giovedì 18 agosto 2016

Dappertutto l'anima violata grida:


L'artiglio di Guido Ceronetti, sempre sommerso in un'esattezza spietata e sanguigna, dal capitolo Dolore- Tempo- Thanatos:  la donna in tre immagini (L'occhiale malinconico):

"Benedette le età che conobbero il lume delle candele, i corpi nudi rischiarati dalla fiamma illuminés par l'ardeur du charbon, in cui la donna si spogliava e si accendeva nel chiarore di una luce viva che aveva la forma e il mistero dell'occhio umano. Qualsiasi luce elettrica è uno sfregio di rasoio sul mettersi a nudo di un corpo desiderabile; è il chiaroscuro animato, la luce vacillante l'abito aureolare della donna che si spoglia. C'è subito bruciore di stupro intorno a un corpo che si denuda in una lametta di luce artificiale, con gli alti voltaggi è quasi assassinio e i fasci diretti dei riflettori sui culami esposti, negli spogliarelli e nei si gira del miserabile Cinema, sono bollature veterinarie del mattatoio sadista. Dappertutto l'anima violata grida...".
































mercoledì 10 agosto 2016

"La compagna di classe" nel percorso cinema di ARTEr.i.e.






"La compagna di classe" sarà proiettato sabato 3 settembre 2016 alle ore 21.00, all'interno del Percorso Cinema della manifestazione ARTEr.i.e, rassegna di ipotesi espressive, che si svolge ogni anno, dall'inizio di settembre, a Cantalupo in Sabina, attirando più di 3.500 visitatori a sera.
In alto: la locandina ufficiale del film.
In basso: due momenti della manifestazione di ARTEr.i.e.
























martedì 9 agosto 2016

Come dire


Da una bellissima introduzione di Guido Bezzola alla raccolta "Un giorno di fuoco" di Beppe Fenoglio, uno stralcio significativo,  che mi ha molto colpito:

"Come dire – ed è vecchia constatazione – che non tanto le avventure, i casi straordinari contano, quanto l'intensità, l'attenzione, la sensibilità con cui si sanno captare e fare propri i fatti in genere, a qualsiasi caso appartengano".































mercoledì 3 agosto 2016

A Gino


Dal tuo passo d'alba
in maniche di camicia
hai scandito di calma
una mia giovinezza;
dalle finestre alte
della tua casa in penombra  
il parco boschivo,
il silenzio, la sera,
l'orario azzurrato dei treni –
verso la stazione* o bruma di confine
tra la Val Pusteria e la Drautalbahn –,
ma persino la tua resa leggera
per questa schiusa all'imbrunire,
dove storni la mezzanotte
del tuo scontento kantiano
in un frammento di Pascal.

*Stazione ferroviaria internazionale di S.Candido (Bz)


























lunedì 1 agosto 2016

Parole e luci, dal Dedalus di Joyce


In questo passaggio misterioso dal "Dedalus", ho colto delle chiavi molto profonde, riguardo a delle connotazioni linguistiche inerenti all'approccio profondo e luministico di Joyce e alle sue frequenti illuminazioni, che serpeggiano e lampeggiano di continuo all'interno della sua poetica, come degli affluenti feroci, affamati di spazio e di reazioni. Le ho lette più volte. Le condivido in questo post con lo stesso fervore con cui le ho assaporate ed esplorate:

"La frase e la giornata e lo scenario si armonizzavano all'unisono. Parole. Era forse merito dei colori? Lasciò che rilucessero e si oscurassero, una sfumatura dopo l'altra: l'oro dell'aurora, il rosso chiaro e il verde dei meleti, il turchino delle onde, il vello delle nubi frangiato di grigio. No, non si trattava dei colori; il merito era dell'equilibrio, del ritmo della frase stessa. Preferiva allora il ritmico fluire e rifluire delle parole alle loro associazioni di leggenda e di colore? Oppure, debole di vista quanto era schivo di mente, derivava dal riflesso del mondo luminoso, sensibile, veduto attraverso il prisma di un linguaggio multicolore, istoriato con opulenza, un minor piacere di quello derivato dalla contemplazione di un mondo interiore di stati d'animo individuali, rispecchiati in modo perfetto dal periodare di una prosa lucida e duttile?".

Estratto dal "Dedalus" di James Joyce. Oscar Mondadori 1986, nella traduzione di Bruno Oddera.






















sabato 30 luglio 2016

Notturno irpino


Di notte:
tra i sassi
freschi nel buio
fremono alberi
come carrozze,
senza selciati
e certezza 
di tempo.
I fiochi rumori 
raggelano
i moti d'aria
degli occhi,
e visi minuti
alla deriva
compaiono,
scompaiono
dai vetri
di finestre 
di cucine,
ospedaletti
di montagna 
e firmanenti 
di pigiami
di moccio azzurro
su pochi colori,
tra nuove cime 
e lontananze
coraggiose
di corriere
schioccanti
nelle curve
mute del sisma;
poi una stradetta
in leggera salita,
e una
piccola 
lanterna
rosata
di fumo
e mosche, 
che adesso
fiuta e strema 
lo spasmo
silenzioso 
di un altro 
incontro,
dov'è il 
passo caldo
di una ragazza
in un tormento,
svelato nella
tenebra fitta 
del suo 
tuono
di latte.
Mentre tutto
ancora vi tace:
quanto la sciarpa 
folta della morte
travolge di pace
la cornetta
appuntita
della suora 
francese...
se ancora 
riscrive
nel vuoto
lupesco
del
sonno
ma poi 
ritorna 
daccapo –
col suo frusciare
lentissimo 
di calamaio –
riflessa ormai 
dai secoli
invisibili
della candela
sulla 
parete
celeste,
da una casa
d'argilla 
diroccata
di lucciole.

l.s.


































giovedì 28 luglio 2016

Accettare


Accettare dei compromessi, perché il proprio linguaggio ritrovi in qualche modo un suo spazio maggiore di accoglienza, una sua collocazione. Credo che oggi sia indispensabile stabilire i margini di questo compromesso: quello che va attenuato, modificato, disossato, annullato. Partendo dall'estetica del linguaggio, o anche solo sui temi? Sul tipo di trama, sui tempi, sulla durata, sulle sensazioni, sullo stile? O su cosa più?
Ma non credo nemmeno che attenuando, modificando, disossando, si raggiunga il compromesso voluto, che in qualche modo metta d'accordo. Non penso che esista una verità, ma una serie di congiunzioni, spesso misteriose, astratte e non tanto pianificabili. Forse il sale di quest'avventura sarà dato anche da questa frustrante imponderabilità che annebbia e avviluppa un po' il tutto. Io non mi esprimo per cercare una stasi, un'accoglienza, un accordo, un compromesso. Ma per smuovere foglie, terriccio  e per spalancare le finestre delle mie stanze chiuse. Per creare dubbi attraverso le mie emozioni e creare emozioni attraverso i miei dubbi. Forse. Nella mia sfera creativa vorrei uno spazio diverso, meno asfittico e ortodosso. Altrimenti che senso ha?
Il compromesso con qualcuno ha bisogno, in ogni caso, di un contatto vivo, di uno spazio aperto di scambio, di condivisone. Di una stagionatura di rapporto diretto, de visu, dove la mail sia solo un elemento accessorio, uno start e non lo strumento essenziale dove tessere una relazione in attesa di successiva sentenza.
Ritornando alla questione prettamente estetica di un certo linguaggio, possibile che per qualcuno quel passaggio sarà troppo sfarzoso. Non va bene scrivere con sfarzo, con troppi ornamenti, si dirà. È male fraseggiare, vocalizzare di troppi arpeggi la propria idea.  Si potrebbe obiettare: lo sfarzo e l'ornamento potrebbero non essere e rappresentare la stessa cosa. Potrei essere ornamentale e non sfarzoso, nel senso dell'utilizzo di un ornamento pudico, non troppo esteso. Ma anche gli sfarzi in un paragrafo possono non essere ornamentali. Si potrebbe essere sfarzosi per la sola scelta dei suoni o dei singoli segni in un discorso e non tanto per la forma sintattica complessiva. Uno sfarzo di significanti, intendo e non solo di significati, quindi. E così, avanti, all'infinito, alla ricerca di un punto d'accordo irraggiungibile.
Molto spesso, analizzando i discorsi nei confronti di una certa opera, ci si perde in codici che hanno significati totalmente diversi tra gli interlocutori. Dove anche una sola parola si affaccia su paesaggi, suoni e colori diversi. Il senso del discorso e dell'approccio a una certa opera, si staglia nella maggioranza dei casi su linee di pensiero abissalmente diverse e incompatibili.
Ho letto tempo fa alcuni racconti di Carver in due versioni: una editata, l'altra spoglia da interventi. Nella seconda versione quei racconti cantavano, avevano un'apertura e una profondità davvero particolari. Parlo della versione più selvatica dei racconti di "Principianti".
Concludendo: accettare dei compromessi sul proprio linguaggio, non significa prendere – o far prendere – le proprie idee a colpi d'ascia.
È tutto: