giovedì 10 giugno 2010

Cerchi a difesa

Ho ricopiato a mano questa poesia di Rosanna Palmieri. Non solo perché recuperata da un documento in pdf, ma perché volevo posarla e non scagliarla nel post -che adesso, che è sera, sto programmando per domattina presto - e così farla accendere per gradi, così come sarà stata pensata, sentita, vissuta.
La trovo bellissima, e non so il perché. Se scoprissi della bellezza di un testo, ne sarei già stanco. Non credo che sussistano motivi chiari e decisivi su qualcosa che si avverta compiuto in un certo equilibrio armonico, stilistico. Potrebbe esserlo per diversi motivi o forse per nessuno in assoluto. Il più delle volte questo aspetto rimane un mistero, nella poesia ancora di più. Nella poesia si gioca con l'istante, con il bagliore. È un gioco di riflessi veloci, di fotogrammi, di eternità.
Mentre sto scrivendo questo post, è già sera, ho la finestra aperta e sento a una certa distanza qualcuno che sta ancora lavorando con un trapano o con qualcosa di simile e intanto trascrivo questa poesia. Potrei non dire altro, ma in fondo un procedimento poetico è vicino a questo rumore serale, ruvido e misterioso, che sia di un privato, di un disperato hobbista o di qualcuno che si sente solo e lavora ancora, forse perché non ha troppi casini per casa o perché ne ha troppi.
E quando si scrive c'è sempre una finestra aperta che può sentirti, anche se non saprà mai cosa stai facendo di preciso. Ecco perché ho sentito e ho creduto, di dare un piccolo spazio per un lavoro che ho percepito valido e bello, fin dall''inizio. Perché continui a vibrare, in qualche modo, in qualche altra sera. Una come questa, per esempio.
                                                           
                                         Cerchi a difesa

Vedersi è stato un volo
di braccia nelle braccia
che facile è la vita
e quel che si porta dietro
siamo noi a intricarla,
a renderla segreta
montando e rimontando
come a teatro
scenografie sospese
di tragedie pronte
a tramutarsi in farsa,
recitando su assi immaginarie
di palcoscenici ogni sera nuovi
traballanti copioni
e improvvisando coraggiose ascese
per attutire colossali tonfi,
pavidi costruendo,
impercettibili allo sguardo,
cerchi a difesa,
per starci distanti,
arroganti come le cose belle,
dignitosi come le parole
dette dopo i silenzi,
gocce disgiunte, autosufficienti,
impermeabili microcosmi autistici,
egocentrici circuiti, indifferenti.
Rosanna Palmieri.

mercoledì 9 giugno 2010

Il buon impeto di Slataper

In un'epoca di trepidazioni, da parte di alcuni o diversi addetti, per la chiarezza assoluta, per l'ortodossia  della forma e dello stile a cui deve necessariamente aderire lo scrittore esemplare, nella ricerca del metodo assoluto, della verità dello scrivere (che paroloni!) preferisco guardare le faccende letterarie dalla prospettiva della loro congenita grandezza, lasciando svelare la purezza del panorama e non solo la miseria di alcuni dettagli. E così incontro, forse per un caso, ma un caso molto piacevole, l'impetuoso Scipio Slataper e la freschezza violenta di uno stile particolare, arduo, spontaneo  e personalissimo.
Il caso è la vecchia collezione paterna, o per meglio dire i suoi residui. Una collezione particolare del Saggiatore, molto scarna, quella dove incontro il romanzo "Il mio Carso", in vendita, all'epoca, a lire 400 (il prezzo è impresso sulla copertina, come parte integrante delle altre informazioni, riguardanti la collezione e l'argomento. Il prezzo è infatti conficcato come penultimo tra "I Gabbiani", nome della collezione, e "Il dramma di una moralità" (Gobetti), che sarebbe l'argomento trattato. -insolita e curiosa faccenda lo sbandierare in copertina l'argomento di un romanzo.
Sfoglio Slataper, e ne rimango subito avvinto, come da un richiamo lontano, profondo. L'avvincimento letterario non è mai faccenda molto chiara e io sono convinto che non sempre la chiarezza sia la giusta medicina per assaporarne e svelarne le trame. Se così fosse avremmo una letteratura uniformata a grande chiarezza, senza nevicate o regioni torride, un solo paesaggio conforme all'idea dello scrivere giusto, che rispetti l'armonia delle forme, i giusti prospetti, le regole di toponomastica per non far mai perdere per strada lo sventurato lettore,  e non alle imprevedibili varianti di rotta dell'intuizione spontanea. (Poveri lettori: quanta poca stima e quanto vengono ancora creduti ingenui: dopo Carlo Emilio Gadda è cambiato il mondo, signori. Come d'altra parte con Joyce e con tanti altri!)  
Uno stile può quindi catturarti, atterrarti e atterrirti, ma senza un preciso movente, rovesciando nell'istante dell'incontro, tutti gli altri aspetti che credevi radicati nel tuo gusto, nella propensione a certe atmosfere. Come è capitato a me. Quando leggo penso poco. Invece nuoto, sento come un pipistrello e noto. E allora nei brevi spunti di slancio di Slataper, avverto la fiondata e la rincorsa, senza spavento, che entra in una scrittura giovanissima, flessibile e molto audace, a dispetto di tutti i teroemi sul giusto e sul probabile vero, ancora ostinatamente confermati da qualcuno, ben  cento anni dopo! Che cosa si suggerirebbe  allora: la scuola per aderire al mercato o per contare e catturare sciami di lettori come mosche? La lotta all'involuzione dello stile, alle dissonanze, alle modulazioni sui toni lontani, al fine di disegnare tutti le stesse case bianche e azzurre, con il tetto rosso, un uccello su di una tegola e il cane che dorme, senza varianti o attriti? O invece, e al contrario, un'idea pulita e consapevole dell'espressione letteraria di qualità, della comunicativa, dell'ispirazione, della libertà di un talento? -che di solito giustifca tutto, se e quando è puro, a patto che incontri una fruizione altrettanto sensibile, onesta e ispirata(?). Sono quindi due cose separate la scrittura strategica e la propria ricerca personale di linguaggio, che a volte potrebbero coniugarsi, a patto che quando si scriva non si pensi mai alle segnaletiche imposte, ma al proprio diabolico, ferito o perduto sentire. Come quando si guida un auto, non si ripassano le fasi del motore, ma si sta attenti alla strada e alla sequenza reale dei gesti. Per il resto, poi, ci sarà sempre tempo. Solo alla morte non c'è rimedio.
Gradirei aggiungere qualche breve stralcio dal romanzo di Slataper, non prima di precisare l'epoca di pubblicazione: era il 1912, almeno nei dettagli che ne attestano la pubblicazione da parte de "La Voce" di Firenze.
L'attacco è già singolare, asciutto, coraggioso:
"Vorrei dirvi: Sono nato in carso, in  una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo", e così, ad ogni nuovo paragrafo, con una tendenza anaforica, riprende lo stesso: "Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia..." e ancora: "Vorrei dirvi: Sono nato nella pianura morava e correvo come una lepre per  i lunghi solchi..." oppure, "Vorrei ingannarvi; ma non mi credereste", Così avviene il primo incontro con Scipio Slataper: confidenziale, intimo, avvinghiato a una sua storia personale e violentemente italiana, e alla vemenza di un conflitto mondiale che lo vide direttamente coinvolto e caduto.
Ancora un'immagine, delle sue spianate improvvise, luminose:
"Il nostro giardino era pieno d'alberi. C'era un ippocastano rosso con due rami a forca che per salire bisognava metterci dentro il piede, e poi non potendolo più levare ci lasciavo la scarpa. Dall'ultime vette vedevo i coppi rossi della nostra casa,  pieni di sole e di passeri".
"L'anima mi si era ormai coagulata per il gocciare della vita inacidita, rabbiosa, negatrice, e mi corrose in rughe la faccia, incassandosi una tana nelle occhiaie".
Credo davvero che possa bastare. Mi auguro che la cattiva nuotata del mio pensiero abbia stoccato!
l.s.

lunedì 7 giugno 2010

"Lucifero" e la trappola del trucco pesante

Il racconto di questo post, ha un nome sfolgorante e sinistro, ma racchiude diverse infomazioni interessanti sul percorso stilistico di Adele Iazzetta, giovanissima appassionata scrittrice. Io l'ho seguito da diverse angolazioni e ho ritenuto giusto condividerlo, perché credo che questa ragazza, ancora molto giovane, abbia già molte cose da dire con la sua piccola "maledizione" per le parole scritte. 
A volte basta un particolare anche minuto, e inserito nel giusto contesto, per catturare la mia attenzione. Di solito quando leggo qualcosa, cerco di dimenticare chi ci sia dietro: se sia un uomo, una donna, un ragazzo, un grande scrittore o uno piccolo, un esordiente, un incapace, un astronauta in ferie o un lattaio. Cerco di sentire la scrittura, il suo suono, la sua strada, e soprattutto la sua risonanza quando il sentiero di sera scompare, quando non lo vedi più. 
Di solito imparare a leggere con la dovuta attenzione l'organizzazione di un piccolo impianto narrativo, il tipo di percorso, di scelte, di moventi, il tipo di curve affrontate dallo scrittore, la sua fatica o il suo divertimento o la sua gioia  o malinconia, è un lavoro arduo, a volte quanto la stessa costruzione della storia. Un lavoro che richiede umiltà e sensibilità, e non nozionismo sterile o pregiudizi -  ma mi accorgo che non sempre avviene l'immersione autentica in uno scritto, quello scatto limpido e incontaminato, che ti consente di essere dentro il meccanismo del linguaggio e la sua economia di spontaneità e di ispirazione, e non soltanto dentro l'idea che tu hai di come dovrebbe funzionare questa oscura faccenda, cercando a volte l'accordo stridente, la dissonanza, il tritono, il diabulus in musica, come cellula o pianeta disperso, e dimenticando invece l'equilibrio dove può risolversi una tensione o un certo azzardo in un certo sistema.
Ci vuole orecchio, anche per le parole. Ne sono convinto e l'orecchio non è quasi mai un pensiero, così come la poesia non è quasi mai solo un affare che faccia una rima. Le cose che fanno la differenza in diversi casi sono quelle che non si vedono subito, ma che fanno crollare tutto se vengono a mancare.
Ma adesso non voglio dilungarmi. Voglio proporre questo testo che è stato affinato, e che ha dei momenti interessanti, uno spirito maschile e tenace, un buono swing. 
Va letto con calma, con leggerezza. Così come è stato pensato, elaborato e  così come continuerà a essere trasformato dalla fantasia e dalle emozioni di Adele, nel tempo o forse mai. 
Il particolare piccolo, che ho notato e ho sentito molto vivo e originale tra gli altri, è l'immagine del trucco pesante come una trappola. È un'immagine fortissima, non credo la giovane scrittrice  potesse riuscire a descrivere meglio quella situazione di impaccio e di tenerezza, e forse è proprio quella stessa trappola di sinestesia, che ha contribuito a sciogliere questa piccola storia sulfurea dall'anonimato di un file.
l.s.

Lucifero di Adele Iazetta (III E Liceo Scientifico Braucci)

La mia vita fa guerra al mondo, e fuori tutto tace. Nessun segno, nessun tumulto.
Stamattina fa freddo. Ed è quel freddo bastardo delle prime giornate di maggio, quello che ti morde le viscere, quel freddo che arriva con la brezza dei ricordi, che ti tiene compagnia con quell’ultima sigaretta e lo stesso dannato pensiero di sempre. Forse dovrei rientrare, eppure non ne ho voglia. Me ne resto ancora una volta lì, a sentirmi maledetta e a maledirmi con te, mentre il vento porta via l’ultimo residuo di forza. E lentamente, quasi senza rendermene conto, mi abbandono alla gelida corrente del passato.
Era luglio. Era il luglio del sole, il luglio dei lampioni accesi sul viale di casa. Poco importava di chi la luce non l’aveva mai chiesta, poco importava se qualcuno voleva fosse buio. Era un luglio che se ne fregava. Quella sera se ne fregavano tutti. Milioni di ombre a rincorrere il niente… ad affannarsi in code per traguardi immaginari, senza avere una meta, senza neanche preoccuparsene troppo. Quella sera se ne fregava persino Dio. Restava al solito posto, ad aspettare che un nuovo giorno sorgesse ancora… e tu lì ad urlare, a buttare il sangue, ad imprecare contro le fredde mattonelle di una stanza che neanche poteva ascoltarti.
… Quanto siamo stupidi! Passiamo una vita a perderci tra un guaio ed un altro, a parlare di scelte, di dolore, di bivi… E poi restiamo a guardarci intorno senza capire, quando ci si pone dinanzi l’unico bivio, l’unico potenziale dolore… l’unica scelta da fare davvero. Immobili, persi tra i lampioni e l’asfalto di un oscuro viale, non riusciamo a capire da che parte sia la vita. E giuro che io, dove diavolo si trovasse allora, ancora non lo so. Ma ormai, neanche m’importa più.
…Forse dovrei darci un taglio. Ormai sono piena di pensieri, ricolma fino all’orlo. Ce ne sono talmente tanti che non so neanche più dove metterli…e allora li tengo un po’ così, a girovagare tra le piaghe del passato e i vuoti del presente, aspettando che si trovino un posto da soli… che da un giorno all’altro decidano che ne hanno abbastanza, che forse di dolore ne hanno procurato fin troppo, che rinchiusi in un margine di vita non si sta poi tanto male. A pensarci…Ma che senso ha poi pensarci, tanto non cambierà nulla.
Mi guardo tra i pezzi di vetro in frantumi sul pavimento: neanche mi riconosco. Sono ormai tre giorni che non chiudo occhio, neanche tocco più cibo. Se avessi potuto smettere di respirare, avrei fatto persino quello. Il tempo mi consuma. Quasi mi faccio pena. Mi dico che così non va, che forse sono masochista sul serio, che forse avrei dovuto essere diversa. Già, avrei dovuto. Oggi invece posso permettermi un po’ di patetismi, oggi va bene. Oggi va bene così.
Chiudo gli occhi ancora una volta, respiro un’ultima ventata d’aria fresca, poi l’ennesima boccata di fumo. Me lo ricordo ancora, come ci conoscemmo.
Eravamo diversi, lo siamo sempre stati. Io, intrappolata in un abito troppo stretto, colorata di un rosa che non era mio… nascosta tra le pieghe di una gonna troppo gonfia, la più goffa tra tutte le bambine della V elementare di quell’anno. E poi c’eri tu, timido in prima fila, ad osservare senza dire nulla, a guardarmi e basta. Quella mattina caddi, scivolai giù dal palcoscenico di uno squallido teatrino di paese, tra le telecamere di genitori frenetici, impegnati in quell’ultima ripresa di un misero traguardo. Non accorse nessuno per me. Mia madre non c’era, mio padre non ce l’aveva fatta. Tanto meglio, neanche l’hanno mai comprato, il filmino. Sorridesti. Sorridesti a me, la bambina caduta dal palco durante il balletto di fine anno, incatenata in un vestitino ridicolo, rossa di vergogna e bagnata di paura. Non ti ho mai ringraziato abbastanza, non ricordo neanche se ti sorrisi di rimando. Ed è così che abbiamo buttato via il tempo, a scambiarci sorrisi senza avere il coraggio di ricambiarli, a tenderci una mano troppo lontana da afferrare, a gioire del gesto negando di averlo fatto. In fin dei conti, neanche gli anni sono riusciti a cambiarci. Tu sei rimasto proprio lo stesso bambino di allora: impenetrabile in quella calma apparente, murato in quella timidezza che adoravo, a vedermi morire e a morire un po’ con me, solitario come sei sempre stato. Forse sono rimasta anch’io la stessa, goffa bambina di quel giorno; intrappolata in un trucco troppo pesante, in un vestito troppo stretto, ad annegare tra le lacrime che mi hanno soffocata. E chissà che nel nostro perverso gioco non sia stata persino più brava di te. Lo sapevo, lo sapevo fin troppo bene che ogni maschera…anche la più piccola, la più insignificante, l’avresti dissolta. Sempre.
Il vento quasi mi rimbalza addosso… Si accendono le prime luci dell’alba. Quasi con timore, alzo gli occhi a contemplare Venere. La ritrovo lì, quasi ad aspettarmi... La prima luce di un giorno che non vedrò mai.
Trattengo a stento una risata amara che si contorce e mi si ferma in gola, curvandomi le labbra in un assurdo ghigno. Qualcuno, un giorno, mi ha detto che le stelle dovrei cercarle “dentro”… Che la gente, in fondo, il cielo, può guardarlo quando vuole. E se la gente dimenticasse di guardarle, le stelle? Se alla gente non fregasse nulla di quanto uno brilli dentro? Ecco, ora lo so. A quel punto, vi sono i teli neri e opachi della notte. Di una notte più buia, che copre tutto… Di una notte che non lascia che altra notte.
Chiudo gli occhi e riaffiorano silenziose, come foglie d’autunno su laghi di niente, le note scure di un venerdì ormai trascorso. Ogni parentesi di quel giorno sembra incisa in ogni angolo della memoria. Non vi è neanche un respiro, un solo dannatissimo respiro, che abbia saputo obliare.
E’ buffo pensare come poi di quella giornata non ricordi quasi nulla. E’ un vagare caotico di immagini, di ricordi, di parole. Due ore, soltanto due nitidissime ore di quel giorno, hanno dato senso ad una vita intera. Questo non era più il tuo posto, dovevi partire. Dovevi partire e non me l’avevi detto, dovevi partire e lo sapevi da tempo… E, sì, faceva male anche a te, ma, avrei dovuto saperlo, il dolore non ha il potere di cambiare le cose. Già, sapevo anche questo. Non avrei dovuto piangere: “Stringi i denti, fallo per me”, mi dicesti. Ed io lasciai che le parole morissero con le notizie che portavano. No, non era vero e non m’importava… e non avrei stretto i denti per te, che cosa assurda! Tu, il mio demone, il mio Lucifero, eri lì a chiedermi di “tenere duro”. A pensarci adesso quasi mi viene da ridere: l’unica preoccupazione di allora era cosa avrei fatto, cosa sarei stata “dopo”… Dopo, quando avresti smesso di ricordarmi d’essere viva anche arrivando a farmi odiare la vita stessa; quando non ci sarebbero stati più sguardi da interpretare o nodi da sciogliere. Dio, quant’ero stupida, avrei dovuto rendermene conto. Noi due avevamo una scadenza. Non siamo mai stati bravi con gli addii: io, almeno, non lo sono mai stata. Non ho mai avuto troppa familiarità con i “per sempre”, con le parole sussurrate né con le lacrime in generale.
Non ricordo neanche se fossi cosciente, quando andasti via. Credo di non essermi resa conto neanche che l’avessi fatto.
Partisti per non fare ritorno, figlio di una famiglia distrutta, perso tra le stelle che non sapevo guardare e milioni di stupidi guai… Ed io non ti ho rivisto, mai più. Ti dissolvesti, silenziosamente, fuggendo via in punta di piedi… come l’allodola dopo aver salutato l’ennesima notte, come l’ultima nota di una canzone che muore nell’aria… Come Venere, quando prende forma il giorno.
Forse odiarti sarebbe stato di gran lunga più semplice. Risparmia un sacco di problemi, il non ammettere di non aver diritto ad essere arrabbiati. Se invece la colpa è tua, di nessuno o del mondo intero…Beh, è lì che sei fregata. Combattere contro se stessi, contro tutti, o semplicemente non aver nessuno contro cui farlo, quella è la vera maledizione. Sei condannato a perdere, sempre, ed incondizionatamente. E, dannazione, quanto sono stanca di perdere.
Il giorno è ormai alle porte, anche l’ultima sigaretta si spegne, cozzando contro la porcellana di un posacenere consumato dal tempo.
Stamattina fa freddo… forse dovrei cambiare, forse dovrei dimenticare. Eppure no, ancora non ne ho voglia.
Non mi restano altro che un paio di minuti… E allora addio. Addio al passato, al presente. Addio a questo futuro dalle gambe di vento… Che forse adesso starà vagando altrove, e io neanche sapevo fosse passato di qua.

L’ultima battaglia si è consumata alle mie spalle. L’ultima battaglia che ho perso, l’ultima battaglia che forse neanche ho combattuto.
Richiudo la porta del balcone, sconfitta dalla mia amabile bestia… da questo Lucifero che esplode, ancora una volta, nell’aria e nel cuore.
Adele Iazzetta


Premiazione Concorso Letterario OXP. Sede e data.

Riferisco, come dal sito originale, la sede e la data per la premiazione ufficiale del Concorso Letterario Nazionale "L'inchiostro dei 7 gioielli" organizzato dalla Casa Editrice Orient Express :


Premiazione de "L'inchiostro dei sette gioielli"







OXP è lieta di comunicare che la premiazione del concorso "L'inchiostro dei sette gioielli" si terrà a Napoli il giorno 26 giugno alle ore 18 presso la libreria Ubik, via B. Croce n.28. Siete tutti invitati! 


L'elenco dei dodici racconti finalisti, con i rispettivi autori:


Elenco finalisti:


DA UN LATO, DALL'ALTRO, FRANCESCO VELONÀ

GENTE MECCANICA, FRANCESCO JONUS

GRANELLI DI QUESTO MONDO, PINA TAGLIALATELA

L'AMICO FEDELE, ELISABETTA BALEANI

LA COMPAGNA DI CLASSE, LUIGI SALERNO

LA LEGGENDA DEL CANE RESUSCITATO, DONATELLA PERULLO

LE AVVENTURE DELL'HOMO SAPIENS, SIMONE CANNOVA

LE SEI NOTE, ALESSANDRO CUPPINI

NEMMENO UNO SPAZZOLINO IN VALIGIA, ALESSIO PIRAZZINI

PRIVATE DANCER, ANNACHIARA DE PIPPO

SCOMMESSE, CARLO MARIA MIELE

UN UOMO A PEZZI, DANIELA BRANCACCIO

domenica 6 giugno 2010

Da "Il tramonto della luna": Abbandonata, oscura...

Mi avvicino con  circospezione alla canzone libera leopardiana. Molte volte con pudore, o per una serie di circostanze che mi portano a riflettere sulle profonde possibilità del linguaggio, del suo fluire, della sua musica. La musica di Leopardi, al di fuori del sistema filosofico, è quella costante che avvolge ogni approccio, anche quello di semplice consultazione alla sua poesia. Ma anche una semplice consultazione, la ricerca di un certo passaggio, non riesce mai a rimanere soltanto superficiale. Ti costringe comunque all'ascolto, alla ricerca della voce sotterranea che scrive e che dice, quella del momento e dell'istante ispirante, a parer mio poco metodico, meno di quanto si pensi o si senta. Almeno nelle raffigurazioni dolci e strazianti del satellite, mai toccato, nemmeno con gli occhi, sfiorato nel suo manto desertico come un paesaggio lontano ancora inviolato e sperduto. Ne "il tramonto della luna" avviene l'incanto, l'osservazione delle luci forse in quella stessa Villa Ferrigni, presso Torre del greco, dove sarebbe nata "La ginestra". L'anno è il 1836, e la luna di una terra così vicina alla mia terra mi incuriosice -ogni luogo o accaduto lunare, sarà il figlio legittimo del luogo dal quale si avverte proprio e si osserva, si ama o si teme - e forse mi disturba, come ogni grande opera, non penso mai al senso di una pace profonda, ma di un turbinio obbligato di sensi, in ogni opera che si protragga nel tempo di posa di una sua molestia. Anche se mi avvicino al testo, e forse per caso, o per controllare le varianti di una vecchia edizione in mio possesso, (Felici e Trevi, da me acquistate, e non quelle ereditate dalla biblioteca paterna - rispetto a quelle sbirciate in libreria questo stesso mattino, perché non ancora acquistate e possedute, di un buon testo dell'Einaudi (Gallo-Garboli.) 
La circostanza fortuita è spesso lo stesso nodo destinato della poesia che ti accade, senza che tu la stia cercando, come nella vita, a volte gli istanti migliori sono autonomi da ogni pianificazione rigida e vorace. L'istante, che mi porta a cadere di peso sui versi 27 e 28,  due dei sessantotto versi complessivi, ma tra quelli più solitari e senza note. Profondo, illuminante, notturno. Assolutamente leopardiano:
"Abbandonata oscura,
resta la vita".
Un fulmine, anche non corredato da un richiamo testuale, e non sarà un caso, che dal bianco lunare emerga come cuore vivo di questa canzone libera di sette strofe, giusto nella seconda, questo manto così raccolto e disteso, dai tratti femminili neri e inquietanti: la vita, abbandonata, oscura, personificata?
E ancora una volta sono insidiato dalla curiosità di scorgere la logica di interpretazione nel dettaglio dei singoli versi delle stofe. Controllare, per esempio, se i versi 27 e 28, siano annotati nella versione di Gallo e di Garboli. Un motivo in  più per ossessionarmi a prenderne ancora un altra, - lo farò? - per un confronto o per il desiderio di scoprire un altro ulteriore lato, degli infiniti e flessibili dello stesso prisma.
l.s.

sabato 5 giugno 2010

Narrazione come vicenda millenaria, secondo Scurati

Tra i video  interessanti sul mondo letterario, mi sento di segnalare questo, dello scrittore Antonio Scurati: Narrare è una vicenda millenaria.
l.s.

giovedì 3 giugno 2010

L'azzurro della notte. Un breve estratto.

"Alzai il viso, oltre i palazzi. Gli odori delle cene, il tonfo di un furgone grasso di giornali notturni. Quel cielo aveva uno smalto azzurro notte, mai visto così denso. Non ricordavo una tinta nel buio che staccasse così forte, o forse non l'avevo mai notata e i colori di uno che non scrive e che sa che non deve farlo non perché non può ma perché non lo ha mai fatto e non può nemmeno desiderarlo perché comunque, anche se risulta vergine come scrittore, le parole le ha lo stesso vissute. 
Guardavo il cielo e camminavo da solo, e seguendo l'orgoglio di quella tinta intensa che staccava senza mai stancare, mi accorsi che se fossi stato un pittore, sarei corso a trovare da qualche parte quello stesso contrasto, di luce nell'acqua del buio, e avrei dipinto tele con la stessa tenuta cromatica o direttamente le pareti, il pavimento, la mia bocca, il mio corpo. Avrei mangiato quel colore, avrei condito pasta, insalate, riempito panini e avvelenandomi sarei finito dentro quello strano buco di luce protettiva e notturna. Per sempre nell'azzurro della notte".
Estratto da "L'azzurro della notte", di Luigi Salerno