aria aperta. È quindi portato a contaminarsi con tutte le problematiche di un percorso umano, perché fatto e incentrato su elementi e fattori profondamente umani. Quasi sempre la posta in gioco di un percorso del genere è il dolore. Il tormento, la frustrazione, la rabbia, e in primis la solitudine. Ma questi elementi, profondamente umani, saranno anche il concime, il guano perché il terreno di quel percorso abbia la sua adeguata fertilità, il suo potenziale. Senza quel dolore forse il viaggio si sarebbe concluso; chi può dirlo? In fondo un percorso creativo è un percorso labirintico.
Concludendo questa lunga e caotica dissertazione sul senso e dissenso di un percorso creativo, (e ripensando, per sommi capi a un bellissimo suggestivo passaggio de "Il soccombente" di Thomas Bernhard), direi che in ogni caso converrebbe intraprendere il percorso creativo confidando in primo luogo sulla propria unicità, sulla ricerca della propria unicità, che è qualcosa di altrettanto importante dei valori agognati e cercati all'esterno di noi, credendoli spesso parti di noi, che in fondo non sono e non saranno mai. La nostra unicità è tutto quello che abbiamo. È il nostro unico talento certo e riconosciuto. Quello che nessuno potrà mai sottrarci. Immaginare o dimostrare un valore artistico, non sarà così importante e determinante quanto la ricerca spasmodica della propria unicità. Qualsiasi essa sia. Senza unicità non avremo mai un valore. Il valore dell'unicità potrebbe essere sufficiente, da solo, ad appagarci a farci sentire amati non per quanto bene facciamo quel tanto, ma per come e in che modo ci organizziamo per quel poco, che senza di noi, senza il nostro tocco, non sarebbe mai così. Non necessariamente così bello, interessante, profondo, nulla di tutto questo, ma semplicemente così: senza di noi non avrebbe quella vita. La nostra impronta di  quel piccolo indimenticabile così.
Inutile dimostrare di possedere i valori che si desiderano e che non ci sarebbero mai riconosciuti, nel proprio percorso creativo, anche se naturalmente posseduti; anche se fossimo intessuti ed essenziati dei valori assoluti che desidereremmo da sempre possedere, o che sentiamo già di possedere, nessuno mai ci firmerà un documento in cui questi valori ci saranno riconosciuti, attestati come da contratto. Questo, forse, anche perché non saprebbero a chi concederli o riconoscerli se ancora non ci siamo dedicati ad accettarci e ad amarci per quello che siamo. Per la nostra insostituibile, piccola, ma commovente unicità.













venerdì 16 settembre 2016

Il freddo della segregazione e il rifugio nella poesia




È bello e toccante assistere a questo fluire dei contrasti, nella narrazione di Bernhard. Nel dolore più cupo e soffocante, c'è sempre il tempo e lo spazio per uno squarcio, una boccata di luce improvvisa, quando tutto sembra già chiuso, nel pieno della segregazione. Una come questa:

"Già a quell'epoca mi ero rifugiato nella scrittura, scrivevo, scrivevo, non so più, centinaia e centinaia di poesie, esistevo soltanto quando scrivevo, mio nonno lo scrittore era morto, ero io che potevo scrivere, adesso avevo la possibilità di poetare per mio conto, osavo farlo, adesso, avevo a disposizione questo mezzo per raggiungere i miei fini, e allora con tutte le mie forze mi gettai nella scrittura, abusavo del mondo intero per trasformarlo in versi, quei versi, se pur privi di valore, significavano tutto per me, niente al mondo per me aveva maggiore significato, e io non avevo più niente, non avevo altro che la possibilità di scrivere poesie".

Da "Il freddo (Una segregazione)" di Thomas Bernhard



























giovedì 15 settembre 2016

Le parole dell'ultim'ora


Di notte la parola sulla pagina muta il suo peso.
Avrebbe l’argento della squama del pesce, quella stessa patina scivolosa, ma anche quello scintillio lunare, che spesso è murato di paura e di opaco, come un debito di gioco.
Da una finestra socchiusa le voci basse delle donne rivestono le case con l'odore delle tovaglie distese su tavoli vuoti. Come queste parole dell’ultim’ora, scritte combattendo il sonno e insieme il sortilegio dei pochi lumi rimasti accesi.
La luna matura i suoi seni e i suoi flussi streganti rianimati da un colpo di scure nell’aria. Sulle campagne aperte si squarcia un grido di ragazzi e di cani.  Forse le luci grondanti di una festa o una fuga cieca verso la costa, per non ritornare mai più. La villa delle suore è deserta. Ascolto e attendo che accada qualcosa. Nemmeno il bagliore dell'ultima colonia. Quel bianco di glaucoma è ancora limpido come un grido di caccia. Così anche la parola dell'ultim'ora: l’ultimo filo di radio, che muore come fumo da una sala corse. Questo spasmo di segni rimane inutile, come lo sarebbe un relitto, un orgasmo a pagamento.
Nel buio potrebbe svilirsi qualcosa di puro, da poter testimoniare a un insetto che risucchi lo scorcio oleoso di una lanterna. Ma a quest'ora non sorgono voci, ma impronte di lupi  bianchi sulle terrazze degli alberghi, contro le ombre mutanti degli ultimi camerieri stagionali. 
Le distanze tra gli spazi squarciano e azzannano filamenti di abisso. Qualche sera fa, dopo una schiarita post-temporalesca, avvertivo il mormorio e i canti di una processione che si stava avvicinando. Un gruppo religioso che avrebbe raggiunto un santuario lontanissimo, verso la montagna, come fa per tradizione tutti gli anni. Dalla mia finestra, tra gli alberi, osservavo le torce accese tra le sbarre di un cancello, dove sfilavano le figure con  la  loro lentezza, i golf annodati sulle spalle, qualche bambino per mano. E poi ascoltare quelle voci sfumare, assottigliarsi e farsi sempre più lontane, nella notte fonda e stellata. Fino a imbucarsi nel labirinto boschivo, dentro quell'orma di mota e di lieve tormento, fino a quando la bocca del santuario non li avrebbe divorati di pace, alle prime luci dell'alba.  
Murarsi in un ascolto attento, sottile, sensibile alla più piccola vibrazione, diventa sempre più raro e antieconomico. Adesso si indossano le voci dai palazzi accesi, con i giochi che scandiscono i tempi della cena. Quelli più fissi e televisivi, con gli applausi a comando e i loro fobici cluster, che hanno sostituito la dolcezza sonora dei cucchiai, delle forchette e dei bicchieri appena cozzati mentre si apparecchia, come gli sguardi lucidi e commossi tra commensali, subito dopo la sorsata di troppo.  
Sarebbe saggio scrivere soltanto nel puro terrore e dedicare questa sostanza di risulta a chi non sa leggere. Agli alberi, alle case diroccate, alle ali aperte dei rapaci. Ma senza altri confini, che non riguardino territori troppo affollati e consenzienti, tribali. Dove non si cerca la mischia, la truppa lobotomizzata, il numero, ma la singola attenzione di una figura in disparte, di spalle, a cui raccontare. Della vita, dei suoni, della sensazione di un istante profondo e incomprensibile, ma anche del proprio talento di poterne tacere. Ascoltando una frase, ma anche una sola prima parola, prima di avvertirne il suo peso, mi piacerebbe valutare se valga più del mio silenzio, della bellezza atomica del tacerla e trattenerla muta, ancora calda di vita e di teatro, come qualcosa di prezioso per il solo fatto di averla negata e sottratta alla luce chiara dei suoni. Bisognerà farsi riconoscere anche nello spegnimento della parola, fino all’ultimo istante prima di oscurarla. Nel suo annegamento, come quella processione sfumata dentro le braccia tese del bosco, verso la gola aperta della montagna. Nella rinuncia. Una parola in meno potrebbe valere molto di più di una detta e tagliata male, in un luogo e in un momento sbagliati, per esempio. La processione ormai è lontanissima. Anche dentro quei passi si annida il silenzio con tutto il suo spargimento di bruma, la potenza muta del gesto di resa. La notte nera del Pascoli, con dentro il suo lampo sulla casa. Anche il silenzio più innevato di chi scrive avrà bisogno di una buona intonazione e di una resa adeguata al suo mistero iniziatico.  È questa traccia muta nel freddo è in fondo la sfida più grande. Rimanere fermi, dove tutto vibra e intervenire quel minimo o solo quando si avverte lo slancio nel contrastare l'idolo del segno contro la perfezione nobile della sua attesa. È dentro quel limbo totemico che forse ci si sente di nuovo a casa. Nel proprio santuario, oltre il bosco. Resistendo invano alla notte, nei suoi ultimi fumi e nei suoi canti.