lunedì 2 novembre 2009

Romolo aveva un nome buono






Romolo aveva un nome buono
di Luigi Salerno

La sua calma la sentivi negli occhi perché ti parlava, e le cose che parlano senza la bocca non possono mai tradire.
Camminava per la stessa strada e poi tagliava per la piccola traversa degli ulivi, dove c'era più sole e si faceva prima. Il calore e la luce gli davano ancora più leggerezza, e sembrava che quando lo incontravi non riusciva mai a stare fermo un momento e non si tratteneva dall'abbracciarti, grande e grosso com'era.
Romolo aveva un nome buono, come i suoi occhi, la gioia dei suoi cani bianchi al suo ritorno, i suoi silenzi, le sue poesie sgrammaticate. Le scriveva di nascosto per la ragazza del viale degli oleandri, la liceale dagli occhi scuri, che non lo salutava mai senza un sorriso e aveva una bicicletta rossa.
Romolo parlava di più con i cani e non capiva dove arrivassero quei suoi sorrisi, quanto potessero dirgli di più, quando lo stoccavano nel centro esatto del suo grosso viso sudato.
“Ciao, Romolo. Visto che vento che c'è oggi?”.
“C'è vento solo lassù, qui è ancora caldo. Ma perché non ti fermi?”.
“Ho fatto tardi, ci si vede oggi. Mi accompagni?”.
“Non ho sentito bene, scusami”.
Elvira rallentò e cercò di gridare più forte.
“Devo fare un regalo. Mi accompagni?”.
“Vedremo, penso di sì”.
“Ci pensi o è già sì?”.
“Va bene, è già sì”.
“Allora alle cinque al cinema Fox”.
Adesso Elvira si era fermata.
Romolo la raggiunse a fatica. Era molto pesante nel passo e il sudore lo imbrigliava di movimenti impacciati e cedimenti di fiato.
“Fatti salutare, piccolina”.
Elvira gli porse la guancia con un piccolo sorriso.
“Ti voglio bene”, gli gridò quando era già lontana; tanto da lì non l'avrebbe mai sentita. Romolo viveva con una madre e una sorella ritardata e due cani bianco ghiaccio. Il padre era morto l'anno scorso.
Era rimasto l'unico a lavorare e a prendersi cura delle sue donne.
Quel pomeriggio finalmente l'avrebbe rivista. Sarebbero andati insieme al corso Mansfield, e forse a guardare le vetrine e avrebbero camminato ancora nelle loro parole della sera, che lui non riusciva mai a dirle senza sbagliarne qualcuna.
Ma quel pomeriggio Romolo non raggiunse il cinema Fox. Elvira lo aspettò, lo aspettò ancora oltre le sei, ma Romolo non arrivò più.
L'indomani anche la strada degli ulivi era piena di sole ma Romolo non c'era.
Elvira non lo vide mai più passare.
Poi qualcuno le raccontò dell'amore che Romolo provava per lei.
“Ma che dici? Romolo è sempre stato soltanto un amico, e forse nemmeno quello”.
“È che forse non sai quello che è successo”.
“Qualcosa di brutto? Gli è capitato qualcosa di brutto?”.
Chiara e Riccardo si fecero più vicini, sul muretto della piazza. Elvira era del paese vicino.
“Aveva detto a tutti che ti avrebbe accompagnato, non parlava di altro. È vero che dovevate incontrarvi, Elvira?”.
“Certo che è vero, ma questo adesso cosa c'entra?”.
“Mi hanno raccontato, e io ci credo perché sono persone fidate...”.
Riccardo fece una pausa e prese una sigaretta dal taschino.
Sfregò il cerino sul muro, tenendo un occhio chiuso e guardando il primo cielo di vento sui loro visi un po' pallidi.
“Perché adesso non continui più?”.
“Non vedi che sto accendendo?”.
Tirò una boccata e la fissò ancora.
“Dovresti conoscerla Armida, è stata sempre un po' ritardata e quando poi ha sentito da tutti che Romolo aveva un appuntamento così importante, dopo tanto tempo, insomma ha avuto una specie di crisi. Era il suo terrore”.
“Quale terrore?”.
“Quello che qualcuna se lo portasse via a quel grassone lì, e che loro due rimanessero sole, pensa un po'”.
“Ma figurati...uno così grosso e solitario”.
Il vento si alzava e rigava di capelli il viso spaventato e smarrito di Elvira.
Elvira aspettò che Riccardo continuasse, tenendo una mano stretta a quella di Chiara, che le era più vicina e che forse già sapeva.
“Capisci quello stupido che pasticcio che ha combinato? A raccontare ad Armida che si era quasi fidanzato con te”.
“Che cosa?”.
“Quando poi ha visto la reazione della sorella, che ha cominciato a dare di matto, a chiudere la porta, a scalciare e a prendere la chiave e anche la mamma, che ormai con la testa non c'era più neanche lei, quando gli ha detto che Romolo non doveva uscire con te, e che doveva rimanere con Armida, allora si è sentito soffocare, e a volte anche le persone più buone...e intanto i vicini che sentivano tutto”.
Elvira lo guardava e allora respirava più forte. Riccardo tirò un'altra boccata e si voltò verso il panorama dei vecchi boschi, che adesso si perdevano nel fuoco del loro buio.
Stava calando la sera.
Chiara si girò dall'altra parte e ritrasse la mano.
“Le ha spaccato la testa, in due parti. Ad Armida e anche alla madre. Lo avrà fatto per uno scatto d'ira. Quando sono entrati già non respiravano più. A lui invece se lo è ingoiato un infarto. Come un lupo. Adesso te l'ho detto, contenta?”.
Chiara le si avvicinò ancora.
Elvira non aveva più sguardi né parole. Adesso fissava il vuoto di un dirupo. Tutti e tre che guardavano lo stesso punto oscuro.
“La prossima volta stai attenta quando parli con certe persone”.
“Ma...se non mi aveva neppure sentito, che poi c'era così tanto vento”.
Chiara la guardò ancora.
“Ma perché, ti senti in colpa, forse?”.
“Gli ho gridato qualcosa, ma qualcosa che adesso nemmeno ricordo più”.
* * *
I due amici si allontanarono. Elvira prese l'ultima corriera.
Quella notte salì una luna molto calma e profonda, che velava un chiarore come di neve sulle cascine.
Scesa dalla corriera la guardò fissa e lanciò un grido di soli occhi e di fumo, dentro l'orrore di quel vuoto: la ragazza del viale degli oleandri, la liceale dagli occhi neri, che non salutava mai senza un sorriso e aveva una bicicletta rossa, quasi come l'ira di Romolo. Romolo aveva un nome buono, come la gioia dei suoi cani bianchi al suo ritorno.
La sua calma la sentivi negli occhi perché ti parlava, e le cose che parlano senza la bocca non possono mai tradire.
Fine
l.s.


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