venerdì 21 marzo 2014

Da un'intervista a Vikram Chandra, tra programmatori, scrittori e vibrazioni




Questi due punti che seguono, estratti da un'intervista di Serena Danna allo scrittore e filmmaker indo-americano Vikram Chandra, mi hanno molto colpito e li sento molto utili e illuminanti, specie in un'epoca così delicata e controversa come questa, nella quale, come lo stesso Chandra insiste, non andrebbe temuta in nessun modo la tecnologia.

Sostiene che il lavoro di programmatore l'abbia aiutata nell'attività di romanziere. In che senso?

I codici informatici dimostrano quanta complessità possa emergere da gesti molto semplici. La costruzione di una rete articolata, che avviene grazie a poche e precise azioni, è qualcosa che appartiene al romanzo. Naturalmente né il programmatore, né il narratore dovranno mai svelare al pubblico lo sforzo compiuto per arrivare alla superficie interattiva. La forma dell'oggetto dovrà apparire inevitabile e raggiunta senza sforzo.

Cosa hanno in comune informatici e scrittori?

Entrambi hanno a che fare con il linguaggio, ma in maniera molto diversa: nella programmazione l'ambiguità può portare al disastro. Quando scrivi codici il linguaggio deve essere completamente ed esclusivamente denotativo. Nel linguaggio poetico, al contrario, viene introdotta e utilizzata una voluta ambiguità, un'implicazione che – stando alla tradizione classica degli esteti indiani e ai teorici del linguaggio – è sempre stata oltre qualsiasi possibilità di denotazione. La poesia parla attraverso ciò che non dice, grazie a una risonanza che gli studiosi chiamano dhvani, vibrazione, riverbero. Questa differenza porta a un'obiettiva differenza nel loro lavoro di tutti i giorni. Spesso i geek amano definirsi artisti. Bisogna andarci piano...".

Dall'intervista a Vikram Chandra "Narraprogrammatore" di Serena Danna.  "La lettura" dal Corriere della sera di Domenica 16 marzo 2014



lunedì 17 marzo 2014

Dal cursore verticale del post a un mio incerto semmai:


Batte il cursore verticale sullo spazio bianco di questo post, prima della prima di una lettera,  di una mina innescata nella mia gola, come una lancetta di un orologio da polso, ma già fermo. Quello del nonno, che rimaneva per ore sul tavolo dello scrittoio di mio padre, durante le vacanze di Natale, e brillava ogni tanto di sole. 
Questa pulsazione meccanica del post ancora intonso, è un richiamo muto, poco invasivo, che mi ricorda di questa possibilità di comunicazione,  sempre a portata, di questo spazio da poter occupare, senza chiedere permesso, senza bussare. I problemi relativi alla comunicazione, in primis a una certa qualità della comunicazione, li trovo legati all'urgenza di infrangere la prima cortina, quindi la prima pulsazione della lancetta verticale del post, – in senso metaforico con qualsiasi altra occasione espressiva – ed in linea con un percorso molto più lungo, ampio e articolato, che mi precede e in un certo modo misterioso mi descrive nella mia descrizione. 
Chi posso mai davvero descrivere, in un certo tentativo di comunicazione, se non lo stesso istinto atavico che mi costringe a parlare? Quale sarà il tema se non questa atavica paura di sbiadimento, di sgretolamento dalla roccia di una certa paradisiaca individualità, minata dalla possibilità stessa della sua messa in gioco? Ogni volta che aumenta una certa opportunità di poter comunicare, accade che l'incanto si rovini, si deteriori quella strana apprensione che molto tempo prima era invece la caratteristica principale, il vero autentico movente che mi portava a  salvaguardare e insieme a invadere questa pinna di squalo bianco che è stata da sempre una qualsiasi pagina in attesa. Bisogna farsi portavoci del proprio silenzio, della propria stasi emozionale, della propria tempesta sopita, per poter parlare? Bisogna rimanere fissi e risolti, dentro una radura, o invece conta molto di più questa fiammata azzurra e rossa, demoniaca di splendidi propositi, che scaglia quello che si avverte di nostro come distinguibile, unico, evidentemente giustificabile a poter dire, interessare, intrattenere qualcun altro, a tutti i costi, poi?
Quanto conta la mia brama di comunicare qualcosa, rispetto al suo e quindi al mio tema, sul contenuto o anche sulla sola forma o involucro, di questo apparato cristallino e insieme opaco, che apparecchio e nel quale sparisco? Sto cercando di comunicare con me stesso o sto invece cercando di arrivare agli altri attraverso quello che immagino di conoscere, di controllare, di eludere di un mio possibile linguaggio? E questo perdersi nella propria lingua, sarà ancora una forma disperata di amore clandestino, di rottura del buio del silenzio, o rimarrà invece una sterile rincorsa alla mera parata, frutto di un vizio, di una forma sterile e ossessiva di rivalse, rivincite diaboliche, o inutili virtù affabulanti e negromantiche?
Questo è un tempo di transizione, feroce e nello stesso tempo incantevole. Sto scrivendo e facendo battere questi bit, con una macchina docile, che mi  ascolta, tra le ginocchia e le cosce addormentate. Queste parole, forse, senza l'esistenza della docilità di questa macchina, non sarebbero mai esistite, ma soprattutto senza la consapevolezza della rapidità con la quale posso lanciarle in luoghi assolutamente irraggiungibili, al di fuori delle mie possibili previsioni, al di là di una risposta, di un assenso, di un cenno di vita da parte di un qualsiasi possibile interlocutore passivo o accanito lettore ideale. E allora quanto comunico di mio o quanto di questa parabola di possibile spazio è intrisa la mia volontà naturale e più intima nel rompere un silenzio che ormai non esiste più? Se in questo momento, al posto di un portatile sulle ginocchia, avessi un semplice foglio, bianco, su di un tavolino di un albergo di provincia, quanto più lontano avrei scritto, a quale costo avrei sacrificato questo tempo di parole, anche se poche, a discapito di una certezza di silenzio naturale, di invisibilità, nell'assoluta certezza di irraggiungibilità di un luogo incerto e adeguato per il mio pensiero o sentimento di pensiero, che è una delle più belle e stimolanti condizioni per una partenza limpida e silenziosa? 
E se scrivessi e comunicassi solo per rimanere forte di questa mia povera invisibilità, per maturare una voce fatua nel non esser visti, scovati o rimproverati ancora fino in fondo, di questo misfatto di esserci, e di utilizzare uno strumento così sacro, delicato  e importante, per vagare ancora oltre e attraverso l'utilità, oltre un suo movente, un suo balbettante senso o dissesto estetico di sorta?
Dovrei bastarmi del solo impulso di dover dire o dell'unghiata del poterlo fare perché questa macchina me lo dice, questo cursore me lo propone?  La complessa transizione di questo mio tempo, è quella di trovare un equilibrio armonico e difficile tra le ombre che mi portano al dire e al tacere, in un territorio aperto e accogliente, ma che ha perso in selvaticità, dove però la facilità di poter disegnare e lanciare questo mio dire, potrebbero renderlo per sempre muto, alterato, indistinguibile, quindi assente, ancora di più se questo dire non fosse stato mai detto se non a me stesso.
La vera assenza di una forma comunicativa, è la modifica atroce a cui questa stessa viene sottoposta quando il suo luogo non è quello che dovrebbe essere. Una voce non ancora detta rimane preziosa della sua possibilità di poter resistere, comunque, alla propria natura più profonda e insondabile, pur non rimanendo condivisa. A questo punto quando i luoghi non sono ideali, ma le macchine aspettano e promettono luoghi giusti e idonei, quanto saprò resistere all'esercizio naturale del mio silenzio? Alla rottura di questo gioco con me stesso, senza destinazione altra e alcuna che l'antica profondità del gesto, del pensiero abissale che si fa invisibile e che diventa immagine, segno, parola, archetipo, senza nemmeno più esserci? Sarà forse in questi brevi imperscrutabili attimi di miracoli, dentro questo niente sospeso e trattenuto appena, che si ripone e si cela il senso, lo spazio e il luogo ideale per questo mio dire (o tradire), di quello che sarebbe forse mai stato il mio esprimermi in un altro luogo ideale, se poi forse nemmeno c'è?
Semmai.

domenica 9 marzo 2014

Would you play some of your weird chords?



(EN)

« "Would you play some of your weird chords for the class?",

"What do you mean weird? They're perfectly logical chords" »

(IT)

« "Suonerebbe qualcuno dei suoi strani accordi per la classe?"

"Cosa intende con strani? Sono accordi perfettamente logici»

(Un insegnante della Columbia University a Thelonious Monk (da Hentoff, Jazz Life)

venerdì 21 febbraio 2014

Giorno di compleanno: il teaser


Giorno di Compleanno - teaser from Fabrizio Fiore on Vimeo.

mercoledì 12 febbraio 2014

Dal carteggio Bertolucci Zavattini: 1929-1984


Da una breve riemersione da questo incantevole e ineusaribile carteggio, che raccoglie le boccate epistolari tra Attilio Bertolucci e Cesare Zavattini dal 1929 al 1984 – mi piace immaginarle davvero come boccate gustose, appena sbiancate da una pipa in radica, davanti a una vecchia vallata, in una serata estiva e solitaria – non resisto e devo quindi testimoniarne una piccola parte, già bastevole a fiammeggiare la vivacità e la complessità di un secolo letterario, breve solo in apparenza, e dei suoi indimenticabili protagonisti.
Il testo dal quale scorporo la lettera di Attilio Bertolucci a Zavattini, (soprannominato "Za"), è "Un'amicizia lunga una vita" Monte Università Parma 2004 Edizioni, realizzato in collaborazione con la Cineteca di Bologna:
                                                                     
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Baccanelli, 5 aprile 1931

Caro Za,
sono molto in collera con lei. Come si può dimenticarmi così? Sta bene che sarà in confusione per il suo Charlot, ma però non può essere una scusa...Infatti ha scritto a tanti [vanerelli]. Glissons. A Baccanelli la vita è dolce anche con gli studi pesanti, penso di più, e la sera è umida e dolce, con poche luci fra gli alberi che danno una grande malinconia. Il silenzio favorisce le meditazioni poetiche, mi ci cullo, e non lo rompo che qualche rara volta con la trombetta infernale di Louis Armstrong e col violino di Joe Venuti. Le loro musiche mi danno un'eccitazione e un brio, mi scaldano la fantasia. È sole, realtà, gioia quintessenziata. Vorrei essere uno scaricatore di cotone, sul Mississippi [...]




domenica 9 febbraio 2014

Estratti casting "Giorno di compleanno". Francesco Napoli.


Estratti casting "Giorno di Compleanno" - Francesco Napoli from Fabrizio Fiore on Vimeo.

sabato 1 febbraio 2014

Sabato, di Alfonso Gatto


Una ventata di aria, da una tenda di seta che si alza sui campi, questo Sabato di Gatto, estratto da "La forza degli occhi" (1950-53) – raccolta dedicata a suo figlio Leone –  mentre frana il getto così fresco di questo giorno, che sembra scritto su di un muro, o appena uscito da un foglietto di un suo taccuino, un po' sgualcito e sformato dalla pressione di una tasca dei pantaloni. Limpido e dissetante, dentro un suo ordine leggero, fatto di moti e di tensioni, di brevi istanti quanto di squarci d'impeto luminosi e lirici. Sono così fulminei questi gesti ariosi di Gatto, il poeta del canto fioco, dentro la colata piena delle sue immagini. Sono atti di un ermetismo generoso e zelante, che restituisce al naso e alla bocca tutto quello che oscura al pensiero comune. Una poesia senza sonno e senza veglia, incastonata dentro gli strazi aperti e muti delle riviere, nelle sue traiettorie lontane, quelle di una sola mano aperta, semmai sporca del biancore della calce, di una sassaiola o di un primo bacio di amore:

Sabato

Il cielo nuovo
e facile ritrovo,
la casa a dirla è già sorta
dal verde della sua porta.
E l'occhio franco
a essere decide
il fumo bianco
l'uomo che ride
lontano al ponte
dell'orizzonte.

Il bambino di moccio
per mano al muratore
ritrova nel cartoccio
la chicca dell'amore.
Ma l'ingegno è l'ingegno,
fortuna tocca ferro.
Una città di legno
la brenna sullo sterro
la bandiera, la frasca.
Il cielo va chiamato
le mani in tasca
a bavero alzato.