giovedì 26 dicembre 2013

Lontano dal vero


Quello che penso di descrivere e di trasferire su carta, è solo uno squarcio dalla feritoia di un uscio, la frazione momentanea di un'esperienza impalpabile, nulla di stabile, di eterno, di troppo vero. Se non avessi mai impresso quello che in quell'attimo pensavo, non sarebbe cambiato molto. La stessa cosa pensata, trasferita in un altro momento, anche soltanto dopo un'ora, sarebbe stata del tutto diversa.
Non credo che tutto quello che mi appartiene sia vero. Come potrò mai andare d'accordo con tutte quelle persone che cercano in un qualsiasi malfermo e incerto linguaggio, le voci e le corrispondenze di uno standard, i dogmi o la decodifica di una verità, quanto di un'idea controversa  e infantile di orginalità?

venerdì 13 dicembre 2013

Talemotion, presentato da Andrea Grasso:

martedì 10 dicembre 2013

Poco prima di un ballo in maschera: impromptu sul dire e sul dare


Quello che mi atterrisce sempre di più è la solitudine devastante che circonda oggi chi ha davvero qualcosa da dire. Chi ha davvero qualcosa da dire non potrà usare la tua formula esatta o più funzionale e di grido per dirla, ma quella che il suo dire nel dare gli consente e gli concede. Non ha altre strade né alternative. Se il suo dire deve essere filtrato con il tuo, o con quello che vorresti ti si dicesse, il suo dire muto avrà il suono di un'altra specie o meglio, sarà il tuo dire e non più il suo e perderà il suo senso e la sua funzione di essere e di dare, oltre al solo dire. Quando un certo tempo culturale in totale disfacimento, dispone spazi per modi e formule di dire che vengono preferiti alla qualità e al sentimento profondo  di un certo dare, non si avrà narrativa buona, non si avranno nemmeno persone migliori e strade ariose e assolate, ma i compartimenti stagni di un circuito chiuso, omologato e unidirezionale.
Il culto di una forma del dire che sia sordo alla profondità misteriosa dei contenuti, che non colga quello che brilli oltre il suo primo strato, disegna la certezza tragica e assoluta di un inesorabile declino generale della cultura e dei sentimenti di chi dice così come di chi tace.
Auguro a ogni artista, in ogni suo campo, di occupare lo spazio del cuore degli altri, con il proprio linguaggio, attraverso sentimenti e non formule magiche, stregonesche o ancora  peggio strategiche, accolte come toccasana o balsamo per la difficoltà storica del momento. Attraverso un dire che sia solo il suo e non quello, anche se migliore, di qualcun altro.
Me lo auguro, anche se questa strada è cosparsa di solitudine, quanto di cera il pavimento di un palazzo ducale, poco prima di un ballo in maschera.

domenica 8 dicembre 2013

Se qualcuno cucina di notte


Sul pianerottolo un odore di aglio che soffrigge e ancora altri piccoli aromi di chi cucina, fino a pochi minuti fa.
A quest'ora della notte, questi odori che in un qualsiasi mezzogiorno o mattinata del mondo lascerebbero appena sfiorati da quel tepore di attesa per il pranzo, – movimento di mani delicate o anziane, finestre aperte al sole, alla pioggia, alle nevi delle attese dei ritorni – diventano altro, qualcosa di misterioso e di appena incantato.
Pensando a chi cucini a quest'ora: se lo fa per domani e per una cena notturna e improvvisata, per l' 'arrivo improvviso e non annunciato di un grande amore, o solo per un attacco di fame, di panico, di dolore. Le finestre, intanto, brillano di rosa nella notte.

sabato 7 dicembre 2013

"Delle luci nella sera di un tempo": la terza sconfitta


Un mio racconto rifiutato tre volte, anche se in circostanze diverse.  È il caso di "Delle luci nella sera di un tempo. Doppio viaggio", una storia che continuo a scrutare da diverse angolazioni, per quanto sia insolita e misteriosa e per quanto sia puntualmente ignorata e non recepita (di solito è un buon segno), – ma questa  è responsabilità assoluta dello scrittore, per cui dovrò correre ai ripari, in qualche modo. La colpa è sempre di chi fa e di chi si espone, quasi sempre. 
Credo giusto che chiunque si esprima debba parlare anche dei racconti rifiutati, soprattutto di quelli, non importa se siano stati incompresi o delittuosamente e di gran lunga inferiori a quelli scelti e preferiti di altri scrittori: quello che conta è mantenere una propria sintonia con il movente di scrittura di quel testo, con la sua pulsazione primigenia che lo ha portato in quel punto preciso, con quei risultati.  Rimanere in contatto con la sua struttura e cercare di essere equanime e oggettivo anche dopo un responso negativo, la credo una fase importante quanto delicata di consapevolezza del proprio linguaggio, così come delle idee maturate sul proprio linguaggio.
Questa storia, intanto, pur con le sue atmosfere pesanti, nebbiose, forse anche patinata da un approccio un po' barocco e ridondante, ha però un suo nucleo e una sua anima nera e insieme delicata, che non riesco a guardare con troppa severità, nonostante la sua tripla sconfitta, perché questo modo di narrarla era l'unico sistema per modularla ed espanderla nella sua natura, senza alterarla e tradirla.
L'importante è saper perdere e farsi carico con grande umiltà delle proprie sconfitte, ma è altrettanto importante mantenere quella lucidità e quella fermezza interiore, in modo da rimanere coerenti con quello che si è fatto o disfatto o strafatto, nonostante i pessimi tangibili risultati. Un racconto potrebbe ottenere dei pessimi risultati ma non per questo essere pessimo, per esempio, e forse nemmeno così inferiore a quelli che hanno raggiunto e collezionato ottimi risultati.
Solo questo, credo, o immagino di sì.

Tra chi si accade


Certi ricordi scorrono dentro, come una Coca Cola ghiacciata nella notte. Non fanno parte del pensiero, ma accadono: sono accadimenti comuni, come un urlo lanciato o trattenuto, una pisciata al muro e la sua risonanza.
Sentire la propria anima, come i rintocchi lontani da un campo da tennis. E ancora: ricordarsi e dimenticarsi non solo di quello che si patisce e si ricorda, ma anche di chi lo ricorda. Se mi dimentico di me che ricordo, questo ricordo mi appartiene e mi assale al collo dentro una strana fucina di perdita, che, nello stesso istante in cui si accende, si dimentica per sempre di me.
Stasera, nell'attesa di un amico, accanto all'edicola, c'era una ragazza in lacrime. Era  piuttosto vicina a me. Anche lei aspettava qualcuno. Si gingillava col telefono, ogni tanto alzava il capo e il suo viso brillava di pianto. La sua amica le arrivava incontro con un viso arioso e disteso, senza accorgersi ancora di quel patimento. Quando poi la ragazza le era più vicina e cominciava a parlarle, anche il viso dell'amica si ombrava, appassionandosi del medesimo tormento, che mi rimarrà segreto per sempre. Forse: come tutti quelli che si provano e che ci si illude di conoscere e di controllare. Quello che ci accade lo sentiamo nostro, senza tastarne l'assoluta estraneità.  Quello che non ci accade, invece, lo sentiamo sempre più lontano, pur temendolo, ma senza mai tastarne e verificarne l'assoluta intimità. L'assoluta e insanabile  consanguineità tra chi si accade, non accade e ci accade. 

domenica 1 dicembre 2013

"Me l'ha detto Frank Zappa" di Zibba. Libreria Feltrinelli di Torino.

Me l'ha detto Frank Zappa from Carlo Molinaro on Vimeo.