Scrivendo, a volte ho la sensazione di spalancare le finestre di stanze chiuse da tempo. Di aprirle a cortine di bruma, in un freddo sano, rincuorante, che mette fame e voglia di camminare a lungo. Vi sono invece dei momenti in cui, al contrario, avviene un soffocamento diffuso. Ogni parola toglie l'aria e ammanta ogni parte della mia persona della più profonda oscurità, che paralizza. In questo alternarsi di aria aperta e di ambienti claustrofobici, di chiarori invernali e di oscurità, si muove l'anima solitaria di un viaggio unico, con il suo vento in faccia, le sue salite, le sue foglie bruciate del bosco, che scricchiolano sotto la suola infangata di scarponi troppo stretti. Nulla di oscuro sarà mai solo buio, ma anche notte. Notte non vuol dire solo buio, o mancanza di luce, ma molto altro, oltre la sola oscurità. Anche dentro il chiaro non vi sarà solo la luce del giorno e la purezza dell'inverno e delle lunghe passeggiate a sfinirsi: anche in quel caso molto altro, di ignoto ma anche di nutriente. Qualcosa che contrasti e affini la sola semplice chiarezza della luce. E tra i due stadi, quello diurno e quello notturno, come quello arioso contro quello claustrofobico, se ne snodano diversi altri, direi infiniti, fatti della migliore o anche della peggiore parte dei due estremi, nelle più svariate combinazioni. In questa scorsa pluridimensionale, il linguaggio si addensa di altro, oltre le sue parole, che a volte sono solo degli indizi, non sempre utili per risolvere il proprio caso o delitto creativo al quale ci si immola, senza un preciso movente. E solo allora, quando comincio a muovermi in territori che in fondo non conosco, trovo che tutto questo abbia ancora un senso. Quando, scrivendo, comincio ad avvertire l'anima nelle mani.
venerdì 3 febbraio 2017
giovedì 2 febbraio 2017
Sempre notte
Sempre notte
La mia squallida
vita si estende
più spaventata di sé.
In un
infinito
che mi calca e mi
preme col suo
fievole tatto.
Giuseppe Ungaretti, da "Naufragi. L'allegria".
mercoledì 1 febbraio 2017
Febbraio: impromptu
Il mese tace al mattino di una sua fine, già dal suo primo spasmo di vita. Il cielo ancora plumbeo, ma con fette sbiancate di azzurro e di Carnevale, che ispirano ancora un discreto appetito di fresco e di vacanza.
Sembra domenica. Il silenzio di un giorno feriale a volte si mischia con quello di un giorno di festa o anche solo di morte. Chi lavora, dorme o muore bene a volte ha dentro lo stesso silenzio rupestre di febbraio. Come quello di chi pesca la sera, col tempo cattivo. La stessa macchia di vino rosa al viso, di quella versata con un braccio sulla tovaglia scozzese della trattoria. Una lieve ruga d'ansia al centro del mento, che forse non è ancora un taglio.
Sembra domenica. Il silenzio di un giorno feriale a volte si mischia con quello di un giorno di festa o anche solo di morte. Chi lavora, dorme o muore bene a volte ha dentro lo stesso silenzio rupestre di febbraio. Come quello di chi pesca la sera, col tempo cattivo. La stessa macchia di vino rosa al viso, di quella versata con un braccio sulla tovaglia scozzese della trattoria. Una lieve ruga d'ansia al centro del mento, che forse non è ancora un taglio.
martedì 31 gennaio 2017
In verità
"In verità sono le persone tragiche e infelici
a essere musicali".
Thomas Bernhard, da "Un incontro. Conversazioni con Krista Fleischmann".
lunedì 30 gennaio 2017
Formazione e pulsazione di un racconto
Nella formazione di un racconto, breve o anche medio, mi accorgo che entrano in gioco degli elementi molto diversi rispetto alle distese più ampie di lavori più lunghi. Ieri mattina, concludendo un'ultima revisione per un lavoro da iscrivere a un concorso letterario, mi accorgevo proprio di questo, dell'importanza di particolari molto sottili, una sorta di processo nell'invisibilità delle cose da negare e da dire, dentro i fili nascosti nel tessuto e nei suoi contrasti nella pulsazione. Gli elementi diversi tra lavori lunghi e lavori brevi, spesso risultano dalla sensibilità dello scritto anche a una minima variazione, quel piccolo vacillamento, che avrebbe privato questa pulsazione di una sua linearità e intensità, spostando di molto quel certo assetto appena evocato in una costruzione narrativa in formazione. I particolari sottili e le inquadrature si muovono spesso in un'orbita microscopica, dove l'ingrandimento deve arrotondare e mietere quel senso di pienezza e di unità formale che costituisce poi l'idea del mio intero, del mio senso personale di integrità in quell'esperienza, intero che per ogni tipo di lavoro in cui mi imbatto avrà la sua unicità e le sue regole, spesso diverse l'una dall'altra a seconda del contesto, delle circostanze ma anche del mio mood con cui mi confronto per il tormento di una possibile perfezione.
I dubbi, nel decidere di ultimare e di ritenere il racconto centrato in quest'idea – nel senso di unicità che la sostiene – a volte molto personale di rotondità, di sfruttamento e compimento di tutti gli elementi e delle possibilità messe in gioco, sono sempre molto grandi e molto belli. I dubbi in molti casi sono la prima torcia verso il tragico, in altri anche una pericolosa colata di pece bollente sul proprio atto creativo. Dubitare durante il processo di revisione, anche in quello di scrittura – o forse di pre-scrittura, quando la parola è ancora parte di uno spasmo passivo e davvero misterioso in cui va a coniugarsi nella traiettoria di una sua prima luce – è un momento bello e insieme drammatico. Il dubbio è parte del brivido e anche dello scotto a cui uno scrittore deve sottostare ogni volta che rompe il silenzio. Come al giudizio, alle possibili ingiustizie, fallimenti con tutte quelle varianti o frustrazioni che daranno un altro senso a quell'esperienza creativa, una nuova risonanza, oltre a tutti gli altri momenti, significati e risonanze interne, che lo scrittore ha vissuto e che gli rimarranno e che lo arriccchiranno ugualmente, in alcuni casi anche con un racconto mediocre, che non con un racconto di qualità, anche questo può capitare. Cambiano, specie in una struttura come quella del racconto che ho appena ultimato, di un racconto di circa dieci cartelle, il rapporto tra le certezze e le incertezze, a volte a distanza di minuti, di ore, spesso di giorni o di attimi. Non ho quasi mai le stesse certezze, quasi mai gli stessi dubbi. Muta il contesto della certezza e quello dei dubbi: questo in una fase ancora di controllo del territorio, quando sono in grado di intervenire, e quindi non ho quella sensibilità che spicca invece quando non si ha più modo di avere il controllo diretto sullo spazio mutante del racconto. Sabato sera, fino a tardi, ho revisionato l'ultima bozza, mettendo in discussione molte delle certezze che fino a poche ore prima non mi davano alcuna preoccupazione e che addirittura mi rincuoravano. Adesso quelle sono ripiombate nel vuoto e non esistono più. Ieri mattina ancora delle ultimissime variazioni, ma quando la sostanza che sentivo nella genesi, – intendo nella fase caotica ma pulita del buio fitto, quando non si conosce quale sarà la prima parola, ma si ha nel cuore la risonanza del disegno non ancora tracciato – è arrivata a quel certo equilibrio, allora è stesso il racconto a chiudersi e a negarsi nell'ossessione di un ulteriore intervento, come se esprimesse un rifiuto a essere toccato ulteriormente. Forse per via di quell'economia di pulsazione che avrebbe organizzato e correlato i vari frammenti sparsi della storia. È come quando è arrivato l'attimo, quasi mai pianificato, di mettere la parola fine, di spegnere le luci sulla scena, di salutarsi con gli amici, anche se con una sottile resistenza. Certo, ripensando alla sensibilità esercitata nelle due fasi estreme, quando non si è ancora scritta una sola parola e quando il racconto è già in viaggio e non più controllabile e modificabile, credo che siano le due dove in effetti la mente scrive di più, nelle due zone dell'impossibilità del contatto diretto con la parte chiara dove la parola nera è stata tracciata sul foglio bianco. Quando la scrittura è atto, elemento fattivo, quindi nella fase del getto e delle eventuali diverse revisioni conseguenti, già siamo in fase di trascrizione, di impulsi semmai molto lontani e accumulati da dimensioni emozionali e da esperienze che a volte, ma non sempre, sono molto più antiche della stessa idea di quel racconto e dei suoi ultimi preparativi prima di rompere il silenzio. È l'attimo prima di iniziare quello della grande crisi. Quello della prima parola, responsabile di un fermento molto più lontano e spesso impalpabile a cui prestare l'orecchio, a volte la gola, per continuare a realizzare l'armonia della pulsazione che si è sentita di quel tessuto vivo e a sostenerne quel carico di oscurità e di speranza, dentro il mistero dei suoi crocicchi e delle sue ultime svolte e varianti, sempre sul ciglio rassicurante di un nuovo dirupo.
sabato 28 gennaio 2017
"Giorno d'estate", di Mary Oliver
![]() |
| Mary Oliver |
Giorno d'estate
Chi ha fatto il mondo?
Chi ha fatto il cigno e l'orso bruno?
Chi ha fatto la cavalletta?
La cavalletta, dico,
quella che con un salto
è spuntata dall'erba,
quella che sta mangiando
lo zucchero dalla mia mano
muovendo le mascelle avanti e indietro
invece che su e giù,
che si guarda intorno
con i suoi occhi enormi così complessi.
Ecco che solleva i pallidi avambracci
e si lava accuratamente il viso.
Ecco che,
con un battito delle ali aperte,
si allontana in volo.
Io non so bene
che cosa sia una preghiera.
Ma so osservare con attenzione,
so come lasciarmi cadere nell'erba,
come buttarmi in ginocchio nell'erba
come essere beatamente indolente,
come vagabondare per i campi,
è quello che ho fatto per tutto il giorno.
Dimmi, che cos'altro avrei dovuto fare?
Non è forse vero che ogni cosa muore,
e muore troppo presto?
Dimmi, che cosa pensi di fare
della tua unica folle preziosa vita?
M.Oliver, The House of Light, Beacon Press, Boston 1990
venerdì 27 gennaio 2017
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