lunedì 6 febbraio 2017

Passi dentro


Riflessioni dell'ultim'ora: con le arance al centro del tavolo di marmo di una cucina, quando la domenica è appena finita.
Prendersi a cuore la sorte di un proprio libro come il colore di queste arance: una grande responsabilità nello sguardo. È quello che mi andrebbe di fare. Quando ti si dà fiducia è importante mantenere un passo vigile, attento, assennato. Nella speranza è fondamentale responsabilizzarsi alla grazia del cammino. Forse responsabilizzare la stessa speranza alla grazia, il suo fondo chiaro inumidirlo di un lieve tocco di opaco e di paura, una paura buona e sempre un po' smorzata alla punta, come un velo di neve sui tratti più taglienti.  
Muovere i passi di questo nuovo viaggio con il calore appassionato dell'intento e quella misura taciturna, dove il tutto dovrebbe smuoversi in un clima diverso da quello tipicamente performante. Mostrarsi autentici, non troppo estroversi, ma nemmeno sottomessi alle proprie ombre ossessive. Procedendo per intuizioni, semmai vagliando, soppesando, ma procedendo lo stesso, nella direzione che si avverte vera, anche se non facile, ma vera. Come sono vere queste poche arance, mentre fuori piove forte, da non sentire il proprio respiro e da credere che anche l'acqua che viene giù sia fatta di arance spremute, della pienezza di questo colore che non passa.
In ogni caso e circostanza questi passi sono e saranno parte di me, incanalati dentro e verso di me, non altrove. Nella costruzione di un libro, o  di un qualsiasi intento a cui ci si immola, ci si incammina sotto le arcate piovose della propria anima segreta (a volte stregata), in luoghi solitari e familiari, ma ancora profondamente sconosciuti. Imparare a intrattenersi in questo contrasto, con il giusto pulsare di quest'ansia di un giorno di pioggia, dove ti sembra tutto così irraggiungibile, eppure così più vicino del solito. Così interno.




















domenica 5 febbraio 2017

Chissà dove




"Chissà dove, nel profondo del bosco, un tordo emise un richiamo, e, come se il suono fosse stato una chiave che girava nel cuore del ragazzo, la gola gli si chiuse".

Flannery O' Connor, da "Il cielo è dei violenti".






























sabato 4 febbraio 2017

"Quella strana luce delle quattro": prossimamente nella scuderia di Quarup




Qualche ora fa ho avuto conferma del concreto interesse da parte della casa editrice "Quarup", di Pescara, per il mio romanzo inedito "Quella strana luce delle quattro". Si tratta di un lavoro molto lungo e complesso, a cui tengo davvero tantissimo, e che a quanto pare, proprio in queste ultime ore, ha trovato casa. Non immaginavo così presto, avendo cominciato a condividere il manoscritto nei primi giorni di gennaio di quest'anno. Fino a stamattina questa pubblicazione era solo un'ipotesi, adesso è una certezza e una soddisfazione immensa, per quanto abbia profuso in questa stesura – ma anche oltre questa stesura – di me e della mia vita, e di tanto altro oltre me e la mia vita. Inutile dire che da parte mia non vi sarà alcun tipo di carico economico, e per nessuna fase del percorso. Nella telefonata di stamane con Alex, uno dei responsabili di Quarup, ho appurato la sua grande passione per la letteratura e la sua linea di pensiero, recuperando un quadro molto chiaro ed esaustivo di tutte le dinamiche riguardanti il progetto del libro, insieme ai processi di editing e a una serie interessante di dettagli tecnici e informazioni sia sulla distribuzione, che sui loro tempi, parametri e obiettivi, oltre alla storia di Quarup e al suo presente e prossimo futuro. Il romanzo uscirà in versione cartacea.
Lo scenario di questa realtà editoriale è molto raffinato e interessante. Era una realtà nella quale avrei desiderato presenziare con una mia opera. Quarup si occupa di narrativa, dando spazio alla letteratura del Brasile urbano, a quella statunitense, esplorando da circa dieci anni diverse sfere linguistiche e culturali.
Ecco la breve presentazione del loro mondo letterario, estratta dalla pagina del loro sito:
Quarup pubblica narrativa, nel senso insieme più ristretto e più ampio del termine, con un dichiarato richiamo, nel nome, alla letteratura del Brasile urbano, e una parallela passione per la letteratura statunitense (letteratura fatta da "gente normale che, tra l'altro, scrive" - i vari Cormac McCarthy, Don DeLillo, Chuck Palahniuk, Willy Vlautin)… 
Vi terrò aggiornati sull'evoluzione di questo nuovo percorso.
Quanto prima.
l.s.


































Da quel vuoto insondabile


Alcune idee di scrittura, fin dal loro primo passo o apparire alla coscienza, si muovono in un vuoto insondabile, quanto prezioso. Prezioso, forse, grazie a questa sua insondabilità. D'altra parte non si tratta soltanto di un vuoto, ma di un vuoto insondabile; l'aggettivo implica quindi che l'insondabilità non sia parte automatica del vuoto, ma una particolare caratteristica insita nel patimento dello scrivere, che quindi può o meno rivelarsi.  
Eppure è proprio in questo particolare tipo di vuoto che riesco a smuovere il peso di certe idee, con lo sgretolamento accurato di certe murature. Alcuni pensieri murati da tempo, incatenati dentro di me, trovano il loro spargimento linguistico attraverso una zona ideale quanto terrificante di vuoto. La loro aria sarà quindi data da questo fattore di insondabilità, legata anche al fatto che la mia volontà non li ha sempre tenuti fermi e segregati sotto il suo controllo, ma li ha scoperti naturalmente lungo la strada della ricerca, dell'esplorazione. Ma sempre in un vuoto, in una zona neutra, senza altezze, soffitti, pavimenti, pareti di sale ben arredate, ma soltanto aberranti profondità, altrettanto insondabili, quindi, perché non comuni e non classificabili. Destinarsi a un certo vuoto, in apparenza, potrebbe far pensare a non avere limiti al movimento delle proprie intenzioni e diramazioni creative. Come se lo stesso moto creativo, muovendosi nel suo vuoto più funesto, potrebbe non avere un suo perimetro, una sua connotazione sostanziale e librare, senza confini circoscritti, dentro l'aria di un'idea artistica o di struttura per favorirne lo sviluppo. Invece nel processo anche il vuoto poi si tinge di architetture, spesso invisibili, come i percorsi emozionali, ma comunque articolate entro certe particolari linee tangibili, nonostante il fattore dell'insondabilità. Il rapporto con il proprio desiderio di essere testimoni di una parte creativa e questo fumoso aspetto del vuoto, che spesso si essenzia e si accompagna al fattore primario e scatenante di un'idea, è un elemento che mi affascina e che mi annienta. Il pericolo che la mia stessa idea nucleica, che mi porta a immolarmi in una certa stesura, sia poi la fiamma viva del suo stesso incendio, elemento principe della sua più grande rovina, è un contrasto molto interessante. Pensare che si è spinti in avanti, dentro l'orbita di un proprio scritto, dagli stessi elementi che potrebbero da un momento all'altro distruggerlo, è parte della sfida. Il rapporto con il mistero è l'incipit fondamentale che mi porta a rompere il buio di un qualsiasi silenzio e riaprire il viso nel vuoto dell'esplosione, ma anche nella purezza di quella possibilità. 
Ieri parlavo di spalancare finestre su un certo paesaggio invernale e di camminarci poi dentro, a lungo, allo sfinimento, fin dal primo mattino. Scrivere di primo mattino, nel freddo, ha un senso diverso: maggiore purezza, maggiore insondabilità di quel vuoto. Anche maggiore silenzio, quindi maggiore chiarezza percettiva dello spazio. Anche lì, nella nettezza gelida di quel bianco di un primissimo mattino, potrei cogliere un vuoto che smarrisce e che insieme rianima della ricchezza del suo mistero, come del moto perpetuo di questo nastro di fragranze lontane, che a volte scorre, senza una precisa destinazione. Scrivere come camminare: nel vuoto di un bosco, per esempio. Un vuoto di idee difficili ma dense di respiro, sarà sempre il caso di attraversarlo, con un tuffo dentro le fitte nebbie del mattino. Ecco perché mantengo fede allo spasmo, fin dal primo passo nel buio, anche, ma soprattutto in quella dimensione preconcettuale e poco definita, mentre si dipingono dal nulla le luci rosse e fioche delle finestre di un albergo, dove però, oltre a smarrirmi e a sparire, potrei anche incontrare i gradi reali della mia intonazione alla vita, e non quelli di un altro cliente o del portiere di notte. A volte può capitare di confondersi, di scrivere credendosi altro da quello che si è. Ne sono certo, avviene spesso. Una tagliola che può scattare per ogni frase, anche una singola parola può diramare altri mondi, che si credono propri e che poi non lo sono. Nel vuoto più aberrante questo problema non si pone. Vi è il rischio di non scrivere più, ma anche in quella rinuncia vi è dell'unicità, un tratto proprio: insondabile ma ancora vero di resa al proprio passionale mistero di perdersi.
















venerdì 3 febbraio 2017

L'anima nelle mani


Scrivendo, a volte ho la sensazione di spalancare le finestre di stanze chiuse da tempo. Di aprirle a cortine di bruma, in un freddo sano, rincuorante, che mette fame e voglia di camminare a lungo. Vi sono invece dei momenti in cui, al contrario, avviene un soffocamento diffuso. Ogni parola toglie l'aria e ammanta ogni parte della mia persona della più profonda oscurità, che paralizza. In questo alternarsi di aria aperta e di ambienti claustrofobici, di chiarori invernali e di oscurità, si muove l'anima solitaria di un viaggio unico, con il suo vento in faccia, le sue salite, le sue foglie bruciate del bosco, che scricchiolano sotto la suola infangata di scarponi troppo stretti. Nulla di oscuro sarà mai solo buio, ma anche notte. Notte non vuol dire solo buio, o mancanza di luce, ma molto altro, oltre la sola oscurità. Anche dentro il chiaro non vi sarà solo la luce del giorno e la purezza dell'inverno e delle lunghe passeggiate a sfinirsi: anche in quel caso molto altro, di ignoto ma anche di nutriente. Qualcosa che contrasti e affini la sola semplice chiarezza della luce. E tra i due stadi, quello diurno e quello notturno, come quello arioso contro quello claustrofobico, se ne snodano diversi altri, direi infiniti, fatti della migliore o anche della peggiore parte dei due estremi, nelle più svariate combinazioni. In questa scorsa pluridimensionale, il linguaggio si addensa di altro, oltre le sue parole, che a volte sono solo degli indizi, non sempre utili per risolvere il proprio caso o delitto creativo al quale ci si immola, senza un preciso movente. E solo allora, quando comincio a muovermi in territori che in fondo non conosco, trovo che tutto questo abbia ancora un senso. Quando, scrivendo, comincio ad avvertire l'anima nelle mani.


























giovedì 2 febbraio 2017

Sempre notte


Sempre notte


La mia squallida
vita si estende
più spaventata di sé.

In un
infinito
che mi calca e mi
preme col suo
fievole tatto.

Giuseppe Ungaretti, da "Naufragi. L'allegria".






















mercoledì 1 febbraio 2017

Febbraio: impromptu


Il mese tace al mattino di una sua fine, già dal suo primo spasmo di vita. Il cielo ancora plumbeo, ma con fette sbiancate di azzurro e di Carnevale, che ispirano ancora un discreto appetito di fresco e di vacanza. 
Sembra domenica. Il silenzio di un giorno feriale a volte si mischia con quello di un giorno di festa o anche solo di morte. Chi lavora, dorme o muore bene a volte ha dentro lo stesso silenzio rupestre di febbraio. Come quello di chi pesca la sera, col tempo cattivo. La stessa macchia di vino rosa al viso, di quella versata con un braccio sulla tovaglia scozzese della trattoria. Una lieve ruga d'ansia al centro del mento, che forse non è ancora un taglio.