giovedì 26 gennaio 2017

Se la nebbia


Se la nebbia entrasse di furia dai balconi e raggiungesse dalle finestre socchiuse le anime nel loro sonno e le gole con i loro visi, ingoiando insieme a loro le prime voci della sera, il flusso dei sogni, dei rimpianti, dei dolori? Dalle strade rimarrebbe specchiato quel silenzio lugubre di iniziazione, che ricorda quello sospeso di una classe e di un'intera vita murata dai vetri appannati, quando il dito gelido dell'insegnante scorre sul registro per un'ultima interrogazione. Un silenzio fobico e primordiale, che trema e che tace dentro il nero dei grembiuli, come il tramonto di un grande peccato.























mercoledì 25 gennaio 2017

"Inquietamente". Concorso letterario per racconti inediti






Qui il bando ufficiale del concorso letterario per racconti inediti "Inquietamente", la cui scadenza è fissata per il 15 febbraio 2017. Tema del contest "La paura", nella libera interpretazione di ogni autore. L'iscrizione al concorso è gratuita.































Incipit


"All'improvviso, dietro i monti del valico, 
il sole scomparve".

Silvio D'arzo, dal racconto "Una fasciatura ben fatta".











































martedì 24 gennaio 2017

Spiritus inflat ubi vult




"Certo, se uno ha scritto la Divina Commedia può anche dire:  «Io ho scritto il più bel libro del mondo». E devo riconoscere che, personalmente, se avessi scritto la Divina Commedia non avrei nessuna esitazione a dirlo. Ma non per questo mi sognerei di ritenermi qualcosa di più del cameriere che ci ha serviti poco fa. E questo perché? Perché so perfettamente che spiritus inflat ubi vult, che lo spirito soffia dove e quando vuole. E che chiunque, perciò non solo uno come noi ma anche un genio, può a volte cadere da un momento all'altro in un abisso di sciocchezza che fa di lui una nullità assoluta".

Claudio Magris, da "Comportati come se fossi felice".

















Perfezionamento


La speranza è sempre quella di pensare che domani si farà meglio di oggi e ancora meglio di ieri. Ogni minima, anche fugace verifica, riserva questa possibilità, questo diritto di azzeramento e di rivalsa che solo del tempo aggiunto potrà concederci e che ci spinge a continuare; nel ritrattare in modo diverso il prestito con il proprio affare creativo e la propria identità, per poi risalire il fiume dalla prima parola, semmai dalla prima lettera o anche dalla fine, a ritroso verso una nuova luce usurante, prima del prossimo naufragio o annegamento.
Eppure quanta nebbia in questi propositi di perfezionamento. Tutto, in fondo, potrebbe ricominciare e ritornare a essere meno di quello che invece si sperava, anche nell'apparenza verificabile di un progresso, di una strategia a migliorarsi. Questo è possibile. Un miglioramento solo superficiale potrebbe anche sottrarre e non solo aggiungere qualcosa, ma diventare limitante del suo stesso primato. Semmai disgiungere il contatto fragile con alcune intimità che non trovano nutrimento in un'idea così sofisticata di perfezione, ma che incontrano la loro aria ideale solo in particolari, sgraziate deformità. Forse con la rinuncia a questa speranza plastificata – a volte poco ostinata – a migliorarsi secondo alcuni canoni precostituiti, con l'adattamento alternativo a uno stato ineluttabile e disperante di resa, si potrebbe ancora intravedere lo stesso una minima schiusa. Verificando nel vivo l'abisso inesorabile che si avvera per ogni minimo passo di scrittura, per esempio, al di là dei giorni buoni e cattivi, del proprio talento e del proprio impegno, del proprio stile e del proprio linguaggio, ma come sola e unica certezza assoluta su cui basarsi e disperarsi. Sarà forse questa pinna affilata di squalo, che nereggia nel silenzio della mia vita, una plausibile speranza di perfezionamento?

































lunedì 23 gennaio 2017

Quattro impromptu sul vuoto:


Lambire il vuoto, con un proprio pensiero scritto. Un pensiero essenziato del suo vuoto e che si posa sul vuoto, come l'uccello grigio sul filo della luce. 

In questo tormento di dirsi, questo vuoto che divora il volto.

Scrivere del vuoto e nel vuoto sarà solo concime per il vuoto. È solo in quest'intercapedine che vi si azzarda il senso. Dentro quest'atrio assolato, dove si mischiano i saltelli sulla corda con i fantasmi del bucato, non riemerge un suono vivo dall'abisso.

Dentro il vuoto si ha vantaggio di non correre mai rischio di essere in anticipo o in ritardo. Si trascende, con la propria inesistenza o invisibilità, l'accidente comune del tempo. Si rimane in eterno metamoderni, fino al profondo più azzurro di glaucoma.
















domenica 22 gennaio 2017

"Vento forte tra Lacedonia e Candela: esercizi di paesologia", di Franco Arminio.


Franco Arminio
Nelle feritoie di questo bellissimo libro di Franco Arminio "Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia", acquistato la scorsa settimana a Napoli, nella sua prima edizione 2008, ho respirato un'aria nuova, ma che in fondo mi mancava  da tempo e che ho riconosciuto come qualcosa di caro e di già vissuto. Quell'aria misteriosa che tocca l'umore, quando ventila tra due porte aperte e asciuga i pavimenti appena lavati, o dal buio pesto di un vicolo, come filo di un respiro antico che soffia tra le rovine e dalla cruna fobica del suo ago.
L'aria tersa dell'Irpinia di Arminio mi risuona come territorio e stato controverso dell'anima, essenziato da un coma che ne sospende in alcuni luoghi la vita e la morte in uno strano interregno che le trascende. Ed eroso da quel vento da lupi che irrompe già dal titolo e che accompagna nel suo giogo la falcata sana di un cammino lento e appena ruvido di speranza, di quella speranza difficile ma ancora presente all'appello, anche se dalle segrete di un ultimo banco.
Ogni rintocco di questo viaggio ha dentro di sé la pietrosità della luce cruda sul dirupo, in uno sguardo illuminato di scrittura che va sempre lontano e che trafigge le stesse cose da cui è trafitto, lo stesso impulso dolente e creaturale di resa. E poi, spesso a inizio di ogni capitolo e anche nel mentre della scorsa, affiorano come sprazzi azzurrati di neve queste manciate di versi, nelle trame lunari di paesaggio e dei suoi fantasmi, che risalgono a fatica l'abisso:

Salendo verso la fine del paese
il silenzio è così forte
che si sente assai vicina
la calma della nuvola
che ha partorito la neve
e la nasconde dentro le cantine.
Paese chiuso, seduto sull'osso
dove non cresce neppure la rovina.
Sono venuto qui a pregare
su questo altare
oggi che il vento è così forte
e sparpaglia pure le ossa dei morti
nelle bare.



Franco Arminio, in questi esericizi ispirati di paesologia, ha lavorato a questo affresco con un utilizzo delle parole misurato e prudente, facendo sempre attenzione a non rompere mai l'incanto, ma nemmeno a forzarlo, e a stagionare ogni suo passo dentro quella stessa mota dell'animo e della memoria, dove affiora e poi scompare e riappare il senso – e dissenso – funesto del sacro, di cui si essenzia e insieme si districa questo scenario muto e divorante, sempre così stabile nella poesia e nella disciplina del suo disfacimento. In questo tacere così intenso, la parola svela il tuono del suo fendente e insieme serba il suo segreto crudele, la sua faglia sismica che solca i cuori, i visi degli anziani, le gambe tristi delle ragazze dentro lo spleen soffocante della prima sera.
Mi è difficile scegliere tra i tanti tratti rappresentativi di quest'opera che mi ha così innamorato, così ricolma di saggezza, di storia e di poesia, come di quella sobria delicatezza che alla fine non si dimentica. Ne inserisco un frammento qui di seguito, relativo al capitolo in cui Arminio parla di Castelnuovo di Conza. Lascio con queste parole la sintesi di questo mio piccolo quadro, sperando di averne lasciata incontaminata la sua preziosa risonanza, il palpito chiaro del suo cantus firmus:

"Sto in piazza Umberto I, una piazza senza insegne e senza abitanti. Sarebbe bello stare in questa piazza con una donna, prendere insieme questo silenzio e questo sole. Io trovo questi posti estremamente romantici, credo che non ci siano luoghi migliori per amarsi".