mercoledì 29 febbraio 2012

Parere e sentenza

Se mi chiedono un parere, io lascio un parere, non una sentenza.
Oggi è molto diffuso l'atteggiamento di sentenziare quando a volte basta un parere, semplice, economico, asciutto.
Tutte le volte che qualcuno ha chiesto un mio parere, ho cercato di lasciare un parere, quello che mi è stato chiesto. Che senso ha trattare l'oggetto a cui lasciare un parere come capo di imputazione e quindi di giudizio? Non ha nessun senso nel contesto della relazione, ma ha senso per qualche meccanismo individuale di approccio alle dinamiche del rivestimento del proprio ruolo e non del contesto dove il proprio ruolo deve muoversi ed esplorare.
Questo può valere solo se l'addetto a rilasciare il parere che gli è stato richiesto intende e codifica la necessità di creare del richiedente, e quindi di esprimersi e di ricercare una propria strada nel proprio circuito espressivo, come meritoria di una possibile condanna e questo per una forma sottile o grossolana di reato espressivo, anche solo di molestia espressiva che gli si addebita a priori o anche in itinere. Se si intende un creativo come una persona in debito per qualcosa e quindi giudicabile o anche condannabile per il solo reato di scrivere, allora ci si muove nel territorio ostile della sentenza. Possibile, questo. Ma non altro.
Questo è solo il mio parere, naturalmente, che esprimo anche se non richiesto.
Non è sentenza di giudizio ma parere.
Chi non lascia una sentenza sarà forse meno sicuro delle proprie idee in merito? O è solo la sua indole?
Chi lascia un parere, quando gli viene chiesto, non difetta di tenacia di giudizio, ma risponde in merito al ruolo che gli è stato richiesto.
Tutto qui.

venerdì 24 febbraio 2012

Il Disabitato disponibile su Feltrinelli ebook:

giovedì 23 febbraio 2012

Due compleanni: voce narrante e tempo del linguaggio. Racconto-studio

Ritorno sulle dinamiche del racconto "Due compleanni" (titolo modificato di recente, essendo nato come "I due compleanni", una determinazione che mi sembrava troppo dura e che mi ha dissuaso da sola a mantenerla.)
Dunque, apro con la precisazione di considerare il testo in oggetto come racconto-studio, o studio-racconto, non importa. Questo non perché sia incompleto e inferiore rispetto ai racconti normali, ai quali non ho aggiunto, al momento, questa definizione, ma perché mi ha consentito, in corso d'opera, di affezionarmi all'idea di uno studio a matita, con tutte le informazioni e le libertà del tratto leggero e provvisorio di grafite in una certa fase di un certo percorso. Una in particolare: la voce del punto di vista livellata a un certo tempo linguistico di memoria e di vita. 
Il primo punto, forse anche il più importante, secondo me.
La prima persona su cui sviluppo la narrazione, che è anche il protagonista della vicenda, insieme all'inseparabile Denver Spike, saranno i due elementi che muoveranno e sui quali si articolerà la narrazione. Si tratta di due ragazzi. Adesso ci sarebbe da stabilire il tempo di vita della voce narrante, e che relazione di tempo abbia con il tipo di linguaggio che la storia ci rivela appartenere al fuso di vita del protagonista ragazzo.
Mi spiego: chi racconta narra e ricorda di un tempo relativamente lontano, che solo verso il finale verrà focalizzato e rivelato in relazione all'età del personaggio; di un tempo nel quale i pensieri attuali, quelli del momento della narrazione, appartengono alle dinamiche e ai ragionamenti di una persona diversa da quella che si muove e che si racconta, ma anche dalla stessa  che racconta, dal momento che il POV è in prima persona. Questo elemento, analizzato più nel dettaglio il tipo di stile narrativo utilizzato, mi ha fatto scorgere una sorta di regressione, del tempo presente di chi narra, verso la modalità narrativa del tempo rievocato dalla memoria, e quindi di come sarebbe stato narrato quel tempo in quel lontano presente che ritorna, e nell'età di espressione linguistica che avrebbe avuto quella voce allora, con il modo di pensare, di vedere, di rielaborare e di raccontare, propria della sua reale età, l'età che ha avuto nel periodo dell'accaduto e non nel periodo di rielaborazione e di ricordo dell'accaduto. Questo l'ho scoperto lungo le riletture e le successive scorse di modifica delle bozze. Una scrittura che sfiora il diario di bordo di un adolescente cresciuto, il suo occhiale sul ricordo che rivive e regredisce il narrato di chi ricorda e di chi narra.
Pare così che si narri di un tempo finito ma che ricomincia in un nuovo presente, soprattutto perché, oltre a ritornare al momento storico dei fatti, ho adeguato di concerto il linguaggio e la maturità linguistica del ragazzo come era allora, coetaneo e amico del cuore di Denver Spike. Come se il narratore diventasse in tutto e per tutto la figura del personaggio, in tutti i suoi aspetti psicologici e linguistici del periodo in cui si snoda la storia. Credo che sia la prima volta che opto per una certa aderenza del tempo cronologico adeguata anche al livello del linguaggio, come aspetto integrante della dimensione psicologica raccontata e anche per livellarla con quelle con le quali si relaziona. Avrei potuto narrare la storia del ragazzo con la voce presente e più distante del ragazzo ormai uomo, che ricorda, da uomo,  il tempo e l'accadimento del ragazzo, ma con il linguaggio maturo.
È stata una scelta che mi ha interessato, anche perché mi ha consentito di liberare le immagini pure della narrazione, riducendo al minimo le interferenze di un linguaggio troppo aticolato o compiaciuto della sua forma, che a volte può pesare o comunque distogliere, se non addirittura sostituirsi al fatto da raccontare.
Ecco perché mi piace parlare di racconto-studio.

mercoledì 22 febbraio 2012

L'azzurro della notte: la prefazione di Manuela Giacchetta

Manuela Giacchetta, in questa sua prefazione al mio romanzo "L'azzurro della notte", di prossima pubblicazione (Edizioni Il Pavone di Messina), dimostra di essere entrata nella storia come una fiocina agile e silenziosa nei riflessi di un colore, e ci è riuscita benissimo. Più la rileggo e più la ritrovo una prefazione originale, limpida ed emozionante.
Sono davvero onorato che questo romanzo sia stato introdotto da una scrittrice dal talento così chiaro e riconoscibile. Non finirò mai di ringraziarla.
A voi:

PREFAZIONE al romanzo "L'azzurro della notte".

Ho sempre immaginato di assaggiare i colori. Di trovare il gusto esatto per ognuno. Nel corso del tempo ho scoperto, per esempio, che il rosa ha il sapore di mandorla e non è poi così zuccherino come può sembrare. Che il bianco sa di orzata. Il celeste d'anice. Il giallo, che ho sempre sospettato aspro come il più bisbetico dei limoni, in questo libro si è invece rivelato di un'intensa dolcezza. E non l'avrei mai detto. Il verde, invece, non è mai stato capace di sorprendermi, e ha il sapore della menta fredda. Il nero è totalitario, sbalorditivo, ai limiti dello stucchevole.
Poi c'è l'azzurro. E l'azzurro è una faccenda complessa.
Questo libro cerca di rispondermi. Perché è invaso da un azzurro che dilaga, contagia la storia, l'autore. E' un colore in divenire, senza un'identità precisa, che si muove nell'indeterminatezza, alla ricerca di se stesso. Un colore di cui ci si potrebbe ammalare. E' un quasi-blu, un quasi-notte, un quasi-altro, sempre a un passo dal suo definirsi.
E' così, il tipo di azzurro che si sfiora in queste pagine. Un colore di passaggio: fra luce e ombra, reale e irreale, scritto e vissuto, favola e incubo. Una frequenza cromatica che diventa il tramite fra dimensioni altrimenti separate, lo sfondo perfetto per farle compenetrare e confondere.
L'azzurro di Luigi Salerno è uno strappo, un punto di rottura. Ma soprattutto un punto di accesso alla storia di queste pagine:
Ma tutte le storie, anche se già scritte, trascritte e quasi concluse, hanno sempre un punto oscuro di accesso. Una zona profonda e inscrutabile, difficile da penetrare.
Attraverso questo tipo di azzurro si scivola nella storia, senza possibilità di appiglio o di orientamento. Dove una fiaba può diventare terribile, dove la musica assiste, nascosta nella scelta dei termini e delle immagini:
quelle/sue/gambe/sulla/pista,/come/le/dita/di/un/violi/nista/folle/sulle/corde
dove la poesia si spaventa, ma resiste, per raccontare quello che accade tra uno scrittore che ha finito le sue parole, una pattinatrice dalla pelle bianca, bianchissima, come ceramica di Capodimonte e il suo cane, quasi umano, che per primo si smarrisce nell'azzurro e li fa incontrare.
E' un colore che deve accogliere e nascondere i molti contrasti emotivi che svuotano il respiro. Che deve intrecciare, in silenzio, l'armonia di un corpo di ragazza, quasi fatta di musica, alle crudeltà giustificate, e agli amori uccisi per amore.
Non si ha mai la sensazione di leggere, ma quella di ascoltare e di vedere il mondo, come da sotto i fondali di un lago. A volte le immagini arrivano come echi, altre come sfumature d'acqua.
... grandi lampadari spenti e antichi. I soffitti alti e una tenda impazzita, che sfiorava di bianco i vetri della cristalliera.
E' l'immagine perfetta per arredare questo fondale, dove la storia si propaga, come un suono umido.
Non credo sia possibile immaginare un sapore per questo tipo di azzurro, perché, alla fine di tutto, sfugge all'idea di colore, diventa uno stato emotivo. Potrebbe avere, forse, giusto il sapore di un sogno marino.

Manuela Giacchetta



lunedì 20 febbraio 2012

Parlano i libri a metà della notte...


Ho fissato e rielaborato questa scorsa particolarmente felice dalla prima parte del romanzo Il tuo volto domani- Febbre e lancia di Javier Marías (Tu rostro mañana- I. Fiebre y lanza), perché mi ha comunicato una sensazione molto forte di appartenenza a un certo flusso. La bellezza del leggere rimane come esperienza infinita di un ascolto di flussi, atmosfere di momenti rari, inscrutabili, come il corso di un lungo fiume notturno che ti avvolge prima del sonno.
Ecco come viene sciolto il pensiero, che con gioia e fame condivido:

Parlano i libri a metà della notte come parla il fiume, con placidità o svogliatezza, o la svogliatezza la si aggiunge con la propria fatica e il proprio sonnambulismo e i propri sogni, per quanto si sia o si pensi di essere molto svegli. Si collabora poco, o si crede questo, si ha la sensazione che ci si stia informando quasi senza sforzo e senza farci molto caso, le parole scivolano lievemente o flebilmente, senza l'ostacolo della lettura vigile, dell'impeto, si assorbono passivamente o come un regalo, e sembrano qualcosa che non si calcola né costa né trae profitti, anche il loro suono è tranquillo o paziente o languido....

Mi fermo qui. 
Questo passaggio di Marías racchiude un senso universale e privato di contatto e di abbandono a una bellezza, quella del leggere di notte o in una propria simbolica notte; alle sue possibilità e alle sue schiuse. Nella lettura si diventa parti indicibili di una sola voce, depositari di un segreto, di un contatto, di un sogno.
Credo che sia anche così.

sabato 18 febbraio 2012

Due compleanni. La scrittura e l'innocenza

Il racconto "Due compleanni" nasce e si delinea in un solo getto, una sera, diversi mesi fa, forse anche un anno. Rimane per diverso tempo accantonato, con le dovute correzioni di primo soccorso riservate ai testi nuovi.
Quindi la lunga stasi del buio, l'abbandono.
Il buio per un qualsiasi testo è un momento prezioso di incubazione. Momento oscuro di una nuova maternità, ancora più prezioso quando vi subentra la dimenticanza.
Scrivere dimenticandosi e dimenticando lo scrivere. Credo che sia uno degli atteggiamenti più nutrienti e utili per privare del peso e di una luce artefatta e sbagliata i propri lavori o tentativi di scrittura. La restituizione al deposito del loro nulla.
"Due compleanni", così come lo sento adesso che ho appena chiuso e definito il suo assetto, è un racconto figlio di una dimenticanza che però lo ha tenuto sospeso come centro, attraverso una maturazione silente e parallela del mio sguardo, dei miei tempi e dei miei ricordi. Riaprire quel testo dopo tempo, credendo quasi di trovarvi dell'altro o comunque niente di quello che invece vi ho ritrovato, costituisce sempre una fase preziosa di verifica e di sorpresa. La storia è stata riletta con un occhio nuovo ed è ritornata nuova, come se iscritta, dalla mia rilettura, in una nuova misteriosa maternità acquisita e riattaccata con lentezza al suo stesso seno. Così come è stato interessante riscoprirvi tutti i punti che avevo fissato e prefissato, ma con la duttilità di poterli mutare o di riuscirli a modulare alle nuove atmosfere di un nuovo tempo sensibile e incatenarli in una strana gioventù di traslucenza:
prima di attaccare questo post ho aperto la finestra e ho sentito l'aria. Fuori c'erano poche luci, qualche bagliore di neon, il cielo alto e molto nero. Ancora il freddo e molto silenzio. In questo clima è nato "Due compleanni". Con il viso dentro una notte da una finestra di casa, quasi senza sguardo, senza ricercare stili, tecniche, effetti, tendenze, sapienze, ridondanze, stratagemmi, ma affidandomi all'innocenza dello scrivere, che sarà quella che leggendo la storia nel profondo, qualcuno o forse più di qualcuno raccoglierà o appena sfiorerà nel suo tema portante o anche nei suoi possibili affluenti.
È forse per la prima volta che mi sono avvicinato alla costruzione di un testo che racconta dell'innocenza, con un'apertura e una fiducia incondizionata al mio istinto e non alla mia logica d'istinto, sono due cose molto diverse e lontane. Non era più un tipo di fiducia sulla sicurezza tecnica impugnata e acquisita, ma un totale disinteresse a considerare un solo istante di vita che non appartenesse ai temi, ai ritorni e alle dinamiche naturali del racconto, qualsiasi potesse essere il risultato. Scrivere con la sicurezza di uno stadio o di un luogo certo di partenza, è l'errore più grande. Credo che ogni scritto presupponga l'abbandono a un nuovo tipo di ignoto, dove tutto quello che valeva un attimo prima di cominciare, potrebbe non valere più per la richiesta interna di quel contesto. La scrittura è prima di tutto disordine vivo, da cui spesso è difficile districarsi. Il mio compito è quello di mettere ordine senza schemi, ma con un tipo di logica che parta e si armonizzi da quello stesso tipo e archetipo di confusione e disordine, e non da un costrutto preorganizzato e preordinato a cui uniformarsi. Sarebbe troppo facile e anche comodo. Si sfornerebbero racconti come canzoni, sulle stesse progressioni armoniche, con piccole variazioni, preziosismi, piccoli cambi di melodia e un nuovo testo.
Non esisteva nemmeno l'idea di un risultato o  del tentativo di ricavarne uno: alcune storie non hanno numeriche o confronti o riscontri. Non hanno soluzioni ma domande che si aprono ad altre domande o finestre aperte da spalancare, senza aspettare o pretendere altre risposte e certezze. Uno scrittore non può scrivere mendicando. Se scrive mendicando, allora nasconde una colpa o una mancanza. Può sembrare contraddittorio, ma la certezza e la sicurezza di una serie di dati acquisiti da elaborare e da sviluppare nelle prime fasi di un lavoro, mendicherà riscontri, attenzioni, aderenze agli standard e all'accondiscendenza. Non certo intimità di abbandono, che in questo caso è stato l'unico elemento certo che avevo.
Raccontare con innocenza e con intimità di abbandono, significa affidarsi al profumo e alla sensazione che mi ha portato ad aprire la finestra su quella particolare notte in formazione o in embrione, senza sapere nemmeno che cosa c'era da guardare. Non volava un'anima, ma c'era molto buio. Lo stesso buio fitto di una storia quando si è appena iniziata; è forse la fase più delicata, quella nebbiosa, ma è anche quella dove lo scrittore deve affidarsi, senza calcolare la prossimità di un confine o di un riferimento certo di approdo. Dovrebbe fare di quella perdita momentanea o forse prolungata, la sua piattaforma; in fondo è tutto quello che ha in quel momento, il resto non esiste e non c'è mai stato. È dentro quel tipo di fiducia istntiva che si snoda la tempera nell'acqua e si formerà un suo proprio colore.
Non credo che questo racconto abbia ripercorso dei moduli già noti o consueti alle mie abitudini o attitudini. È stato organizzato intorno a un fuso elementare, quasi una pagina di quaderno, ma di un' asciuttezza quasi epistolare, di chi prepara una missiva che non vorrebbe far partire o che non avrebbe nemmeno aver scritto, ma che in qualche modo gli scivola dalle dita e si continua da sola.
La mia impressione è stata quella di muovere il punto di vista nei tempi narrativi di un ragazzo, o di come mi sarei posto di fronte a questo racconto se mi fosse balzato nel cuore al primo anno di ginnasio – e forse è proprio quel mondo che ritorna e che rievoco. Questo tipo di semplicità, è quella su cui ho lavorato nella fase ulteriore di sviluppo, cercando di legarla in un costante diminuendo e mai in crescendo, e senza scostarmi da un tono confidente e molto fragile quanto poco appariscente di narrazione, accettando tutti i rischi che questo tipo di approccio comporta, ma non avevo scelta. Una storia funziona quando la scrivi senza nessuna possibilità di scelta. È solo quando non posso più scegliere che comincia la mia libertà.
Questa storia si mantiene viva sul suo leggero sottovoce, senza richiedere o mendicare attenzione. Ha una sua vita anteriore. Le luci del racconto si accendono senza saperlo, così quelle dei personaggi, che non ho sentito raccontati ma ravvivati da una circostanza che li tiene vivi o li rianima alle mie spalle, e quasi indipendenti dalla mia funzione creativa. Questi personaggi si organizzano intorno a una strana forza attrativa, che li rende così vivi da sembrare preesistenti e insieme prescienti della storia stessa. Sono insieme presagio, passaggio e momento passato, come se afferrati in una loro esistenza pregressa ma continuata, e non ottenuti da un vuoto, ma incrociati in una curva. Il concetto, o sensazione da cui nasce questo pensiero, non è così semplice da spiegare. Posso ridurre il tutto a un'idea di credibilità: dimenticanza nel non sapere se quello che scrivo sia o non sia vero, non stia accadendo o sia già accaduto anche senza il mio medium.
Una delle lezioni che mi ha dato questa storia: non deve esistere la paura del giudizio, dell'errore, ma nemmeno la speranza della riuscita e nemmeno l'ossessione del giusto o del perfetto, ma l'intimità di un abbandono. Quando scrivo sono solo al mondo, e non ho più certezze di conoscenze o di riconoscimenti di chi non scrive o di chi non ha mai scritto un rigo in tutta la sua vita. Non sono altro e non sono nessuno se non parte di quel firmamento di segni in formazione, ancora senza suono e colore. Un evento narrativo ha dentro il suo mare grosso, che non conosce al momento altra regola se non la sua forza e la sensazione di un suo orgasmico "tremendo" che scalpita ma che sa senza dire. La creazione è un arrembaggio nelle distese della mia ignoranza, della mia vita oltre le parole che ho capito e che ho imparato. È un momento primitivo che non deve accontentare nessuno al di fuori di se stesso. È solo in questa sottile accondiscendenza e intimità con la formazione psichica di quello che sta accadendo, che riesco poi a organizzare un tessuto. Mai da quello che conviene tessere.
Non ho consentito a nessun attimo di suggerirmi "come sarebbe giusto o sarebbe meglio se...a chi piacerebbe, che cosa piacerebbe, come funzionerebbe, come converrebbe fare, disfare, non fare", ma ho perseverato con fiducia nel buio più totale, forse perché avevo percepito l'arrivo di quel momento, senza nessuna logica economica ma con il solo desiderio di bagnarmene. La mia formazione e la mia esperienza, dovranno lavorare solo alle mie spalle e a mia insaputa, e continuare ad esistere senza esserci, in alcuni casi senza neanche comparire o respirare. Dimenticati e mai finalizzati.
Adesso posso chiudere la finestra.

giovedì 16 febbraio 2012

Riflessioni sul raccontare

Non sempre conosco quello di cui racconto. Sono consapevole della forma vaga di un desiderio di raccontare qualcosa a qualcuno, anche di non avvenuto (e non è detto che qualcosa di non avvenuto sia qualcosa di non vero), o di non ancora percepito, immaginato, sognato.
Lo spasmo di dare voce a un racconto, di solito, è più importante di quello che si narrerà; di che cosa si narrerà e del modo in cui si narrerà. Questo strano spasmo informe, poco definito,  sarà il cuore e la parte più preziosa di una storia, dai suoi primi battiti fino alla sua fine relativa, o conclusione. Il suo movente non sarà narrativo e letterario, spesso casuale, illogico, preconcettuale. Racconto di qualcosa che non conosco ma che mi condiziona e mi spinge a conoscermi attraverso. Combattere con i suoi fantasmi che diventano i miei, in questo impasto passivo e ispirato di dinamiche turbolente che cominceranno a muoversi e a smuoversi, fino a quando non nascerà un incipit che per qualche istante ripristinerà un senso relativo di pace o di silenzio. Ma da quest'incipit adesso ritornerò tra i vivi, con le limitazioni delle cose già vive e anche già viste e già dette.
Ecco dove volevo arrivare: quello che comincerò a raccontare, sarà davvero non raccontato, non ancora narrato, inventato o vissuto, da qualcun altro che lo ha scritto? Dico qualcun altro che lo ha scritto a mia insaputa, naturalmente. Non credo che nessuna opera di invenzione possa realizzarsi sulla falsariga di una già conosciuta come esistente. Diverso il fattore stilistico, quando accade di narrare nelle atmosfere o nei vezzi pregevoli degli scrittori più amati, e quindi letti, assorbiti, conosciuti e riconosciuti in ogni attimo della propria esperienza creativa, in alcuni casi il seme vivo di certo scrivere, perché innamorati di quello che si legge, quindi portati a testimoni più o meno volontari o involontari di quella bellezza (c'è ancora da vedere quanta volontà ci sia in una fase profonda di innamoramento di uno stile narrativo).
Lasciamo da parte lo stile, ma veniamo al frutto inconoscibile del racconto: potrebbe già esistere? Possibile che qualcun altro si sia già imbattuto nello stesso spettro, che lo abbia portato, anche su latitudini lontane, a ripercorrere lo stesso plot, lo stesso fatto, con lo stesso tipo di climax o quanto meno con assi portanti simili, se non incosciamente clonate? Questo è un dubbio che potrebbe interessare diversi scrittori. Essere vittime di un demone che si è sdoppiato e si è già esibito con altri copioni simili, rendendoci ultimi e poveri destinatari di un messaggio già masticato, rielaborato, vissuto da altri. Che cosa può scongiurarci e proteggerci dal fatto che la nostra stesura non sia già stata scritta?
In fondo, riflettevo, le storie del mondo, le possibilità dei loro intrecci, delle loro evoluzioni, delle loro trame, avranno pur la possibilità di un certo esaurimento; possibile, come nelle melodie o nei grandi temi, che si possa inciampare in un qualcosa che sia già stato impiantato. E allora? Se io sono smosso dalla smania di scrivere cose che forse già esisteranno, che senso avrà la mia smania di raccontarle?
Ma adesso mi chiedo: siamo davvero sicuri che una narrazione sia fatta solo di un punto A, che passi per alcuni altri tasselli, per arrivare a un punto B? Che cioè si tratti di interessare a un fatto, accaduto o di finzione, non conta,  sicuri che la narrazione si mantenga solo su quello che accade? E che uno scrittore debba cercare di essere quanto più sensibile e raffinato nel far brillare ogni lato e ogni ombra del fatto-accadimento? Io credo di no. Una storia non sarà bella solo per quello che accade, ma per quello che non accade e che solo chi la scrive lo sa. (Ritorno sempre al bellissimo convegno di A. Cistelecan, sulla poesia che non si può leggere). Questo che cosa significa? Che una stessa storia, di fatti simili e visibili, avrà, nelle mani e nella sensibilità di ciascuno scrittore, un suo cuore pulsante e diverso, quanto originale, fatto di tutto quello che non si vede ma che pur non vedendosi distingue chi ha taciuto da chi ha scritto o  anche da chi ha taciuto in modo diverso. Si può essere simili nel parlare di un fatto, ma originali nel tacerlo e nell'attraversarlo da un proprio silenzio intimo e inimitabile.
Come posso pensare che qualcosa di non scritto, nella mia narrazione, possa risparmiarmi dall'imputazione di aver plagiato, clonato, copiato, qualcosa di già scritto?
Perché quello che non ho scritto, compare e traspare, a volte alle mie spalle, nelle atmosfere e nelle ombre dei personaggi e dei luoghi interni, ma anche del riflesso dei luoghi esterni, attraverso la loro psicologia e il loro sguardo. Una stessa storia, avrà le innumerevoli varianti dei luoghi e delle pulsazioni dei personaggi, che avranno quel codice genetico e irripetibile, quanto nascosto, che solo lo scrittore in causa nasconderà ma mosterà, in un filo sottile che al di là della trama, accompagnerà chi legge in un percorso a ritroso con la sua potenziale spettrale riconoscibilità in quell'accaduto, con il proprio relativo silenzio di ascolto.
Saranno quindi le trame psicologiche, emotive, esistenziali, quelle che di solito non si raccontano con un fatto ma con un antefatto o antifatto e non fatto, a costituire il vero animo di una creazione originale, che a sua volta sarà inimitabile, in quella sua complessa orchestrazione di evocazioni, ma anche ristrutturabile all'infinito per chi abbia i propri strumenti indescrivibili e silenziosi con cui reinventarla.
È l'unica consolazione al fatto di poter ripetere fatti accaduti con altre ombre, e quindi diversi. Non ancora accaduti con quelle stesse mie, di questo invisibile momento.