giovedì 8 settembre 2011

Mi domando

Mi domando con insistenza quanto sia affinato per una cura adeguata del mio linguaggio. Per una cura responsabile, lucida, severa, fatta con il giudizio e con la mano ferma del medico che ancora tocca e non dice ancora. 
Ma soprattutto quanto sia mio, questo valico di nebbie che esploro e in cui mi avventuro con sempre più gusto. Non credo di incontrarvi sempre lo stesso ingresso, le luci di casa dei ritorni, gli odori delle cose che conosco, quando riprendo un testo lasciato da tempo, o quando ne attacco di nuovi, molto spesso senza neanche programmarlo. Durante la mia ricerca ho a che fare con un miscuglio di familiarità e selvatichezza, con grandi confidenze e improvvise ritrosie, che in diversi casi mi rendono difficile sapere dove mi trovi, o quanto sia dolce o troppo aspro il filo del mio vino. Se matura nella mia casa  o in quella di un estraneo mai visto prima.
E intanto il desiderio o l'ossessione di intrattenermi in questo gioco di lampeggi e rimbalzi, con cui cerco di curare al massimo il possibile curabile o recuperabile delle mie parole, diventa in silenzio parte viva e autonoma della mia vita. Spazio di giochi o riserva di caccia. Diventa un occhio aggiunto che si posa sulle cose e che a volte  mi inventa e mi disegna come non avrei immaginato di essere mai colto - una foto di qualcuno che ti ha ripreso quando non te l'aspettavi,  e che ti faranno vedere molto tempo dopo, da non essere nemmeno più tu. Uno scatto fantasma. 
Le domande continuano:

lunedì 5 settembre 2011

Il disabitato è su Webster.it

Qui

domenica 4 settembre 2011

Strawberry Fields: Book Trailer

sabato 3 settembre 2011

Il vino e la morte della poesia

Due buone cuspidi, di Guido Ceronetti. Limpide, taglienti, da cui dirottare, per pochi secondi.
La prima:

"Perché non valgono niente, i poeti, più niente?
La malattia è profonda, viene di lontano".
Un' altra:
"Cosa resta quando resta poesia? Nient'altro che l'essenziale, dunque quasi niente".

Mi fermo e tiro il fiato. Sono due stralci così diversi ma vicini. Scorporati dal loro pregevole insieme - La lanterna del filosofo (2005) - potrebbero rappresentare tutto e niente. Un soffio di nebbia in un valico sconfinato o in un dirupo. La bottiglia di lucciole di Faulkner, o la sua scatola di stelle del cielo. Mi basta. Quanto meno per il piccolo intervento di stamattina.
Credo che il valore e la resistenza, o rimanenza di un gesto poetico, siano lo specchio infranto di un apparato complesso di voci, di risonanze, di un'epoca e di un tempo spastico di pensiero, che a volte non lascia spazio. La voce raschia in sottocanto, come i novelli volatili di mattino presto, quando non c'è ancora nessuno che li scopre sbagliare. Quando saranno adulti, il loro canto pieno gli sfonderà le nuche di cartucce di fucili. L'acerbo preme ma spesso è anche un sorso limpido. Ma è basso. Un basso continuo, un sussurro, il percorso del filo di vino nero nella damigiana, da una Domenica Irpina, quando aspettavo un amico che la svuotasse in un plotone di bottiglie verdi e polverose, con la pazienza, nel ghiaccio di una piccola casa in ombra. C'era un gelo di morte che mi riempiva il petto di vita e di quello scorrere, di latte lento e nero nella gola del vetro. Fuori sboccava del fumo autunnale, che colava nel cuore. In quel momento avvertivo e avverto ancora l'esigenza di espiarlo, di condividerlo, di berlo dalle mani, quel profumo mischiato alla crosta del mosto versato e rappreso sui fondi, sarà il sogno muto di un ermetismo lirico che mi confido di frodo, senza un gesto e senza una sola voce. E questo ricordo del tempo sospeso negli odori, nel passato rauco e tannico di quel mattino, forse non avrà mai una morte.
Ho finito.

venerdì 2 settembre 2011

Macchia Nera Blog Awards 2011/2:

Tutto qui:

LungoAmare:

Smarrirsi e poi avventurarsi in quello che non ho più deciso e ancora mai vissuto: una Domenica di Lungoamare. Un filo dolce di autunnale e la tarda sera. L'occhio esatto del lanciatore di coltelli, verso gli ultimi angoli di visi, assonnati. Il tutto si svela da un vetrino appannato, il corallo rosa di un autobus notturno: non lo vedi che così mi fai male?


Lo stomaco delle parole incombe di sassate e di nevi. Dentro la ricerca di una mia fitta rivalsa di vita, ritrovando al passo duro felice del mio polso, le feci di una provincia segnata a matita, barrita dalle radio d'epoca o di guerra, dimenticata nella pioggia da qualcuno al mio posto, e tu scusami se non ti riconosco. Avrò ancora lo sguardo troppo losco e adesso mi bracca e mi scalcia, per ritrovarmi gorgo del suo sorso.

E se forse incamminando la mia città risuonerà più in grande. Mozzica lo spazio al bianco di altri luoghi e dei vecchi pensieri-campanacci da pascolo, destinati: che avevo sbarrato e adombrato in fisarmoniche marittime e anche se più terse di acuti il tuo mento sulle ginocchia una frase gridata nel vento la vampa della campagna un occhio chiuso alla tua guardia e nella stessa mitezza di ombre lo spasmo tragico del giullare quando sfila e spalanca il suo fanale di camion fatti più sotto: e ti toccavo il braccio calmocalmo nel golfino a un tempo aggiunto e sgridato che mi esclude da quello che avrebbe potuto e saputo accadere e che invece è sbiadito nella nube rapace del suo maglio.  Ho perso la matita per gli occhi. L'hai visto che razza di  lampo! Mi fa di un triste, a quest'ora... Per poco non ti prendeva... Nella notte accese una croce dal fumo. Fai più piano, perché adesso vai così veloce? Aspetta, che non vedo più niente!.
Dal fumo, 
dal fumo, dal fumo,
dal fumo, dal fumo, dal fumo
dal fumo, dal fumo, dal fumo, dal fumo
tossirò  e non v'è già più nessuno...
al nuovo sentiero smarrivo
che stamattina poi
mi riscandivo
a voce, sai?

come il ripasso della lezione. All'inizio giornata, non appena inforchettato, al raglio freddo del viale di casa, in un incesto di tenebre e di alba polare,
lo storno dall'ultimo scorcio di un LungoAmare...

giovedì 1 settembre 2011

Due quartine in prova (Bozza 3):


Palpavano nevi ai sentieri barrati
di questa distanza, potrei avvenire
al tuo battito annidato, il più terso,
e dal cotone l'affrettarsi del cuore.

La malattia del gigante di amare
e di spezzarsi in un primo bacio
negli occhialoni vasti più assenti,
l'altezza d'attimo dei tuoi occhi

celesti di muro sulle punte.