martedì 10 aprile 2012

Aprile dolce smarrire

Aprile trascorreva dal mare
nella cruna di case e maioliche
suonando tirreniche le posate
che rompono il silenzio delle barche,
gli specchi fawn della darsena
al muro di madre delle tue risate.

La sera ci darà più lontani,
aperta come un velo di suora
nella vacanza della passeggiata,
i tuoi capelli raccolti all'aurora.
Dispersa in solitudine al tempo
nel canto baltico di un ricordo,
la giornata si corica in un lampo
alla carezza finita di uno sguardo.

lunedì 9 aprile 2012

Home sweet Home

Mischiato nel fumo il balcone,
un limbo d'ardesia e balia fantasma,
dalla sua luce farà in un lampo
che attira pace dai rilievi e disegna

d'autunno le nevi, se resisti più a lungo
all'esercizio incestuoso, (nel silenzio
un treno scompare e libera dall'ago
il filo bianco di una casa sul poggio,

distesa ai lumi d'oro di una volta).

domenica 8 aprile 2012

Da una tenda sollevata

Da una tenda sollevata
il fumo chiaro della campagna,
la lentezza morta dai carri
cammina prima della pioggia.

Si sente anche il mare
e il cielo basso sulle cene.
Qualche voce che scorre
e che muore dal voler bene.

venerdì 6 aprile 2012

La maledizione del verso

Nel lavoro sul verso, o esercizio, si assapora la tensione a un completamento, o effetto di risoluzione armonica dopo la tensione di una ricerca nel buio, (o dal buio al buio), che potrebbe non avvenire mai. Il completamento può anche non essere il fattore risolutivo. Un verso riuscito non avrà una testimonianza oculare sentenziabile. Avrà tante possibili vite quanti saranno i suoi incontri. Rispetto alla prosa la dimensione è sospesa, potrebbe rivelarsi illegittima per il suo troppo oscuro o per la sua eccessiva semplicità e immediatezza. Dovunque ci si muove scatterà la tagliola.
Bisognerebbe scrivere versi per chi non abbia idea di cosa sia la poesia. È pericoloso parlare di poesia a chi si sente poeta. A chi sappia definire che cosa significhi la poesia. A chi si sentenzia molto esperto.
Ho sentito una delle frasi più belle ed edificanti sulla poesia, o presunta tale, in un convegno di Alexandru Cistelecan "La poesia, qualcosa che non si può leggere" quando dice, con il suo bellissimo accento rumeno:
"Non esistono esperti di poesia. Perché la poesia ci manda tutti, accademici o non accademici, alla prima classe elementare. La poesia si legge così: tornando in quella fase, di prima elementare".  Conosco molte persone che si sentono e si dichiarono poeti, col tesserino plastificato e lucido nel taschino della giacca, ma che sono così presi dal sentirsi assorbiti dal proprio ruolo, da non riconoscere il fischio di un merlo nostrano dal rutto metallico di una passera mattugia. E chissà se una quartina che ho lasciato nel pomeriggio, in  cucina, non vada a sbattere sulle sue remiganti brunite, quando viene a mangiare, sempre alla stessa ora, le briciole d'oro della mia colazione, futuro prossimo del suo tenero funicolo spermatico. 
L'esercizio al verso è un lavoro tremendo e senza speranza. Lo sto aumentando e articolando sperando di non doverlo maturare con un fine, abituandomi a rinunciare a sperare – che forse è il più grande sollievo per chi scrive oggi. Sintomo di follia o di amore per la vita. Maledizione, senza dubbio. L'unico specchio reale sulla sgangheratezza e impurità di un linguaggio, ma anche sulle sue vedute più mirabili, delicate e profonde di mistero. È solo attraverso i versi, che ho ricevuto in assoluto le parole più gratificanti, ma anche le più spietate. Non ho mai incontrato il giusto mezzo: o bianco o nero. 
A volte giuro a me stesso di non spezzare mai più una frase in un verso. In altri momenti mi dico di non voler buttare giù una riga se non sia versificata. Tra questi due estremi, continuo a camminare, spesso senza pensare a quello che succede mentre lo scrivo. 
La tensione o esercizio teso all'idea di un completamento, può rappresentare anche un percorso oscuro ed esistenziale, dove ci si allena una vita intera senza certezza di agone, o di sconfitta, o di vittoria. Abitudine sublime alla pazienza del proseguire con ostinazione nel vuoto. 
A questo punto potrei ragionare al contrario, e immaginare quindi un esercizio al disfacimento del completo, verso la certezza dell'incompletezza – movente antieconomico quanto ispirato. Forse sarà la strada più sicura per non scivolare sull'illusione o sulla matematica delle proprie prove. Malinconico arrembaggio degli esperti. Magro e limpido divertissement per gli sventurati.

giovedì 5 aprile 2012

La partenza di un bambino

Uscendo fuori,
in un'alba cara e sognante
con ancora del tuo vago intorno.

Le luci del portamatite
solo adesso mi ricolmano
del tuo tempo lieve di contromano;

il bel torrente terso
delle tue ultime giornate,
il tuo piccolo atroce ritorno
sul finire murato del giorno.

mercoledì 4 aprile 2012

Della mia vita, per esempio.

Un pensiero diventa parola. Di solito si comincia a pensare una parola, quella parola, molto tempo prima di scriverla. A volte il pensiero diventa un'altra parola, non proprio quella. Quando questo accade non si sa che cosa fare, perché ce ne si accorge spesso in gran ritardo.
O anche: un pensiero non diventa una parola nota, ma qualcos'altro, che non sia quella parola, ma nemmeno un'altra parola. Qualcosa che non si può scrivere. Un pensiero, mi dico, dovrebbe significare qualcosa. Dovrebbe costituirsi significato.
Ma nella mia volontà di scrivere di significati, di pensieri che dovrebbero significare qualcosa, le regole possono cambiare. Non c'è un risultato certo e sicuro a cui attenermi. Quando voglio decidere troppo, penso cose poco scrivibili. Pensieri che si ostinano a significare troppo si perderanno, molto prima di arrivare.
Si perderanno per il loro troppo significato, per lo spasmo a costituirsi esatti, commestibili e significati(vi), a tutti i costi.
Ma ancora un'ultima cosa: perché dovrei tradurre solo di pensieri voluti, accaduti, costruiti? Potrebbero esserci anche altre origini e altre voci meno pensate per quello che scrivo, dico che scrivo e che non voglio sempre scrivere. Scrivere non è solo descrivere. (Potrei risultare riconoscibile attraverso parole e situazioni che né io né chi mi legge potrebbero cogliere nel dettaglio del loro significato, ma comunque ritrovarci. Voltarsi, all'improvviso, come quando si incrocia un viso già visto da qualche parte, ma chissà dove e ci si tormenta, ci si pungola, e quel viso lontano e sfumato, anche se sconosciuto, potrebbe ritornarci familiare se non indimenticabile, proprio per la sua strana sospensione di assenza o di intima estraneità).
Così come un pensiero può diventare o non diventare parola, diventare altro, qualcosa di diverso, anche quello che scrivo può scivolare da altre fonti. In questo momento penso, ma poi non penso più del tutto. Ho degli intervalli in cui mi perdo, ma sono ancora parti integranti della mia vita.
Mi interessa partire dal punto più oscuro, non da quello più noto. La mia vita e le mie esperienze non sono divise in cose note e in cose ignote; in cose chiare e in cose oscure, vive e morte. Mi appartiene tutto, quello capito, codificato, pensato, ma anche dell'altro, il suo opposto. Perché scrivere e descrivere solo una parte di me? La mia strumentazione dovrà affinarsi a tradurmi nella mia totalità più ispirata e naturale, e non in una ragione di economia di quello che convenga inserire per risultare accettabile e significativo.
Se penserò di continuo a quello che dovrò scrivere perché funzioni e perché significhi, o ancora peggio, se penserò di continuo alla parte esteriore della mia scrittura, mi perderò tutto il meglio. Della mia vita, per esempio.

lunedì 2 aprile 2012

L'intimità

Della scrittura mi interessa l'intimità di una ricerca. Il resto sarà relativo, anche superfluo.
La fragilità di questo processo è l'unico fattore che potrebbe dargli un senso.
Mi sento sempre più mutevole e forse mutante nello strano ruolo non ruolo che si riveste scrivendo.  Potrei non avere ancora inziato, e credere di averlo fatto, o al contrario aver solo già finito.
Ma rimane importante l'intimità di quello che si prova verso il fantasma sfuggente del ritratto. Rimanere vincolati all'intimità e alla fragilità di tutto il processo, che in fondo è la cosa che mi rende più vivo, al di là di quello che accadrà o che non accadrà. Il solo abbandono allo sforzo è già di per sé una forma di ricchezza accaduta. Un valore oscuro e delicato, in cui credo.