martedì 12 agosto 2014

Nero come la notte


Addentare il bianco intonso di questo post, come la base morbida di una torta o di un plum cake, con il suono dei cartoni animati che sbanda nella stanza. Il sentiero delle mie parole appare sempre più nero: nero come la notte, o come quella vecchia ferrovia disegnata sulla neve. 
Nella stanza dove scrivo c'è il disordine sfacciato della vita e non ho niente da dire di preciso e da destinare, ma scrivo lo stesso. Non sono più quello di ieri e di un attimo fa. Un giorno o un minuto, in un certo processo astruso e forse appena un po' creativo, possono durare anni o anche decenni. Perché la scrittura e la realizzazione di una serie di impulsi, patiti, da trapiantare in un codice semantico, sono fattori extra-temporali, spesso maniacali e avulsi dalle convenzioni tipiche del reale, che non possono essere misurati ma smisurati in un luogo altro, dentro un atrio ventilato, dove bambine sfinite saltano sulla corda prima di un temporale. E io adesso salto sulla corda, verso l'abisso, con questo nesso misterioso di impulsi prensili e di strascichi, che scalciano e allontanano i tuoni e l'ostinarsi cupo delle nuvole, che sboccano e soffocano di rosso l'occaso.
Perché destinare o destinarsi? Se affondo le dita nella forma cava dello spazio bianco, che intanto riduco di questo flusso nero e notturno, come avviene allo strappo di cielo prima del temporale, l'intento è ormai compiuto. Dire, parlare, comunicare, quindi cercare quel minimo di sintonia e di imperdibile intimità, fanno parte dei metodi per toccare con mano la catastrofe assoluta di questo mio momento; di attestare la mia ineluttabile impotenza e invisibilità cocciuta di fronte alle regole, ai costumi, alle cadenze perfette o plagali che sono ormai di moda. Ma anche la meravigliosa libertà di precipitare nel vuoto dell'inesistenza, senza fondo, che spesso ha un buon colore e un clima mediterraneo e fragrante, salubre. E dentro questo enorme impedimento cristallino, nel quale io sguazzo e schizzo il fango intorno, lasciando che l'azzurrastro della tempera si faccia verde di questo letame sano e purissimo, dove ricerco un'identità espressiva comunque e nonostante, ma senza alcuna speranza. Il miglior metodo per procedere è quello di assassinare la speranza di ogni gesto semantico, compiuto o ancora incompiuto. Di farlo con la notte nel cuore. Ripristinare il senso atavico della libertà notturna. Scrivere per le bufale scagliate all'aperto, per le oche e i fagiani, per i grossi topi che Miller intreccia dentro i capelli di una vecchia, all'infinito.
La stanza è ancora in disordine, ma il piccolo progetto di questo post segue una sua piccola litania feerica e ortodossa, quanto feroce e insondabile. Sto seguendo e arrampicandomi su di un filo, quello stesso che avrei utiizzato nella stesura di un breve racconto, nell'incipit di un romanzo o in qualsiasi altro intento sconclusionato ed estroverso, che mi avrebbe soggiogato per lunghe giornate o per pochi istanti, come in un sortilegio. Lo stesso lenzuolo fluente dell'evaso impazzito. Nello spargimento polveroso di un pensiero di scrittura, avverto nello stesso tempo l'impotenza e la frustrazione, quindi il fallimento di cavalcare e di domare il nero della parola, quanto la perfezione e la bellezza di questo momento unico al mondo, perché già finito. 
Continuano i cartoni animati, e dalla strada si avvertono alcune auto passare e allontanarsi. Cosa c'è di più bello e di più intenso da comunicare in questo preciso istante? Come gli occhi aperti e streganti di una bambola da una vetrina, per  il viso delicato di un'orfana. Potrei parlare della luna, che è svanita. Del nodo alla cravatta, che mi insegnò mio padre in un primo pomeriggio di aprile: ricordo ancora la bellezza di quella luce indimenticabile sulla sua gola. O anche di qualcosa di assolutamente tragico o superfluo, tutto questo non cambia. La struttura si regge sull'intensità e sul sortilegio. Non riesco a trovare alcuna destinazione al mondo di qualsiasi processo espressivo, che non sia legato  a questo misterioso moto di intensità e di dedizione al sortilegio, completamente frustranti, antieconomici e fallimentari per la mia vita, ma così consolatori e umani per l'attività illecita e silenziosa dentro la quale mi immergo e mi sento vivo.
Adesso arriva un odore caldo di biscotti. Un costume nero da donna è appena sparito, con un gesto selvatico, dalla sedia vuota che mi sta accanto. Un costume molto audace. Nero come la notte; o come le mie parole.

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