sabato 21 gennaio 2017

L'architettura della tensione e il tocco sulla vita


Nell'abbandono alla stesura di lavori lunghi di narrativa, soprattutto quando mi decido a considerare chiuso l'impianto, esistono sempre degli attriti che vengono fuori a distanza e che mi tormentano, a volte come lo sfregamento di un'unghia sul vetro di una finestra. Fra quelli principali l'ostacolo a una certa fluidità di linguaggio, del mio linguaggio, alla tensione e all'uniformità di una certa rispettiva tensione, che preservi il lavoro da picchi improvvisi come dalla melma delle sabbie mobili. Una sorta di compromesso politico-storico tra gli eccessi. La scrittura è sempre un'attività che si muove nel bilico e nelle tenebre più fitte; la viscosità delle sabbie mobili è sempre in agguato, per quello che ho avuto modo di constatare nelle mie verifiche post-revisione. L'esigenza di una certa tensione da preservare nell'architettura e nella forma di un progetto, la avverto in relazione alla necessità di armonizzare i vari strati dell'opera in un certo magma pulsante, ma che abbia sempre una sua pronuncia occulta e coerente nell'espansione, nei suoi accenti che ritornano, nella scelta dei suoi incroci, nelle sue diramazioni dinamiche, come nelle sue stasi più feeriche o meditative. Un senso di chiarezza che nasce da tanti elementi correlati in un'ortodossia, che hanno a che fare con il ritmo, ma anche con il respiro, con la scelta dei silenzi, insomma con tutte le coordinate emozionali e sintattiche che in qualche modo devono comunicare e interrelarsi in una composizione. Un pendolo interno, che scandisca senza imprigionare il tempo più o meno immaginario di quella vita, ma che sancisca delle regole severe di base, pur nella personalizzazione e nello spazio misterioso di un proprio universo creativo, allo stesso modo dei rintocchi delle ore di un giorno da un campanile di un piccolo centro. Credo che la più grande libertà nell'esprimersi sia farlo nell'identificazione di un proprio assetto formale, nella ricerca accurata di una limitazione congegnata a restringere, a rispettare determinati confini, per poter diversificare non solo la grandezza delle distanze, ma soprattutto la qualità fondamentale di un orizzonte. 
L'abisso più spaventoso, quando mi immergo con tutto me stesso in un lavoro di scrittura, è preservare l'autenticità dell'intento con una struttura armoniosa, che abbia un'impalcatura stabile e non casuale, con dentro dei diktat ben precisi, orientati però a dare luce e a ventilare le mie stanze, e mai a soffocarle. Esiste sempre un demonio matematico in ogni passaggio, anche nel più inconsapevole è necessario un sostrato con una sua stabilità. Credo che dalla ricerca accurata di una tessitura, si possa realizzare un senso di scrittura, ma anche delineare uno scrittore per quelle che sono le sue responsabilità principali, il suo valore e le sue caratteristiche. Lo scrivere a caso, per esempio – cosa ben diversa dall'abbandonarsi ai misteri di una narrazione senza sapere quello che accadrà: questa è una delle cose più affascinanti quando si scrive – è quell'atteggiamento di superficialità nei confronti delle proprie scelte, dei propri passaggi, che denota una mancanza di riflessione e di sensibilità. Anche uno studente di pianoforte dei primi anni conoscerà le regole fondamentali della tecnica, avrà e starà esercitando la lettura delle note, la conoscenza degli accordi fondamentali, delle forme musicali, la magia del tocco, nei suoi primi o secondi passi. Quegli esercizi noiosi e quotidiani, saranno il concime per il respiro futuro delle sue esecuzioni, dove ci si augura che lo studente non pesterà mai sui tasti a caso, ma si muoverà in una determinata traiettoria. Perché lo scrivere, a volte, lo si considera come un universo a parte, regolato spesso dalla sola ispirazione, dal sentimentalismo di un momento fortunato, incoraggiati dal fatto di aver scritto sempre dei bei temi alle medie, ignorando che vigono le stesse regole che lo studente di pianoforte deve affrontare e patire, prima di trovare la sua libertà, il suo cuore, il giusto respiro dell'esecuzione? Lo scrittore che esegue senza respiro, spesso è un pianista che pesta, che strilla e che non lega bene i suoni. Scrivere bene è come per un pianista cercare il suo legato, il suo tocco sulla vita segreta dei suoni, che è una delle cose più difficili per uno strumento a corde percosse. Anche la scrittura è uno strumento a corde percosse. Anche la scrittura ha i suoi precipizi, i suoi ostacoli, i suoi tasti neri e le sue regole tonali. Anche la scrittura necessita di un certo tocco sulla vita.
Il pericolo, quando scrivendo non si affronta ancora il quadro d'insieme nella sua ampiezza e ariosità, è quello di attorcigliarsi in fermenti linguistici che distanziano dall'uniformità, quindi da quella certa tensione o ritmica che sottende un'unità formale definita, al compimento di un oggetto estetico, che contempli a suo modo una sua idea di ordine, pur nelle stravaganze del regime apparente di puro caos. Le sabbie mobili a volte consistono nell'utilizzare dei vezzi, delle particolari progressioni, avvertendole parti vitali di una certa espressività astratta, senza accorgersi che in diversi casi scompaginano e affossano l'equilibrio di una certa sezione e quindi di un insieme, rendendo più muto e più sterile degli altri quel pezzo di paradiso emozionale nel quale ci si credeva graziati da chissà quale rivelazione. Il controllo consapevole del gesto, dello slancio, avviene sempre a una certa distanza temporale dal primo o dai primi getti, e con un occhiale più attento ma anche più freddo, che spesso denota quanto la parsimonia e la semplicità, nella scelta e nella ricerca di una singola parola, apportino molta più energia, nutrimento sensibile ed equilibrio, di tanti apparenti slanci di lirismo o di spianate baroccheggianti, che a volte, senza una linea di condotta, potrebbero rappresentare davvero l'inizio della fine. Il gorgoglio viscoso delle sabbie mobili. Quest'analisi è frutto di alcune mie personalissime osservazioni individuate durante la mia pratica di scrittura, dove la viscosità di solito è sorta da un desiderio di alzare la voce per sentirmi più vivo e vibrante nella narrazione, per arrivare prima, o per forzare l'illuminazione del momento narrante e del mio ambiente creativo, dimenticando una differenza sostanziale che è quella che si frappone tra il volume e l'intensità. Qualcosa di elementare, che a volte potrebbe sfuggire, ma che come tutte le piccole cose ha il suo grande peso. Come lo ha quell'inafferabile legato, per il nostro giovane pianista di poco fa e per il suo tocco sulla vita:





































venerdì 20 gennaio 2017

Un'intervista da "Storie" a Carlo Mazzacurati





Atlante orientale: intervista di Stefano Stringini a Carlo Mazzacurati, – regista scomparso nel gennaio del 2014 – dalla rivista internazionale di cultura "Storie".
































mercoledì 18 gennaio 2017

Squarcio prospettico



"Mai il mondo mi è apparso più minaccioso e offensivo che da una vetta alpina".

Thomas Bernhard, da "Goethe muore".


















martedì 17 gennaio 2017

L'errore fondamentale




"Gli errori che saltano agli occhi in un'opera, o anche che semplicemente si vedono, sono, appunto perché tali, facilmente rimediabili, e non contano. Conta l'errore fondamentale, la visuale sbagliata, che informa di sé specialmente le parti neutre corrette, e di qui va individuato e stanato; il che torna come dire che esso è irrimediabile, a meno di distruggere l'opera. I nèi visibili tutt'al più servono da indicatori di quel che c'è sotto".

Cesare Pavese, da "Il mestiere di vivere".



















lunedì 16 gennaio 2017

Letteratura e giudizio estetico condizionato. Da Mann a Bernhard e Marías

Mi accorgo di quanto sia difficile porsi in modo obiettivo di fronte a un'esperienza artistica, diciamo anche creativa, sia dalla prospettiva di chi ne sia l'artefice, che di chi ne fruisca i contenuti, l'eventuale nutrimento – nella scrittura e nella lettura avverto un comune intento creativo: chi scrive e chi legge completano, in quell'incontro, un tratto comune e interattivo esperienziale complesso. Ritornando all'obiettività, mi accorgo dei condizionamenti che ci legano ad amare ciò che amiamo e ad allontanare se non ad odiare, in diversi casi, ciò che non ci arriva e non ci cattura subito o, ancora peggio, non ci intrattiene e non risulta adeguatamente appetibile, come se solo in quel godimento e in quell'appetibilità fosse custodito il suo valore. O come spesso anche accade con un'ideologia, con un credo assimilato come latte nelle pareti domestiche, che si assorbe e si calcifica perché parte condivisa, quasi lineamento comune tra persone che abbiamo amato, nelle quali sentiamo di credere e che a volte ci convincono della giustezza di alcune o di gran parte delle loro scelte in materia di politica, di etica o di letteratura e del loro intrinseco valore assoluto, come se avessero una garanzia di validità e di assoluto per il solo fatto che appartengano al loro e nostro mondo e non a quello degli altri. 
Mio padre considerava Thomas Mann un grandissimo scrittore. Uno dei più grandi e "La montagna incantata" uno dei più bei romanzi mai scritti. Il miglior romanzo mai scritto, ricordo ancora il suono caldo della sua voce quando ne parlava. Ho amato molto Thomas Mann e "La montagna incantata" anche perché ho amato molto mio padre; per la profonda nostalgia di quel grande amore. Ma col tempo e attraverso una maturazione precisa di un certo orecchio e di una certa esperienza, anche molte diramazioni di amori letterari importanti, si sono fusi nella saliva del mio gusto e della mia interiorità con la convinzione che vivessero di una loro grandezza autentica e indipendente dall'evocazione del loro amore, della loro efficacia o della loro presa, ma quindi per qualcosa che trascendesse il fatto che fossero opere o scrittori amati da mio padre o che mi avessero avvinto e convinto per quel determinato amore incondizionato e profondo, ma perché avevano in sé quella sorta di luce vera – questa la inserisco come citazione "clandestina" bertolucciana – di una loro intrinseca verità autonoma superiore, che non sempre potrà essere discutibile o ritenersi valida per il solo fatto che rientri in certi canoni o parametri numerici e popolari di consenso o di gusto personali, o che appartenga a certi credo o vincoli consanguinei più o meno autorevoli, come nel mio caso di poco sopra. (Aggiungo che lo stesso discorso potrebbe valere per chi fa esattamente il contrario: odiando, in letteratura, tutto ciò che è stato profondamente amato dalle persone importanti della propria vita.)
Se qualcosa non arriva fino a noi è anche perché forse non siamo ancora pronti per quella qualità di amore o rapimento e non perché l'opera in questione vacilli. Questo potrebbe avvenire in certe situazioni, ma non accade di sicuro in determinate altre. Se qualcuno non ama "La Recherce" di Proust, ma anche una miriade di testimonianze contemporanee, in materia di narrativa penso a "Estinzione", ad "Amras" o  "Perturbamento" di Thomas Bernhard, a "Domani nella battaglia pensa a me"di Marías, il problema non sarà mai legato a queste opere o a una loro possibile imperfezione di sorta. Di questo ne sono certo. Anche se diversi lavori non avranno mai l'universalità per prendere tutti allo stesso modo e quindi per essere amati, c'è da dire che non era soltanto quella la loro funzione primaria e nemmeno sarà la controprova di un loro valore intrinseco e universale, riconosciuto in diversi casi da fonti autorevoli e attendibili (riguardo Marías penso a Pietro Citati, il quale considera, non a caso, "Domani nella battaglia pensa a me" uno dei più grandi romanzi contemporanei, credo il più grande romanzo contemporaneo mai scritto). Ci sono cose grandissime che mi arriveranno con ritardo o che non mi arriveranno mai, ma la cui grandezza non sarà minimamente scalfita da questa mia resistenza o freddezza alle loro fiammate. Allo stesso modo sentirò di difendere a spada tratta l'universalità di tantissime opere e scrittori, al di là del grande amore che provo per loro, che non sarà mai una prova della loro grandezza, ma solo un lieve accidente. Sono e saranno grandi comunque, al di là di quanto siano stati avvertiti tali. Anche per chi non li avrà letti e non li avrà amati. Soprattutto, direi.  In diversi grandi casi, non tanto rari, è e sarà così. Secondo me.











 
























domenica 15 gennaio 2017

Caro Za



                                                                          [primavera 1933]

Caro Za,
la ringrazio della gentilissima lettera, e mi scuso per il ritardo. La campagna è bella intorno a me, ma io la posso guardare appena. Studio sconsolatamente. Non riesco a pensare alla morte, la vita mi attrae ma mi sento timido di una timidezza profonda, che anzi esteriormente mi comporto abbastanza bene. Ho delle poesie nuove, poche, ma semplici e sincere; fra queste e altre più vecchie ne avrò una trentina: a leggerle in fila mi commuovo, perché non mi sembrano mie, e nello stesso tempo vedo che la parte migliore di me vi si deposita. Mi piacerebbe farne un librino da mettere vicino a Sirio, che è più giovane ma più virtuoso e meno sentimentale. Allora mi vedrei un po' bene. Aspettiamo l'umanista al varco, Campanile è in completa decadenza, di altri non ne esistono. Timpanaro m'ha scritto una letterona simpatica. "L'Italiano" è bello, ma è un po' un giornale umoristico. La "Fiera" è grigia e polverosa. Ha quella vecchiaia triste e precoce di certe villette di due o tre anni fa. Tutto è odiosamente letteratura di 2° ordine. Importa scrivere dei bei libri, godere un po' la vita e basta.
Le scriverò più a lungo.
Un abbraccio    
 tuo Attilio                                                                                        

Lettera manoscritta di Attilio Bertolucci a Cesare Zavattini, dal carteggio 1929-1984: "Un'amicizia lunga una vita". Mup editore. 2004




















sabato 14 gennaio 2017

Gli attimi di silenzio


Gli attimi di silenzio, in certe ore del mattino del sabato, appaiono interrogativi. Si dilatano come lampade misteriose, alle quali si vorrebbe rispondere; ma dove vi è sempre qualcosa che impedisce una risposta, una sorta di bavaglio sul paralume. Lo stesso silenzio, come questo mattutino del sabato, impedisce il completamento della domanda, la sua risoluzione nell'armonia, il segno fermo della sua diagonale religiosa. Una domanda composta attenderebbe una risposta altrettanto composta, quanto un accordo sospeso in una cadenza piccarda. Ma i frammenti interrogativi di questi attimi appena imbavagliati del sabato, non possono fare altro che dilatarsi in risposte frammentarie e altrettanto silenziose. Nell'incontro muto di questi flussi spesso si nasconde un movente che porta a rompere lo stesso silenzio. A concedersi al lutto della parola scritta. Per creare una certa connessione tra quello che il silenzio interroga e tra quello che lo stesso silenzio risponde o sottende alla missione di una possibile risposta. A volte basterebbe un suono, anche un solo fruscio, per interrompere questa comunicazione così violenta, pur se fatta di assenze e di risonanze invisibili. Dentro di me, quando scrivo, accade sempre qualcosa che ha a che fare con la voragine del silenzio, con quanto valga la pena davvero di sporcarla, di infrangerne la nettezza dei bordi, la purezza cattolica nel bianco del suo muro. Eppure è solo da questa grana minuziosa che posso partire in una mia direzione. Attraverso la follia del disordine rimpaginare l'esattezza del gelo. Da qualcosa di trattenuto, di oscuro, potrò forse avventurarmi nella luce fredda dell'inverno, come in una cavalcata polverosa di neve slanciata di furia dentro di me. Ma tra poco il mattino di questo sabato sarà più maturo. I passi dal piano di sopra diventeranno delle nuovi voci, molto più concrete dei frammenti di domande e di risposte inesplose che si sono avvicendate, nella loro forza come nel loro riserbo, in questo primo mattino. Ancora qualche minuto e ascolterò l'accensione dei motori dai garage, lo scroscio delle tapparelle, il tintinnio delle tazzine. E questo mattino ritornerà convenzionale, pur nel suo fobico disegno cittadino. A volte è davvero una questione di istanti. Scrivere qualcosa un attimo dopo un certo impulso, quando è ormai già passato e quindi anziano, non sarà mai più lo stesso. Ed è in questa lotta misteriosa contro il tempo e con il suo silenzio, che preferisco scrivere e poi tacerne. Come ombra di questo giorno e di questo nuovo sabato in chiaro, con dentro l'azzurro di un muro del Vomero, l'alone di rossetto sul bicchiere, l'insegna romantica di Gay-Odin in controluce. E raccontare. Ancora: ma tacendone sempre di più. Come se tutta la mia vita respirasse nell'alba tersa di un inverno in sordina.