giovedì 6 giugno 2013

A treno già partito:

Ci si accorge di sé e di quanto si è vivi, per quanto dentro ci arrivino le immagini attraverso la memoria. La memoria, in alcuni frangenti, parla per immagini. Non ha sempre un suono ma una sua luce nativa, o luce prima, che riesce a rimanere accesa nel tempo e a dirmi di me.
Ritorno alla prima persona e ricordo, imparando quello che sono e che sono diventato, per quello che il ricordo mi racconta di me. Del me ricordato che è lo stesso che sta ricordando, ma sdoppiato.
Ero in un treno locale per raggiungere una località del basso Lazio. Credo di avere avuto circa quattordici anni, o qualcuno in più, non ricordo con troppa esattezza l'età, ma ricordo il mese – luglio – e ricordo una ragazza che doveva scendere alla fermata di Minturno, che era in piedi, io invece ero seduto su quei seggiolini arancioni che scattano automaticamente all'interno quando li lasci, di solito erano presenti, in quei treni, sulle aree barcollanti e metalliche dove si trovavano le porte automatiche. 
E da quel punto, mentre il treno cominciava a rallentare, dalla camicia bianca di quella ragazza appare un seno nudo e perfetto, come un fantasma dal vetro di una casa innevata. Si scorgeva il capezzolo teso, il rosa della pelle del seno morbido e ben formato, ombrato dal tessuto leggero e schiuso della camicia, appena reattivo ai sobbalzi dello sferragliare del vagone. La ragazza aveva dei capelli lunghi e in testa un cappellaccio da cowboy. Un viso avventuroso e sicuro di sé, che mi incantò come se fosse un fiume, una montagna, un airone. 
Quello che mi ha colpito di quella visione, è che nonostante le mie tempeste ormonali, si tramutò, sia al momento stesso che nelle successive rivisitazioni, anche in quello stesso frangente di discesa, in un momento di tenerezza e di stupore sconfinati, molto lontani dalla sola pulsione a chiedere il permesso di allungarvi una punta del naso o della lingua, o di chiederle se morde e quanti anni ha, come si farebbe con un cane. In quel momento quel seno mi aveva cercato, aveva cercato dalle sue ombre di quella camicia la mia vita solitaria e rabbiosa di viaggiatore quattordicenne rimandato a settembre, credo due se non tre materie, e aveva incontrato il mio sguardo, come in un sorriso.
Esistono uomini,  persone che conosco e che ho conosciuto, che accompagnano molto spesso la visione di una parte del corpo di una donna, con imprecazioni ai Santi, bestemmie varie, maledizioni o parolacce, che includono le posture più diaboliche a cui il povero soggetto femminile, malcapitato e osservato, avrebbe dovuto sottoporsi per la colpa della sua bellezza. Una sorta di castigo, per il solo fatto che quel corpo così appetibile non sia in proprio possesso e che la donna che lo ostenti nasconda sotto i capelli le corna e sul fondoschiena una codina arricciata.
Invece a me quell'immagine mi ha trafitto di una malinconia infinita, per il fatto che la proprietaria di quel seno, dal cappello avventuroso di cowboy, non l'avrei mai più rivista. Non ho mai minimamente pensato al fatto che sotto non portasse niente come una sua forma di seduzione o di colpa: questa è stata sempre una dimensione lontanissima da me. Non sopporto chi debba punire una persona per una sua ostentazione involontaria, come immagino che fosse, ma anche nel caso avesse continuato a farsi osservare sua sponte in quella feritoia pomeridiana, mi avrebbe donato un ricordo tenero, senza parole, che forse ha ancora il suo valore delicato di sogno. Un ricordo simile alla tenerezza di un polso, di un braccio da una manica corta di cachemire, di una piccola nuca, di un sorriso che non rivedrò ma che nemmeno perderò più.
Lasciamo che la bellezza di una donna si esprima senza addentarla. Addentare un seno con troppa forza, anche solo imprecandovi contro perché è stato mostrato, è come sgualcirlo. I seni delle donne vanno sognati, e disegnati, qualche volta sfiorati con gli occhi e poi ricordati. Così come quel cappellaccio da cowboy, che ogni tanto mi fa sentire uomo per il solo fatto che da quella tesa appena inclinata mi arrivò a sorpresa un magnifico sorriso, a treno già partito.

mercoledì 5 giugno 2013

Il silenzio disabitato

Avverto sempre un carico di emozioni irreali, che attraversano non soltanto le dinamiche dei miei processi creativi, ma diversi passaggi della mia vita; come se queste emozioni mi arrivassero da altri, non fossero le mie o le assimilassi, le prendessi nell'aria, come raffreddori.
In questo misterioso incontro di risonanze, mi accorgo insieme di crescere e di inciampare, di precludermi la semplicità di alleggerire il carico, senza rendermi conto che quella ferita è parte naturale di me, a volte una feritoia con una luce di un interno, che mi aspetta per cena.
Mi accorgo di sentire la febbre di questo carico e di dover spalancare le finestre per fare aria. E quando le finestre sono aperte ed entra l'aria, io chiudo gli occhi e penso. Rimango con gli occhi chiusi e l'aria sulla faccia e scrivo, nel silenzio, senza gestualità, obiettivi, correzioni, trame.
La forma più raffinata dello scrivere, oggi, è quella di non farlo. Di odorarne la sola possibilità, davanti a una finestra, senza lasciare nessuna traccia viva.
Quale momento sarà più prezioso del silenzio di un essere umano, la sua perfezione è murata nella sola possibilità di dire ma di rimaner muti, ancora, ancora per poco. Per favore, almeno una lettera, ancora, ancora per poco, si scrive quando arriva il sonno, o quando un tuono ti scuote e ti accorgi di non sentirti più come eri. Recuperando il silenzio io recupero l'ascolto del mio silenzio. La mia voce non deve avere bocca ma orecchie. Le mie orecchie devono avere bocca. Il mio viso davanti alla finestra si imbeve di aria e della stenosi di questo carico del sentire e del non poter dire. Se dico di quello che sento, se chiedo a qualcuno di ascoltare quello che io sento, avrò smesso di sentire e quindi di poter davvero dire. Non si sente qualcosa per poter dire, così come non si passeggia per raggiungere un luogo sicuro, ma a volte per perdersi. Si sta perdendo il gusto delle passeggiate sognanti, senza direzioni, lo scriveva Alan Watts, possono risultare sospette se non hai una meta, qualcosa da fare, da comprare. E ritornando al mio dire e al mio sentire, non sono così essenziali. Perché non deve bastarmi il mio sentire per doverlo per forza dire? Per dimostrare a qualcuno che lo sto ascoltando? Che il mio dire, il mio poter o voler dire, sia la prova tangibile che io avverta qualcosa di più, di diverso da chi non dice e che quindi tace? Che cosa mi dice che quello che dico è qualcosa di solo detto e scritto, ma di non sentito? Che cosa distinguerà un paragrafo originato da un carico di emozioni irreali, di sensazioni patite, da un paragrafo di parole solo scritte? Dove si trova il confine? Quanto silenzio e quanta purezza e perfezione sto sottraendo alla mia vita con queste parole? Eppure i miei più grandi amici, quelli che mi vogliono davvero bene, non mi chiedono di ascoltare quello che hanno da dire o da scrivere, ma mi arrivano dentro all'improvviso, da soli, facendomi sentire pensato. Ho la certezza di sapere quante persone oggi mi hanno davvero amato e pensato. Ne sono sicuro. Non sono persone che me lo diranno, ma lo so uguale. Uno scrittore in silenzio assoluto ritrova la sua rotta, la dolcezza e le voci degli amici che lo amano davvero, anche quanto tace o non c'è. Riprende la magia dell'ascolto, che dovrà interrompere solo quando non gli sarà più possibile tacere, come nell'incombenza di uno starnuto improvviso, che non puoi più trattenere e che infrange il silenzio senza colpe dirette o moventi.
Con la mia editrice ed editor Aura, devo stabilire in questi giorni se rinnovare un contratto con i distributori, per un mio vecchio romanzo oscurissimo e dodecafonico, "Il disabitato", ma a cui lei ha dato fiducia con tutto il suo ammirevole quanto amorevole coraggio. Ho avuto dei dubbi, dei dubbi legati a quanto fosse lontano quel linguaggio dal mio me di adesso. A quanto fosse lontano da questa fame di silenzio che vorrei imprimere alle mie parole. Questo non sono più io, ma non posso rinnegarlo. Come non rinnegherò quello che sono adesso e che più non sarò. È per questo che non si arriva mai.
Poi stamattina ho riletto uno stralcio, che mi ha convinto a firmare. Lo farei a breve:
è questo:


Una Tolosa che mi soffocava irrimediabilmente dentro la sua arnia tardoromantica. Un panno scuro disteso sul viso di una statua rischiarata al bagliore dei lampi in una cappella napoletana. I disegni delle grate in filigrana, sulle pareti la muffa dove la figura rimane distesa e spaventata. La commozione di una persona abbandonata, dove cominciavo appena a scorgervi ancora dell'altro che mi mancava e mi disturbava nella sua stessa mancanza. Dell'altro che non dipendesse necessariamente da me, e virasse attorno a quello strano programma di sala, ancora caldo sulle vite di chi aveva in qualche modo sfiorato e risucchiato di frodo la mia bocca o il mio impossibile sibilo di fame.
Adesso il mio sonno non planava e non mi prendeva, ostile nella sua grana viscosa di dattero, nel vortice di azzurri nel marmo mai scolpiti sull'acqua che scendeva e sgorgava di rosa antico, e i miei occhi aperti, forse per un respiro di streghe dai capelli sciolti e forcine appuntite dai lunghi e silenziosi corridoi, che tra poco avrebbero bussato e perforato di spilli da balia i miei ultimi lucidi pensieri, e me li avrebbero proibiti con la minaccia dei loro seni lunghi e appuntiti e sgocciolanti di liquori verdastri. Quelle stesse luci che tremavano al quinto piano come ceri e che adesso mi facevano tremare il doppio, al solo pensarle ancora accese e associarle all'incanto doloroso di una tenebra moderna. In un gioco specchiato di mimi, che tentano di incontrarsi e non si incontrano mai: di sfiorarsi, di rianimarsi, di toccarsi, di riequilibrarsi, e non si sfiorano, non si rianimano, non si toccano, non si riequilibrano mai. Qualcuno allora mi cercava, chissà da quando. E l'antico Giuseppe di Rachele, che guardava la sua luna e sopportava le spezie urticanti dell'Egitto e la calma di un destino supremo di cieli arabescati, che lo abitava nei tratti deboli di tramonti e allontanarsi, con le strisce variegate dei suoi brandelli. Ancora la sua debole e dolce sagoma, appena più ricurva sull'asina bianca come latte, o come la neve ferma e più calma, mai sciolta e magnifica della sua purezza ben rappresa sul pelo corto. Dove cercavo il senso del mio sangue senza suoni.
Di notte. Ormai la più fonda tra le mille e tra tutte le più fonde mezzanotti immaginate o mai raccontate. Come il gioco dei mimi che mi raccontava Tim; o la giostra irrazionale dei numeri nel caso, o dei salmi, che mantengono fermo il mondo e non lo fanno mai tremare. Come lo zero è sempre fermo e conficcato, tra il cinque e il sei, della stanza 506.
Come il grande dito premuto nel buco del nodo prima dello stacco del fiocco.


martedì 4 giugno 2013

Sui processi di finzione

La finzione non è un apparato troppo complesso, ma in diversi casi è inafferrabile.
Occuparsi in qualche modo di finzione, pur non comportando l'ingegneria delle attività di  non finzione, ha bisogno di una direzione molto intima di un proprio moto reale, in un certo senso una sua predilezione.
Il reale non potrà essere mai troppo scisso dalla finzione, e viceversa. Nulla di nuovo, quindi.
Se dovessi scrivere una qualsiasi storia scorporandola del tutto da un contesto reale e di intimità con la mia vita vissuta da sveglio, che mi appartiene, in quel caso opererei un inganno. Questo perché vorrebbe dire escludere dalla narrazione, l'intimità della finzione legata al mio stesso reale, la finzione legata alla mia intimità, alle mie sensazioni, ai miei sogni, ai miei rapporti con gli altri, con quello che vedo o che credo di vedere. Nel senso che la mia realtà è anch'essa ammantata di sogno, di nebbia, di mistero, così come il mio intento di ingegnarmi in un'opera di finzione.
Non tutto ciò che si è vissuto, che quindi è testimoniabile da più fronti, da persone vive come me, che possono quindi ricordarlo, certificarlo, è assolutamente e solo reale. Lo sarà in parte, ma avrà anche una sua dimensionalità intima e delicata di finzione, di sogno, di sospensione. Questo confine è davvero molto labile, e, parlo nel mio caso, è legato al sapore e alla rievocazione che comporta l'accadimento di una certa realtà, in tutto quello di me che ancora non so e che lo assimila, lo elabora e lo diversifica nell'ombra del suo riflesso. Ed è con quella parte di me che ancora non so, che incomincio di solito il viaggio; è proprio con quella parte riflessa che non so, che non so quindi se viva, reale, testimoniabile, certificabile, che mi accosto alla mia realtà, non solo nella sua investigazione, ma anche nella sua suzione, o fruizione, per sentirmi vivo. Mi sento vivo più per tutte le cose che non ho fatto o che non ho sentito reali nel farle, che per tutte quelle conclamate come realizzate, quindi reali e testimoniabili. Mi sento in forse se quello che ho vissuto l'ho sentito davvero, quanto quello che non ho fatto, che non ricordo di aver fatto con quel sentimento di stare in vita o in coscienza, che di solito caratterizza il movimento e le dinamiche di chi realizza qualcosa di vero e di reale. Io a volte sono abbagliato da una linea tenera di confine, dove tutto un po' si mischia, come una figura che mi balugina a riva, con il mare e i riflessi del sole sull'acqua alle sue spalle, in controluce, senza svelare il viso  ma riconoscendo che il suo braccio sta salutando solo me.
Quando vivo non sono soltanto vivo, e quando fingo ho molto del mio reale e quindi della mia finzione misteriosa che è legata al mio reale e che non afferro mai del tutto.
I miei sentimenti sono reali ma insieme nascosti; quelli che utilizzo per sorridere, per scrivere un racconto o a un mio grande amico/a, sono parte e insieme non parte di me. Non mi sento di essere in possesso di qualcosa. Mi piace che sia io a essere in possesso di una certa dimensione che mi sospende nell'intercapedine dei due stadi, dove spesso è bello perdersi senza sapere dove comincia e dove finisce il film.
È per questo che un qualsiasi processo di finzione, pur non comportando la complessità di certe attività, rimane qualcosa di inafferrabile, che spero con tutto il mio cuore di non svelare e di non afferrare mai.

lunedì 3 giugno 2013

Après un rêve

Mi capita di sognare ma raramente un sogno mi ha riservato tanta delicatezza e affettuosità.
Si tratta di una parte di sogno, l'unica parte caratterizzata da delicatezza e affettuosità, così come nella vita reale e non sognata, la delicatezza e l'affettuosità non sono più di moda, sono antieconomici, elementi ottundenti, indici di torpore, femminilità latente, debolezza, abbandono, lirismo decadente e pernicioso. Solo la violenza oggi funziona e brilla, come un albero di Natale. Intatta e imperturbabile nel suo fascino, per tutti i gusti e per tutte le età.
Invece l'unica zona di sogno limpida, era anche quella con una luce diversa intorno. Mi trovavo lungo una discesa polverosa, il selciato era fumante di pietre e di tufo; era un pomeriggio ancora luminoso, come potrebbero esserlo quelli di maggio o di giugno. Scendevo e incontravo questo viso, un  viso di una ragazza, appena carina ma non bella, quella carineria che sfuma nel quasi bruttino, che è quella che mi incanta di più oltre ogni altra pronuncia conclamata di bellezza: aveva degli occhiali, quel viso che non ho mai visto nella mia vita ma che conosco e riconosco come persona della mia vita. Esistono visi mai visti ma già noti, già appartenenti a qualcosa di nostro, anche se forse mai apparsi nella nostra vita.
Sono sempre stato convinto anche del contrario: molti visi e persone già comparse e note, non esistono nella nostra vita, pur attraversandoci e mai avranno la forza e la delicatezza di quelli inesistenti ma noti. Quei visi che esistono anche senza esserci, sono quelli che moriranno di meno, forse mai. È nota, almeno nel mio caso, la possibilità che la loro esistenza, anche se ignota a me, mi riguardi e abbia cura di me.
Era quel viso con degli occhiali che mi passava accanto, prima di entrare in un vecchio portone  e io ricordavo di averlo già visto e anche l'altro viso ricordava di avermi già visto, anche se ero certissimo che non ci eravamo mai visti. Prima di entrare nel portone, mi attraversa la malinconia di quel momento così affettuoso, poche parole, la linea incerta di un sorriso appena pronunciato, prima di salutare, anche perché avevo detto qualcosa di semplice e di affettuoso, che non  ricordo ma che è ancora presente nell'aria della casa. Quando il viso è svanito nel portone, ho provato una nostalgia lacerante e violenta, quella che ancora adesso che sto scrivendo mi porto dentro, come se quel sogno mi avesse sporcato della sua forza o della sua bava onirica, o forse si fosse insinuato da qualche ingresso segreto dentro di me.
Il resto è sfumato, ma il mio viso risente di quel momento semplice, piccolo e misterioso, come risentirebbe dell'agonia di un incubo, ma con maggiore intensità. Forse se qualcuno adesso mi guardasse potrebbe ancora scorgerne il riflesso o l'odore, la timidezza, l'indisciplina della sequenza di sorriso, la fretta, l'impossibilità di rincontrarlo ancora, come se quel viso fosse me in una sequenza in 16 mm. Ma forse davvero lo è.

domenica 2 giugno 2013

Nome proprio in Acrostico

Volendo
assalirti
le
tasche
e
restare

Vicino
alle
lettere
timide
e
raccolte

rubando
emozioni
tepore
luci
alberi
Venezia

ragazzina
elegante
ti
lampeggio
abbracci
Velocissimi

Vivendo
arrampicato 
lungo
tettoie
e
rosai.

Comprensione, compenetrazione e suggestione in José Lezama Lima.

Mi chiedo se conti così tanto l'essere compresi anziché l'essere avvertiti, sentiti. La comprensione scandita come un campanello per il pranzo di un proprio linguaggio potrebbe avere le carte in regola, ma rimanere codificata in uno strato superficiale, in completo ordine, ma senza nessun altro fattore oltre la scrupolosità e la chiarezza di quest'insieme. Nessun crimine ma neanche nessuna buona azione.
Si potrebbe anche dire: se sono chiaro e comprensibile, sarò anche avvertito, sentito, scandito. La comprensibilità comporta efficienza nel metodo del mio linguaggio. L'efficienza del mio linguaggio permette una sorta di comunione, di discesa in una certa regione di intimità che favorisce la fase di resa del sentire, quanto meno il suo seme commestibile.


La matematica direbbe questo. Forse la matematica ha anche una sua dimensionalità poetica, ma non credo che in questo caso le cose vadano sempre così. Si tratta di analizzare quello che accade perché un certo apparato linguistico cominci a smuoversi dalla sua tessitura e diventi anche altro. In tutto questo altro, non sempre vige la regola del comunicare, del farsi capire o essere semplicemente commestibili, se non appetibili, come molti editori vorrebbero. Non sempre il capire e il sentire sono vasi comunicanti. Può accadere che nel suono di una certa scrittura, alcuni momenti mi lascino delle chiavi, che sono indipendenti dal mio personale livello di comprensione. Comprensione e compenetrazione si muovo su spazi non sempre lineari, così come la riflessione e la suggestione su di uno stesso testo. Se io comprendo con attenzione scrupolosa, potrebbe essere merito della mia dovizia di lettore o anche della scrupolosa lungimiranza di uno scrittore attento che nulla di quello che ha scritto e descritto venga in nessun modo tralasciato  nell'ombra, frainteso, non intuito. Ma se io sento e mi suggestiono, il tipo di canale comunicativo non dipenderà solo e sempre da una mia ricezione intellettuale e nemmeno da una mia volontà di concreto abbandono alla sensazionalità o intimità di quel certo testo. Non scelgo di suggestionarmi, spesso non comporta uno sforzo né dalla parte del lettore né da quella dello scrittore, ma è quel punto misterioso di incontro che si innesca in una regione primordiale  e primitiva, lagunare, che si sposa più alla ruvidezza del numero e codice semantico, del suo significante, della sua luce, che all'analisi più complessa e articolata di un suo significato logico, misurato in base a una sua precisa finalità.






"Paradiso", di José Lezama Lima, credo di averlo letto circa quattro volte. In momenti diversi della mia vita. La traduzione di Glauco Silvestri (insigne specialista di quei particolari territori linguistici) ha chiarito, fino alle ultime pagine, la grande impresa e la complessità di una restituizione appropriata in un'altra lingua, di sonorità, sfumature e particolari suggestioni e profumi della lingua cubana originaria di quel testo. Ma anche la formula narrativa, il tipo di impostazione, mi ha creato fin dalle prime volte, un grande senso di incertezza e inadeguatezza a controllare la massa di prosa poetica e saggistica di Paradiso ("il rovistare nel midollo del Sambuco", citando lo stesso Lezama Lima), il pericolo di perdere la strada, o meglio la rotta. E infatti durante tutta la lettura, attraversando personaggi e paesaggi, immagini dalla nitidezza cristallina ma anche dalla capacità lancinante di trafittura, tra contesti, situazioni, materiale onirico e labirinto, questa rotta si perde, ma quel tipo di scrittura mi ha attraversato di sensazioni, di moti sensibili, in una sua linea parallela, autonoma e scissa dalla comprensione meramente e solo intellettuale di quell'impianto romanzato in un amplesso intrinsecamente poetico quindi oscuro. 
Che cosa significa, allora,  ambire a quel particolare livello di comprensione o di compenetrazione nell'ingranaggio di "Paradiso", quando l'elemento sensitivo riesce a subentrare ugualmente, attraverso portelli posteriori e segreti, e lasciare comunque la sua traccia, il suo marchio, il suo humus di intimità, come farebbe una lumaca? Vorrebbe forse dire che allora, nel mio caso, una certa comprensione sarà avvenuta lo stesso, anche se non conclamata da conferme o controprove, quella che di solito quel certo agio di avere sempre i fatti raccontati sotto controllo, portano a definire chi scrive uno scrittore grande perché chiaro, semplice, immediato? Lezama Lima è invece grande perché riesce a comunicare dalla prospettiva esattamente opposta: le chiavi della compenetrazione e della comprensione, necessitano dell'intensità di un processo iniziatico e suggestivo, della generosità degli aromi, delle essenze fruttate di cui è impregnato e speziato tutto il romanzo, fin dai suoi primi battiti:
"Ma come può commettere lo sproposito di aggiungere gamberi cinesi e gamberi freschi a questo piatto? – Izquierdo, ansando e stirando le narici come un trombone a coulisse, le rispose: – Signora, il gambero cinese serve a rafforzare il sapore della salsa, mentre quello fresco è come i pezzetti di banana, o le cosce di pollo che in alcune case aggiungono al quimbombó, per dargli un certo sapore di ajiaco esotico. – Tutta questa sofisticazione, – disse la signora Rialta, – non si addice troppo a certi piatti criollos –. Il mulatto, dall'alto della sua collera concentrata allontanò il francés dalle tenere cipolline e lo sollevò come punto da una scossa. La signora Rialta, senza perdere il controllo, lo guardò fisso e il mulatto se n'andò a lavare i piatti e a pelare patate con la faccia gonfia e i capelli ingarbugliati da contrabbassista".




Nel mio caso, intendo nel caso delle mie ripetute e odorose letture, fruttate quanto altamente fruttuose di "Paradiso" invece, è stata la sua stessa incantevole complessità, "il batticuore dell'avventura", (citando senza mai stancarmi Gesualdo Bufalino), ad avermi dato quella chiave limpida e impavida di accesso e di volta alle pulsazioni più profonde del romanzo, ai meandri delle sue segrete appena rigate da un filo di luna. Per alcuni allora l'avrò compreso, ma comprendere cosa? E se invece quell'elemento sensitivo e fisico alla proliferazione di un linguaggio, fosse davvero l'unico metro per attraversarlo, compenetrarlo e assimilarlo? O sarà davvero soltanto un manuale di istruzioni, un romanzo, per  assemblare e montare qualcosa dentro di me e lasciarla inalterata, come una roccia, o per riuscire a spiegarla nei minimi particolari a chiunque altro utilizzi la lettura dei romanzi come manuali di istruzioni per assemblare informazioni e istruzioni, il funzionamento e il perché di ogni particolare passaggio. Penso che il senso di quelle quattro rivisitazioni di quel testo ciclopico, mi hanno portato a dimenticare le problematiche del suo funzionamento, la disposizione esatta dei bulloni, lasciandomi lo spazio per capire come funzionavo e modulavo io di riflesso e di concerto alla criticità incantevole e insieme paradossale dell'impresa. Confidando sempre in uno spazio diverso e particolare nella regione delle sue mucose, quella dove non batte sole, dove prevale la penombra e dove i brividi lasciano poi affiorare altre verità, altre informazioni, che di sicuro non mi saranno utili per spiegare a qualcuno che me lo chieda con insistenza che cosa abbia compreso da quelle ripetute immersioni, ma forse anche  cosa abbia atteso o disatteso da quell'esercizio o sforzo di comprensione e disillusione, quando ero già divorato dalle stelle e dagli odori freschi di una poetica fertile e così illusoria, accattivante, divorante che poi  è il vero e unico senso incompiuto, per nostra fortuna, del leggere e dello scrivere letteratura e opere di ingegno e di finzione.
Concludo con qualche nota di Javier Marías, estrapolata da "Contro la sarta e l'arredatore" da "I territori del lupo", in cui si fa giustizia su certe modalità di approccio alternative, e spesso discusse e chiacchierate, sulla possibile compenetrazione di altre prospettive stilistiche:





"Ogni volta che leggo e sento dire a uno scrittore o a un critico banalità o tautologie come "il romanzo consiste nel raccontare una bella storia e nel raccontarla bene"; o sostenere che "l'essenziale in un romanzo sono i personaggi e l'azione"; oppure "l'intreccio"; o che il romanzo deve riflettere la vita o la realtà o l'epoca" o che "tutti gli elementi devono funzionare e accordarsi"; o che "la storia deve chiudersi"; o che "tutte le sue parti o episodi devono essere pertinenti"; o quando si dice che questo o quell'elemento "non aggiunge nulla all'insieme"; o quando si tessono le lodi del "semplice piacere della narrazione", o del fascino dell'intreccio", o della "maestria artigianale del racconto"...Ogni volta che leggo o sento proferire certe scempiaggini, – ripetute fino alla nausea, almeno in Spagna e in paesi consimili –, la mia prima reazione è lo sbadiglio, dopo di che non posso fare a meno di pensare che rimarrebbero esclusi dal riconoscimento di tali meriti, virtù o qualità, e non assolverebbero a tali doveri, compiti o precetti, quasi tutti i capolavori che il genere ci ha dato [...]". (Javier Marías)

Credo, anche con quest'ultima preziosa citazione di Marías, di aver espresso e completato il mio pensiero.
Me lo auguro.


sabato 1 giugno 2013

Divorare le lucciole

Nella scrittura di getto le parole sono mosse e ammantate dal fuoco di un tempo aggiunto e diverso, che non batte così nella mia vita reale. Non ha pendoli a scandirlo ma altre regole. Quasi mai isocrona la circostanza del contatto con la parola che io non vedo e non penso fino a quando non mi scompare accanto e nella gola dopo il battito.
È una delle soglie del mistero. Affacciarsi sulla porta di un bosco e sentire quanto non so della mia vita, delle regioni insondabili del mio profondo, del mio disordine, della mia tenerezza, da poter controllare e disciplinare questo flusso in disordine a volte rigoglioso e infestato di lucciole estive, che qualcuno da un davanzale tenta di mettersi in bocca, e cerca di raggiungere a tutti i costi o di ascoltare cantare. Potrebbero avere le voci delle vecchie che recitano i salmi nel vespro, ma risuonarmi come il canto di una bambina cieca, che salta la corda ed evita le pozzanghere dopo un piovasco.
Ho immaginato di mettere nella bocca tutto quello che i miei occhi sfioravano e non sapevano. Divorare le lucciole, anche quelle che intravedo nelle notti sfavillanti d'Agosto, attraverso le siepi che affiorano nel buio, accanto all'avogado, e leccarle  e tenerle per un po' sulla lingua, come caramelle bagnate da un'altra bocca. Mettere in bocca l'abbaiare di un cane, la sua tenebra quando sono già dentro le coperte. E dentro questa fame anche le mie parole vorrei sapessero di coperte o di mandarini e che passassero per la mia bocca e per la mia saliva, prima di morire sulla carta. Quello che scrivo comincia a morire appena si posa, come una manata di lucciole fresche nella mia bocca socchiusa. In un romanzo schiusi nella fantasia due natiche di un personaggio femminile, e lo immaginai pieno di lucciole. Dentro la mia vita ho fame di lucciole. Le mie parole sono le luccioline estive che ho perduto, la possibilità di contarle o di restituirmele, il golfino aperto sulle spalle con le maniche vuote e le ginocchia ciondolanti in un cinema all'aperto, gli occhi femminili di mia madre disegnati sul mio viso.
Nel getto spesso affiora una carezza alternata alla tagliola che mozza una coda o una zampa di volpe.
Se potessi definire in anticipo, anche di due secondi, tutto quello che accade nel mio processo di telescrittura, mi bloccherei. Se mi chiedessero, proprio adesso, che cosa scrivi, che cosa scrivi tra un secondo, tra tre secondi, già lo vedi, lo senti? Adesso dov'è quello che stai per dire, lo diresti uguale con la voce se dovessi parlare a un microfono? Di che colore sono le tue parole? Sono dei pensieri che traduci, dei ricordi, dei segni, delle mentine, delle cose vere, finte, colorate, o in bianco e nero? Delle case, delle persone che sono dietro ai vetri? Sono fatte di rugiada, di orzata, di gelato o di latte caldo? Non ne ho idea. Di quello che succede adesso, o anche al rigo di sotto, non lo so. Non ne so più di quanto possa prevedere di quello che accade oltre le palpebre di chi sta già dormendo, nelle case del palazzo di fronte, c'è la stessa distanza, dentro di me, di questo strano flusso che mi attraversa e mi visita, come un rigo di febbre, con tutto quello che insieme abita e disabita gli altri. 
Forse scrivo perché ho bisogno delle cose e delle persone che temo. La mia paura degli altri, atavica, insondabile, nella mia ritrosia, ma anche la possibilità di riscattarla, in qualche modo, attraverso un gesto così antico, impenetrabile, elegante. Scrivere bene è qualcosa di elegante, come la nuca di una donna allo specchio, che si prepara per entrare nella mia gola. Morire dentro una nuca, sarebbe il mio luogo naturale. Spegnermi in una nuca che sogna, come un mozzicone acceso in un piattino bagnato e sentirne la leggera agonia prima del silenzio. Non sono in controllo di quello che sto per dire durante il getto. Non ne so più di te che adesso mi leggi e credi che ne sappia di più e custodisca un segreto, che sto per svelarti mentre lo dico. Il segreto che ti dico sarà il tuo.
Quando il getto mi attraversa, sono sullo stesso piano misterioso di chi mi legge. Ne so quanto lui sa di me. se non ancora meno. Lui ne sa quanto me di me. Io quanto lui di lui. Quando scrivo divento lui e durante il getto io immagino che quando mi legga mi senta come nel suo pensiero. La bellezza più grande dello scrivere è questo bacio delicato e timido nei pensieri di chi ti legge. Questo soffiare sugli occhi come sonno e dedicare all'ignoto di un altro il disco della mia paura e insieme la tenerezza del proprio ignoto. La protezione della vita di chi ti legge attraverso il flusso di queste parole, che a loro volta ti ritornano impregnate di altro. La cultura del proprio mistero. Non altro, se non la bellezza infinita di uno stesso tratto di tenebra, una passeggiata senza dirsi, con le mani in tasca che tremano.