mercoledì 30 settembre 2015

Giorgio Saviane. Una prima edizione autografata





È nella stessa casa delle vacanze, quella dove incontrai Ceronetti con i suoi "Pensieri del tè", che ho scoperto di essere in possesso, immagino tramite un omaggio di mio nonno a mio padre, di una prima edizione Rizzoli autografata, del 1989, del libro di Giorgio Saviane "Diario intimo di un cattivo". Il prezzo dell'epoca era di L.25.000.
Questo libro, una raccolta mirabile di racconti, è dedicato dallo scrittore a una persona che non conosco,  che immagino avrà attraversato in qualche modo la scia di vita di qualche mio familiare, per ritrovarsi da tempo in quella casa, sempre la stessa, ma non più fredda quando vi ho letto l'intera raccolta – questo meno di due mesi fa.
Ecco la pagina interessata dalla dedica originale dell'autore:





















martedì 29 settembre 2015

Al sole delle cinque passate


Il sole ancora slitta sulla tangenziale. Il sole delle cinque del pomeriggio passate, che sa di bruciato e d'autunno. E dentro questo scintillio ripenso al bisbiglio, dove è barricato il mio vedere, il mio serbare di polvere e poi il confidare, come ogni tanto accade in questo blog.
Mi dico sempre: dici poco, ma quello che conta. Quello che credi possa servire. Così come mi dicevo: compra poco, quando si trattava di dischi in vinile, di cose che mi appassionavano o di uccellini.
E intanto si ricade sempre nella trappola. Basta quello scintillio d'autunno, sulla tangenziale, che comincia a girare questa ruota, che alla fine porta solo a un intruglio, una serie di piccoli frammenti di vero o solo di una verità pensata, contraddetta, sfiorata, e quindi alterata, ma che in questo momento è parte della mia vita, come quell'ultimo slancio di sole, che quando metterò il punto a questo post, probabile che sarà già svanito. Eppure riaccade la finzione, anche nel getto spontaneo, di considerare urgente l'impulso, la scossa che porta ad aprire una frase, a coordinarla ed elaborarla verso un senso, che forse non ha e che non avrà mai: eppure, in questo momento, questo gioco di frasi è la mia vita. Perché negarla. Forse, potrebbe avere una confezione diversa, per gli assaggiatori di caffè, che hanno bisogno di quell'aroma, della speciale canna da zucchero per accostarsi ad una tazzina.
Il mio intruglio non avrà mai standard e nemmeno volontà di piacere. Non credo che dietro il gesto vi sia soltanto la volontà di essere degustati. Sarebbe un suicidio. Immaginarsi in gara con tutti gli aromi e i gusti del mondo. Quelli più variegati, ma anche quelli meglio controllati, elaborati, confezionati. Che senso avrebbe esprimersi per raggiungere e tentare un approdo diretto e semmai strategico con un mondo ricettivo unico, standardizzato? Il mio gesto di questo attimo, la mia costruzione di questo momento, è già la mia vita che parla e che passa, e questo ormai mi basta. Non me lo faccio bastare, ma mi basta. Mi basta questo silenzio, che solo le mie dita riescono a infrangere, forse in competizione con una macchina per cucire, che lavora giusto sopra la mia testa, dal piano di sopra. Credo che l'operazione di chi sta utilizzando la macchina per cucire, in questo momento, sia molto più sensata del mio intruglio di frasi e di pensieri. Avrà certo una funzione, che al momento questo mio tempo, impiegato e dedicato con tutta la mia concentrazione disponibile, non credo che mi ripagherà mai. Ma anche in questo non essere ripagati,  vi ritrovo lo stesso una parte preziosa della mia vita. Quella di quest'attimo, per esempio. L'unica consolazione è che adesso, che sto concludendo, è rimasto ancora del sole sulla tangenziale. Lo stesso scintillio dell'inizio. Quello delle cinque passate, che sa di bruciato e di autunno, quanto lo scherzaccio di questi miei pensieri, barricati nel bisbiglio a cui ripenso ancora, mentre cucio a mano il mio vedere, il mio serbare o confidare nel pomeriggio, come ogni tanto accade in questo blog.


















Scoprendo i pensieri del tè




Ho scoperto Guido Ceronetti con questo testo del 1987, che reputo davvero affascinante, quanto misterioso: "Pensieri del tè".
Lo trovai per caso, diversi anni fa, in una casa fredda, quella delle vacanze, ma in un periodo dove non c'erano le vacanze. E dentro quel freddo cominciai a scoprire quella complessità, quei nessi duttili e controversi che avvolgevano e distanziavano le situazioni, le persone, la Storia, le cose e le ombre delle cose, in un solo flusso aforismatico e irresistibile, dove ogni tanto sento il bisogno di riaffondare, per gustare lo stesso tepore di quel primo giorno di precipizio, in quella casa fredda fuori stagione. Per destarmi e impigliarmi dentro la manica di quell'incontro. Nel gelo virtuoso di quel primo approdo.

Qualche passaggio, ma giusto un paio di graffi:

"Le foglie stanno volando via dal mondo e sopra c'erano dei messaggi, degli enigmi che non abbiamo decifrato. Anche le mani: lette poco; anche le rughe, i lobi...Non abbiamo letto che dei libri".

"Massima teresiana per vivere bene: Mal dormir, todo trabajo, todo cruz. Ci si sente subito meglio".

"Un vecchio che non prega è un puro e semplice rottame muto".






























sabato 26 settembre 2015

Verso l'Irpinia


Questa mattina, tra meno di un'ora, partirò, insieme a Fabrizio Fiore e Maddelisa Polizzi, collaboratori e amici di Nocte film, per raggiungere un paesino dell'alta Irpinia: Conza della Campania, dove saremo ospiti della presidente della Pro Loco Compsa, Antonia Petrozzino. 
Il senso di questa prima andata e sopralluogo rappresenta un primo passo importante per un nuovo progetto che ho scritto da qualche mese, – dopo una profonda incubazione di molti anni – e che ho in animo di sviluppare e di realizzare. Il progetto è incentrato  e strutturato esattamente su quel territorio, sulla sua anima profonda e sulla sua storia. Il suo titolo è "L'ultimo lume".



























venerdì 25 settembre 2015

"Bang" in rassegna stampa Ortigia Film Festival 2015
































L'aria della costruzione di un discorso


L'aria della costruzione di un discorso, mi risuona  quasi sempre sismica. Dal cielo pesante, dalle tinte forti, sferzanti di lampeggi continui. Verso sera quel rosso pare attenuarsi e svilire nel temporalesco. Un costante gelo che spezza il braccio. Il braccio spezzato continua a costruire un discorso. Se non fosse spezzato quel braccio, non avrei mai un discorso integro, organico o quanto meno rappresentativo del mio sguardo, del mio orientamento naturale sulle cose.
Quando entro in un discorso, in un progetto, che rimane sempre un discorso aperto o suo frammento, avverto questo clima costante di presagio e di pericolo, che in fondo rimane la mia unica ricchezza; in diversi casi il bagliore di una mia identità, il mio unico calco, la mia essenza o stesura. Nella costruzione e dentro quest'impeto che si divincola nelle sue difficili atmosfere, riconosco il senso e la freschezza del viaggio. La sua parte più autentica e franca, quella che non sarà mai condizionata da un dissenso o da un assenso. Da una forma di ascolto raffinata e intensa, o dalla più totale – e così familiare – indifferenza. Il percorso profondo e tremendo della costruzione, semmai anche sofferta, di un certo discorso, è tutto quello che conta. L'inadeguatezza, la soddisfazione, le paure e le consolazioni improvvise, il disorientamento e l'improvvisa svolta verso casa, – che invece è solo la porta socchiusa verso un bosco stregato – in fondo sono la reale vita che mi accade, quella preziosa e indimenticabile di quei momenti. Tutto quello che ho e che mi racconta.
È anche per questo che l'aria sismica della costruzione di un discorso, nella quale mi adopero e mi spezzo le spalle e il braccio della mano che scrive, (combattendo con i suoi raggiri, i suoi stipiti ventilati, le sue trappole segrete), rimane il centro tonale del discorso, il suo unico cuore. La parte centrale e battente, quella del cantiere aperto, in fondo, l'epicentro di tutto il mio moto; attraverso ogni passo silenzioso e duro nei meandri di questa misteriosa costruzione aperta, dove in quel momento convoglia e si ripone tutto il mio sentito, come il mio empirismo d'ignoto.













mercoledì 23 settembre 2015

"Paese" di Alfonso Gatto




In questo suggestivo "Paese", estratto dalla raccolta "Isola"(1929-1932), si addensano nei tratti parti sensibili e acute del mistero e delle prime sonorità della poetica di Gatto. Delle pennellate morbide, senza la necessità del verso, ripongono ogni quadro estetico nella sua piccola anfora, dritte al proprio rogo sentimentale di appartenenza, verso una comune luce e verità poetica. Tutto un fluire armonico di sensazioni, bagliori, palpiti, massaggi, profumi e abbondanze, che si dipingono e si riversano da soli nella continuità di un'incessante policromia. Ma da notare anche quanto tutto sia chiaro, stabile, rotondo. Le parole si succedono in una limpidezza elementare e inebriante.

Paese

Nella notte d'inverno i bambini piangono, cacciati nelle tasche dei briganti. In un magazzino fumoso i cuochi allegri battono i mestoli sulle caldaie, ed i parrucchieri arruffano di crema il volto alle smorfiose. Nella caserma rotolano le botti. Il maresciallo bacia sul volto i carrettieri allibiti. Le donne si calano nelle brache enormi e s'addormentano sazie tra le mammelle.

Alfonso Gatto da "Isola" (1929-1932)