mercoledì 18 settembre 2013

Doglia di scrivere


È quella che provo e che mi auspico. Che duri per sempre, nell'impulso materno del suo scoppio vetroso di maestrale.
Non voglia, ma doglia. Il dolore e non solo quello del desiderio ma quello del deserto di questa voragine di vuoti, che costella l'eco del mio sparo nella notte, la resina sulla corteccia.  
Il dolore puro, quello che si tace e che non si dice, che non si finge, che non tradisce e che nemmeno si esibisce. Non è l'atto svogliato del fare o del far  vedere o del mostrare di fare, ma è l'atto impudico di un dolore espressivo che ti mura e che insieme ti libera: la doglia di una propria impressione che si sprigiona da sola e ti squarcia: quando dico.
Per questo non ho voglia di fare e di scrivere, ma ne ho solo doglia, e di questa doglia ne ho fame ma ne provo una pace infinita, così grande da leccarmi le dita.
Ma forse è appena appena la mia vita...

martedì 17 settembre 2013

Se dentro: tre quartine in prova a rima alter(n)ata:


Se dentro questo piacere qualunque,
sfumasti al timbro sperso quel dolore
nello stringermi all'amore delle cinque,
senza svestirmi un battito, un tremore

dal tuo nero d' ansia è prendermi vento,
nelle maniche corte la tua bruma;
se passeggiasti fiera di spavento,
sui chiari dove slarga chi si ama,

sparisti sulle terrazze tra i lumi
levati da vampe scure e isolane,
carezzando ad occhi schiusi i profumi
di balli tristi...tra nuche lontane.




Le preziose inutilità

Pensando:
che l'associazione lettura-utilità della lettura, pur se cruciale e forse anche inconfutabile, non la trovo congeniale per avvicinare qualcuno che sia ancora distante dal regno incantato del leggere, così come sarà molto difficile convincere un bambino dell'importanza del fattore crescita, riguardo l'alimentazione, nonostante la crescita sia un fattore auspicabile per la stessa prospettiva del bambino. Il diventare grande a tutti i costi può anche rivoltarsi contro i suoi programmi di rotta o di gioco o di totale anarchia da ogni sistema organizzato di condotta, per cui sarebbe più interessante verificare altri parametri di esplorazione in rapporto alla dimensione con i suoi "cibi" in senso lato, non limitandosi solo a quelli che gli faranno allungare le ossa e i tessuti, per dirla in soldoni.
Dunque:
quello che invece mi insospettisce, oggi, è questa dimensione del perseverare sul mito dell'utile, quindi del giusto strumento di suzione e di crescita, come fattore verticale esasperante, anche molto economico, che non è solo legato all'importanza del leggere ma anche a quello che sia doveroso leggere, a quello che sia importante leggere e a che cosa, tra le possibili letture, ti farà fare un balzo quantico prima degli altri, elemento performante e altezzoso, che si associa in diversi casi a quella sorta di decaloghi blindati e infarciti di verità posticce e senza fine, che indicano gli accessi della buona cultura come gli omini anonimi e ingessati nelle toilette di un centro commerciale.
Non posso sapere che cosa sarà davvero utile ed edificante per me, se non mi imbatto personalmente nell'assoluta e orgasmica inutilità di un apparato contrario e ammaliante, che a sua volta potrebbe essere ugualmente formativo, pur perseguendo la perversione di un condotto fognario e poco luminoso. Ma quanto può essere illuminante la predica e la direzione assoluta, la freccia che segna nel testo il fattore crescita, utilità e nessun altro? L'universalità e sacrosanta utilità del leggere, potrebbe essere infranta dalla prima pallonata che distoglie un ragazzo con un sorriso diverso, nelle prime ore silenziose del pomeriggio, di fronte a una pagina di Robert Louis Stevenson. Quando una pagina avrà la forza di allontanarmi da altro, di diventare l'elemento oscuro e trainante, iniziatico a un viaggio personale, inutile ma misterioso verso un personale "non dove", allora, forse, l'incontro con un libro potrebbe funzionare come qualcosa di efficace. L'utilità non lo trovo l'elemento trainante per convincere qualcuno a leggere. Non posso sapere cosa sia utile in assoluto per qualcuno. Non lo so ancora per me. Nemmeno ciò che sia davvero inutile: per mia fortuna, e in questo modo, tutto appare più fresco e intonso, non classificato.
Oppure, continuando, tra scrittori: leggere per poi scrivere meglio: chi non ha mai ascoltato un consiglio simile, e come contraddirlo? Intanto sfido un qualsiasi scrittore al mondo a trovare giovamento da una lettura e dallo sprofondarvi davvero dentro, se condizionato dal solo demone della sua svilente e assoluta utilità, per trovare la ricetta del buono, ottimo, superbo scrittore, quella certa ispirazione perduta, o brillio nella disperazione, misticismo, eleganza e affabulazione, come nella massa lavica di un ragù napoletano cotto dal sabato pomeriggio prima per la domenica: quel libro in quel momento lo hai già perso, sei già preso da te, dalla sua utilità ordinaria e non dalla profonda possibile voracità da lupo del ragazzo selvatico, che arranca a zampate verso un viaggio malinconico, violento e solitario, senza mete e sans papiers.
Il miglioramento di uno scrittore è un processo molto ampio e credo davvero poco prevedibile. Scrivere oggi è adombrare l'abisso della totale e spaventosa disattenzione a una propria ricerca intima, personale, dolorosa. Scrivere oggi vuol dire incalanarsi nelle regolette fittizie di poeti iniziati dalla loro filosofia di verità, che storcono il naso davanti a un decasillabo sdrucciolo (sempre quando non lo confondono con un endecasillabo, limitandosi a contare le sillabe e non la posizione dell' ultimo accento) ma nemmeno auspicano tentativi di disarcionarsi dalle regole: vogliono la loro verità poetica. Diceva Miller che una persona che abbia davvero del talento oggi non ha speranza. È condannato dal suo stesso talento. Aveva ragione, Miller. Ha ragione, Henry Miller, che diverse librerie ancora considerano uno scrittore di letteratura erotica senza rendersi conto che è stato uno dei più grandi scrittori al mondo, signori. E non scherzo.
Riprendendo la strada interrotta: potrei quindi aver letto anche diecimila libri, per la foga di rendermi utile a me stesso, e fare la decima parte di chi ne ha letti solo cento, ma per un particolare trasporto, che forse nemmeno si spiega ma che lo ha portato molto più lontano da sé di quanto non immaginasse...e quindi anche da me, chissà. (Ma certo che sì, niente chissà, sarà così). Oggi è fondamentale il profumo della propria cultura e non le vampate di naftalina del nozionismo.
La lettura sarà essenziale se accorpata a una dimensione superiore, di celebrazione della vita attraverso la scoperta o la scopata con un testo e non della sua mera utilità. Della sua bellezza, mistero, profondità. Forse, in certi casi, della sua assurda quanto preziosa inutilità.
Pensando.

domenica 15 settembre 2013

Luci da un attico


Questa sera ho scandito la morte del rosa
quanto il tuo viso scomparve al sereno
dalla spianata limpida delle sette,
nel cielo sbranato al rabbuio verso l'Ovest,
tra le turbìne di corriere più distanti,
quando la nostra compagnia ne rimaneva intonsa,
vertigine di un' assenza al tuo ronzio di zendado.
Un vecchio zoppo arrancava lungo la strada.
Lo mentivo molto stanco dal tradirsi dei passi,
con ampie bracciate di terreno e di lucciole
mi stendeva il segno del solco interpoderale.

La musica temprava di spuma la colma dei ciottoli,
già sparsi mentre il diradare degli scooter balneari
dava forse concluso quel monsone estivo:
uno stormire di amiche dalle schiene scure, 
alla tua cena affollava, iniziata da poco,
e in quella pace, che tu brillasti di anima,
la mia parola fantasma non fu che muta.

Dentro il silenzio


È dentro il silenzio, di alcuni momenti, che possono sembrare piccoli, che si varcano e si snidano misteri e si accorda per bene il proprio suono.
Se non accadesse questa fasciatura silenziosa su quello che sento o che immagino di vedere, sarei sordo o forse anche solo stordito e scriverei sciocchezze. L'assenza del suono, del suono che mi attrae e che mi fa oscillare verso determinate proieizioni, sollecitazioni e relative attenzioni, è fondamentale per ritrovare il nesso con una fase altra, una fase in apparenza inutile, dove spesso mi accorgo di un'altra branca di valori metalinguistici insondabili, ma allo stesso tempo intimi e striscianti di un'oscura consanguineità con il mio mondo espressivo e con la mia vita. 
Lo stesso linguaggio che si ricerca e che si adopera, ha tutt'altra grana se viene sviscerato da una zona intatta e franca dall'affollamento di suoni, di stimoli, di percezioni troppo invasive e scroscianti del gesto meccanico di suzione e rifrazione dello stesso pasto  ingurgitato, soprattutto da territori chiassosi e privi di un'armonia e della condizione primaria per ritrovare il proprio personale suono con cui relarsi o al quale immolarsi. In silenzio o forse è meglio...dentro il silenzio.
La ricerca del mio suono, quello che potrebbe rappresentare un'idea di quello che avverto vero e potabile alla mia percezione sonora di uomo, più che di artista, va fasciata attraverso questa garza, questa membrana fresca e innocua imbevuta di notte e di esorcismi, che diventa molto più luminosa della stimolazione eccessiva alla luce e alle troppe voci.
Se si è davvero in una zona silenziosa, si affronta la comunicazione scritta con maggiore consapevolezza e non solo per il mero gusto del dire per il dire, ma del dire per il dare. La distanza tra i due moduli è abissale.
Questa preziosa fasciatura silenziosa la avverto una madrina che dovrebbe allattare il mio passo, essere l'odore buono del mio passaggio, la mia fragranza, questo anche quando decido di parlare, di dire e di rompere il bianco della pagina, come quello di un qualsiasi post. Il dire con silenzio, significa essere disceso dentro. Scrivere con una discesa più o meno precisa in un proprio laboratorio, comporta un'attività espressiva sintonizzata alle frequenze del proprio mutismo, e quindi delle dinamiche perché questo mutismo si infranga e del mistero, spesso insondabile, che rappresenta il cuore della sassata notturna, la quale non avrebbe il suo fascino se non scaturita da una lunga stasi o apparente pace dalla scure di certi suoni.
Proprio stamattina scrivevo a un'attrice di quanto conti l'essere davvero impressionati, il ricevere un totale e abissale impressionamento da qualche particolare circostanza reale o anche filtrata dal reale in una dimensione parallela di rielaborazione, per comunicare. L'onestà di una certa comunicazione nasce dalla purezza e dalla profondità di un percorso solitario di reale impressionamento, dove l'impressione sia scaturita da un'immersione attenta e coraggiosa in quello spazio silenzioso e puro, dove sfila la fucina del tempo, e dove la vita intinge il suo filo bagnato dentro la tua cruna, o come stanotte, quando ascolto ancora il fruscio delle poche auto lontane, verso l'Appia, e la campagna muore dentro se stessa, come muore l'estate o un uccello ammalato nella febbre rovente del suo nido.
Nel silenzio.
Credo che vi sia l'urgenza di una comunicazione che nasca e si irrori da una pratica silenziosa e non dalla molestia del grafomane o dell'annoiato. La parola sarà matura se scaturita dall'intensità di un vero buio, un buio di gestazione e di accudimento, ma non da questo continuo abbagliare e abbagliarsi, senza tregua, che confonde e ottunde, ma che non inonda mai.

sabato 14 settembre 2013

Baci nell'alba (Bozza e impromptu di cinema)


Che ne rimanga
forse...
l'accidia
di questo
abbraccio 
sfinito,
lo spavento
dei capelli
sul viso
alla tenebra
blanda
dell' alba,
il fumo 
già celeste
sul muro.

O forse...
ancora:
la pioggia
discesa
di quanta
calma
illimpidì
sul  Vomero,
il battito
d'acqua
e  calce
nel tuo
passo
vispo e
pallido
sui tacchi,
è mai
scomparso.

Dalle
tue mani
tremanti,
nei
guanti
spugnati
e
molto
azzurri
alla
mia
nuca
magra:
le luci
tanniche
e opache
nell'
ultimo
autobus
della
notte
a
deposito.

venerdì 13 settembre 2013

Paese in fuochi (Bozza in itinere)


I grandi fuochi 
di una notte,
in palpiti d'aria 
come di cluster,
sfollano d'oro 
le foglie di quercia
dalle corti riaccese 
del paese,
e pasciono nei canali
generosi del grano,
dal fumo bianco e rosa
brillante da una torre
ne sbanda il soldato 
stanco che sorride 
alla vorace gelata 
di biciclette chiare,
scalate di strilli 
nella saetta.

Brancolano 
le ringhiere 
di fidanzati,
tra levrieri 
che strangolano 
l' aperta campagna, 
col fiuto già schiuso 
alla febbre dei morti.