domenica 16 ottobre 2011

Taccuino

Sono convinto che nell'impulso di scrittura e in successione in quello più descrittivo, si giochi una sfida con l'inesprimibile o l'inespresso. Con quello che potrebbe giacere per lungo tempo senza voce, ma che in qualche modo va smosso, anche di poco, dal suo processo di stasi con un esercizio costante, a volte svelto e radioso, altre volte cupo e logorante. Tutto il non detto, e il non scritto o il non ancora scritto, risentirebbe di questa frustrazione, così quanto il detto, lo scritto e il già scritto.
Quando questa frustrazione diventa invece altro, si intrattiene e si diverte con altri spasmi o pulsioni, allora si starà cominciando un altro passo, forse più pulito, e l'inespresso diviene così importante quanto o di più di quello che si esprime, da essere desiderato sempre più oscuro, in modo da rafforzare tutto l'impianto e tutti i passi e i passaggi che si affineranno per proteggerlo del loro stesso chiaro.
Una matrice e non un handicap. Mi esprimo, in questo caso, solo se sopprimo qualcosa, e in questa soppressione avviene una certa fecondazione o risonanza di espresso dal soppresso.
Solo con qualcosa di inespresso, si potrà garantire autenticità a quello che si pensa e che qualche volta si scrive e si esprime. Nello sforzo e nel contrasto degli opposti, forse si crea. Dall'oscuro ci si imprime.

Il disabitato: estratto Primo capitolo

Il disabitato Di Luigi Salerno, Edizioni Il Pavone 2011 - Estratto

sabato 15 ottobre 2011

Meerschaum di Luigi Salerno (Prova tecnica Atto Unico con finale)


Meerschaum

Questo breve Atto Unico, è una piccola prova tecnica sulla consapevolezza e sulla fuga dalla dimensione affettiva, rilette in una chiave insolita e sospesa tra aspetti surreali, onirici e grotteschi.
Una ricerca della trasgressione nella famiglia e della familiarità e del riparo nella trasgressione. I sei personaggi, in questo caso tre coppie “clandestine”, rifugiate per una breve vacanza in un locale freddo e senza letti, non si accorgono di aver scelto come amanti e come mariti gli stessi professori d'inglese dei loro corsi. Tre ruoli diversi con le stesse persone, che si ritroveranno sempre tra i piedi, in qualsiasi dinamica di relazione e altrettanto inconsapevoli perché altrettanto accecati dalla furia del cambiamento. Come in un gioco dell'oca, le pedine avanzano nella nebbia, mosse da lanci di dadi ignoti, e fuggendo ostinatamente dalla percezione di un minimo richiamo affettivo in ciascuna delle loro scelte, e senza riuscire a comunicare. Quando avvertiranno in lontananza il rumore della schiuma del mare, come richiamo a un ascolto più interiore e raccolto alle loro esigenze più profonde e sconosciute, forse sarà troppo tardi.
Una piccola prova sperimentale e in embrione, per cercare di analizzare una mia idea della solitudine; la cecità del desiderio di fuga e di ritorno, che spesso lascia accecati e murati nello stesso luogo. Nelle stesse reti.

Writers

Writers, un programma per interviste a scrittori emergenti. Scovato ieri, originale e ben fatto. La scrittrice dello stralcio di puntata è Valentina Coscia. Il conduttore è Dado Tedeschi.

La malinconia di un personaggio

Capita che anche un solo pensiero, non scritto, può diventare parte reale della mia vita, quanto le cose che vedo, che tocco, che sento concrete e presenti. A lavoro finito, diversi personaggi vengono a costituirsi parte integrante della mia ossatura, del mio quartiere, la sera, appena illuminato, dei visi che intravedo, allo stesso modo di tutti quelli che non hanno avuto la forza di rimanere a galla nella storia.
La scrittura molte volte diventa una grande opportunità di incontrare una grana più sensibile e rara di malinconia. 
L'amore con il personaggio accudito, preservato, intarsiato, nel tempo, viene corrisposto nel silenzio, senza possibilità di recuperare il respiro, un solo battito di contatto.
Rimane sempre un conto aperto, con quanto avrei potuto dargli di più, della mia vita o dei miei incubi. E questo conto rimarrebbe aperto allo stesso modo, se al personaggio rievocato, avrei dispensato tutte le premure e le attenzioni che avverto mozzate e incomplete una volta calato il sipario sul testo. Se non avvenisse questa sorta di sospensione e di ansia, non saprei più come cominciare la prossima stesura. Tutto quello che manca e che mi distanzia da un certo appagamento, diventa concime per i  tratteggi successivi. In diversi casi tratteggi precedenti, accantonati o frutto di piccoli appunti, ritornano a vivere e a rinforzare una fisionomia, un dialogo, la descrizione di un silenzio, di un grido, di un amplesso. 
Non credo che si disgiunga il percorso che delinea una forma umana, anche se confusa, da un'altra, nata in momenti e situazioni diverse. Tutte le realtà mutanti che ho avuto modo di scoprire e di perdere nella storia – questo perché quando la storia parte, per uno scrittore comincia una perdita, una sorta di abbandono, di un suo limbo, di un suo stadio protetto e immune, che sarà costretto inevitabilmente a modificarsi per ogni minimo impatto successivo –, ritornano dopo tempo, come cani sulla tomba del loro padrone o sull'uscio di casa lasciato aperto, con qualcosa che brilla sul fuoco. 
Per ogni minimo contatto anche svogliato, quello che pensavo accadesse, diventerà e scivolerà nell'effetto di delusione o di stupore dopo l'incidente della lettura. Uno scrittore mai letto, potenzialmente ha ancora un rapporto puro e protetto con i suoi personaggi, non ancora trafitti e toccati dalle percezioni di chi legge senza immaginare, ma contando le lettere. Ancora intonsi, dalla possibilità di condizionarli e viverli, una volta letti e incidentati, come altro, come parte colpevole di qualcosa che poteva essere e non è stato, che poteva dire e non ha detto. Ma se qualcuno conta e non legge e non riesce a immaginare dalle mie parole, sia ben chiaro che la colpa sarà sempre la mia. In ogni caso. Fa parte del gioco, ci sta!
L'unica ancora che mi preserva da questo stadio di grande cupezza, rimane  la speranza della grande malinconia, di ciascuna parte di finzione con cui avrò percorso un certo tratto, zoppicando o saltando gli ostacoli, ma con una parte della mia sensibilità e percezione del reale, che non tornerà più, nemmeno se clonata o imitata nei dettagli delle prossime stesure, come in quel percorso finito.
La malinconia di un personaggio, di uno solo, che mi riappare dopo tempo, è la speranza di tutti gli altri, che abbiano ancora qualcosa da dirmi, di forgiare questo ruolo confuso e di slanciarlo oltre il solo confronto e conforto di un lettore o di mille o di nessuno, verso un livello intimo di comunicazione con un livello di tempo e di realtà, della mia vita, che in altro modo non avrei mai raggiunto, e che non   imporrà nessuna condizione di utilizzo o di profitto, dalla dimensione insostituibile di quel momento.
Il processo dello scrivere, è tanto arduo, quanto di più si avvicina a questo spasmo di ricerca verso un fattore interno e silenzioso,  che è l'unico che possa dare una voce e una risonanza all'ultimo personaggio della storia, quanto al primo. L'unica medicina è il provarne quel tipo di malinconia o trafittura, nel tempo. Nella mia ricerca dello scrivere, avverto di avere sempre qualcosa sul fuoco, e con quella luce sola di fiamma, illuminare gli ambienti della mia scrittura, per lasciare la possibilità al cane che non ho di ritornare a casa.

venerdì 14 ottobre 2011

Prima di spegnere. L'originalità

Questo è uno di quei post, che hanno rischiato di non esistere, così come tante parole che ho scritto senza volerlo, e forse senza nemmeno saperlo fino a due secondi prima di lanciarle. Come uno starnuto. Un post-starnuto.
Niente di che. Dalle mie parti è appena scoccata la mezzanotte, e mi veniva di parlare dell'essere originali. Di quanto sia facile e sia difficile parlare di originalità, dell'essere originali. Sento molto dire dell'originalità, come se fosse un valore aggiunto, ma certo che lo sarà, sarà un valore aggiunto se si beccherà quella autentica, che abbia quanto meno un valore – non è detto poi che lo abbia sempre. 
Che cosa significa essere originali? È originale quello che ho scritto fino a questo momento? La storia dello starnuto post, per esempio, è davvero più originale della parte precedente, o del collegamento successivo, che mi sta dando fiato, perché potrei aver perso il filo, la forza e la voglia di continuare? Quest'ultima parte, questa, questa che è appena passata, per esempio, forse sarà questa ad essere più originale del post allergico o starnuto, come diavolo si chiama? O c'è ancora dell'altro? Ma come farò a definirlo e a dargli forza se non so che cosa sia? Posso descrivere con una certa cura, la differenza tra un luogo di mare e un luogo di montagna. Credo che non sia così problematico. Ma tra un modo di scrivere originale ed uno tradizionale, non mi viene niente. Non saprei dove cominciare e quindi dove finire. Comincio finendo. La scrittura per me è quasi tutto buio. Non è mare e non è montagna. Parlare dell'essere originali è però fondamentale se si tenta di scrivere e di descrivere un mondo attraverso un occhiale. Non è detto che i conoscitori dell'originalità e dell'essere originali, alla fine lo siano di più di coloro che come me ammettono di non avere le idee troppo chiare in merito. 
Una cosa però è certa. La volontà o lo spasmo verso l'originalità, è un cattivo segnale. L'attrazione nell'essere a tutti i costi originali, è molto comune, quindi poco originale o meglio: troppo più comune, – non avendo chiaro il concetto, conviene ragionare un po' per assurdo. 
È un segno di pericolo lo spicco del balzo. Sembra che qualcuno ci tenga a tutti i costi a distanziarsi, e a calcare le tinte, e a fare il possibile per essere di spicco con la forza, con la tinta carica. Molte volte l'originalità ha più calore e più intimità delle cose comuni. È più semplice delle cose molto comuni. Le cose molto comuni sono le cose originali. Non credo che nessun aspetto troppo comune non abbia in sé dell'originale, e non credo che nessun aspetto troppo originale, non abbia in sé del comune.
L'originalità, secondo me, non è così lontana da una cosa comune. Se ci si allontana con troppa coscienza da un aspetto troppo comune, si è meno originali di un linguaggio detto comune, ma anche da un modo di vivere che si dice più comune. Si diventa scomunicati dal linguaggio comune, che è quello che ci consente di sopravvivere nella nostra lingua. Sarei tentato, nel mio buio, di escludere anche l'esistenza di cose comuni e di cose originali. Sarò originale per lo stesso numero di persone che mi riterrà comune. Potrebbe avvenire tutto e il contrario di tutto. Vi sono persone che sono orgogliose di essere chiamate sbadate, trasognate, come se questo potesse essere sinonimo di artista. E si offendono da matti se vai a toccare qualcosa che non va in quello che fanno, se cerchi  di mettere in discussione la loro capacità di essere distanti, migliori, meno comuni. Meno originali.
Credo che esistano definizioni utili a cominciare un percorso lungo e senza mete, e non a concluderlo o a fingersi etichettati. Se qualcuno troverà originale quello che leggerà dei miei scritti, non sarò mica più felice? Che cosa significa essere felici per essere definiti fuori dal comune? Ed essere fuori dall'originale, allora? Dove lo mettiamo?
Credo che una soluzione a questo percoso postifero, è il caso di dirlo, che ho impiantato questa notte, sia quella di non pensarci. Una soluzione comune. Non pensare a quello che si vorrebbe si dicesse di noi. Nessuno ci amerà mai quanto noi stessi. Nessuno ritornerà sulle nostre parole tutte le volte in cui ci siamo tornati noi, ma spesso pensiamo il contrario. Non possiamo immaginare che gli altri non leggano nelle nostre parole le fioccate di nevischio che vi leggiamo noi – io per fortuna non più: ogni paragrafo calpesto merde! – o che non notino i capelli sciolti e azzurri delle fate con cui sognamo di dipingere un mondo distratto o preso da tanto altro.
Non immaginiamo di poter essere meno originali e quindi meno felici nel non sentirci diversi come pensavamo. Io credo che nella vita conti il sentirsi amati, e non tanto il sentirsi diversi.
E poi perché ho parlato di soluzione? Non la vedo una cosa tanto problematica, più che altro enigmatica, insolubile, complessa. Come la vita, d' altra parte.
Sto imparando ad amarmi di meno. Ad amare di meno le cose che faccio, per lasciare spazio a quello che fanno gli altri. Ad innamorarmi della scrittura degli altri e imparare. Imparare, imparare, imparare, ad amare allo stesso modo quello che fanno gli altri quanto o forse di più di quello che faccio io.
Credo che sia la cosa più originale e intelligente da farsi, secondo me...
Passo e 
chiudo.

mercoledì 12 ottobre 2011

Concorso Letterario Aspiranti Autori We Pub.it


Le iscrizioni al concorso, indetto dalla nuovissima casa di editori nativi digitali WePub,  scadranno il 31 Dicembre 2011. Non è contemplata alcuna tassa d'iscrizione.
Qui i dettagli, le Faq, il regolamento.
Sul loro sito si potranno seguire quotidianamente i nomi dei testi in valutazione dei relativi autori, durante il periodo della loro lettura.
Un'intervista ai fondatori da Giovanni Venturi: Intervista ai fondatori di We Pub
Un'altra da Storia Continua: We Pub You!