sabato 1 febbraio 2014

Sabato, di Alfonso Gatto


Una ventata di aria, da una tenda di seta che si alza sui campi, questo Sabato di Gatto, estratto da "La forza degli occhi" (1950-53) – raccolta dedicata a suo figlio Leone –  mentre frana il getto così fresco di questo giorno, che sembra scritto su di un muro, o appena uscito da un foglietto di un suo taccuino, un po' sgualcito e sformato dalla pressione di una tasca dei pantaloni. Limpido e dissetante, dentro un suo ordine leggero, fatto di moti e di tensioni, di brevi istanti quanto di squarci d'impeto luminosi e lirici. Sono così fulminei questi gesti ariosi di Gatto, il poeta del canto fioco, dentro la colata piena delle sue immagini. Sono atti di un ermetismo generoso e zelante, che restituisce al naso e alla bocca tutto quello che oscura al pensiero comune. Una poesia senza sonno e senza veglia, incastonata dentro gli strazi aperti e muti delle riviere, nelle sue traiettorie lontane, quelle di una sola mano aperta, semmai sporca del biancore della calce, di una sassaiola o di un primo bacio di amore:

Sabato

Il cielo nuovo
e facile ritrovo,
la casa a dirla è già sorta
dal verde della sua porta.
E l'occhio franco
a essere decide
il fumo bianco
l'uomo che ride
lontano al ponte
dell'orizzonte.

Il bambino di moccio
per mano al muratore
ritrova nel cartoccio
la chicca dell'amore.
Ma l'ingegno è l'ingegno,
fortuna tocca ferro.
Una città di legno
la brenna sullo sterro
la bandiera, la frasca.
Il cielo va chiamato
le mani in tasca
a bavero alzato.

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