domenica 11 novembre 2012

Coincidenze e misteri.

Certo, rimane singolare:
sono reduce dalle ultime rifiniture dei monologhi de "Il chiodo nella lampadina", un percorso che si snoda entro uno o più fili narrativi in sequenze parallele epistolari, abbastanza dense di simbolismi, citazioni, passaggi segreti, piccole sperimentazioni (troverete di più e nei dettagli, nello spazio apposito che gli ho dedicato e ho adibito per un certo progetto), quando oggi, a pranzo, un rumore forte e deciso, che ci fa balzare, proveniente dalla cucina.
Strano a dirsi, ma una delle lampadine che illuminano la base del forno, si è infranta da sola.  Ma non perché sia caduta, il connettore a vite era ancora fissato; si è semplicemente infranta, o stancata di esserci o per mandarmi un segnale o un vai a farti fottere, perché no.
Nulla di che, ma questo piccolo episodio mi ha fatto avvertire ancora molto viva la corrente interrotta della mia storia. Il suo significato. Il suo piccolo chiodo che batte nell'aria, forse per paura della possibile dimenticanza che tutte le fatiche e gli innamoramenti creativi annusano del loro possibile nebbioso destino, spesso inesorabile, alle spalle del loro autore.
A quest'ora, nel silenzio della mia casa, scrivo e ripenso al piccolo capriccio eroico di quella  lampadina, che  mi ha fatto sentire amato da quello che ho scritto, come se in qualche modo mi avesse mandato un bacio di addio dai suoi vetri o dalle mie pagine, questo a suo e a mio modo, naturalmente. In una sorta di indisciplinato quanto fantastico appagamento.
Chi leggerà il libro capirà...
C'est tout:
nuit...

Qualcosa di molto lontano

La memoria abbraccia uno spazio e uno spettro molto ampio di riferimenti e di possibilità.
Qualcosa di molto lontano, che ho visto e che ho vissuto da bambino e che ho ricordato:
oggi pomeriggio ho ricordato la bicicletta del mio nonno paterno, una bicicletta da corsa nera, che gli fu chiesta in prestito da una ragazza con i capelli lunghi, cliente del nostro stesso albergo. La bicicletta le fu prestata, ma la ragazza tardò parecchio ad arrivare, credo che tornò quando era già sera inoltrata. Mio nonno era molto agitato, passeggiava lungo l'ingresso, accanto al cancello, si affacciava di continuo per controllare quando quella cliente ciclista arrivasse; addirittura sospettava che quella ragazza coi capelli lunghi fosse una ladra e non una cliente del nostro albergo, ma io non potevo immaginare che i ladri fossero ragazze coi capelli lunghi. I ladri erano uomini con i capelli corti e con le mascherine ben strette sugli occhi, che arrivavano a notte fonda, e non nel nostro albergo. Quando la ragazza tornò era una ragazza diversa, aveva nello sguardo qualcosa di spaventoso: l'oscurità della sera negli occhi e nei capelli lunghi. Aveva gli occhi lunghi e scuri, come i capelli. Io credo che non sia più tornata quella stessa ragazza del pomeriggio; il viso era il suo ma era devastato da qualcosa che lo rendeva spaventato e infelice. E anche la bici del ritorno non è stata mai più la stessa, nei miei occhi. 
E in quello stesso albergo, ricordo una notte, credo di quella stessa estate, dalle finestre, era molto tardi, sentire dei clienti cantare. Erano clienti dell'albergo, di varie nazionalità, tedeschi, inglesi, francesi, c'era anche un medico egiziano che cantava insieme a tutti gli altri, canzoni napoletane molto antiche e stonate, in coro e tutte con l'accento sbagliato. E dal mio letto vedevo le ombre di una lanterna sull'intonaco rosa, e provavo lo spavento per  tutti quegli accenti così diversi, intrecciati al dialetto antico, nelle diverse faticate tonalità, che cantavano e sembravano felici ma toccavano il mio sonno dell'infelicità di quella ragazza tardiva sulla bicicletta nera di mio nonno, quelle voci, come se fossero mani bagnate che mi toccavano la faccia con i capelli lunghi.
Nella stanza ero da solo con mia madre. Nel giardino dell'albergo, a quell'ora, si sentivano anche i limoni, anche quelli molto verdi, che con il loro odore sostituivano le chitarre  nell'aria della notte e non lasciavano dormire per quanto entravano con forza nelle camere d'albergo, come ladri imbavagliati. Le voci straniere e le canzoni napoletane e la ragazza che era tornata in ritardo e diversa con la bicicletta del nonno e i limoni del giardino dell'albergo, diventavano lunghe ombre tremende dentro il mio cuore di bambino nella notte fonda; tutta la mia vita di quel momento era dentro quell'unico gorgo. 
Le imposte della nostra camera erano socchiuse. E durante il ritornello sembrava che la mia notte avesse dei custodi speciali. Mio padre era anche lui laggiù nel cortile del nostro albergo, insieme agli altri stranieri, uno dei custodi speciali che cantava, era il migliore. Molti anni dopo, a notte fonda, uno dei clienti e custodi speciali di quella serenata dolcissima, lo chiamò a casa, con una voce disturbata, implorante. Gli disse che voleva morire. Poi abbassò.

mercoledì 7 novembre 2012

"Il chiodo nella lampadina. 85 monologhi cluster": sinossi.



Teo incontra una giovane donna in un aeroporto, di sfuggita, poco prima di partire per Parigi. Al suo ritorno la rivede in una sala da tè, e in altre circostanze piuttosto strane, che lo avvicinano sempre di più verso un mondo nuovo, delicato e misterioso, che lo attanaglia e lo rianima dal suo piccolo quotidiano borghese e rassicurante, verso una dimensione completamente nuova e spiazzante, quanto irresistibile e crepuscolare.
La relazione prende piede con una certa tragica vitalità ansiosa, ma stagliata su di un fondo abissale e incantevole, dove Teo non riesce mai a toccare, e dove si affanna con ostinazione a ritrovare a tutti i costi un suo ruolo e un senso definito e compiuto, murandosi, giorno dopo notte, nell'esplorazione di quel viale decadente e serale, senza entrata né uscita, del quale non riesce più a fare a meno. In leggero contrappunto, l'arrivo di alcune lettere anonime da parte di un misterioso mittente, che cerca di avvicinare la coppia all'unico fratello vivo della donna. 
In questo rapporto così intenso e complesso, la giovane donna esprime a Teo le sfumature di un suo universo artistico e mutante, come se dedicategli, che gli rivelano, per gradi, una sua particolare concezione e percezione della vita, del sogno e delle cose quasi reali, così diverse da come lui le credeva o le immaginava. Ma, nello stesso tempo, i sintomi sempre più riconoscibili di una spaventosa sindrome nervosa, che attanaglierà i riferimenti più teneri e lo sfondo incantato e nebbioso di entrambi, travolgendoli di quella stessa alluvione. 
Gli 85 monologhi cluster, sono 85 diverse prospettive e rivisitazioni di questa esperienza e del grande mistero di questo ritratto di solitudine insulare, che Teo rielabora e cerca di schiarirsi dentro, a una certa distanza, cogliendo nell'atto doloroso di espiazione-epistolare della memoria, un significato e una nuova soglia di concezione e di percezione della sua vita, del sogno e delle cose quasi reali, ancora diverse da come le credeva o le immaginava.
 “Il chiodo nella lampadina” rimane una metafora sulla dicotomia della possibilità e dell'impossibilità, tra il reale del sogno e l'irreale o quasi reale del più certo e del concreto. 
E ancora: il triangolo scaleno: amore-arte-malattia; l' archetipo e inconscio collettivo, di Jung; il valore assoluto e incomparabile di un qualsiasi amarsi. Nonostante.
(Il cluster, in musica, rappresenta l'esecuzione simultanea di più note adiacenti, con un effetto molto duro, metallico e invasivo. Come se esploso nel vetro).


martedì 6 novembre 2012

Un crepuscolare: Fausto Maria Martini

Sul finire di quest'estate, trovo un bellissimo testo sui poeti crepuscolari, dal taglio prettamente antologico, curato da Francesco Grisi. I vari autori trattati sono presentati in primo luogo da una selezione ben nutrita di loro versi, estratti tra le varie raccolte più signficative, per fissarne connotati stilistici, impronte e tipo di ricerca. Tra questi, tra i più o i meno noti, condivido questo singolare e confidenziale momento, giusto le prime due strofette di Quando venisti, un testo silenzioso, per paura che si interrompa la pace di un sonno domenicale e sospeso, sussurrato, scritto in forma privata o accennato in un orecchio, come un piccolo o tragico segreto doloroso; ma anche immerso nell'aperto e nella freschezza di un mattino assennato e muto, ma cosparso già di un'ubriacatura sottile che quasi si odora nel suo dilatarsi, così come la presenza ancora invisibile sfiorata dalla seconda persona nel secondo verso, e poi subito ritirata in un cassetto, così bene annunciata da elementi in apparenza estranei, animati e inanimati, ma che vivono di riflesso uno stadio di misterioso e comune mutamento nel tempo. L'ho trovato incantevole. È di Fausto Maria Martini, poeta del gruppo dei crepuscolari romani, estratto dalla raccolta "Poesie provinciali". Giusto un accenno:



Ricordo la domenica lontana,
quando venisti...Stava addormentato
nel sole, un mendicante, sul sagrato
della chiesa e dormiva la campana.

Dormiva nella cella solitaria,
in alto, in alto, quasi oltre la vita,
quella che all'alba sveglia la sopita

gente e nel vespro s'ubriaca d'aria. [...]

Estratto da Quando venisti di Fausto Maria Martini (1886-1931)

Qui, un interessante articolo di Roberto Carnero sul Crepuscolarismo, dal sito di Treccani.it.

lunedì 5 novembre 2012

Writing-Koan: la scrittura reattiva

Credo che:
se dovrò scrivere da cento, dovrò sapere almeno duecento, meglio cinquecento, o anche mille.
se dovrò scrivere da mille, dovrò sapere al massimo duecento, meglio cento, o anche cinquanta.

sabato 3 novembre 2012

Il chiodo nella lampadina: una strana sinossi

Questo autunno si è presentato molto più ricco di scadenze, di imprevisti, di nuovi contatti, di sorprese, scritti recuperati, dimenticati, trasformati, rielaborati, insomma tutto molto bello ma anche molto faticoso.
I monologhi cluster, che compongono questo mio lavoro dal titolo Il chiodo nella lampadina, fanno parte di una delle operazioni più insolite di questo periodo di ricerca e di condivisione, che cercherò di tenere sempre aggiornato sul mio blog, nel suo sviluppo e nei suoi relativi (o tragici) esiti.
La mia strana sinossi (una tra quelle in prova) per questo lavoro, ancora a cantiere aperto.
Appena un accenno:

Di solito in qualsiasi affare di cuore o faccenda più o meno affettuosa, dalla trama più intima e sofferta alla più lieve, appare sempre costante una verità, che è quella dell'impossibilità di attuarla o di realizzarla, intendo la faccenda di cuore, e di risolverla in quel certo modo, in quel certo modo che si avverte il più vicino al proprio sentito possibile. Un qualsiasi affare o faccenda sentimentale, più o meno complessa, sarebbe spesso traumatizzata dal suo grado di impossibilità nel realizzarsi a confronto con un ideale, e per quella certa amara dissonanza con quel fattore più familiare e rassicurante idealizzato, che si immagina o si crede di conoscere e di controllare a tal punto da poter escludere al suo cospetto tutte le impossibili alternative.
Quando invece, molto spesso, sarà proprio quel fattore oscuro  di impossibilità, il cluster che sorprende e che spezza l'impianto dell'armonia, quell'unico spazio dove si cela il cuore più delicato e intenso  di un incontro, a volte la sua sola speranza. 
Il chiodo nella lampadina, è una rappresentazione dolorosa di questa particolare dicotomia nell'impossibilità e possibilità di un amarsi, analizzata nella vita di due persone, e divisa in circa 85 monologhi cluster.



giovedì 1 novembre 2012

Poetiche del pensiero. Convegno di poesia:



Link alla pagina di Anterem
Il programma: