mercoledì 12 ottobre 2011

Le strade e le trame della Mansfield


Di questa scrittrice incantevole, Katherine Mansfield, non ho mai parole o pensieri, ma sensazioni di luce, indefinibili. Come i luoghi dove l'ho scoperta, incontrata, approfondita, mai tradita. 
Qualsiasi cosa che la intersechi e la sfiori, nella mia vita, dentro e fuori la sua scrittura, ha lo stesso tono, le stesse tinte, la stessa luce del suo mood. Un processo di scrittura è un'esperienza profonda, che travalica il tempo dell'atto di lettura, e si espande e si mischia con tanto altro. Come questa raccolta di racconti, trovata per caso, quest'estate, nel tratto di via Indipendenza, a Gaeta. Un luogo che esprimeva con precisione, nel momento dell'acquisto – una cifra irrisoria per un gioiello del genere –, le trame che vi avrei scorto attraverso e che ancora vi scorgerò. Come quelle di questo viso, per esempio.

martedì 11 ottobre 2011

Senza titolo, una nuova realtà editoriale

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Ieri notte.

Ieri notte. Parlando con il freddo. In una zona molto interna di campagna, il freddo di ieri notte era parlante, perché improvviso, intenso. Sensazione oscura, perché anticipata da climi ancora stuzzicanti di una certa aria di aprile o della migliore sferzata settembrina ormai smagata. Parlando col freddo, ne gustavo il calco maestro, la pazienza di odorare il nero immenso dei campi, che abbracciavano la tenuta come braccia umane nei pullover. 
Vivere con la fame del lupo e con questo odore di freddo e di simultanea ricerca di caldo, ma che non lo distrugga, ma che lo allontani, solo per poco, quel giusto, ma che mi dia sempre il tempo di osservarlo cantare da un luogo protetto, sul suo ramo bianco e folto, senza mai alzare un fucile, ma appena un bicchiere in segno di brindisi.
Mi accorgo sempre di più di vivere di sensazioni e di risonanze interne che prendono vigore e linguaggio da queste frizioni o funzioni immediate, quasi mai sincrone ma sempre armoniche, in un appuntamento privato con un mio luogo, e che dirigono dal corpo i miei pensieri e i miei esecutori, i miei antenati da portare in carrozza, a volte le mie scelte, le mie carezze, il mio appetito. 
La mia vita avrà sempre qualcosa da dirmi. Nessun giorno o nessuna notte di freddo improvviso sarà mai uguale ad un'altra. Nessuna campagna notturna avrà gli stessi occhioni sporchi di pianto di un'altra. Nessun colore, nessun impasto di odori già sentiti potrà presentarsi mai noiosa o copia pirata di un'altra vita passata. Immagino di entrare nella sensazione, con il torpore di uno appena sveglio, con una faccia idiota, avvolto dall'odore di una tostatura violenta di chicchi, ma che non sia quella faccia pesante e assente di chi sta prendendo un colpo di sonno e getta la spugna, o di chi mi sta guardando mentre cerca qualcosa che ha perduto – vi è mai capitato di essere guardati negli occhi da qualcuno che si sta accorgendo di aver perso qualcosa? E che si tasta le tasche e intanto guarda, e in quello sguardo c'è un vuoto che ingoia te con l'oggetto perduto? Fateci caso, e sono convinto che mi darete ragione. Il vuoto di quegli occhi è quello che annebbia il mondo, la sua bellezza, la sua intimità, la sua profondità di carburazione continua verso il sogno...e verso la caparbia impossibilità di avverarselo. 
Non voglio guardare la mia vita con gli occhi di chi lo fa per caso, mentre si sta scucendo una tasca a furia di cercare, ma voglio farlo con l'occhio di un bambino che riceve in regalo un animale vivo, che ha sempre desiderato e che adesso se lo vede sbattere davanti, come un cuore umano.
Non sarà mai disgiunto dalla scarpa del mio occhio che cammina e non guarda. L'occhio di uno scrittore deve camminare e non solo guardare, o sbirciare e smozzicare briciole di appena guardato e subito pensato, o ancora peggio: di visto da altri e pensato e raccontato come visto in proprio.  Lo chiamo l'occhio di passaggio, di chi è lì per caso. L'occhio di un custode ubriaco e non di un Rottweiler, vigile e slanciato.
Leggo diversi scrittori, anche bravini, che hanno paura di guardare e di prendere una merda mentre l'occhio che scrive cammina e si avventura in luoghi meno sicuri e con meno luci dentro. È lì che si deve andare, dove l'occhio stanca e inciampa, e non dove si riposa. Dove incontri la storta ma non sarai mai  lì di passaggio. Leggere di persone che sono di passaggio, e che non vedono o che non camminano con lo sguardo, abbrevia la vista e opacizza. Me ne accorgo dopo molte pagine, o dopo le prime, non conta. Ma l'occhio di chi scrive contamina quello di chi legge e diverse volte la luce dal balcone potrà risentirne, e così l'odore della cena pronta e quando un occhio che scrive è cieco, io non vedo e non sento più...Fa male. 
È questa la differenza fondamentale. Non scrivere di un visto pensato, e quindi di un non visto e di un già visto, ma di un impatto diretto con l'avvenuto, con il calpestio e il passo dell'occhio nel freddo di quella notte, esempio ruvido, al quale adesso mi sono ricongiunto con una sterzata maldestra e sporchissima, che se adesso stessi guidando, sarebbe tradotta in una brutta inversione. Ma sono ancora vivo. Una questione di vita o di morte, per ogni parola. Con l'intensità di chi prova un grande spavento, una gran sete, una gran rabbia.
È l'unica speranza, è di non contare mai troppe certezze ammuffite o preconfezionate nel processo investigativo e sensibile che mi concedo, e che mi rende e protende pronto a un certo ascolto, di rimanere e di narrare o poetare, sempre all'ultimo banco, contro l'immenso che dirama fuoco e che mi spiega, con gli occhiali sul naso, un mondo incantato senza le parole.
Stasera l'aria è più dolce. Sono in città, alfabetizzato al buon tepore ritrovato, prima di spegnere, e sono felice perché vivo, e anche perché ne scrivo. 
È già mezzanotte e chiudo.

lunedì 10 ottobre 2011

Uova e storie chiare

Nelle comuni definizioni ornitologiche, l'uovo non aggallato, non fecondato, si dice chiaro. Quando al contrario l'esito del coito tra volatili è stato positivo, l'uovo potrà definirsi scuro, o anche pieno.  Gli occhi più esperti riescono a riconoscere al solo contatto e dal suo peso, se l'uovo dell'uccello è stato aggallato o meno.  In diversi casi, il buon allevatore esperto, lo prende tra due dita e lo pone sopra un lume, o verso il chiaro della luce solare, per scorgervi all'interno, di solito oltre un certo periodo di tempo dalla sua deposizione. In base a quello che vi scorgerà, in controluce, potrà confermare se al suo interno vi sia vita, vuoto o interruzione dello sviluppo embrionale, con i caratteristici filamenti embrionali scapigliati nel sangue. Tutto da un gioco tragico e indiziale, di luce o di opalescenze, più o meno rassicuranti. La cova e la febbre dell'uccello o della balia, potranno assicurare sviluppo alle uova piene, con embrione vivo. Non potranno dare vita a uova chiare, non aggallate o con una struttura in formazione ormai interrotta.
Perché questo strano preambolo, in un blog che tratta di scrittura, poesia e generi affini? 
Perché io mi pongo nello stesso modo con i miei scritti, di qualsiasi natura essi siano, di qualsiasi periodo della mia vita. Esisteranno così scritti chiari e scritti scuri. Prima non ne ero così convinto, ma sono sicuro che fin dalla prima bozza, debba comparire quell'embrione, sanguinante di vita, caparbio e incazzato nero di nascere e di crescere, a dispetto del mondo intero e del suo stesso scrittore, che darà senso al calore e alla temperatura di chi scrive, alla sua fatica, alla sua sollecita attenzione. 
In caso contrario, vi saranno bozze o storie senza vita, che anche se perfezionate, incubate o covate, con la massima premura, e attenzione, anche con un amore maniacale e appassionato, non potranno invertire il loro stato, così come un uovo davvero chiaro, non potrà diventare mai pieno, ma solo scuro della sua stessa decomposizione – i più esperti, sanno anche distinguere tra i due neri, quello funebre e quello della vita, che si annuvola nel guscio quando erompe.
Questa divisione tragica, l'ho scoperta per caso, camminando per strada e pensandoci sopra, così come mi succede quando creo storie o possibili situazioni narrative – mai forzate o faticate al loro apparire. Sono state sempre loro a bussare, non tutte con la stessa educazione e non tutte pulendosi le suole, sul tappetino, nei giorni fitti di pioggia.  E mi auguro ancora, per non perdere il filo, di essere sempre sensibile come un allevatore di uccelli, al peso o all'occhio nella luce delle opalescenze delle uova, come anche in natura, spesso avviene. Non disperdere il calore su materiale cattivo o sterile. A volte basta riconoscere che l'impianto è  ammalato, e rimediare per tempo, rivolgendo l'attenzione verso altro. Questo tipo di consapevolezza e sensibilità, andrebbe accorpata anche e direttamente allo scrittore, e non solo alle sue storie. Se le uova di un uccello saranno sempre chiare, ci sarà qualcosa che non va a monte, così come se troppe storie non cantano e non vivono, potrebbe esserci un problema di fondo. Esisteranno allo stesso modo, secondo un mio modesto parere, scrittori chiari e scrittori scuri, o pieni. Tutto qui. Un tipo di approccio del genere, eviterebbe molto dolore, sia ai lettori che agli scrittori. A volte basta un niente. Gli uccelli lo sanno bene, compreso il cuculo...
Credo che nel paradosso di questo post, potrebbe esserci qualche spiraglio di vero, o anche di pura follia, che in ogni modo andava condiviso. Doveva in qualche modo erompere.
Una splendida serata,

sabato 8 ottobre 2011

Problematiche personali nella revisione di un romanzo

Un qualsiasi lavoro intellettuale, mi pone di fronte a fasi critiche, come a lunghe spianate di pura beatitudine. L'una non escluderà l'altra, spesso entrambe godibili, allo stesso modo. Lavorando sui romanzi, lo scrittore può incontrare diverse sfumature, dalla fase più ombrosa e paralizzante, alle grandi schiarite di un'intuizione. Dal bunker alla prateria, incluse tutte le possibili variabili intermedie o anche più estreme, se esistono.
Nel mio caso, non credo di poter più dimenticare l'esperienza di questa mia ultima revisione, per un lavoro di circa un anno fa,  arrivato al suo capolinea, Per stasera, infatti, dovrei chiudere l'ultima scorsa delle minuzie, con evidenziatore: la fase biologica, quella del microscopio elettronico – tutto sempre su carta stampata, naturalmente, e con evidenziatore e penna bic; il primo per richiami topografici, la seconda per note e piccoli appunti, o maledizioni. 
Credo, per la prima volta, di avere effettuato dei tagli precisi e soprattutto devastanti al mio romanzo, ma questo dopo una serie molto approfondita di riletture ostinate, senza penna alla mano – di solito quando leggo un mio testo in bozza e quindi da "armato", non riesco a leggere soltanto, ma devo intervenirvi in qualche modo, anche solo per una virgola. È difficile che resista e non sporchi la pagina. Anche se il testo è già in stampa. Anche se quella bozza è la ventesima.  Anche se tutto funziona, ci sarà sempre una parte di me, di solito ben distinta e organizzata, in altri casi banditesca e selvatica, che dovrà lasciare la sua traccia ed espletare lo spasmo e la costante insoddisfazione che costella il lavoro di qualsiasi scrittore, in ogni fase del viaggio. L'importante è sentirsi insoddisfatti mentre si lavora, e non quando il lavoro è ormai finito. Se non sono soddisfatto a pieno, quel lavoro non sarà mai finito e non vivrà in nessun altro luogo al di fuori del mio Mac.
Il pericolo più grande, spesso dettato dall'inesperienza ma anche da una certa arroganza, è quello di illudersi prima del tempo di quanto sia perfetto e soddisfacente il proprio testo, senza darsi il tempo di rientarvi e uscirvi più volte, come da una nuova casa: lo stato dei tramezzi, l'umidità, l'esposizione, avranno bisogno di occhi attenti e non solo di sensazioni; di ore differenti per osservare la luce nelle stanze, i rumori dei vicini, quanto disti la quercia selvatica ammalata dalla piccola finestra della mia stanza e quanti tralicci teschiati dell'elettrcità vi saranno mai in agguato.
In questa mia revisione, ritornando alle riletture da disarmato o in borghese, ho notato quanto di tutto quello che credevo bello, efficiente, originale, offuscava e impediva, invece, la scorrevolezza, l'intensità, la radiosità di un passaggio, e quindi anche di un intero testo – sono convinto che in una struttura di romanzo, breve o più o meno lungo che sia, nessuna parte è mai del tutto indipendente dalla logica e dal risultato armonico dell'insieme. Ogni piccolo elemento spostato, verificato, sezionato, andrà a incidere fino a quello di cento pagine prima o dopo, anche se all'apparenza le zone più distanti dovrebbero essere meno influenzabili  e intaccate. E invece, dopo aver distrutto un capitolo e averlo quasi ricostruito da zero, dalle sue poche macerie, mi sono accorto che anche le parti più lontane, si muovevano e risuonavano di un'aria diversa, come se fossero state liberate dall'impedimento che murava l'organismo, come da una stenosi. In effetti questo potrebbe saperlo solo chi scrive, chi conosceva i punti prima e dopo l'eventuale mutilazione. Invece io sono convinto che un qualsiasi buon lavoro letterario, rifletterà in sé, nella sua ultima stesura, tutto l'impulso energetico di quello che ci è stato; sacrificato, sezionato, vissuto, sofferto, celebrato, senza il quale non si sarebbe arrivati a quel certo delicato equilibrio che dovrebbe garantisi in una storia finita, alla quale si deve dire un addio, doloroso o liberatorio, non importa – nel mio caso coesistono bene in salute le due condizioni, di perdita e di conquista. Credo che tra i regali più belli che ci possa regalare l'attività dello scrivere, vi sia proprio il mistero di tutto il percorso, e di quanto possa essere sorprendente la rapidità con cui si cambia e ci si scopre diversi da come si immaginava. Davanti alle nostre stesse, povere, semplici parole, una prova del nostro mutamento, costante. E in una revisione, tutto questo accade e riaccadrà all'infinito, con la stessa potenza e impulso amorevole del primo getto creativo.
Saluti e buon fine settimana,

giovedì 6 ottobre 2011

Luigi Salerno tra i finalisti Verba Agrestia 2011 IX Edizione Gallarate

Tutto qui e qui

Un book trailer di qualità



E anche un omaggio alla mia prima editrice, presente al Bookfestival di quest'anno con la stessa opera.