lunedì 7 febbraio 2011
Il Gruppo di Lettura Forum libri discute e premia un romanzo di Marías
Consiglio di leggere o di stampare questo interessante thread di Forum Libri. Si tratta di una condivisione di commenti durante la lettura di uno stesso libro.
domenica 6 febbraio 2011
Post scriptum
Vorrei precisare, riguardo allo strano post dell'altro ieri, che io sono convinto dell'importanza della revisione; che per ogni nuovo scritto su cui lavoro, tendo a dedicare sempre più tempo alle fasi oscure della revisione. Credo che la revisione di un testo sia un passaggio fondamentale e anche molto divertente, soprattutto quando ci si massacra. Il punto è che- anche per i fautori più accaniti dello scrivere inteso come riscrivere- ci debba essere qualche piccolo o grande disastro naturale su cui impostare il lavoro, qualcosa di naturalmente sporco da pulire e non soltanto un piccolo alone di fiato lasciato per errore sul vetro di una finestra. Non credo in una partenza troppo composta e incravattata, con la redine ancora ben tesa e le stringhe delle scarpe ben allacciate. Sono per il culto della superficie, solo quando celi e riveli un magma più complesso e sotteso che ti confonde e dal quale cercare di liberarsi. È solo da questa ricerca che comincia il senso della mia scrittura. È per questo che non riesco a comprendere tante parole che si dicono, tanti piccoli trattati che si impongono, non li capisco, sono lontanissimi dalla mia vita e dalla mia scrittura. Sarà forse un mio limite, ma nella mia vita non ho mai dispensato verità, ma ho cercato di inciampare dentro qualcosa e di venirne fuori con un sistema personale di risalita. Sull'orlo non si nuota. È quello che penso. Esistono dei compromessi, anche in questo campo. Non è possibile rimanere sempre in piedi accanto a una lavagna, e guardare le parole degli altri con lo sguardo sprezzante e la bocca storta. È una cosa che non ho mai fatto, nonostante sia nato e vissuto in un ambiente intriso di letteratura.
Il compito di uno scrittore è quello di far ritrovare un bicchiere sporco su di un tavolo, una luce e un odore di casa a persone diverse, che hanno bicchieri, tavoli, luci e odori diversi di case sia nel naso che nel cuore, ma che riescono a identificarsi misteriosamente in quelli dello scrittore, come se fossero i propri, anche da diversi. E per questo obiettivo non esistono ancora regole e informazioni troppo chiare, per nostra fortuna! Ma c'è ancora dell'altro...
venerdì 4 febbraio 2011
Scrittura di scuola? (Il mio cattivo esempio)
Non credo che si possa mai dire troppo o in assoluto sull'idea di scuola. Parlo in senso lato, sulla possibilità di incalanare un proprio personale percorso dentro un luogo di affinamento, di confronto e di alto e medio perfezionamento. Se l'idea di scuola, in questo caso parlando di scrittura, comporta un affinarsi, non capisco cosa si possa trovare a priori di sbagliato o che non funzioni. Ben diversa è invece quella che io definisco la scrittura di scuola, o meglio per la scuola. Quel tipo di approccio che mozzerebbe il novantasei per cento delle parole di questo primo paragrafo, in nome di una certa visione di purezza scolastica linguistica e formale, a cui dovrebbe soccombere e soggiacere tutto il resto, che senza un certo telaio non esiste. Così come non esisto io, se non ho quel tipo di dinamica. Non esisto davvero, le parole non si possono leggere, perché non ci sono, sono bianche sul bianco. Quello che mi preoccupa è che scrivere per la scuola, ossia esprimersi per dimostrare di aver imparato le regole, di aver assimilato i procedimenti per l'impianto di una struttura solida, consapevoli dei rischi e delle note sporche da evitare, sia un atteggiamento molto diffuso tra scrittori molto giovani, agguerriti e credo anche molto talentuosi, ma fanatici di editing, di perfezionismi e revisioni, di grandi esplorazioni sul fraseggio, sul respiro, quando credo che dovrebbero invece spaccare prima le pagine a morsi come legna, e scrivere con un coltello tra i denti un occhio bendato e un pappagallo sulla spalla, e che quando qualcosa non torna dovrebbero ingoiare il foglio o dargli fuoco, o scrivere a tavola, al cesso, a colazione, in metro, sulla schiena di un passeggero che ti è seduto accanto, e solo dopo qualche anno pensare ad aggiustare i danni o a chiedere l'assicurazione. Quello che non vedo più è il fuoco, il buon fuoco. Grandi slanci di informazioni utilissime, e sopratutto decaloghi, la macchina del testo: controllo dell'olio, dei filtri e dei freni, della frizione e della cinghia, quando il mio intento è sempre stato quello di fondere il motore per baciare in piena notte la mia compagna di viaggio.
Quei meccanismi invece sono fondamentali. Ciascuno ha il suo decalogo e ciascuno si consacrerà a rispettarlo e a far sì che qualsiasi scrittore si uniformerà alla loro idea di perfezione o di perfettibile, contro qualsiasi possibilità di anti-stile o di qualsiasi altro anti, e di eventuale rinnovamento o sterzata a quella linea fondamentale di condotta, di contrappunto delle parole in una grande scolastica fuga a una sola voce.
Avverto, in alcuni casi naturalmente, la sensazione di una grande attenzione al fattore giustezza, che divide dal primo attacco di un testo, quello che è capace dall'altro che non lo è. Il giusto dall'ingiusto, lo scrittore sceriffo dallo scrittore fuorilegge, la stella sulla camicia dall'occhio bendato del pirata dei mari. Non riuscirei a buttare nemmeno due righe se dovessi farlo per una questione di purezza formale di scuola, di ricerca del giusto tempo contro le immense possibilità di una strada buia e sospesa, che è quella che vorrei perseguire. Vorrei che si includesse nella tendenza scientifica e matematica nell'approcciare un testo, anche dell'altro, anche qualcos' altro che non lo tratti come una macchina ma come un fiume vivo di trote. Sarebbe interessante che si cercasse qualcosa dove perdersi e non dove ritrovarsi. Non trovo altro senso nel mio fare che quello di perdermi. Non so quante altre volte lo avrò scritto, ma tutte le volte che lo dico, lo scrivo e quindi lo sento- una cosa sentita non sarà mai una cosa ripetuta- ho la sensazione che la mia unica scuola sia quella del perdermi. Scrittura del perdersi o scuola del perdermi. Un cattivo esempio.
È tutto.
giovedì 3 febbraio 2011
mercoledì 2 febbraio 2011
Questione caratteriale
Non so da cosa dipende, forse da una questione caratteriale, ma comunque misteriosa. Una questione può rimanere misteriosa anche quando riguarda un carattere. Un carattere, anche il proprio, rimarrà sempre alquanto misterioso, almeno per me e non soltanto per gli altri. Insomma, non so davvero se sia una questione caratteriale, credo di sì o forse ci sarà ancora dell'altro, ma tutte le volte che devo proporre a qualcuno un mio scritto, parlo ad amici o a persone di famiglia, o anche a persone più inserite in certe dinamiche letterarie o pseudoletterarie, ho sempre la stessa identica sensazione. Quella di aver appena varcato il salone di un palazzo ducale, ricco di persone in frac e di donne elegantissime, immerse in un sontuoso ricevimento o festa da ballo, ed essermi appena accorto di aver preso una merda in pieno con una scarpa.
martedì 1 febbraio 2011
La notte. Poesia è rivoluzione
La raccolta a tema dove hanno accolto, tra gli altri, "Notturno", di Luigi Salerno.
In copertina, "Il cuore e l'anima della notte" di Carla Colombo.
In copertina, "Il cuore e l'anima della notte" di Carla Colombo.
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Nel cuore della notte...
...le parole lette hanno sempre un suono diverso. Stavo leggendo le ultime pagine del libro "Antichi maestri" di Thomas Bernhard, proprio nel cuore della notte, e questo passaggio mi è rimasto scolpito, come qualcosa di antico e di nuovo, che forse sapevo ma che non sapevo di conoscere, o che sapevo ma che non sentivo abbastanza dentro da crederlo troppo vivo. Come invece è ritornato:
"Ho sempre creduto che fosse la musica a significare tutto per me, a volte anche la filosofia e il prodotto letterario di alto, altissimo, di supremo livello, così come ho creduto che fosse semplicemente l'arte in generale, ma tutto questo, tutta l'arte, quale che sia, non è niente se paragonata al solo e unico essere umano che abbiamo amato".
Thomas Bernhard
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