sabato 9 gennaio 2016

Sulla categoria della verità




"La verità è una categoria destinata a rimanere in sospeso finché si vive"

Javier Marías, da "Così ha inizio il male".























giovedì 7 gennaio 2016

Il vero amore





"Ero in un treno che andava da Boulogne a Parigi e stavamo attraversando Etaples piuttosto lentamente. Era una domenica pomeriggio; vedevo dal finestrino una grande fabbrica con un edificio di mattoni rossi e, contro il muro, c'era una giovane coppia; la ragazza e il ragazzo si tenevano a braccetto e il ragazzo pisciava contro il muro; la ragazza non lasciava mai il suo braccio; guardava quello che lui faceva, guardava il treno passare, poi di nuovo il ragazzo. Mi sembrò che quello fosse, veramente, il vero amore al lavoro, il vero amore che funziona".

Alfred Hitchcock, estratto da "Il cinema secondo Hitchcock", di François Truffaut.





















martedì 5 gennaio 2016

La pioggia nel sole


Credo che il primo momento di stupore e di relativo incantamento della mia vita, l'ho vissuto accanto alla finestra della mia classe elementare, credo fossi in seconda, quando vidi piovere nel sole, sul giardino della scuola. Non avevo mai visto il sole e la pioggia insieme. Non avevo mai saputo e creduto possibile una cosa del genere, nemmeno in sogno. Quel tipo di luce e di suono che aveva la pioggia nel sole mi rapì in modo particolare e profondo. Credo di avere amato e sentito quel momento come qualcosa di mio e di inviolabile, che non poteva essermi sottratto o alterato da nessuna altra persona, circostanza o condizione di sorta. Se ne parlo oggi, a molti anni di distanza, questa è una riprova di quanto certi momenti di incantamento e di perdita ci appartengano per sempre, come se dedicati e riservati solo alla nostra vita, al solo patto che li si possa cogliere, preservare, amare, come il primo giorno della loro comparsa. Ma senza mai abituarvisi; sarà forse quello il segreto?



























lunedì 4 gennaio 2016

L'uso del bianco e l'anatomia del silenzio





Il bianco di un post, prima di essere occupato dalle parole, ha il candore di una tovaglia ben distesa, da mani esperte, sul tavolo di una cucina. Scrivere è come cenare: approntarvi bicchieri, posate, tovaglioli infilati in portatovaglioli. Cestini con dentro del pane già tagliato. Ma anche piatti. Ogni parte del discorso una zona da far funzionare per un rituale. Un rituale di nutrimento, semmai sottile. Per una cena solitaria. In questo istante sto sgualcendo questa tovaglia da solo, in una cena fredda e solitaria. La finestra chiusa, davanti a me, non mi consente orizzonti. Lo strazio crescente dei caratteri che avanzano e che mi suggeriscono del passare del tempo e di quanto un processo di scrittura oscuri questa tovaglia intonsa e ben distesa, fatta di uno spazio vitale al quale sacrifico qualcosa di me, che non tornerà più. Questo attimo esatto, di questo giorno, di questo mese e di questo anno, non ritornerà mai più. Ha la sua unicità. Sarà irripetibile. Anche quello di adesso e quello del rigo dopo, è unico e lo rimarrà per sempre. Sono spazi di momenti e di tempi unici e assoluti, che avanzano silenziosi dentro e contro il senso e dissenso della mia vita. La loro irripetibilità rende quindi importanti e cruciali tutte le mie scelte. Quanto questo spazio occupato parli davvero di me, è qualcosa che forse non saprò mai, dal momento che l'unicità e l'irripetibilità di questo spazio lo rende incompatibile con un altro, altrettanto unico e irripetibile nella sua specificità. Parlando dell'impiego del mio tempo, attraverso questo spazio che decresce in relazione all'aumento dei miei pensieri, potrei non dire davvero un bel nulla di me, nulla di più se invece in questi pochi minuti avrei rinunciato a questa strana stesura e mi sarei fiondato sotto le coperte del mio letto. Potrei dire di me in modi diversi. Una volta occupato un certo territorio linguistico ed espressivo, il mio silenzio e il mio non esserci, sarà anche lui parte di una voce, di una forma di stare nel tempo di questo mio spazio. Tacendolo o mostrandolo in controluce, come artigianato di un'assenza.
Questo pomeriggio, lavorando e analizzando le idee per la colonna sonora originale del film "La compagna di classe", (film ormai in fase di post-produzione, che è davvero un mio grandissimo amore) con il compositore delle musiche,  abbiamo valutato proprio l'importanza di lasciare alcune zone in bianco e di renderle allo stesso modo eloquenti di una loro linea intima di pensiero. La sottrazione di un gesto, un attimo o anche la costruzione di una serie più o meno codificata di silenzi sulle e nelle immagini, sarà già un apparato vivo e creativo di un pensiero di vita da imprimire alla natura selvatica del film. Dire con poco, semmai sottraendo e non aggiungendo – certo dipende dai casi e dalle circostanze, intendo dall'intensità di questi casi e di queste circostanze. L'incubo della musica applicata, in questa tracimazione di impulsi, di coerenza ma anche di contrasti, enarmonie, dissonanze, riguarda molto questa gestione e questo ordine e riserbo del tempo, dentro l'alveo di una serie di spazi, dove infrangere, favorire o romanzare un silenzio. Una sua ritrazione o relativa e intuitiva espansione all'interno di un codice semantico parallelo alla fucina del gorgo extra-diegetico.
Nell'operazione di questo lungo e lentissimo pomeriggio, dedicato interamente al film, (ormai "La compagna di classe" rasenta l'ora: siamo nell'orbita del medio- lungo) ci siamo industriati e inventati sul senso del dire, investigandolo in primo luogo e di conseguenza al senso profondo del tacere. Questo approccio lo sento legato all'uso del bianco e non solo del nero sulla pagina. Lasciare una scena, o anche una serie di frammenti, orfani di una linea musicale più o meno definita, adoperando il silenzio, comporta essenzialmente il suonarlo questo nostro silenzio, lo strutturarlo nel suo compiersi o interrompersi, il definirlo e disegnarlo in una sua forma visiva e sonora, che sia unica, specifica e irripetibile per e con quell'intensità: quella di quell'attimo di genesi, nel quale il silenzio si è interconnesso. Il silenzio in quel momento, investigando l'immagine, ha una sua plasticità, una sua vita, fatta di una sua torbida o anche ingenua sensualità. Esistono, così come nella scrittura, dei silenzi suonati, colti, profondi e palpabili, ed altri balordi, insensati o troppo sgraziati o chiassosi, lasciati appassire, vuoti di senso, di ruolo, di significato, come biciclette di ragazze lasciate d'inverno, accanto a una parete, nel buio di una casa al mare. Il metro di condotta delle parti in questo bellissimo incontro di oggi con il compositore della colonna sonora de "La compagna di classe", – parlo dello splendido amico e musicista Giacomo Ciavatta – è stata questa partita a scacchi con il silenzio e con la riduzione o manutenzione dei suoi stati clinici intermedi, della sua resa alla luce pulsante del progetto filmico. Tutto quello che avviene, con le stesse dinamiche, di quando si costruisce un paragrafo, ma anche un'inquadratura o una nuova scena di uno screenplay. Un costante compromesso tra il dire e il tacere. Il mostrare e il celare. Ma anche del dire tacendo e del tacere dicendo. E in ogni linea d' ombra dell'opposto, si cela, in traslucenza, una nuova verità. Una possibile verità, fatta di cose e di suoni come di parole e di giochi, che si dicono nel loro negarsi, o si negano nel loro dirsi o forse nel loro lieve smarrirsi nell'avventura.

l.s.

















domenica 3 gennaio 2016

"Cosmos" (Bande-annonce):




COSMOS un film de Andrzej Zulawski (bande-annonce) from Leopardo Filmes on Vimeo.



























sabato 2 gennaio 2016

Una vita di scrittura


"Una vita di scrittura non può dirsi una vita autentica."

Joyce Carol Oates




























venerdì 1 gennaio 2016

01:35 (Impromptu)


Smagano a boati, nel buio,
gli attimi limpidi dei fuochi.

I cappotti nelle strade
diventano come camion.

Nel  cuore, il fumo della notte
ha la calma chiara di un bosco.

l.s.